Mi obbliga a masturbarmi davanti a Lui ed a Lady Rheja; mi vergogno, ma obbedisco. Il dito gira, sempre più veloce: ansimo; per nascondere il viso mi giro sulla pancia, cerco di non farmi guardare.
“kat”
La Sua voce, secca, profonda: dice tutto col solo chiamarmi per nome. Trasalgo e smetto all’istante.
Sento le Sue mani sul culo e so che sta per farmi del male. I suoi denti mi affondano nella carne tra la spalla e il collo, il respiro mi si strozza in gola.
In quel preciso momento, mentre chiudo gli occhi per sentire il dolore tanto a lungo agognato, mentre so di stare per divenire lo sfogo della Sua ferocia, mentre quasi piango di gioia ed aspettativa, suona la sveglia.
Sobbalzo nel mio letto, mi riscuoto e spengo il trillo insistente. Il sogno sfuma, lasciandomi insoddisfatta e tremante.
Non posso fare a meno di pensare che è perfetto: il sadismo estremo di interrompere un sogno in questo modo, in quel momento. Una vera bastardata da parte del mio inconscio. Il Padrone ne sarebbe orgoglioso.
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Onirica – VI
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Onomastico
Nel giorno del mio santo (come lo chiamano in Spagna) torno a ripensare me stessa, attraverso lo specchio del mio rapporto D/s.
Sono io e non sono io; desidero e nego; ho una volontà ed un comportamento opposto. Scopro parti di me che credevo di aver nascosto bene, ed invece erano solo ammucchiate sotto il tappeto.
Chi sono io? Perché talvolta sono in un modo, quando non vorrei esserlo?
Quando avevo quattordici anni, al momento di iniziare una psicoterapia, il mio più grande timore era: e se scopro di essere diversa da come credo di essere? Di essere in realtà una stronza?
Cionondimeno la intrapresi.
Ogni tanto, in effetti, nella mia ricerca di me stessa, mai finita, mi si rivelano parti di me inaspettate, di stronza od altro; parti che mi lasciano l’amaro in bocca, su cui lavoro.
Col tempo, sovviene anche la fatica: perché lavorare tanto per cambiarmi? Perché non barricarmi dietro l’inossidabile “sono fatta così” come scusa per infliggere al prossimo i lati più agri ed ingrati del mio carattere? Per imporre il mio capriccio?
Eppure non smetto di faticare, di voler faticare per trovare sempre il bandolo della matassa, il modo di sbrogliarmi.
Nella mia crescita come slave, lo sento: ho le mani immerse nel gomitolo, e prima o poi ne troverò il capo. -
Ghiaccio e cera
La cera calda scivola ad avvolgermi come un abbraccio.
Il piacere lambisce le propaggini del dolore.
Freddo, caldo; ghiaccio, cera.
Le sensazioni contrastanti mi riportano indietro col ricordo: ho già provato questo gioco di opposti, anni fa, in altri contesti, con altre persone, con molta meno esperienza. Sarà forse perché la mia soglia del dolore si è alzata, o perché questa candela ha un punto di fusione basso, ma il contrasto mi pare più lieve, ora; il gioco meno intenso.
Ma è gioco, è sensazione di dolorepiacere, è sentirmi oggetto di attenzioni, è bello. Mi attanaglia una struggente sensazione di malinconia, di nostalgia. Come sempre quando passa del tempo, parecchio tempo tra una sessione e l’altra, riparto dal timore: non tanto del dolore, ma del non riuscire a goderne. E dalla voglia, imperiosa, furente, di volerne molto di più.
Riapro gli occhi e sorrido al sorriso della mia Lady, al brillare dei suoi occhi mentre mi passa le unghie sulla pancia e mi cola cera sui capezzoli. -
Onirica – V
Risiedo in una specie di casa in affitto, forse un residence, fa parte di un complesso abbastanza grande; sono qui per compiere una qualche missione che devo fare, ma sono in attesa di ordini.
Le stanza è in effetti la mia camera da letto di adolescente.
Passo il tempo a masturbarmi, in attesa di venire chiamata; è quasi una compulsione, un obbligo farlo.
Finalmente vengo convocata da Lui, in un’altra stanza. Lui, il Padrone, mi parla di qualcosa che non ricordo, sono istruzioni e spiegazioni; poi, mi mostra una serie di monitor di sorveglianza sulla parete: premendo tasti su una pulsantiera le immagini cambiano, scorrono, affinché possa rendermi conto che non vi è un solo angolo della casa o del giardino che non sia controllato da telecamere.
Deglutisco, capendo ciò che questo comporta.
A dimostrazione – e forse era qui che voleva andare a parare sin dall’inizio – il Padrone manovra e su tutti gli schermi appaio io intenta a masturbarmi ferocemente, da molteplici inquadrature: una è addirittura soggettiva, ripresa proprio dai miei occhi, o da appena sopra la testa. Vedo la mia mano tornare alla bocca, subito sotto la telecamera, e infilarsi nuovamente tra le mie gambe.
“Ma dai – protesto, mentre avvampo dalla vergogna – ma me ne avete messa una anche in testa?!”
