Disobbedienza

Quando si comincia a disobbedire?
Quando il pensiero “tanto non lo scoprirà mai, se io non glie lo dico” comincia a farsi strada nel cervello? Quando comincia ad essere allettante? Quando si comincia a considerare valida la possibilità di non dirglielo e restare impunita?
Quando il senso dell’autorità del Padrone non è più una forza sufficiente e mantenerti salda nella tua condotta? Quando si comincia a pensare “vabbè, solo un pochino”, come se ‘un pochino’ non fosse un vero sgarro?
Di cosa si tratta? Noia? Voglia? Sconforto? Distacco?
Non è forse desiderio di attenzioni? Segreta convinzione di meritare una punizione dalla vita, per ignoti motivi, e quindi andarla a provocare? O capriccioso senso di venire trascurata, pestare i piedi per tirarGli la giacca?
E’ in quel momento che chiedo un permesso e la risposta è no. E quel no è tutto quello che avevo bisogno di sentire. In me si riafferma l’autorità del Padrone, l’obbedienza; la rabbia inespressa del sentirmi trascurata sfocia nella rabbia del capriccio e subito si muta nella pacata consapevolezza che quel no è la Sua attenzione su di me. La Sua cura.
Mi cheto e me ne torno al mio angolo, fino alla prossima volta in cui desidererò ribellarmi solo per poter sentire la Sua mano che mi tiene.

Brat

In ginocchio, passo la spugna sul pavimento. Quando alzo gli occhi, vedo che il Padrone mi sta osservando; abbasso subito lo sguardo e frego con più solerzia. Lui ridacchia.
“Sai qual è la cosa divertente?”, chiede, rivolto a Sua moglie; “Che non ha ancora capito una cosa. Intanto, io mi diverto”
Rialzo lo sguardo. Stava parlando di me, certo; giro gli occhi attorno, sperando di cogliere un indizio di ciò che avrei dovuto capire, ma non ne ho idea. Lui sogghigna.
“Be’, ma, sa, Padrone”, esordisco, “io sono felice che lei si diverta, quindi ci metto tanto a capire”. Le parole mi escono senza che riesca a fermarle, la faccia mi si tira in un sorrisetto furbastro. Rimango stupita di me stessa.
Lui sbuffa una risata: “Ma tu guarda che faccia da culo”, ride.
Io ritorno a concentrarmi sul pavimento.
Sono stranamente euforica, non riesco a smettere di ridacchiare tra me. Mi sento una peste. Non sono mai stata una peste; o forse sì. Solo non sapevo di esserlo. Sono linguacciuta e pungente, faccio battutine sarcastiche e taglienti; mi vengono spontanee. Mi vien da sé fare la facciadaculo.
Pensavo di essere più docile, più sottomessa; invece, mentre non è in dubbio la mia indole sub, mi comporto in modo pestifero, qualche volta. In alcuni momenti mi sorgono le battutine ma mi trattengo, per decenza, conscia che non è nel mio ruolo dire certe cose – non dovrei nemmeno pensarle, forse! Ma in altri mi scappano. Poi, mi stringo nelle spalle e mi faccio piccola piccola, sperando di far ridere, di ricevere un’occhiataccia o uno sculaccione che mi facciano piacere, che mi “puniscano” tra mille virgolette per la mia sfacciataggine.

In quei momenti torno indietro alle scuole medie, quando punzecchiavo il sedere della mia compagna di banco con la punta del compasso perché si arrabbiasse, mi saltasse su e mi insultasse. Era un gioco, non c’era nessuna vera rabbia; era un primissimo, larvale, inconscio rapporto Dom/sub. Torno a quelle risate, a quelle finte botte, al suo sguardo fiammeggiante e al suo sogghigno nel potermi punire della mia provocazione.
Mi batte ancora forte il cuore.

