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Tag: sottomessa

  • Il Padrone e la Lady

    A dicembre sarà un anno che appartengo al Padrone. E come a lui, a sua moglie, la mia Lady.

    Su facebook a volte sorrido, vedendo pagine di sub americane che scrivono post con cuoricini e catene scrivendo “Due mesi insieme, Master!”. Due mesi?!… Certo, quando un rapporto è intenso anche un giorno dura una vita.
    E questo? Anche questo mi sembra duri da una vita, o due.
    Ripensando agli inizi, alcune cose erano diversissime, ed ora mi sembrano naturali. I miei limiti altissimi che piano piano si sono abbassati, all’alzarsi della fiducia nei Loro confronti. La diffidenza della mia Lady, che mi ha raccontato di aver pensato “Che vuole questa?!” quando la prima volta ho mandato un sms di buongiorno al Padrone; ed ora ogni giorno lo mando anche a Lei.
    Il Padrone rimane un mistero, per me. Chissà cosa pensa.
    Quando sono in sessione, con Lui, volo. Il resto del tempo, in Sua presenza o meno, sono su un ottovolante. Momenti intensissimi di consapevolezza, di desiderio; poi, ogni tanto mi sale la bile; lo sconforto. Vorrei fortissimo che Lui dicesse, facesse, che mi chiamasse, che… che… non lo so. Mi sembra di non ottenere quello che vorrei. Ma cosa vorrei, non saprei dirlo.
    Pensandoci, capisco: faccio resistenza.
    Resisto alla Sua educazione. Vorrei essere educata in un certo modo, per ottenere certi risultati, che però ho deciso io. Questo è il mio problema, ciò che mi fa dibattere nella sensazione che qualcosa strida. Perché invece di cedere, di lasciarmi andare, di accogliere il Suo desiderio, la Sua guida, di diventare ciò in cui Lui mi vuole plasmare, mi focalizzo su cose che ho letto, fantasticato, vissuto in precedenza. Mi convinco che Lui dovrebbe fare questo e questo, così e così; come se ci fosse un modo giusto e Lui vi si discostasse; e quello che non arriva, o arriva diverso, lo ritengo sbagliato. Così mi incazzo. Da sola, s’intende; faccio i capriccini (chissà se si percepisce via whatsapp). Pesto i piedi, trattengo il respiro, penso “ecco, se anche adesso lui fa quello che voglio io, io non lo voglio più, ecco, così impara!”. Credo di potergli bucare il pallone.
    Invece no. Mi frega sempre. E meno male.
    Perché poi si muove, verso di me o accanto a me, al Suo ritmo, secondo la Sua decisione. Ed io d’improvviso dimentico tutte le mie idiosincrasie, le mie stronzate, i miei capricci e mi rendo conto che non desidero che seguirlo.
    Ieri ho capito: cazzo, sono top from the bottom. Cerco di fargli fare quello che voglio. Io! Io che ho sempre pensato di essere docilissima, sottomessissima! Eppure.
    Solo che, comunque, non funziona.
    Finisco una sessione col dispiacere di non essere rimasta in subspace se non per bervi periodi e lo sento dire a Lei: “Certo, perché io la riportavo di qua”.
    Allora capisco che non fa nulla a caso.
    Quando sono in sessione divento una stronza egocentrica egoista accentratrice e voglio voglio voglio; m’incazzo che la stimolazione varii o non arrivi come avrei voluto io: per godere, per andare in subspace; e nella mia miopia dò la colpa a lui. In effetti è corretto, ma per il motivo sbagliato: penso che magari non sia capace, invece lo è troppo. Lo fa apposta.
    Quando poi cedo a sentire e basta, finalmente, divento molle, smetto di avere paura e il maledetto, amato controllo mi abbandona, o meglio lo lascio andare. Allora non desidero più il subspace, o quel colpo proprio là proprio così; accetto ciò che arriva perché arriva da Lui. Non distinguo più le percezioni: credo sia Lui a stringermi un capezzolo ed invece è Lei, con pari sadismo, di cui non la credevo capace.
    Allo stesso modo, nella vita di tutti i giorni, mi dibatto in una voglia feroce e vischiosa che Lui mi dica quello che voglio sentirmi dire, quando voglio e come voglio e soffro, soffro che non accada. Invece, quando infine riesco a non restare tesa in un’attesa spasmodica, quando davvero attendo indicazioni, ricettiva, allora sono in pace. Non desidero cibo per riempire quello che mi sembra un vuoto, perché quel vuoto è già pieno dell’attesa di un ordine. E tutto ciò che arriva è un raggio di grazia.
    Così come per Lei, la mia Lady, con cui chiacchiero tanto apertamente, con tanta leggerezza, ed è una boccata d’aria fresca rispetto al rigore che avverto col Padrone. Finché non mi colpisce, con una parola od un’immagine, quando meno me l’aspetto: e rimango fremente, nell’angolo in cui mi viene ricordato che devo stare.
    In quei momenti, capisco che è esattamente così che desidero che sia: senza che lo desideri io, senza che mi sforzi per imporlo; che mi venga dato, imposto, inflitto, donato.

