Cena

Servo in tavola i Loro piatti, poi il mio.
Lui lo prende e inizia a tagliuzzare il pollo in piccoli pezzetti, per poi mescolarlo col riso bianco fino a farne un pastone. Lo guardo e sorrido, mentre Lady Rheja mi prepara la cuccia a terra. Sono contenta di mangiare ai Loro piedi, non è la prima volta che succede; aspetto serena il momento in cui il Padrone poserà sul pavimento il mio piatto.
Invece, dal nulla tira fuori una grossa ciotola di metallo e ci versa dentro il cibo.
Mi cade il cuore nello stomaco e perdo il sorriso.
Non me l’aspettavo. E’ proprio una ciotola per cani, col bordo inferiore di gomma.
Mi sento estremamente umiliata, ed al contempo felice come non mai. Ho sempre voluto una ciotola, ma nessuno me l’aveva mai presa prima. Me n’ero persino comprata una da sola, anni fa, ma non era certo la stessa cosa, senza nessuno che me la facesse usare, ed è rimasta a fare la polvere.
L’umiliazione della ciotola collide con violenza col mio desiderio di essere umiliata. Com’era quel detto? “Fai attenzione a ciò che desideri…”. Per quanto possa desiderarlo, per quanto possa immaginarlo o sognarlo… l’evento reale è ben altra cosa. Non so dove guardare e forse sono rossa in faccia. Una cosa era mangiare in terra dal piatto; un’altra avere davanti una vera e propria ciotola. E’ terribile e bellissimo.
Mi inginocchio a terra col cuore in tumulto e affondo la faccia nel cibo.
Se avessi una coda, scodinzolerei.

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Allo scatto della mezzanotte

La luce viola illumina la stanza; il collare di cuoio, con il Suo nome inciso sopra, mi osserva dal divano, poco distante. A cuccia, gli ultimi istanti prima del sonno.
Emozioni, sensazioni contrastanti; un sì ponderato.
Più di tutto è forte la consapevolezza che questo nuovo inizio deve essere nuovo anche per me. Soprattutto per me. Non distribuire responsabilità ma assumermi le mie, riconoscerle.
Essere più orientata, davvero, dal profondo, al senso dell’essere schiava: fare le cose per il Suo benessere, il Suo piacere, ed in questo trovare il mio. Smettere di pretendere e iniziare a dare. Piantarla coi pensieri ossessivi, con le seghe mentali, con il voler definire financo il dettaglio più insignificante, e vivere ciò che viene. Assaporare il momento. VIVERLO.
Abbiamo sviscerato lo sviscerabile, e non dico che non fosse necessario; ma abbiamo parlato fino a non poterne più, nessuno di noi. Ora basta. Basta!
Pensa in ruolo.
Trova appagamento nello restare a terra, nel dare del lei, nel prestare servizio. Nel silenzio. Nel dover chiedere il permesso. Nell’avere messo uno smalto che piace a Lui e non a me.
Smetti di anelare al riconoscimento esplicito, al pat pat sulla testa; non farti spingere dal desiderio di compiacere, ma lascia che ti raggiunga la comprensione del Suo compiacimento.
Respiro a fondo, chiudo gli occhi. Lascio andare.

Il senso di tutto

“Ah, devo fermarmi a prendere le sigarette”
“Ne ho un pacchetto io, Padrone”

Vederlo con una sigaretta spenta tra le dita.
Porgergli un accendino.

“Prendimi la maionese in frigo”
“Ce l’ho già messa, Padrone”

In quei piccoli istanti si condensa il senso di tutto. Essere lì per Lui, essere pronta, avere imparato; anticipare i Suoi bisogni. Diventa una realtà amplificata, orientata al Suo benessere. La frustrazione più grande è non poter fare nulla per aiutarLo. Un obiettivo fondamentale da raggiungere è sapere come e quando stare fuori dai coglioni: se non si può essere d’aiuto, almeno non essere d’intralcio.
Svegliarsi prima; preparare; inginocchiarsi nel proprio angolo.
La sensazione di essere in equilibrio su una bilancia. Imparare a gestire la distribuzione del peso per portarGli perfetto ordine. Non essere troppo indipendente, ma non troppo dipendente; non presuntuosa, ma non annichilita; ricordarsi qual è il proprio posto.

Letargo

Il desiderio non è sopito, in me: è dormiente.
E’ sopravvenuta l’emergenza quotidiana, la pervasività del lavoro; eppure, io sono ancora io, anche in tutti quei lati di me che meno si accordano con la mia professionalità.
Ora nel lavoro che faccio è apprezzato, approvato e incoraggiato il mio essere ambiziosa e forte; il mio dire IO VOGLIO, IO DECIDO, IO.
Così l’essere slave, il sottomettermi, il tacere, il chinare il capo adesso mi provocano un conflitto interiore. Perché sono comunque cose che sento, che desidero. Ma le mie precezioni sono diverse ora, non “sento” più come prima l’appartenenza. Eppure basta una piccolissima cosa, sentire la Sua voce, riavvicinarmi, per far nuovamente divampare il mio bisogno di stare sotto. Allo stesso tempo, mi rendo conto di essere più recalcitrante, riottosa; meno mansueta, se mai lo sono stata davvero e non ho solo creduto di esserlo.

