subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • Non ne ho più

    Sono stata vulnerabile e mi è piaciuto indulgere nella mia vulnerabilità. Sono stata quella più piccola, più debole, quella che si affidava, quella felice di lasciare decidere qualcun altro. Sono stata timorosa ma felice di seguire chi mi diceva di sapere cosa fosse meglio, chi mi ordinava cosa fare, felice di fidarmi della loro guida. Felice di lasciare andare la responsabilità.

    Adesso non ne ho più.

    Non ho più quella fiducia cieca né quel desiderio di affidarmi ciecamente.
    Non ho più piacere a essere vulnerabile.
    Non sono più attratta da pratiche che una volta mi attivavano emotivamente in modo molto profondo. Non sono più disponibile all’umiliazione né alla vergogna.
    Non ho più sottomissione da dare. Posso stare sotto, e mi piace, ma non sottomettermi.

    Sono anche in lutto per tutto questo. Mi dispiace non averne più. Mi manca riuscire ad abbandonarmi ad emozioni così intense; ho nostalgia di quelle sensazioni, della mia capacità di lasciarmi andare, di farmi fare tali e tante cose forti e feroci, fisiche ma soprattutto mentali. Mi manca potermi liberare della responsabilità.

    Ma non ne ho più. Non ne ho proprio più.

    Potrei dare la colpa di questo a qualcun altro, a esperienze passate che mi hanno fatto perdere fiducia, o cose del genere. In realtà, posso solo dare il merito di questo a me stessa, a come sono cambiata, a come affronto ora le difficoltà, il lavoro, gli impegni, l’essere adulta, consapevole e responsabile di me.

    Non sto rinnegando nulla. Ma sono diversa ora.
    Diventa necessariamente diverso il mio vivere il BDSM.

  • Flashback: DeSade

    E’ ormai già metà febbraio ed è un pezzo che non vado a nessun evento e che non faccio BDSM. Forse addirittura dal Regina Nera di Natale. Sono concentrata su altro, ad allineare altri aspetti di me e della mia vita. Ma sono contenta di uscire, stasera, ritornare nell’ambiente.

    Per la serata decido all’ultimo momento di mettermi in tenuta da cane, con la maschera e le moppine che mi chiudono le mani.

    In questa tenuta, dal momento che indosso il cappuccio, che divento altro da me, che divento cane, mi sento invincibile.

    Non ho più paure, non ho più ansie; smetto di sentirmi grassa, o brutta, o inadeguata, o qualsiasi altra cosa negativa che possa essermi detta nei momenti più faticosi della mia vita quotidiana. Niente più responsabilità, niente più doveri: sono solo un cane. In questo ristretto orizzonte, dietro la mia maschera, in questo locale, non ho più nulla di cui preoccuparmi. Sono potente e bellissima.

    Succede di nuovo che le persone che conosco mi salutano perplesse, presentandosi come se non mi avessero mai vista, e rido. Mi diverte molto non essere riconosciuta, essere così tanto diversa. La maschera oblitera la mia identità ed è solo divertente, non c’è umiliazione, non c’è disumanizzazione: è un gioco. Sono felice e mi diverto. Quando mi rivelo tutti si divertono con me.

    Il locale è bello, ben attrezzato, i kinksters numerosi, gioiosi, amichevoli; è un luogo accogliente. C’è un ragazzo che ha anche lui una maschera da cane e ci salutiamo come se ci conscessimo.

    Giochiamo e l’impact è forte e avvolgente come solo il dolore donato sa essere. Mi tengo la maschera e resto nuda a ricevere i colpi. Il cappuccio di gomma ovatta i suoni, mi tiene dentro di me e al contempo mi fa uscire, espone quella parte di me che vive qui, in questo luogo segreto.

    Cammino a terra a quattro zampe per il locale e sono così orgogliosa di essere chi sono.

  • Flashback: Regina Nera

    Il Regina Nera del 23 dicembre è una discoteca gigante piena di gente in un tiro fetish strepitoso che balla, chiacchiera, osserva e fa BDSM. La musica è alta e intensa, ad ogni divanetto c’è qualcuno steso sotto i tacchi di chi è seduta, tuttə sorridono e urlano per farsi sentire – o perché ricevono qualche colpo.

    Io e te ci appartiamo nel dungeon sotterraneo che è più tranquillo, più raccolto, lontano dalla folla. Io non mi sento di stare al centro dell’attenzione.

    Non sto bene, in realtà: sono stressata dal lavoro, senza ferie, e ho la cistite. Ma lo sai, te ne ho parlato. Prendo un buscopan per sicurezza per sostenere la serata. Sono qui lo stesso perché non volevo tirarmi indietro ancora: è vero che sono stanca ma ho bisogno di staccare, di uscire. Non so se riesco a giocare, però: ti avviso e tu sei accogliente e tranquillo, nessuna pressione. Mi rilasso.

    Mi proponi: potremmo provare quella sessione di solo cane di cui avevamo parlato. Io tentenno un attimo e poi accetto. E’ una vita che vorrei farla (in passato, quando lo chiesi, mi venne negato, non ritenendomi in grado di reggerla – e forse era vero, perché quella mano era molto più feroce e segni come quelli non li ho avuti più, ed erano pochi colpi) e così, nel piccolo dungeon in penombra, mi piego sulla struttura e mi offro ai numerosi cane che possiedi: più spessi, più sottili, più rigidi, più flessibili.

    Ed ecco che piango.