    Li sottovaluto.
    Contro la mia stessa volontà, mi accorgo di sottovalutarli. L’uno o l’altra soli od insieme. Me ne accorgo ogni volta che mi lasciano a bocca aperta, spesso boccheggiante, la pelle increspata, il sesso contratto. E non posso che ringraziare per la lezione costante che mi impartiscono.

  • Contrapposizione?

    Ho letto spesso e volentieri racconti, saggi, aneddoti eccetera su persone dominanti nella vita quotidiana che amano poi essere sottomesse nel gioco.
    Mi sono chiesta ieri sera: ma è davvero una contrapposizione? sono davvero due aspetti opposti che vanno a braccetto nella medesima persona?
    Nella mia personale esperienza mi sono accorta che l’aver imparato a vivere la mia indole sottomessa all’interno di un rapporto Dom/sub mi ha permesso di pari passo di diventare molto più assertiva nella vita di tutti i giorni.
    Sono entrata in contatto con i miei desideri più profondi e oscuri, e portarli alla luce mi ha resa molto più consapevole di me stessa. Questa consapevolezza aumentata mi ha portata anche a voler ottenere dagli altri riconoscimento per me stessa ed i miei desideri, le mie necessità; sono diventata più assertiva nel portare avanti i miei bisogni, invece di lasciarli calpestare. Perché, prima, non avendo modo di esprimere la mia sottomissione in un rapporto Sano, Sicuro, Consensuale, finivo per esplicarla nella quotidianità, lasciandomi maltrattare e facendomi mettere i piedi in testa – cosa verso la quale provavo sentimenti orribili di odio e disprezzo per me stessa. Avevo una bassissima opinione di me ed un’autostima inesistente; non ero in grado di alzare la testa e dire: “no, non voglio”, o “voglio questo”. Mi lasciavo schiacciare e pensavo inconsciamente non solo di meritarlo, ma che era anche proprio quello che volevo. Confondevo la sottomissione con lo zerbinaggio. Ma non sono affatto la stessa cosa.
    Divenendo realmente sottomessa ad un vero Padrone, sono diventata volitiva e forte. A volte persino troppo, tanto da chiedermi cosa mi fosse successo, dove fosse finita la mia indole docile.
    Ma un cane può essere forte ed insieme docile. Dipende con chi si confronta.
    Lavorare come segretaria richiede una notevole forza; è un lavoro in un ruolo sottomesso, sicuramente, un ruolo di servizio; ma non è e non può essere servile. Richiede una grande assunzione di responsabilità nel prendersi carico la gestione degli impegni del capo, la sua agenda, le sue scadenze. Lui è quello in carico, ma sta alla segretaria ricordargli le cose. Lei deve essere forte ed assertiva, perché il suo ruolo è di supporto, non di zerbino.*
    Allo stesso modo credo che una slave consapevole di sé sia (e debba essere) a tutti gli effetti una persona molto forte. O lo diventi, alla fine.

     

     

    *So di aver strutturato la cosa come lui=capo lei=segretaria, che può sembrare sessista, ma è perché è ciò che vivo io; ed essendo prona al maledom – sottomissione femminile ad un dominante maschile, diversa rispetto al femdom – non posso che portare avanti la mia personale esperienza, nella consapevolezza che non è né può essere assoluta.

  • Avatar

    C’è un momento, nel film Avatar di James Cameron, in cui Jake Sully, il protagonista, dice che ormai il mondo reale è quello che vive con l’avatar, piuttosto di quello in cui è sé stesso.
    Anche a me succede di sentire la stessa cosa.
    Dopo uno, due giorni passati con i Padroni, tutto è alla rovescia. Là è il mondo vero; là io sono una vera me stessa, slave 24/7, sottomessa, nuda, libera nella mia schiavitù. Senza più doveri che non siano rivolti a Loro; senza più responsabilità che non siano di soddisfarLi; usata, presa, portata ai limiti estremi della mia mente e del mio corpo.
    Davvero è un viaggio fuori di me stessa, catapultata in un mondo ostile e meraviglioso; che vuole farmi del male e che mi irradia di gioia. In cui, se seguo le sue regole, posso provare cose mai provate prima.
    Durante il viaggio di ritorno spesso mi addormento; il risveglio è un brivido, un tornare ad una realtà che per 48 ore avevo dimenticato.
    Eppure, contemporaneamente, ciò che vivo in quel modo mi dona una forza, una volontà immense per affrontare anche la quotidianità, la routine, il lavoro, l’ufficio, le pulizie, tutto. Riemergo rigenerata.
    E attendo con profonda emozione il prossimo viaggio sul mio Pandora.

