Dell’invidia e della scopa nel culo

Si dice che la reazione ad una situazione stressante sia sempre di fuga, di attacco, o di blocco (flight, fight, freezing).

Quando qualcosa mi indispone, la mia prima reazione è sempre di blocco. Mi irrigidisco e dentro di me inizio un attacco non dichiarato verso quella cosa (quella persona), a livello inconscio prima ancora che conscio. Inizio a criticarla, trovarne difetti (veri o immaginari), ad essere ostile. Quindi di fatto mi chiudo in me stessa.

Ma mi sono ormai accorta che spesso sono così critica solo perché in realtà sono invidiosa di quella persona o situazione.

Invidio le relazioni altrui, o la capacità altrui di vivere le proprie pulsioni, i propri desideri, in modo più libero, diretto, sincero rispetto a come ci riesca io. Che poi sia effettivamente così, è solo una mia idea, naturalmente; come mi è stato fatto notare: non so cosa ci sia dietro una facciata di apparente successo, felicità o soddisfazione. Non so quali lotte interiori quella persona abbia passato o stia passando, magari.

Io sono trattenuta da miei limiti mentali, che sono anche limiti che credo mi siano dati da altre persone: da mio marito come dal mio Padrone. Penso: lui non vorrebbe che io… Ma anche qui, sono idee mie; giustificazioni delle mie paure. “Non posso farlo perché lui non vuole”. Non è vero: non lo faccio perché ho paura. Ho una scopa nel culo e credo pure che me l’abbia messa qualcun altro.

Non potrò acquisire nessuna reale crescita finché non abbandonerò le mie paure ma soprattutto le mie paranoie. Ciò che mi trattiene dal vivere appieno e con soddisfazione ogni mia relazione, ogni mia sessione, è solo ed unicamente nella mia testa.

Lasciare andare rimane la cosa più difficile, ma senz’altro la più bella.

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In/gratitudine

Sono una persona che chiede tanto, me ne rendo conto solo ora – e spero che saprò mantenere questa consapevolezza e metterla a frutto.
Sono rimasta offesa o addirittura arrabbiata quando mi sono sentita defraudata di un mio diritto, sentendo di venire ignorata o di non ottenere TUTTO quello che mi spettava (o che credevo mi spettasse). Mi sento troppo facilmente lasciata da parte, anche se non è così.
Poi incontro le persone di cui sono gelosa o invidiosa, quelle che accuso di accusarmi, di privarmi di ciò che deve essere mio; e scopro che non solo non stanno affatto complottando ai miei danni, ma stanno persino ottenendo molto meno di ciò che ottengo io.
Mi viene così di colpo rivelata tutta la mia ingratitudine, la mia incapacità di accorgermi di ciò che ho e gioirne, invece di guardare sempre ciò che mi manca. Mi sento sbattuta in faccia l’inutilità di tutto il tempo che perdo a recriminare nella mia testa contro un nemico inesistente.
Mi mortifico di questo mio essere così poco umile.
Devo smetterla di preoccuparmi, di pestare i piedi e di sentirmi offesa come se quello che accade fosse un privarmi di un qualche mio inalienabile diritto.
Mi scopro capricciosa, presuntuosa e viziata.
Ma sono grata di questa nuova consapevolezza, che mi permette – ora sì – di essere grata anche di ciò che ho.

Bestia verde

Ancora dentro di me si agita la bestia verde dell’invidia, ed ogni tanto alza la testa.
Così mi scopro a guardare la gente in giro e disprezzarla; a sentirmi superiore; a pensare di essere capace solo io a fare le cose. Come se solo distruggendo gli altri (nella mia mente, s’intende) potessi ricavarmi il mio posto nel mondo. Come se solo bruciando la terra attorno a me potessi crescere rigogliosa.
Ma distruggendo raramente si crea qualcosa: troppo compresa nell’opera di demolizione degli altri, perdo di vista la costruzione di me stessa.
In realtà so che quando mi concentro sul lento porre mattone su mattone della minuziosa opera di montare me stessa (e non il mio ego), allora ottengo pace interiore, serenità e completezza. Senza più sprecare energia preziosa ad odiare, divengo un flusso potente di linfa vitale. Nutro me stessa e gli altri attorno a me.

Solo in questo focalizzarmi su di me riesco finalmente, sinceramente, a servire. Perché non sono più gesti vuoti e falsi inventati per compiacere, ma sinceri moti del mio animo predisposto alla sottomissione.