Un passo alla volta, senza quasi accorgermene, mi allontano.
E non spero che di sentire il guinzaglio tendersi e riportarmi a cuccia.

Punti di vista

“Il segreto della gioia è la disobbedienza” – Aleister Crowley

Leggo questa citazione e sorrido; ovviamente, considerato il soggetto che l’ha fatta, mi stupisco poco. Ma la cosa interessante è pensarla da un punto di vista bdsm. Per questo sorrido.
La disobbedienza è un brivido, un terrore; può essere uno strappo, un rompersi di una corda troppo tesa. Ma per me difficilmente una gioia. Soprattutto non il segreto stesso della gioia…
Per me le cose devono avere un ordine, una disciplina. Per quanto sia difficile da seguire, per quanto fastidiosa, dura, scomoda: ma deve esistere una regola. Senza, sono destabilizzata e persa.
Infrangere la regola non mi dà senso di libertà, né di piacere. Mi aggroviglia lo stomaco, mi rovina la giornata. A volte, la tentazione è comunque forte: per stanchezza, per fatica, per autoindulgenza o per provocazione; a volte non so nemmeno io per cosa, forse anche per cercare una punizione, per punirmi di qualche colpa inesistente provocandone una vera.
Ma non mi provoca mai gioia, né sberleffo o spregio.

Promettere è mentire

Per quanto faccia e dica, per quanto mi impegni, ancora non riesco a smettere di pestare i piedi. Una parte di me mi sussurra: non sono capricci, sono giuste richieste. Hai ben diritto anche tu. Continua a sperare, a volere, a pretendere, ad essere delusa se non ottieni, a stare male.
Mi viene allora voglia di mollare tutto, cedere, arrendermi, andarmene. Giusto perché smetta questo star male che non riesco a gestire, che non so come sopire. Che non capisco se abbia senso, se sia giusto o sbagliato.
Sopra ogni cosa vorrei una direzione, una comprensione: cosa devo fare? cosa posso fare? Cosa, per far sì che smetta di dibattermi in questo cespuglio di rovi che sono i miei desideri?
Posso dichiarare che ci proverò, che mi impegnerò; posso anche provare, impegnarmi. Ma non riesco: è più forte di me. La mia reazione è istintiva, immediata: non riesco a filtrarla, a mediarla e trasformarla in vera sottomissione, in silenzio, in quieta accettazione.
Leggo su facebook, da una schiava al Padrone: “quel poco che mi concedi è ciò che mi fa respirare”. Ecco: magari. Io non so farlo. Quel poco non mi basta, e invece so che dovrebbe, che è proprio qui il punto, il cardine vero dell’appartenenza, del rimettermi nelle Sue mani. Non con tante belle parole: davvero.
Mi rannicchio a cuccia, delusa di me; cerco ancora di capire, ed un giorno ci riuscirò.

Desiderio

Come si fa a non desiderare ciò che si desidera di più? A non tendere verso ciò cui si agogna?
Impossibile. Non smetterò mai di desiderare.
Forse, ciò che posso fare però è raggiungere una nuova consapevolezza: che desiderio è diverso da bisogno.
Il bisogno è pressante, imperativo, presuntuoso; cerca di imporsi, batte i piedi, fa di tutto per essere soddisfatto. Anche ciò che non dovrebbe, anche ciò che sa essere sbagliato.
Il desiderio, invece, è placido; o dovrebbe esserlo. Tranquillo, mellifluo, indolente: si insinua, è voluttuoso e caldo. Non pretende, ma accoglie con trasporto.
Un desiderio può diventare prepotente quando viene stravolto, quando si traveste da bisogno, quando si crede che senza che sia soddisfatto nulla possa andare bene. Quando si mette davanti a tutto il resto.
Quindi, non è desiderare che è sbagliato; lo è cercare di imporre il proprio desiderio come se fosse un bisogno. E’ il confondere le priorità, i ruoli; i doveri con le voglie.
Un desiderio feroce, sfigurato in bisogno, può travolgere e lacerare: non lascia spazio a null’altro. Oblitera e distrugge, spiana tutto il resto della vita della persona in sua funzione.
Non va bene: diventa ossessione, pericolo.
Ora il mio compito è addomesticare il mio desiderio; farlo tornare a cuccia, caldo e pronto a destarsi, ma sereno. Addolcirlo perché non si guasti nell’aspro del bisogno e farlo attendere placido. Quando sarà soddisfatto, allora, sarà davvero un piacere: mi avvolgerà e me ne lascerò avvolgere, e spanderà il suo calore d’attorno perché tutti ne possano trarre godimento. Non mi stritolerà più come ora che si crede un bisogno; non mi strozzerà più la gola facendomi piangere.