subservientspace

for this is what I feel

Tag: obbedienza

  • Letargo

    Il desiderio non è sopito, in me: è dormiente.
    E’ sopravvenuta l’emergenza quotidiana, la pervasività del lavoro; eppure, io sono ancora io, anche in tutti quei lati di me che meno si accordano con la mia professionalità.
    Ora nel lavoro che faccio è apprezzato, approvato e incoraggiato il mio essere ambiziosa e forte; il mio dire IO VOGLIO, IO DECIDO, IO.
    Così l’essere slave, il sottomettermi, il tacere, il chinare il capo adesso mi provocano un conflitto interiore. Perché sono comunque cose che sento, che desidero. Ma le mie precezioni sono diverse ora, non “sento” più come prima l’appartenenza. Eppure basta una piccolissima cosa, sentire la Sua voce, riavvicinarmi, per far nuovamente divampare il mio bisogno di stare sotto. Allo stesso tempo, mi rendo conto di essere più recalcitrante, riottosa; meno mansueta, se mai lo sono stata davvero e non ho solo creduto di esserlo.

    Un passo alla volta, senza quasi accorgermene, mi allontano.
    E non spero che di sentire il guinzaglio tendersi e riportarmi a cuccia.

  • Punti di vista

    “Il segreto della gioia è la disobbedienza” – Aleister Crowley

    Leggo questa citazione e sorrido; ovviamente, considerato il soggetto che l’ha fatta, mi stupisco poco. Ma la cosa interessante è pensarla da un punto di vista bdsm. Per questo sorrido.
    La disobbedienza è un brivido, un terrore; può essere uno strappo, un rompersi di una corda troppo tesa. Ma per me difficilmente una gioia. Soprattutto non il segreto stesso della gioia…
    Per me le cose devono avere un ordine, una disciplina. Per quanto sia difficile da seguire, per quanto fastidiosa, dura, scomoda: ma deve esistere una regola. Senza, sono destabilizzata e persa.
    Infrangere la regola non mi dà senso di libertà, né di piacere. Mi aggroviglia lo stomaco, mi rovina la giornata. A volte, la tentazione è comunque forte: per stanchezza, per fatica, per autoindulgenza o per provocazione; a volte non so nemmeno io per cosa, forse anche per cercare una punizione, per punirmi di qualche colpa inesistente provocandone una vera.
    Ma non mi provoca mai gioia, né sberleffo o spregio.

  • Promettere è mentire

    Per quanto faccia e dica, per quanto mi impegni, ancora non riesco a smettere di pestare i piedi. Una parte di me mi sussurra: non sono capricci, sono giuste richieste. Hai ben diritto anche tu. Continua a sperare, a volere, a pretendere, ad essere delusa se non ottieni, a stare male.
    Mi viene allora voglia di mollare tutto, cedere, arrendermi, andarmene. Giusto perché smetta questo star male che non riesco a gestire, che non so come sopire. Che non capisco se abbia senso, se sia giusto o sbagliato.
    Sopra ogni cosa vorrei una direzione, una comprensione: cosa devo fare? cosa posso fare? Cosa, per far sì che smetta di dibattermi in questo cespuglio di rovi che sono i miei desideri?
    Posso dichiarare che ci proverò, che mi impegnerò; posso anche provare, impegnarmi. Ma non riesco: è più forte di me. La mia reazione è istintiva, immediata: non riesco a filtrarla, a mediarla e trasformarla in vera sottomissione, in silenzio, in quieta accettazione.
    Leggo su facebook, da una schiava al Padrone: “quel poco che mi concedi è ciò che mi fa respirare”. Ecco: magari. Io non so farlo. Quel poco non mi basta, e invece so che dovrebbe, che è proprio qui il punto, il cardine vero dell’appartenenza, del rimettermi nelle Sue mani. Non con tante belle parole: davvero.
    Mi rannicchio a cuccia, delusa di me; cerco ancora di capire, ed un giorno ci riuscirò.