Il Padrone mi guarda con uno dei suoi sogghigni sardonici, gli occhi azzurri che mi penetrano da parte a parte, mentre poco discosta anche la mia Lady ridacchia di me.Il ricordo del sogno mi torna, improvviso, solo diverse ore dopo il risveglio. Arrossisco e fremo alla sensazione di imbarazzo in cui mi riporta e rifletto che sì, talvolta l’impressione è davvero come se Lui avesse piazzato una telecamera nel mio cervello.
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Vuoto d’aria
Sottomettersi vuol dire appartenere.
Appartenere vuol dire affidarsi; affidarsi vuol dire fidarsi.
Fidarsi vuol dire anche accettare di provare una pratica che so già per certo che non mi piacerà, che è un mio limite. È averne conferma eppure ancora fidarmi che il Padrone sarà lì pronto a tenermi. Fidarmi che non lo ha fatto per farmi del male.Mi infilo nella vacuum bed con un pessimo presentimento, il cuore che già batte a mille, la paura che già mi carezza coi suoi artigli. Non mi piace, non mi va, già solo vederla mi soffoca. Cionondimeno ci entro, incoraggiata dal Padrone e da Lady Rheja.
La cerniera si chiude e rimango sola in un mondo nero; quando l’aria comincia ad essere aspirata fuori la sensazione del latex che mi si avvolge attorno alle gambe è persino piacevole, contro ogni mia previsione: è vellutato, e l’odore non mi dispiace.
Poi, lo sento salire a comprimermi il petto, il collo.
L’angoscia del soffocamento mi prende immediatamente, come so che mi succede, anche alla minima pressione. Chiedo a gran voce di interrompere.
Il gioco si ferma, il sacco di gomma viene aperto ed al Padrone che fa capolino dico che ho avuto l’impressione che mi mancasse l’aria. “L’impressione? – chiede – Ma non ti mancava davvero, no? Dai, riprova”.
Non so dirgli di no, non so spiegargli cosa sento; lo so che lo fa per farmi affrontare le mie paure. Mi faccio coraggio: la vacuum bed si richiude e torna a stringermisi addosso.
La pressione è minima; comprime ed avvolge, più che schiacciare. Lo stesso, vado giù di testa: d’improvviso urlo di terrore, strillo la safeword una, due, dieci volte di fila, in preda al panico. Non mi accorgo nemmeno subito che la zip è già aperta, che la mia Lady mi sta già liberando. Poi vedo la luce entrare nella gomma nera.
Striscio fuori tremando, gli occhi sbarrati, la gola serrata.
Come ho aiutato a montarlo aiuto a smontare quell’attrezzo diabolico. Mi pare d’essere un’ingrata, pensa quanti feticisti farebbero carte false pur di mettercisi dentro e io no, io ho gli attacchi di panico.
Chiedo di andare in bagno e una volta lì, senza farmi sentire, scoppio a piangere. Sfogo il terrore e lascio che esca in lacrime e singhiozzi.
Non è un periodo facile: lavoro nuovo, tanti impegni, cambiamenti, corse. Questo non ci voleva, o forse sì: ha catalizzato e concentrato tutte le mie ansie in un unico globo nero di angoscia e gomma. Che però si è aperto; è stato aperto; ne sono uscita.
Mi asciugo gli occhi e torno dal Padrone, che mi chiede se sto bene. “Sto bene”, è una mezza bugia.
Ma sottomettersi è fidarsi del Padrone.
Così mi lascio condurre e bendare senza fare resistenza, lascio che la sessione cominci senza fuggire come l’angoscia residua vorrebbe. Mi lascio andare e mi fido del Padrone – e sono felice di farlo. -
Empowerment
Mi lancio anima e corpo nel nuovo lavoro appena trovato. Mi scopro ambiziosa, competitiva, desiderosa di riuscire al meglio. Ancora le vecchie insicurezze mi mordicchiano le caviglie, mi fanno tremare il cuore: dubito di essere capace, di essere degna. Ma subito dopo mi dò di sprone e procedo, ottenendo risultati che mi portano conferme e sicurezza.
In tutto questo il mio desiderio di sottomissione, invece di calare, aumenta.
Il mio potere, la mia forza, la mia fierezza ed il mio orgoglio crescono. Per questo non desidero che poter posare lo scettro di me stessa e cederlo a Chi gradisce disporne.Solo attraverso la fatica si può provare vero riposo. Solo diventando la donna forte che sono posso veramente fare dono di me.
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Cedere
Quanto tempo sarà passato? Mezz’ora? Un’ora?
Bendata, legata e frustata perdo il senso del tempo; nella costrizione fisica sono libera dalle pastoie temporali.
So solo che le mollette che ho appese ai capezzoli sono lì da un tempo indicibile. Mi dolgono da impazzire, a stilettate che mi attraversano il costato; un dolore sordo, intenso, che mi arriva ad ondate. Mugolo e mi lamento sommessamente, increspando le labbra.
I colpi di bull che mi strappano grida, che si impongono su ogni altra sensazione con la loro ferocia, sono quasi un sollievo da quel tormento.
