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Tag: voglia

  • L’attesa e la voglia

    Man mano che il tempo passa, l’attesa si espande come un liquido. 

    Subito dopo esserci visti sono colma delle sensazioni e delle emozioni che ho provato, che ho condiviso con te, come un vaso pieno di un liquido denso. Quel vaso però è capovolto. Un poco alla volta, quindi, il liquido fuoriesce dal fondo, molto lentamente, e si allarga in modo impercettibile ma costante. Il tempo passa e quella pienezza – la pienezza di quelle specifiche sensazioni – si svuota. 

    Lo spandersi dell’attesa di venire di nuovo riempita è piacevole e malinconico, o talvolta un po’ triste. Se avviene troppo bruscamente vado in drop. Ma se avviene con calma, con gradualità, a volte quasi non mi accorgo di essermi svuotata, e di avere un profondo bisogno di stare ancora con te. Me ne rendo conto a volte d’improvviso, perché quello spandersi diventa un’ondata di voglia che sommerge il resto del quotidiano. Un pensiero improvviso, ma anche una sensazione fisica, una contrazione: mi tiro a sedere, di colpo all’erta, ricettiva. Ascolto la voglia che si diffonde, calda, dentro di me; mi cullo in quel desiderio. 

    Allora il vaso mi appare troppo vuoto, e l’attesa troppo lunga. 

    Eppure se non ci fosse l’attesa forse non ci sarebbe la voglia, e la voglia si scalda e si scioglie nella densità dell’attesa. 

    Attendo con un senso di calma, serena nel calore che provo, senza fretta, perché so che vale di più il momento atteso, il momento giusto, in cui quel vaso potrà riempirsi nel modo migliore senza rischiare di rovesciarsi.

  • Cooldown pt.3

    Quando arrivi vengo a prenderti (esci, entra, drink card…) e ceniamo in camper con gnocco fritto e prosciutto crudo che ti ha dato lei, strepitoso! Le sono grata per questo pensiero. Amo l’Emilia e tutto ciò che qui si trova.


    Rientriamo per la serata e per prima cosa vado a farmi una doccia perché mi sento ricoperta da una patina viscida di sudore, e invece voglio sentirmi bella e pulita.

    Giriamo e la gente è ancora in quella fase di trasferimento: gente con l’asciugamano in vita che cammina verso i bungalow, gente in dress nero e lucido che torna dai bungalow. Persone ancora sedute al tavolo della cena che finiscono il cibo e le chiacchiere, altre che si avvicinano alle strutture per decidere da dove iniziare. Mani che scorrono sui corpi, sguardi che corrono intorno. C’è l’aria di poco prima della festa: tutti sorridono, tutti sono emozionati, si sente l’elettricità nell’aria e qualcuno già gioca.

    Ti siedi sul trono che abbiamo occhieggiato ridacchiando per tutto il giorno e mi inginocchio accanto a te, sul comodo (sul serio! è imbottito) inginocchiatoio che c’è lì di fianco. Anche io sorrido, tu fumi, siamo tranquilli. Respiro l’aria serena e fresca della sera e mi godo il momento.

    Poi iniziamo.

    Mi chiudi nella gogna e cominci con le mani. È un contatto che mi porta immediatamente nel mio mondo.
    Sento l’impatto tagliente e ampio di quello che mi sembra un gatto a nove code. Una parte della mia mente passa in rassegna l’inventario dei tuoi strumenti per capire cos’è, ma ben presto viene zittita dall’impatto stesso. È pungente e lo stesso tempo pesante; strillo, mi agito e al contempo non voglio che smetti. Vieni a controllare come sto, me ne dai ancora, poi un altro po’, poi mi liberi.
    Barcollo. La mia testa galleggia in mezzo alle nuvole e mi sento un sorriso ebete stampato in faccia.

    Non capisco se per te abbiamo finito, ma io ho ancora accesa la fiamma e desidero di più. Magari sei stanco. Magari non vuoi. Un’altra volta non avrei mai chiesto; con altri non avrei mai osato. Ma mi hai cresciuta diversa. Mi appropinquo a te e ti indico la cavallina cicciona che c’è un po’ più in là e tu sogghigni e capisci e accogli la mia sfacciataggine e mi ci porti.
    Mi colpisci ancora con la Dragon che taglia e punge e sento che mi segna. Mi inarco e mi aggrappo e mi faccio trascinare via. Mi porti all’orgasmo e godo quando di nuovo mi colpisci con le mani.