Sartre – Le Mosche

La gente, qui, è rosa dalla paura. E io dall’odio.
Bella principessa sono, che lava i piatti e dà da mangiare ai maiali; perché sei venuto a raccontare di città dove la sera si passeggia e le ragazze suonano il liuto. Sino a ieri avevo desideri modesti: quando servivo a tavola, con le palpebre socchiuse, guardavo tra le ciglia la coppia regale, la bella vecchia dal viso morto, e lui, grasso e pallido, con quella bocca molle e quella barba nera che gli corre da un’orecchia all’altra come un reggimento di ragni, e sognavo di vedere un giorno una fumata, simile a un fiato in un mattino freddo, salire dai loro vetri aperti.
Per me il saggio non può desiderare sulla terra nient’altro che rendere un giorno il male che gli hanno fatto. Ma tu, sei venuto con gli occhi avidi nel dolce viso di ragazza, e mi hai fatto dimenticare il mio odio. Io ho aperto le mani ed è caduto fuori.
La gente di qui l’hai vista: amano il male, hanno bisogno di una piaga familiare e la custodiscono segretamente grattandola con le unghie sporche. E’ con la violenza che bisogna guarirli perché non si può vincere il male se non con un altro male. Vattene, lasciami ai miei cattivi sogni.

Chi parla è Elettra, nell’adattamento della tragedia greca che fece Sartre nel 1943; si rivolge a suo fratello Oreste, senza sapere che è lui.
Questo fu il testo che la regista con cui facevo teatro mi diede per un’improvvisazione. In quel momento della mia vita ero esattamente piena di odio e di risentimento, e avevo appena iniziato il mio percorso con il mio primo, vero, Padrone. Quindi, quel testo parlava di me. Anche se lo aveva scritto Sartre 36 anni prima che io nascessi. Non ho mai capito come abbia fatto la regista a sceglierlo così azzeccato, ma ci sapeva fare. Il mio Padrone la stimava; in un altro universo, lei stessa avrebbe potuto essere un’ottima Padrona – ma la vita l’ha portata al teatro e non al bdsm. In ogni caso, con gli esercizi terapeutici era brava, anche se non era il suo scopo principale. L’importante era riuscire a mettere qualcosa di sé, di vero, nel testo.
Lo feci.
Fu un’improvvisazione sofferta. Nessuno conosceva cosa mi muovesse, né cosa stessi vivendo in quel momento, ma tutti sentirono l’intensità delle emozioni che mi sostenevano.

La gente, qui, è rosa dalla paura. E io dall’odio. Ed era il mio odio a incutere paura a chi mi era vicino. E davvero ne ero rosa fino alle ossa.
Bella principessa che sono, che lava i piatti e dà da mangiare ai maiali. Così mi sentivo, defraudata di ciò che mi spettava e ridotta a vivere nella merda.
Sino a ieri avevo desideri modesti: li guardavo con odio feroce fingendo una sottomissione che non avevo, sperando di vederli bruciare.
Per me, il saggio non può desiderare altro che rendere il male che gli hanno fatto; o che crede gli abbiano fatto. E quel saggio ero io.
Ma tu mi hai fatto dimenticare il mio odio. Io ho aperto le mani ed è caduto fuori. Il mio Padrone è arrivato e mi ha parlato di una possibilità diversa; di città dove la sera si passeggia e le ragazze suonano il liuto. Mi ha presa e condotta, io mi sono affidata e ho visto l’inutilità di tutto quell’odio.
Vattene, lasciami ai miei cattivi sogni. Una parte di me non voleva abbandonare i suoi propositi di vendetta, l’odio, il rancore, che mi sembravano le uniche cose che mi tenessero ancora insieme. Perché credevo davvero che il male non si potesse guarire se non con un altro male.

E invece il mio Padrone di allora mi ha condotta fuori da tutto ciò; mi ha restituita alla vita.
Nel ritrovare tra le mie carte questo scampolo di foglio con quel testo, recupero il ricordo del mio percorso e non posso smettere di provare per lui eterna gratitudine. Il mio percorso con lui è terminato, ma non lo è l’insegnamento che mi ha dato.

Gelosia

E di tutte quelle sensazioni negative, mi resta addosso la gelosia. Ma perché? Di cosa sono gelosa?

(Se c’è una cosa di cui mi faccio vanto, nella mia vita, è di essere sempre stata dedita all’autoanalisi, da quando per la prima volta a 9 anni ho varcato la soglia di uno psicoterapeuta. Quindi, mi indago)

Mi è stato detto: la gelosia sorge quando ti viene tolto qualcosa. In realtà, credo sorga quando penso che mi stia venendo tolto qualcosa – ma non è affatto detto che sia davvero così.
Infatti, tutti i miei ultimi accessi di gelosia non sono affatto giustificati. Nulla mi viene sottratto. Non calano le attenzioni nei miei confronti. Se non sapessi con certezza che c’è un’altra (cosa peraltro concordata e accettata, nulla viene fatto di nascosto) non avrei motivo di sospettarlo. Quindi?