Scappatoie

Prendo un sorso della sua.
Una radler con molta limonata.
Un assaggino dal bicchiere dell’amico.
Non è proprio una trasgressione. No? Non ho davvero davvero disobbedito. E’ un peccato veniale; una bugia a fin di bene. Suvvia.
Me la racconto tra me e me, cerco di giustificare a me stessa la mia condotta; tanto, se non lo dico, il Padrone non lo saprà mai. Anche se, in realtà, sento sempre il Suo sguardo che mi segue. Anche se non lo viene a sapere lui, lo so io, che mi comporto male, o in un modo liminale. E ci sto male. Mi sento in colpa.
Vado in cerca di una punizione, forse; perché mi sento in qualche modo indegna, ma non per il sorso di birra rubato (quando mi è vietato bere alcolici): quello è un trigger per scatenare la punizione. Mi sento da punire per qualche mia qualità intrinseca; perché sono cattiva, o brutta, o qualcosa del genere.
Eppure, me l’ha detto anche il mio Padrone: non ho nulla di cui punirmi. Non devo abbuffarmi, farmi male: non merito nessuna punizione.
Eppure, eppure: mi sento sempre che invece sì, che devo soffrire, sentirmi una cacca perché non merito di meglio. E mi rendo conto che è assurdo, che non ha senso, che non è giusto, che ho molte buone qualità (e ve le potrei enumerare senza falsa modestia), che i miei difetti non sono niente di tragico o irreparabile, eccetera eccetera… ma talvolta (spesso) è più forte di me.
Forse, fare queste mezze disobbedienze è un modo per dimostrare a me stessa che no, non sono da punire. Infatti, di rado lo sono per queste cose. E’ vero: faccio cose che non sono del tutto corrette, ovvero ho dei difetti; ma questo non vuol dire che sia sbagliata.
Di certo sono contorta però…

Serva

Questo mio rapporto attuale è decisamente diverso dal precedente, che pure è stato importante, intenso e fondamentale per me.
Quello è stato un rapporto fondato sulla crescita, l’educazione; il mio Padrone è stato un vero Mentore e mi ha permesso di conoscermi, accettarmi, arrivare ad una consapevolezza di me basilare per poter stare bene e procedere oltre.
Adesso inizio a sentirmi libera di giocare.
Come una serva che in cucina ruba una fetta di pane tagliandola sottile perché i Padroni non se ne accorgano, anche io ora rubo parole, attenzioni, gesti. Mi permetto una sfrontatezza che non mi conoscevo, ma che con evidenza si impone alla mia (e Loro) attenzione con la spontaneità che solo le attitudini innate e connaturate alla propria essenza sanno essere.
Lo faccio anche perché questo rapporto, mi pare, concede un po’ di margine al divertimento.
Il mio errore è stato considerare che dovesse essere identico al precedente, o almeno molto simile, ed ho faticato a comprendere il mio fastidio quando se ne discostava – pur essendo consapevole, o così credevo, che non potesse essere uguale.
Ma il mio Padrone SadicaMente ha scelto per sé un nome assolutamente corretto: è un sadico, non un mentore; un educatore all’inglese con in mano un paddle, non un libro. Gioca con me come il gatto col topo; non ha impostato un rapporto terribilmente serioso in cui i ruoli siano gotici, vittoriani, rigidi e paurosi. Mi educa ad essere ciò che Lui desidera, che è il meglio che io possa dare, certo: ma gioca. Con cattiveria ed intelligenza.
Ed io mi sento “autorizzata” ad essere un po’ SAM, quel famoso Smart Ass Masochist.
Sto imparando molte cose.