  • Onirica – III

    Una settimana di densa attività dell’inconscio. Il terzo giorno consecutivo; subito prima di svegliarmi, questo.

    Sono ad una festa bdsm che è anche una sagra di paese: siamo in uno sterrato all’aperto, con le bancarelle e le panche ed i tavoli di legno. In lontananza c’è parecchia gente, che si accalca in coda per prendere il cibo servito nei piatti di plastica.
    Subito all’ingresso c’è una costruzione in muratura, sono gli spogliatoi: piccole stanze dove ci si può cambiare. Metto lì le mie cose e vado anch’io verso gli stand. Di nuovo, sono qui da sola.
    Incontro un vecchio amico Dom che non vedo da tempo e di cui non farò il nome per correttezza; alla fine è solo un’immagine generata dalla mia mente. Comincia a provarci, vuole giocare con me; io declino, tergiverso, non voglio, ma lui insiste. Mi gira attorno; mi dice qualcosa che non ricordo sul mio Padrone che mi fa sorgere dei dubbi, per invogliarmi a cedere. Io sono a disagio; ho una gran voglia di giocare ma non lo considero affidabile.
    Mi si avvicina e mi bisbiglia all’orecchio: “Vado a prendere la borsa dei giochi?”
    Io faccio un mezzo sorriso e rispondo: “Se ci vai tu, sei tu lo schiavo”, ridacchio.
    Lui domanda: “Cosa?”; non mi ha sentita.
    Faccio un gesto con la mano come per scacciarlo: “Sì sì, vai a prenderla”, dico, con un tono autoritario che mi suona falso. Lui china il capo e corre via.
    Il mio disagio aumenta. Non solo ho mezzo acconsentito a giocare con lui, ma si comporta in modo servile mettendomi in posizione dominante, e non mi ci trovo. Vado in panico e corro via, a nascondermi nello spogliatoio.
    Una volta lì mi siedo per terra, in un angolo, e col cellulare scrivo una lettera ad una rivista online per chiedere consiglio su cosa fare. Non ottengo risposta e dopo un po’ mi alzo e torno fuori, ad affrontare la situazione.
    Raggiungo uno dei tavoli e lui è lì che mi aspetta, insieme ad altri. Mi siedo e lui inizia a servirmi il cibo; io quasi mi sento male dal disagio che sento. Non lo capisco: vuol essere Dominante ma si comporta da sottomesso. Mi chiedo come ho potuto dare consenso a giocare con uno così. Non sento rispetto per lui come Dominante, non lo riconosco come tale visto che è così servile.
    Mi allontano e mando un messaggio al mio Padrone per chiedere consiglio.
    Mi risponde all’istante facendomi notare di non avergli chiesto alcun permesso per giocare con altri, e di aver chiesto aiuto prima ad una rivista che a lui.
    Mi precipita il cuore nello stomaco per l’improvvisa consapevolezza. Ha ragione, è vero. Anche ora non gli ho chiesto permesso ma solo detto che non sapevo cosa fare per sbrogliarmi dalla situazione – mentre la soluzione era lì fin dal principio: chiedergli il permesso e affidarmi alla sua decisione.

    Mi sveglio di soprassalto dieci minuti prima della sveglia con il cuore chiuso in una morsa di angoscia, lo stomaco annodato. Come ho potuto?
    Poi, per fortuna, il sogno e le sue sensazioni sfumano negli impegni della giornata. Ma li tengo a mente come monito.