    Decidi tu quando è ora di smettere, per fortuna, perché io non smetterei più.

    Mi porti in giro appesa ad un filo, mi sento un palloncino che aleggia a mezz’aria, non un pensiero mi tocca. Andiamo a prendere da bere e offro io, finalmente usando quella drink card che ho continuato a lasciare e riprendere all’ingresso.

    Ci sediamo e sorseggiamo il mojito e capisco che è il momento dei saluti, davvero stavolta. Parliamo un po’ di cose leggere, sospiriamo e ti riaccompagno ancora una volta alla tua auto. Ti guardo andare via e sono soverchiata dalle emozioni che provo, sia belle che struggenti. Sto ancora galleggiando.
    In queste poche ore è passato un altro intero giorno, o forse un mese.


    Sono ancora troppo su di giri per lasciare finire la serata; torno ancora dentro, per scoprire quanti giorni può durare una notte.

    [continua]

  • Cooldown pt.1

    Finito il Kinksters, sono finita anche io. Ho messo giorni a riprendermi, a tornare alla noiosa normalità, a recuperare un ritmo sonno-veglia adatto alla quotidianità. Incredibile come mi adatti immediatamente agli orari notturni e dilatati del party: è come un jet lag ma nella direzione giusta, o forse è solo merito dell’eccitazione, della gioia, del desiderio di stare bene e rilassarsi e divertirsi e staccare finalmente da questo distacco forzato dalla pandemia. Il jet lag di ritorno non è altrettanto agevole. Ma pazienza. Ripenso a tutto e tutto fluisce di nuovo attraverso di me. 


    Quando parto il venerdì sera dopo il lavoro sono tutta tesa per partire, nervosa per il ritardo e il caldo, preoccupata di dimenticare qualcosa. E con tutta la tensione dell’aspettativa e del “dover fare bene” che sempre mi si attiva in una situazione nuova: ci sarà anche lei (l’altra). Penso che tutto inizierà quando sarò là, che adesso è solo teso intermezzo, invece no: mi chiami mentre sto guidando e parliamo, e anche il viaggio diventa (com’è giusto) parte del percorso. Mi aiuti ad elucubrare nella giusta direzione e i miei pensieri prima sconnessi si allineano; ci saranno molte emozioni in ballo ma ci promettiamo di non essere bravi, di comunicare, invece di fare finta che va tutto bene per non rovinare la festa (cosa che poi è proprio quella che rovina la festa). 

    Quando arrivo tu sei già lì; entriamo, facciamo un giro, incontriamo le prime persone, mangiamo del cibo, parliamo ancora, respiriamo il tramonto e poi usciamo perché tu vai a prendere lei. 

    In camper mi trascini a te; mi fai bagnare e mi chiudi i piercing che ho là sotto con un lucchetto, per farmi sentire l’attesa. 

    Nel tempo che passa preparo i letti nel camper: tre, uno per ciascuno di noi, per la massima equità. Poi rientro, faccio un giro, delle chiacchiere; quando è ora esco di nuovo per venirvi incontro al camper. 

    Per uscire lascio di nuovo la drink card e i ragazzi del locale iniziano a guardarmi perplessi. Diventerà una cosa comica, con me che esco e rientro mille volte in questi tre giorni, avanti e indietro, accompagno/vado a riprendere, lascia la drink card/recupera la drink card, fino a farmi chiamare “la tassista del Kinksters”, cosa che mi farà molto ridere. 

    Ci troviamo in camper e siamo tutti piuttosto tesi. Fa freddo, la pioggia dei giorni scorsi ha rinfrescato moltissimo e non me l’aspettavo, non ho niente da mettermi intorno. Lei mi offre il suo cardigan e dopo un attimo di tentennamento (devo essere brava, devo arrangiarmi) accetto con gratitudine. 

    Rientriamo. 

    E’ già l’una e mezza passata, venerdì sera, non ci sono moltissime persone ma l’aria è lo stesso magica: le luci soffuse, l’acqua, i bambù appesi, tu che ci guidi. 