Bambina

Mi comporto come una bambina, che fa le cose per dispetto.
Non dico quelle davvero dispettose, fatte apposta per dare fastidio; quelle, non riesco. Non so essere abbastanza sfacciata o infantile (per fortuna) da fare i dispettucci.
Però le cose che ho da fare, le faccio con un atteggiamento di sfida, di “adesso ti faccio vedere io che lo so fare”. Anche, come se farlo fosse una cosa che darà fastidio; un “alla faccia tua”.
Invece, devo recuperare il senso di un fare per il piacere di fare; obbedire per il senso di pace che ne deriva. Smettere questo vuoto atteggiamento da capriccio che mi avvelena e tornare serena a servire.
Quello che faccio, lo faccio perché mi dà piacere farlo; o mi dà piacere il motivo per cui lo faccio. Se ammorbo questo fare con sovrastrutture false, con il pensiero che farlo non cambierà nulla, che farlo è stupido, che lo faccio perché ti faccio vedere io che lo faccio anche se in realtà non importa niente a nessuno… mi inviperisco per nulla.
Forse sono solo paure.
E’ la paura del legame, come quando faccio la gradassa e fingo che niente mi coinvolga.

Questo legame è forte; per questo ne ho così paura che cerco di sminuirlo ai miei stessi occhi. Ma nel farlo sto male e basta. Piuttosto, affronterò la paura e mi lascerò avviluppare.

Bandierine

A volte diventa un gioco a fissare bandierine. Come in quei grandi tabelloni nei film di guerra, quelle specie di risiko. Territori da conquistare.
Mi spingo un poco oltre. Ci provo. Attendo, e la passo liscia. Fisso una bandierina.
Avanzo lateralmente, provo ad aggirare. Non accade nulla. Una bandierina.
Fisso bandierine sul Padrone; conquisto pezzi di lui, domino la sua volontà. Riesco a fargli fare quello che voglio, o a non fargli fare quello che non voglio. E’ un gioco di abilità, di ingenuità, di astuzia, di provarci e trattenere il fiato e riuscirci. Mi pare di vederlo con le bandierine addosso. Posso arrivare fino lì, posso spingermi fino là: fino alla bandierina. E le bandierine sono sempre un po’ più distanti.
E poi.
E poi in una mossa sola si gira e le mie bandierine volano via. Quando tocca a lui muovere, tira le fila di una strategia che rimane invisibile ai miei occhi e le mie bandierine vengono scalzate via, una alla volta, fino all’ultima.
Le guardo cadere a terra a bocca aperta, senza capire cos’è successo. So solo che ora torreggia su di me e tutti i miei sorrisini sotto i baffi, il mio credere di essermelo rigirato, non significano più niente.
Il tempo della conquista diventa il tempo della punizione, che mi pesa sulle spalle e mi fa chinare dolorosamente il capo; ora tutto è in salita.

Tiro un sospiro di sollievo.

Provocare

Sempre ripensando al mio considerarmi una persona remissiva, mi sono tornati alla memoria ricordi delle scuole medie.
All’epoca, adoravo provocare due mie compagne di classe. Non proprio un comportamento sottomesso, ripensandoci…
Una delle due era mora e riccia, con un carattere molto forte; quando eravamo in banco insieme, non vista le pungevo il sedere col compasso. Ovviamente mi sfamava subito e mi saltava su, insultandomi e picchiandomi (in modo scherzoso, s’intende; era una specie di gioco). Penso che a lei piacesse maltrattarmi tanto quanto a me piaceva essere maltrattata.
L’altra era rossa con gli occhi verdi, e ne ero davvero innamorata. Lei odiava gli omosessuali, li considerava malati; io ci provavo esplicitamente e la toccavo, e lei mi saltava su. Infine però smisi, perché il suo respingermi mi faceva male più che divertirmi.
Anche la prima mi piaceva tanto, ma avevamo un rapporto più… Dom/sub. E la provocavo il più possibile.
Adesso, invece, non mi salta in mente di provocare per farmi malmenare. Strano; sarò cambiata, o lo faccio ma in modo più sottile? Forse, mi pare ormai un modo troppo grezzo, grossolano, di ottenere ciò che desidero. Ora, so che posso concordare queste cose, senza usare trucchetti per far fare agli altri quello che voglio che mi facciano.