Pavento il momento – che infine arriva – in cui le Sue mani mi si appoggiano ai seni ed armeggiano per togliere le pinze. Il sangue ritrova spazio e si fa strada con cattiveria nella mia carne martoriata; ho un singulto, inghiotto aria ed annaspo. Tuttavia, passato il trauma, è un sollievo non sentire più quelle morse. Respiro a fondo per ritrovare equilibrio.
In quel momento, sento il calore umido delle bocche del mio Padrone e della mia Lady avventarsi sui miei capezzoli. Mi addentano con ferocia e non posso che urlare, lacerata, mentre schiaffi secchi mi massacrano tra le gambe. Tiro le corde che mi bloccano aperta, appesa: non mi reggo più.
Lascio che le mie gambe cedano, che la mia mente ceda; mi lascio cadere, restando appesa alla struttura, un pezzo di carne urlante senza più coscienza. Pura, profonda, soverchiante sensazione. -
IA
In sessione arriva sempre un momento, che io sia in piedi od in ginocchio, a quattro zampe o piegata, in cui inizio ad oscillare; allora, divento la IA di un videogioco.
Divengo uno di quei personaggi di contorno, creati dal gioco stesso: il paesano, la guardia, il taverniere, il mercante; uno di quelli che sta solo fermo lì. Si gira a destra e a sinistra senza motivo, si guarda attorno dondolando su se stesso, oppure cammina avanti e indietro sempre sugli stessi cinque metri. Riempie lo sfondo in attesa che il giocatore interagisca con lui per uscire dal suo loop.
La mia mente è soverchiata dalle sensazioni fisiche: non penso più. Eppure, sono estremamente aperta e ricettiva. Forse il mio oscillare serve al mio cervello a percepire se qualcosa mi accade attorno. Percepisco spostamenti d’aria, masticare di gomma, fruscii, sibili, schiocchi. Rabbrividisco, dondolo. In abbandono.
Ora sono una figura di servizio; attendo che Il Giocatore interagisca con me. -
Andare
C’è una sorta di euforia che mi circonda, come una nuvoletta di vapore che mi aleggia attorno. Mi scopro ad avere un sorrisetto stampato su viso che non se ne vuole andare.
Stasera viaggio sola fino al Decadence, dove troverò il mio Padrone e la mia Lady.
L’emozione del viaggio, del tragitto, seppure breve, mi dà brividi meravigliosi. La strada mi viene incontro come una promessa; tutto mi appare magnifico: il cielo, le nuvole, i campi che scorrono accanto al finestrino. Vedo cose banali e vecchie come fossero nuove ed uniche. Vedo la bellezza nelle piccole cose, in un pallone rosso, in un campo giallo di colza.
Il cuore mi batte all’impazzata nel timore di avere dimenticato qualcosa, di non essere pronta; ma pronta a cosa, non saprei. Alla vita? E come si fa ad esservi pronti? O come si fa a non esserlo?
Ricontrollo il piccolo bagaglio, passo in rassegna mentalmente e fisicamente tutte le cose che mi servono o che mi serviranno, il cibo preparato (ma ho lo stomaco chiuso), il portafogli, tutto.
Sono in tumulto. Ma è un tumulto felice.
Stasera mi sento in cima al mondo; la meraviglia dell’universo è a portata delle mie mani, ed io l’abbraccio e l’accolgo con gratitudine.
Arrivo, festa. Arrivo, vita. -
Or tell me something real
Ma i Padroni non hanno di certo finito con me.
Una cosa grossa mi viene spinta dentro; si gonfia e inizia a vibrare. Strillo. E poi, inizia a colarmi addosso una cera che è lava rovente sulla mia carne battuta dalle fruste. Salto, urlo e mi contorco; mi arrampico su e giù per la cavallina, mi inarco e grido senza più controllo. La pace superna del subspace ormai è lontana, eppure non vorrei mai che finisse questo atroce tormento.
Penso se chiedere il permesso di godere; ma so che così, con questa cosa dentro, senza nulla sul clitoride, probabilmente non verrò. Probabilmente. Così proseguo a strillare evitandomi questa vergogna, e mi dimentico totalmente di chiedere questo permesso per il resto della sessione.
Mi sollevano e mi girano, facendomi muovere nel buio della benda. Mi fido e mi lascio condurre. Mi sento legare ed aprire stavolta a pancia in su; mentre sento sibilare la frusta, un globo vibrante mi atterra tra le gambe e so che non reggerò nemmeno un minuto.
Poco dopo, sul punto di godere, la frusta mi bacia sul fianco sinistro, lunga, crudele: l’orgasmo mi si strozza in gola con un grido e un singulto.
Ma poi inizia; inizia quella catena irrefrenabile di orgasmi, tra il vibratore e il dolore, che mi riduce a una polpetta di carne macinata e tremante, incapace di nulla se non di gridare. Godo senza permesso, il cervello frullato.
Dopo, avvolta nella coperta, la mia gioia più grande è vedere il Padrone sorridere e dire: “Mi sono divertito”.
Sono felice di diventare per Lui, per Loro, un corpo vibrante, una bambola con cui giocare.