    Andiamo da Gram a fare fire play ed è un’esperienza forte e insieme un momento stranissimo (che merita un post a parte). E’ bello essere lì insieme. Proviamo una cosa nuova per entrambe. Iniziamo davvero a rilassarci, ascoltando le sensazioni del corpo. Osservo le reazioni del suo ed empatizzo: mi affascina, mi calmo. Ci tieni la mano. Siamo ancora sul chi vive e valutiamo chi fa cosa (di più?), chi reagisce come (meglio? chi è più brava??), ma è come un sordo fastidioso rumorino di sottofondo che riusciamo ad ignorare. 

    Andate nella piscina calda e io vi aspetto fuori perché ho ancora i punti sulla gamba dove ho tolto un neo la settimana scorsa, non posso immergermi. Però mi piace essere a servizio: procuro i teli per asciugarvi quando uscirete. Quando torno vi vedo così vicini, così intimi: lo so ma è un tuffo al cuore. Ho paura di disturbare, di essere di troppo. Mi vedi e mi fai cenno di avvicinarmi e vengo ad accucciarmi lì. Ci tocchi, poi qualcosa per me suona una nota stonata e il cuore mi salta in gola. Non so cosa sia ma tu capisci e ci fermiamo. Vi porto gli asciugamani e andiamo a prendere una piadina al baracchino in fondo al prato. 

    In quel momento, contro la me stessa che mi strilla nella testa di essere brava, non dare problemi, fai la brava, comportati bene, sii contenta, sii una brava schiava, riesco invece ad esprimerti il mio malessere e c’è un lungo senso di sospensione: come quando la musica si ferma e poi ti rendi conto che non si è realmente fermata, che i bassi stanno ancora vibrando, sotto, ma sono una vibrazione che sostiene mentre tutti gli altri strumenti prendono fiato. Ecco: prendiamo fiato. 

    Mangiamo la piadina e le patatine, poi usciamo. Siamo stanchi morti, affaticati, tiriamo una tensione invisibile ma palpabile, di cui siamo consapevoli ma cui danziamo intorno cercando di scioglierla senza trovarne il capo. 

    Una volta in camper ci stendiamo tutti e tre insieme su un letto, stretti, abbracciati, in un calore che accolgo con gratitudine dopo il freddo umido dell’esterno. Ci rigiriamo. Io e lei forse cerchiamo di toccare solo te che sei in mezzo e non toccarci tra noi perché non sappiamo come fare, cosa fare, e nemmeno se lo vogliamo fare. 

    Poi, d’improvviso, spenta la luce, quella matassa di tensione che ci girava tra le mani si scioglie da sé: un groviglio che si dipana maneggiandolo, senza capire bene come abbiamo fatto. Restano dei nodi, ma è normale. Li accettiamo. La melodia fluisce. 

    Ci addormentiamo esausti alle 6.30 del mattino. 


    [continua] 

  • Il denial al tempo del coronavirus

    Che è un periodo strano, questo, qualcuno l’ha già detto? Tutte quelle frasi fatte (“se me l’avessero detto due mesi fa non ci avrei creduto”…) le ho dette tutte. Non si può non dirle: sono vere. E’ davvero tutto strano.
    In tutto questo, io sono in denial.

    Ero contenta di esserlo: il controllo mi fa stare bene. Poi: il lockdown.
    Ricordo soprattutto lo sconcerto, il rendersi conto che non è solo la mia ansia, non sono io paranoica o ipocondriaca, no no: è tutto vero. Il virus c’è, è pericoloso, è un casino, bisogna restare chiusi in casa. Distanti.

    La prima reazione del mio corpo è stata andare in risparmio energetico.
    Quando mi hanno impedito lo smart working che pure stavo già facendo e mi hanno messa in cassa integrazione, ancora di più: senza scopo, senza cose da fare, senza poter uscire.
    Mi sono spenta, chiusa. Risparmio energetico. Ho iniziato a restare in tuta; a dormire moltissimo ma male, con incubi, senza riposo, quando mi svegliavo ero più stanca di prima. Soprattutto: non provavo desiderio.

    Il denial è così diventato una condizione standard, era quasi (arrivo a dire) superfluo. L’ansia, la tensione, l’inedia: se non ho voglie, non ne soffro la mancanza. Ma se non soffro, che gusto c’è?