Questa gelosia mi sorge da una mala accettazione di me stessa, che riverso sugli altri.
Nego a me stessa i miei propri desideri, nell’errata convinzione di non averne diritto, o di non meritarli; o anche, mi sento in colpa. Perché di nuovo salta fuori l’educazione ricevuta, che mi ha insegnato che desiderare certe cose è sbagliato, è sporco.
Ma non ho mai smesso di desiderare; ho solo cercato di tenere nascosti questi desideri, vergognandomene… e odiando tutti coloro che invece li vivono apertamente.
Gelosa, gelosa e invidiosa.

Ma sapere dare un nome ai propri demoni è già togliere loro metà della loro forza. La consapevolezza di me, di questi miei meccanismi, fa sfumare i sentimenti negativi che ne conseguono in nuvole di fumo inconsistente.
Persevero nel mio cammino, procedo imperterrita nella mia crescita interiore.

Sorellanza

Educata dai miei a credere che gli “amici” sono solo dei rompicoglioni e degli approfittatori, e che non esiste attaccamento disinteressato, sono cresciuta refrattaria ai rapporti amicali. Così, se c’è una cosa che detesto è il chiamarsi “sorellina” e fare le smorfiose tra amiche. Sono sempre stata prevenuta su queste cose: le ho sempre ritenute false, ipocrite ed eccessivamente sdolcinate.
Figuriamoci la mia disposizione d’animo nei confronti di una possibile altra slave del mio Padrone, qualora si ponga la cosa in termini di “sorellanza”.
Per fortuna, ho imparato che non mi è richiesto né imposto di andare d’accordo con tutti/e; e soprattutto, che è molto meglio che non mi sforzi di fare la bambina puccettosa che fa tante moine alla sua sorellina, se non è nelle mie corde: divento falsa e questo guasta non solo me stessa, ma anche i miei rapporti col prossimo.

Un tempo, davanti a persone pucciose, tutte bacini bacetti e squittii, mi sentivo in difetto a non allinearmi. Mi sembrava di essere stronza, o frigida, a non contraccambiare con altrettanta pucciosità. Mi sembrava di non essere in grado di dimostrare il mio affetto.
Così mi sono impegnata molto, in passato, per fare le moine. E ho auto-avverato il mio pregiudizio, dimostrando che chi fa moine è falso.
Non era mia intenzione essere falsa, sia chiaro. Cercavo di essere affettuosa. Ma invece che esserlo come era nelle mie corde, cercavo di farlo adottando metodi altrui, che non mi appartenevano. E ho finito per diventare falsa, sentendomi uno schifo perché ero falsa e perché non potevo essere vera nel modo in cui pensavo che gli altri avrebbero voluto che fossi.
E’ stata una lotta liberarmi di questi atteggiamenti; la mia naturale predisposizione a compiacere era diventata una bestia incontrollabile che mi stava disintegrando, trasformandomi in una marionetta che imitava (male) gli altri.

Infine, di tutte quelle sensazioni negative nei confronti delle altre, mi è rimasta addosso solo la gelosia. Vorrei non provarla, ma più cerco di negare che esista più prende forza. Accetto (a fatica) di riconoscerla per poterla sconfiggere.

Sforzo sovrumano

Ho sempre addosso questa terribile sensazione di non fare abbastanza, o abbastanza bene; un’angoscia che mi mordicchia i calcagni, che mi stringe la gola. Mi sento in difetto, inadeguata, sbagliata; aspetta, non era mia madre che mi diceva così? A volte penso: è una mia inclinazione naturale. Ma in realtà è innaturale, indotta; innestata in me fin da piccina, ha radici così profonde e viticci così avviluppati nel mio animo inconscio che fatico a tranciarli. Una mala pianta che confondo con le mie vere radici, ma che mi toglie acqua, ossigeno, vita.

C’è anche, sempre, lei. Riesco a non pensarci ma salta sempre fuori. Con nessun’altra mi viene questo feroce senso di competizione – non così feroce. Un senso di smacco terribile perché non faccio le stesse cose che fa lei, o non come lei, o di più, o meglio, o chissà.
Non ha forse anche lei il diritto di viversi i cazzacci suoi? Pubblicare le foto che le pare, dichiarare quello che le pare, condividere quello che le pare, vivere quello che le pare?
Certo.
Forse il punto è: non ho forse IO il diritto di vivermi i cazzacci miei, eccetera?
Ecco, perché forse questa invidia che mi rode mi sale perché nego a me stessa di dire/fare certe cose. Mi trattengo nella convinzione di essere in torto, di non dovermi permettere, di non avere diritto. Per non disturbare, non dispiacere, non indisporre.
Ma nessuno me l’ha chiesto; nessuno mi ha mai detto che disturbo, né che dispiaccio.

Compio uno sforzo sovrumano che non ottiene riconoscimento, perché a nessuno è mai venuto in mente che dovessi farlo; tranne che a me.