  • Desiderio

    Come si fa a non desiderare ciò che si desidera di più? A non tendere verso ciò cui si agogna?
    Impossibile. Non smetterò mai di desiderare.
    Forse, ciò che posso fare però è raggiungere una nuova consapevolezza: che desiderio è diverso da bisogno.
    Il bisogno è pressante, imperativo, presuntuoso; cerca di imporsi, batte i piedi, fa di tutto per essere soddisfatto. Anche ciò che non dovrebbe, anche ciò che sa essere sbagliato.
    Il desiderio, invece, è placido; o dovrebbe esserlo. Tranquillo, mellifluo, indolente: si insinua, è voluttuoso e caldo. Non pretende, ma accoglie con trasporto.
    Un desiderio può diventare prepotente quando viene stravolto, quando si traveste da bisogno, quando si crede che senza che sia soddisfatto nulla possa andare bene. Quando si mette davanti a tutto il resto.
    Quindi, non è desiderare che è sbagliato; lo è cercare di imporre il proprio desiderio come se fosse un bisogno. E’ il confondere le priorità, i ruoli; i doveri con le voglie.
    Un desiderio feroce, sfigurato in bisogno, può travolgere e lacerare: non lascia spazio a null’altro. Oblitera e distrugge, spiana tutto il resto della vita della persona in sua funzione.
    Non va bene: diventa ossessione, pericolo.
    Ora il mio compito è addomesticare il mio desiderio; farlo tornare a cuccia, caldo e pronto a destarsi, ma sereno. Addolcirlo perché non si guasti nell’aspro del bisogno e farlo attendere placido. Quando sarà soddisfatto, allora, sarà davvero un piacere: mi avvolgerà e me ne lascerò avvolgere, e spanderà il suo calore d’attorno perché tutti ne possano trarre godimento. Non mi stritolerà più come ora che si crede un bisogno; non mi strozzerà più la gola facendomi piangere.

  • Intensità – 24

    Quando sono così di corsa la tentazione di disobbedire è forte.
    Penso: va be’, dai, sto facendo mille cose, un sacco di fatica; se anche indulgo un po’ nell’autogratificazione che sarà mai?! E la mia mano si allunga verso la birra, verso il mio sesso.
    Eppure non riesco ad andare fino in fondo. Non mi va, mi si rivolta qualcosa dentro.
    Assaggio, tocchiccio, ma poi mi fermo.
    È un piacere sporco, rovinato dal senso di colpa, dalla consapevolezza della disobbedienza; mi lascia l’amaro in bocca.
    Piuttosto, se il desiderio è intollerabile o giustificato, preferisco provare a chiederne il permesso.
    Se anche arriva un no, l’attenzione ricevuta almeno un po’ mi placa.

  • Conforme

    Che cos’è che mi fa comportare in modo conforme?
    La paura della punizione? Il desiderio di compiacere? La prospettiva di un premio, o almeno di un’approvazione (ché se si è fatto solo il proprio dovere non si ha diritto a premi)? Il piacere di avere fatto felice il Padrone, sapere di fare ciò che Lui ha richiesto e farlo il meglio possibile?
    Solo la paura non basta, lo so per esperienza.
    Anche se al momento cruciale della punizione mi pento amaramente e vorrei non aver mai fallito, la paura della punizione da sola non basta a mantenermi in carreggiata.
    La paura mi fa vivere male, nell’inquietudine, nel desiderio di rivalsa; mi fa covare vendetta, mi invoglia a cedere alla tentazione di disobbedire di nascosto. La paura mi riempie di rabbia perché la trovo ingiusta, a prescindere; la rabbia mi fa desiderare la ribellione.
    Yoda-fear
    “La paura è la strada per il lato oscuro. La paura porta alla rabbia. La rabbia all’odio. L’odio alla sofferenza”.

    Eppure non desidero altro che ricevere ordini, limitazioni, indicazioni della Giusta Via da seguire. Perché dunque il piacere di obbedire è così sfumato in me, ultimamente? Perché sono così insofferente?
    In tutto questo, in questo mio dibattermi, mi arriva un messaggio. E la mia lealtà è ripristinata, le mie certezze rinsaldate. Il mio timore di non essere guidata svanisce, la rabbia lascia spazio alla docilità.
    images Accetterò la punizione, perché sarà giusta e prevista. Ma mi impegnerò con coraggio a combattere la paura, ad agire secondo le indicazioni ricevute; non con lo spauracchio, ma con l’obiettivo forte di evitare la punizione. Agire, non solo “provarci”.

    “Non provare. Fare, o non fare. Non c’è provare”