    Per un po’ è andata così. Malinconicamente.
    Ammetto: mi sono un po’ abbruttita. Ho avuto bisogno di toccare un qualche tipo di fondo, per poter risalire. Una mattina, ho deciso di mettermi i jeans, invece, e rimettermi il reggiseno.

    Ho così scoperto che i jeans che mi stavano stretti ora mi stanno giusti. Pure un po’ larghi.

    Ho fatto pace col mio corpo e ho scoperto che era ancora lì. Che era ancora tutto lì: subito sotto la superficie. Sotto la tuta, sotto i calzettoni, sotto la noia. Il desiderio, la voglia, il tendersi del corpo che anela al piacere e non lo può avere. C’era tutto. Anzi: non vedeva l’ora di riemergere.
    Ho avuto bisogno di questo chiudermi; sono andata in lockdown anche io. Per risparmiare energie, forse, capire come volevo impiegarle. Come fare a reindirizzarle in questa distanza forzata dal mio Padrone.

    E’ stato, forse, un lungo sub-drop.

    E poi… leggendo alcuni particolari messaggi, ascoltando la tua voce, ricordando certi toni, e molte altre cose, ho ripreso ad avere voglia. Ho ripreso a soffrire il denial, il contrarsi della mia carne che vuole essere toccata e non può, il desiderio di un orgasmo negato.

    E sono così grata a questa sofferenza, così grata. Così grata che me la infliggi. Perché di nuovo sento.

  • Vacanze al mare

    Cervia, settembre. Spiaggia, sole e vento forte.

    Quando sono in spiaggia con il vento, di colpo sono di nuovo quella bambina di 12 anni in vacanza al mare coi genitori; quella che, nel torpore indotto dal sole, sotto la carezza del vento, immaginava situazioni e storie erotiche se non proprio pornografiche, con indizi di un bdsm che ancora non aveva un nome, e si bagnava fino ad avere il costumino fradicio.

    La sensazione del vento che mi batte sulla pelle è come essere accarezzata con forza da grandi mani maschili. Mi sento toccata, afferrata e massaggiata tutta, tutta insieme.
    Allora mi sorgono immagini, fantasie e ricordi, che mi fanno avere altri brividi, più profondi ed intimi, oltre a quelli del vento che mi increspa la pelle.

    Sono sempre stata fisica, vogliosa, affamata; ma mi hanno insegnato che era sbagliato e sporco. Ed io di questa sensazione di sporco ho fatto ulteriore fisicità, diventando masochista e sottomessa, amante dell’umiliazione e della vergogna come viatico di eccitazione.

    Amo il vento forte, il getto violento dell’acqua, l’impatto delle fruste, le carezze a mano piena che mi stringono la carne.
    Amo il tocco deciso di chi si appropria di me.

  • Io ho troppa fame

    Ho troppa fame
    troppi desideri
    e questi desideri mi
    s c a v a n o
    dentro
    mi consumano
    Se non vengono soddisfatti
    mi mangiano
    pezzo a pezzo
    e io mangio tutto il cibo che trovo
    per riempire questo vuoto dentro di me
    il vuoto della caverna
    scavata dal mio desiderare insoddisfatto

    Ci provo
    Ci provo a non farmi aspettative
    a divenire ricettiva, pacata
    ad attendere ciò che verrà senza proiettarmi in avanti
    Giuro che ci provo
    ma è più forte di me
    Anelo
    mi getto sul banchetto coi denti snudati, avida
    sbavando
    una leonessa fuori controllo
    Voglio, voglio, VOGLIO

    E più voglio
    meno ottengo.
    La mia soddisfazione si allontana sempre più dalla mia portata
    L’albero ritrae i suoi rami
    e ride della mia fame

    O imparo davvero, dolore dopo dolore, insoddisfazione dopo insoddisfazione, a sopire questo mio desiderare incontrollato, vorace, a lasciarlo a cuccia, oppure impazzirò.
    Ma ogni volta che ottengo, invece, ciò che desidero, ogni volta che mi viene concesso, la FAME si risveglia rinnovata, feroce, insaziabile, crudele; e non smetterei più.
    Torna a dominarmi, incontrastata, la Voglia.