Qualsiasi contatto è meglio di nessun contatto

Io sono una persona cui non piace essere toccata. Rifuggo la vicinanza fisica con l’umanità. Ho un forte senso dello spazio personale: se qualcuno si avvicina a meno di un metro da me inizio a sentirmi a disagio; nulla mi dà più fastidio di un abbraccio improvviso, di un grattino, di un contatto non atteso, non voluto. Mi chiudo a riccio, e sento salire gli aculei.
Io stessa quindi sono molto parca di manifestazioni fisiche di affetto o vicinanza. Se lo faccio, se abbraccio, stringo, tocco, vuol dire che davvero ci tengo, che davvero ho capito quanto sia importante questo contatto per l’altro – e per me, che tengo a questo altro da me.
Ci sono poche persone che ammetto nella mia sfera personale. Poche persone di cui apprezzo e desidero il contatto fisico. Si contano sulle dita di una mano di un operaio sfortunato.
In compenso, con il mio forte senso dello spazio personale, avverto quasi fisicamente quando una di queste persone vi entra – prima di qualsiasi contatto. Allora tutto il mio corpo ed il mio essere si tendono nell’attesa, nella speranza di quel contatto. Che, se non arriva, mi lascia spossata e triste.
Quindici secondi di mani intorno alla vita. Tre secondi di carezza sulla testa.
Qualsiasi contatto è meglio di nessun contatto. Una mano sul collo; una breve sculacciata; una tirata di capelli. Qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa. Ma quando il contatto è breve, non fa che aumentare il mio anelito ad un contatto più prolungato. Ma qualsiasi contatto, anche minimo, è pur sempre meglio di nessun contatto. Credo.
Per sentirlo vicino, presente; per sentire che gli fa la benché minima differenza che io sia lì o meno. Per sentire vicinanza, appartenenza, possesso, gioco.
Io con il mio essere così refrattaria al contatto fisico, ne vivo la necessità ad un livello così profondo da esserne a malapena consapevole.

Intensità – 14

La sveglia suona presto anche nel weekend.
Rileggo Supplement di Mari Okazaki, manga shojo ambientato in un’azienda di pubblicità. La protagonista si sveglia presto e lavora tutti i giorni fino a tardi, anche le domeniche o i giorni di festa; sfrutta i tempi morti tra le riunioni per fare dei pisolini in ufficio; ha mille cose da seguire, telefonate da fare, impegni da ricordare.
Quando l’avevo letto la prima volta, anni fa, avevo pensato che mi sarebbe piaciuto avere una vita lavorativa così intensa, faticosa ma soddisfacente. Tutta la parte propriamente shojo (gli innamoramenti, l’incapacità tutta giapponese di non riuscire a dirsi le cose tra innamorati, i palpiti eccetera) non mi interessava; ciò che mi piaceva leggere, in quel manga, era lo sforzo rivolto al lavoro, la tensione a mantenere una professionalità sempre vigile ed una femminilità elegante e precisa.
Adesso lo rileggo apposta per ritrovare il piacere di quella tensione, ora che la vivo nella realtà.
Certo, dal vivo è più faticosa che nell’esperienza surrogata della lettura. Ma dà anche vera soddisfazione, invece che lasciare con la struggente malinconia del desiderio.