Il denial al tempo del coronavirus

Che è un periodo strano, questo, qualcuno l’ha già detto? Tutte quelle frasi fatte (“se me l’avessero detto due mesi fa non ci avrei creduto”…) le ho dette tutte. Non si può non dirle: sono vere. E’ davvero tutto strano.
In tutto questo, io sono in denial.

Ero contenta di esserlo: il controllo mi fa stare bene. Poi: il lockdown.
Ricordo soprattutto lo sconcerto, il rendersi conto che non è solo la mia ansia, non sono io paranoica o ipocondriaca, no no: è tutto vero. Il virus c’è, è pericoloso, è un casino, bisogna restare chiusi in casa. Distanti.

La prima reazione del mio corpo è stata andare in risparmio energetico.
Quando mi hanno impedito lo smart working che pure stavo già facendo e mi hanno messa in cassa integrazione, ancora di più: senza scopo, senza cose da fare, senza poter uscire.
Mi sono spenta, chiusa. Risparmio energetico. Ho iniziato a restare in tuta; a dormire moltissimo ma male, con incubi, senza riposo, quando mi svegliavo ero più stanca di prima. Soprattutto: non provavo desiderio.

Il denial è così diventato una condizione standard, era quasi (arrivo a dire) superfluo. L’ansia, la tensione, l’inedia: se non ho voglie, non ne soffro la mancanza. Ma se non soffro, che gusto c’è?

Per un po’ è andata così. Malinconicamente.
Ammetto: mi sono un po’ abbruttita. Ho avuto bisogno di toccare un qualche tipo di fondo, per poter risalire. Una mattina, ho deciso di mettermi i jeans, invece, e rimettermi il reggiseno.

Ho così scoperto che i jeans che mi stavano stretti ora mi stanno giusti. Pure un po’ larghi.

Ho fatto pace col mio corpo e ho scoperto che era ancora lì. Che era ancora tutto lì: subito sotto la superficie. Sotto la tuta, sotto i calzettoni, sotto la noia. Il desiderio, la voglia, il tendersi del corpo che anela al piacere e non lo può avere. C’era tutto. Anzi: non vedeva l’ora di riemergere.
Ho avuto bisogno di questo chiudermi; sono andata in lockdown anche io. Per risparmiare energie, forse, capire come volevo impiegarle. Come fare a reindirizzarle in questa distanza forzata dal mio Padrone.

E’ stato, forse, un lungo sub-drop.

E poi… leggendo alcuni particolari messaggi, ascoltando la tua voce, ricordando certi toni, e molte altre cose, ho ripreso ad avere voglia. Ho ripreso a soffrire il denial, il contrarsi della mia carne che vuole essere toccata e non può, il desiderio di un orgasmo negato.

E sono così grata a questa sofferenza, così grata. Così grata che me la infliggi. Perché di nuovo sento.

Vacanze al mare

Cervia, settembre. Spiaggia, sole e vento forte.

Quando sono in spiaggia con il vento, di colpo sono di nuovo quella bambina di 12 anni in vacanza al mare coi genitori; quella che, nel torpore indotto dal sole, sotto la carezza del vento, immaginava situazioni e storie erotiche se non proprio pornografiche, con indizi di un bdsm che ancora non aveva un nome, e si bagnava fino ad avere il costumino fradicio.

La sensazione del vento che mi batte sulla pelle è come essere accarezzata con forza da grandi mani maschili. Mi sento toccata, afferrata e massaggiata tutta, tutta insieme.
Allora mi sorgono immagini, fantasie e ricordi, che mi fanno avere altri brividi, più profondi ed intimi, oltre a quelli del vento che mi increspa la pelle.

Sono sempre stata fisica, vogliosa, affamata; ma mi hanno insegnato che era sbagliato e sporco. Ed io di questa sensazione di sporco ho fatto ulteriore fisicità, diventando masochista e sottomessa, amante dell’umiliazione e della vergogna come viatico di eccitazione.

Amo il vento forte, il getto violento dell’acqua, l’impatto delle fruste, le carezze a mano piena che mi stringono la carne.
Amo il tocco deciso di chi si appropria di me.

Io ho troppa fame

Ho troppa fame
troppi desideri
e questi desideri mi
s c a v a n o
dentro
mi consumano
Se non vengono soddisfatti
mi mangiano
pezzo a pezzo
e io mangio tutto il cibo che trovo
per riempire questo vuoto dentro di me
il vuoto della caverna
scavata dal mio desiderare insoddisfatto

Ci provo
Ci provo a non farmi aspettative
a divenire ricettiva, pacata
ad attendere ciò che verrà senza proiettarmi in avanti
Giuro che ci provo
ma è più forte di me
Anelo
mi getto sul banchetto coi denti snudati, avida
sbavando
una leonessa fuori controllo
Voglio, voglio, VOGLIO

E più voglio
meno ottengo.
La mia soddisfazione si allontana sempre più dalla mia portata
L’albero ritrae i suoi rami
e ride della mia fame

O imparo davvero, dolore dopo dolore, insoddisfazione dopo insoddisfazione, a sopire questo mio desiderare incontrollato, vorace, a lasciarlo a cuccia, oppure impazzirò.
Ma ogni volta che ottengo, invece, ciò che desidero, ogni volta che mi viene concesso, la FAME si risveglia rinnovata, feroce, insaziabile, crudele; e non smetterei più.
Torna a dominarmi, incontrastata, la Voglia.