  • Stillicidio

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    http://www.gogetaroomie.com/index.php?id=320

    C’è un bel webcomic che leggo e che consiglio: Go Get A Roomie; tra i vari personaggi vi è una coppia di gemelli, maschio e femmina, Richard e Ramona, rispettivamente sub e Dom. Il loro vivere il bdsm è trattato con deliziosa lievità e grande precisione: l’autrice ne sa.
    In una strip, il ragazzo attende accanto al letto di una degli altri personaggi, una ragazza letargica che sta venendo coinvolta suo malgrado dall’energia della protagonista, Roomie.
    Nel mio ricordo, avevo legato quella sua attesa pacata, senza scopo, al suo essere slave; ricordavo che dicesse che proprio per questa sua attitudine non era per lui un problema attendere indefinitamente. In realtà, ritrovata la strip, non è così, ma lo stesso da qui parto per una mia riflessione, perché è comunque significativo che la ricordassi in quei termini.
    Perché quella è una cosa che io – ancora – non riesco a fare. Attendere in quiete senza aspettative.
    Io friggo, scalpito, desidero; sollecito risposte. Mi aspetto cose e, se non arrivano per qualsivoglia motivo, o se non arrivano nei tempi sperati, resto delusa e mi deprimo.
    Lo so, lo so che avere aspettative in questo modo non è utile, ma spesso non riesco ad impedirmelo; vivo in uno stato di tensione costante e mi immalinconisco. Ogni attesa diventa così uno stillicidio – che, per quanto mi appaia inflitto da chi non mi dà risposte, rassicurazioni, è a tutti gli effetti solo opera mia.
    Se, quando, poi le cose arrivano, non sono più pronta ad accoglierle: la tensione mi rende dura, non ricettiva. Ci metto un po’ a sciogliermi e a sentire finalmente quello che accade momento per momento.

    Vorrei imparare ad essere un vaso vuoto, sereno, pronto ad essere riempito ma anche pacifico e sicuro nel suo essere, semplicemente, lì.
    Accogliere una sottomissione che sia una bonaccia del cuore, uno sciabordare lento pronto alla meravigliosa potente burrasca ma quieto nella sua attesa del vento.

  • Servizio

    Dopo nemmeno cinque ore di sonno, ripenso alla festa.
    Non ho giocato, non ho preso né un graffio né uno sculaccione; eppure, è stata davvero una magnifica serata.
    Ho obbedito ed aiutato il Padrone, e ho avuto da Lui parole di lode e carezze sulla testa. Cose che mi riempiono il cuore e mi rendono felice.
    Soprattutto, ho prestato servizio.
    Per tutta la lunghissima serata – che peraltro è volata – ho girato sui tacchi porgendo vassoi di cibo agli invitati, scivolando tra frustate, corde e cera rovente; ho osservato i convenuti godere di una festa meravigliosa e ho provato gioia di poter essere parte di tutto questo.
    Mi sono ritrovata nel seminterrato, stanca e coi piedi doloranti, a caricare l’ennesimo vassoio di tramezzini e a dirmi: sono una slave e servo; questo è ciò che sono, ciò che desidero, ciò che voglio essere. E mi sono inerpicata di nuovo per le scale di cemento immergendomi nella festa, nella musica forte, tra le mise lucide e le fruste danzanti, con un sorriso raggiante sul viso.
    È stata una festa magnifica e sono felice.

  • Il momento in cui sono la feccia della terra

    Ogni tanto mi capita quel momento.
    Non è che mi senta: in quel momento SONO una merda. Non esiste altra verità, né nessun’altra possibilità.
    E’ un periodo di sconforto assoluto che può durare qualche minuto, più spesso qualche ora, di rado qualche giorno. In quel lasso di tempo nulla di quel che faccio, dico o sono merita nulla. Peggio: non è mai valso nulla e non varrà mai nulla. Questo momento di depressione mi si presenta come un momento di verità: ecco, questo è quello che realmente sei, lo hai sempre saputo ed ora ti rivelo che è vero. Tutto ciò che hai sempre temuto è reale ed è così che deve essere. Rassegnati.

    E invece non mi rassegno mai.
    Per quanto buio sia quel pozzo, dal fondo scorgo sempre la luna, alla fine. Non ci credo mai fino in fondo, a quella voce; mi concentro a fare una cosa piccola per volta e tutto torna piano piano a posto. Oppure, mi lascio andare, e mi confido e mi affido al Padrone, smettendo finalmente di credere che farlo confermi la mia debolezza; che farlo dia fastidio visto che sono tanto merda.
    Ritorno così capace, degna; buona. A posto e pronta ad affrontare ciò che verrà.

    Non sono (più) le grandi difficoltà o il confronto anche a muso duro con qualcuno a mandarmi in crisi; sono piuttosto questi momenti in cui devo fronteggiare me stessa. In cui mi sento sola.