  • Disobbedienza

    Quando si comincia a disobbedire?
    Quando il pensiero “tanto non lo scoprirà mai, se io non glie lo dico” comincia a farsi strada nel cervello? Quando comincia ad essere allettante? Quando si comincia a considerare valida la possibilità di non dirglielo e restare impunita?
    Quando il senso dell’autorità del Padrone non è più una forza sufficiente e mantenerti salda nella tua condotta? Quando si comincia a pensare “vabbè, solo un pochino”, come se ‘un pochino’ non fosse un vero sgarro?
    Di cosa si tratta? Noia? Voglia? Sconforto? Distacco?
    Non è forse desiderio di attenzioni? Segreta convinzione di meritare una punizione dalla vita, per ignoti motivi, e quindi andarla a provocare? O capriccioso senso di venire trascurata, pestare i piedi per tirarGli la giacca?
    E’ in quel momento che chiedo un permesso e la risposta è no. E quel no è tutto quello che avevo bisogno di sentire. In me si riafferma l’autorità del Padrone, l’obbedienza; la rabbia inespressa del sentirmi trascurata sfocia nella rabbia del capriccio e subito si muta nella pacata consapevolezza che quel no è la Sua attenzione su di me. La Sua cura.
    Mi cheto e me ne torno al mio angolo, fino alla prossima volta in cui desidererò ribellarmi solo per poter sentire la Sua mano che mi tiene.

  • Toccare con mano

    Nella mia vita di tutti i giorni compio le stesse faccende quotidiane e banali che fa chiunque altro: faccio la spesa, stendo le lavatrici, passo l’aspirapolvere, eccetera. Vado in giro tranquilla.
    Quasi tranquilla.
    Ogni tanto (spesso) mi scopro con una mano tra le gambe.
    Mentre sono seduta, o in piedi; come quei bambini un po’ strani che si tirano il pistolino, che si tocchicciano un po’ mettendo in imbarazzo o divertendo gli adulti circostanti. Allungo una mano, infilo due dita nel solco delle cosce, mi accarezzo la piega chiusa delle labbra.
    Come a verificare che sia ancora lì.
    La forzata astinenza dalla masturbazione, la voglia costante che me ne deriva, anche se cerco di sedarla, di ignorarla, mi porta a toccarmi.
    Non mi masturbo, ovviamente; ma mi sento. E’ uno sfiorarmi: una manifestazione fisica, automatica ed involontaria, del mio desiderio sommerso. Se sono sola, giocattolo un po’ col piercing, con le labbra. Lei risponde subito, drizza le orecchie, fa le fusa ed è ancora più straziante doverla lasciare lì da sola, senza coccole.

  • Bau

    Venire ridotta a non poter parlare; legata e immobilizzata in una posizione scomoda; posta in un angolo a giocare con ossi di gomma, una ciotola d’acqua a fianco. Ricevere bocconi di cibo dalla mano del Padrone.
    La mia mente che non smette mai di elucubrare, immaginare, arrovellarsi, finalmente viene zittita. Cessa di pensare e inizia a sentire e basta. Inizio allora a vivere ad uno stadio molto elementare, senza più pensieri né preoccupazioni. Le mie emozioni sono amplificate; impazzisco di gioia per una carezza sulla testa.
    Anche la scomodità dei lacci, anche l’umiliazione di essere trattata come un animale e non più come una persona, contribuiscono a donarmi uno stato di pace mentale che provo di rado.
    Sono il Suo cane, e scodinzolo di felicità.

  • Potere =/= Volere

    Un tema cui ho già accennato, credo.

    Se posso fare qualcosa, basta solo che lo voglia. Quando posso, spesso è solo che mi manca sufficiente volontà per raggiungere l’obiettivo desiderato.

    Se posso fare qualcosa, non è detto che lo voglia fare. Lo trovo scritto su una maglietta in uno shop online di magliette umoristiche sul poliamore: “just because I can doesn’t mean I want to”. Mi fa sorridere, perché si intende che la persona che lo dice ha libera volontà; può rimbalzare chi ha di fronte. Il senso è: sì, potrei fare sesso con te (visto che vivo liberamente la mia sessualità) ma non voglio. Tié!
    Io, invece, non ho una simile libera volontà. L’ho rimessa al mio Padrone.
    Se posso, può voler dire che devo. Se mi viene detto che posso, può essere che sia un ordine. Può essere che questo ordine mi serva a comprendere che posso fare cose che credevo di non essere in grado di fare.

    Se voglio fare qualcosa, d’altra parte, non è detto che possa. Quando voglio, devo scontrarmi con tante variabili: fattibilità, accessibilità… soprattutto, permesso. Ho il permesso di fare ciò che voglio? Non sempre, non necessariamente.
    Perché, ancora, la mia volontà non è libera ma guidata; gestita dal mio Padrone. Posso sempre chiedere il permesso di fare ciò che desidero, ma so che Lui non mi dirà sempre sì; anzi.

    In questo recinto nel quale mi muovo, talvolta mi sento in gabbia, talvolta mi sento rassicurata. La mia voglia mi porta a mal sopportare le pastoie del non potere; la mia paura mi porta a tremare alle soglie della possibilità.
    Accolgo la frusta e le briglie con gratitudine, per essere addestrata a diventare la migliore me stessa possibile.