  • Incoerenza

    Se il mio desiderio è – come lo è – di affidarmi ad un Padrone affinché sia Lui ad assumersi la responsabilità di me, ed io possa finalmente abbandonarmi ad obbedire ed esistere  in una dimensione protetta dal mondo, allora perché spesso e volentieri cerco di fare di testa mia, taccio dettagli e provo ad arrangiarmi a fare le cose, non mettendo il mio Padrone nelle condizioni di prendersi cura di me in modo ottimale?
    Perché mi struggo per stare in un ruolo e quando ci sono mi sforzo di sfuggirvi?
    L’unica cosa che posso dire è che lo faccio con ingenuità estrema, in totale buona fede; non so in realtà quanto sia duro il compito di prendersi in carico una slave. Così, non capisco subito quanto sia sciocco che la slave stessa cerchi di sollevare parte del carico dalle spalle del Padrone. Un carico che ha voluto e accettato, di cui si vede defraudato – senza che cali nemmeno di poco il senso di responsabilità che ne deriva.
    Ad ognuno il suo ruolo; devo smettere di avere timore ed abbandonarmi totalmente. Solo allora non ci saranno inciampi, incomprensioni, equivoci. In questo percorso di crescita, sono felice di poter capire sempre più cose e migliorare – seppure attraverso errori e un po’ di (in)comprensibile incoerenza.

  • Gradassa

    Non so perche abbia dentro di me questa impellente necessità di fare la gradassa.
    Far finta di non avere bisogno di niente e di nessuno, che non m’importi se qualcosa accade o meno, se qualcuno mi considera o no. Ostentare un orgoglio vacuo.
    Mi gonfio come un rospo e cerco di convincermi che sto bene sola; mi dico: non mi tange. Rispondo ad alta voce ad immaginarie domande che non mi sono mai state poste: “chiedimi se mi interessa”.
    Nel farlo mi adombro. Divento cupa, triste. Arrabbiata. Corrucciata come una bambina che fa i capricci. No, non lo voglio il gelato, ecco.
    Mi ritrovo la fronte quasi dolorante da quanto tengo contratte le sopracciglia in un’espressione scocciata; anche se apparentemente sono tranquilla, nella mia mente ho le braccia conserte e batto i piedi per terra con ostinazione.

    Eppure sono tanto più serena quando invece ammetto a me stessa che invece sì, mi importa, eccome. Ma a volte ammettere questo interesse mi fa sentire fragile, vulnerabile. Mi sembra di rivelare una debolezza di cui altri potranno approfittarsi.
    Ebbene, se è destino soffrire perché altri si saranno approfittati di ciò che rivelo di me, così sia. Perché non voglio più fingere di essere fatta di ferro e di ghiaccio. Voglio poter dire che sì, mi dispiace che il Padrone sia distante e di sentirlo poco; sì, sento la sua mancanza; sì, ho bisogno di Lui. E sì, mi duole ammetterlo, ma alla fine è esattamente questo che volevo: appartenere. E appartenendo, non ha senso far finta che no, non sento di appartenergli.

  • Un mese, dieci giorni

    Dieci giorni senza pane, pasta, riso o altri cereali; senza dolci, birra, snack. Senza spuntini, senza merende. Solo tanta acqua e verdura, e un po’ di carne per non perdere muscolo.
    Non ho mai mangiato così poco per un periodo così lungo.
    Ma dieci giorni non sono bastati. Ce l’ho quasi fatta, ma in quel quasi c’è tutto.
    C’è il mio essere sconsiderata quando si tratta di essere precisa.
    C’è la mia eterna speranza di cavarmela, che per il mio bel faccino me la sarà fatta passare liscia; che le persone saranno comprensive quando sarò capricciosa, e che il mondo si accomoderà attorno a me.
    C’è la mia indulgenza verso me stessa; il cedere, il trovare scuse o giustificazioni; il “per stavolta”.

    Ho avuto paura; davanti alla prospettiva di un mese di punizione, sono rimasta atterrita. E in dieci giorni ho perso quasi quattro chili. Quasi.
    Avrei potuto farcela, se non avessi ripreso peso in vacanza; perché in vacanza mi è scattata l’autoindulgenza, il pensare che ce l’avrei comunque fatta, l’arroganza, la presunzione, il non pensarci e l’irresponsabilità nei confronti di me stessa. E mi sono rimasti solo dieci giorni. E non sono bastati.
    Giuro che non era mia intenzione metterlo alla prova. Stavolta sapevo che il rischio era alto. Avevo chiesto una seconda possibilità ed ho fallito. Di poco, ma ho fallito.

    Ora ho un mese davanti a me. La consapevolezza mi sale ad ondate.
    Rido e scherzo coi colleghi e mi faccio seria di colpo. Mi osservo il corpo allo specchio; corrugo la fronte e alzo i manubri. Pesto sui pedali della bici e bevo acqua, per riempire il vuoto allo stomaco. Calibro il cibo, anche ora.
    Non ho finito.
    Lui non ha finito con me.

    E glie ne sono grata.