    E’ un pianto liberatorio, felice: mi svuoto finalmente di tutta la tensione accumulata. Il dolore abbatte le mie barriere e mi accompagna in me, i pensieri scorrono insieme alle sensazioni e alle emozioni.

    Sono bella, penso; non è vero che sia sbagliata: sono preziosa ed empatica e sono stata desiderata per questo, per ciò che sono in grado di dare. Si sono abbeverati di me e mi sono lasciata prosciugare.

    Piango nella compassione di me. Piango nella liberazione dal peso della colpa di tutto ciò che non è andato bene nelle relazioni passate. So che è una catarsi temporanea, che poi la fatica tornerà a piegarmi le spalle, domani. Ma adesso, stasera, posso lasciare andare.

  • Nuovo anno

    Gennaio è arrivato ed è anche passato; anzi, tra poco sarà passato anche febbraio.

    Io sono cambiata, e forse il cambiamento più grande è che non mi sto più opponendo a questo cambiamento ma lo sto seguendo, incanalando, cercando di capirlo.

    Fare BDSM è sempre liberatorio e rilassante ed è incredibile come il mio corpo reagisca e si abbandoni alle pratiche come fosse un’immersione in un bagno caldo. La cosa differente è che adesso la sensazione che provo è che fare BDSM sia appunto un fare e non un sentire.

    Sento il dolore, certo, e il piacere. Ma un tempo quello che sentivo con più forza erano le emozioni, la liberazione emotiva, l’abbandono di me, del mio sé individuale. Emozioni che poi persistevano per giorni e mi lasciavano a galleggiare per un tempo che pareva infinito. Il BDSM era il mio rifugio in cui indulgere nei miei meccanismi disfunzionali in un modo sicuro, sano, consensuale.

    Eppure alla fine si è rivelato meno sano e meno sicuro di quanto pensassi.

    Così vivo il BDSM con meno ferocia, direi. Non è più ASSOLUTO e TOTALE per essere valido. Era un assoluto che mi annichiliva – ed ero felice di annichilirmi, ma era così difficile tornarne fuori, dopo.

    Il punto chiave è che so di non potermi più fidare dei miei desideri, che mi porterebbero a quell’annichilimento. Non posso fidarmi. Quindi non mi affido più.

    Vivo le pratiche con la gioia e il trasporto immediati della condivisione serena, senza sovrastrutture, senza legami. In tutto questo, spero di non essere io a ferire qualcun altro.

  • Buon Natale

    E buona fine e buon inizio.

    Ci vediamo l’anno prossimo, con calma. Riposo un po’, mi è necessario.

  • Compassione

    Una parte difficile nel mio cambiamento è restare compassionevole nei confronti della me stessa che ero prima.

    Accettare che una volta io sia stata una persona diversa: più ingenua, più tossica anche, meno consapevole, che ha fatto scelte che ora non farei più. E accettare che sia sempre stata io, anche se non lo sono più; guardare a quella precedente versione di me non con rabbia o con disprezzo ma con compassione; fino a comprendere che non devo disconoscere completamente la me stessa di un tempo per poter essere la me stessa di adesso.

    Ascoltare ciò che quella me mi racconta: la sua storia, le sue esperienze, i suoi sentimenti. Non per cancellarli o nasconderli, e nemmeno per idealizzarli o giustificarli, ma per imparare da essi.

    Se cancello le mie tracce sarò condannata a ripercorrere gli stessi sentieri.

  • Joystick

    Il locale è ruvido e industriale; mi ricorda il Kindergarten. Ci sono le strutture, ci sono gli strumenti, ci sono i dress: tutti in nero (quasi tutti) con lampi di rosso. C’è un coniglietto e una coppia di ragazzi che si cambia tre volte nel corso della serata. C’è il bar, c’è la musica (ed è ottima), c’è il consenso sostenuto, promosso, entusiasta. Ci sono persino i dolci. C’è il gioco, tanto, costante, dappertutto, gioioso, condiviso, donato, fatto e ammirato.

    Ma soprattutto ci sono le persone. È dall’interazione con le persone che cresco, imparo, evolvo; con il confronto, le risate, la conoscenza. Sono le persone che fanno questa serata, al di là e al di sopra di qualsiasi altra cosa.

  • Gote

    Mi leghi le braccia e forse non mi rendo conto di quanto sia in effetti comoda questa legatura: mi sembra buona, compatta; allenti la tensione della seconda corda e la recuperi stringendo i kanuki. Mi pare tutto regolare – eppure non so quanto mi sbaglio.

    Ti sento borbottare e chiamare Kirigami per chiedergli consiglio: ti resta troppo poca corda per chiudere, eppure non dovrebbe essere così.

    Lui ti guarda dall’alto della sua esperienza: ma certo, ti dice, è troppo lasso.
    Si china su di me (sul gote), mi chiede se può fare lui e, ottenuto il consenso, procede a stringere i kanuki così tanto che mi leva il respiro.

    Poco prima aveva detto: il bondage è quella pratica che inizia quando non ne puoi più. Questa frase ora mi riecheggia in testa come un comando, una prescrizione.

    Proseguiamo nella legatura ma sento le mani formicolare, i gomiti pizzicare. Il gote è stretto in un modo strano. Cerco di resistere per essere all’altezza di questo bondage così duro, ma al contempo qualcosa in me si oppone, non vuole: perché competere? perché forzarmi in uno stato disagevole solo per non sentirmi di non essere brava? So che questa parte di me ha ragione. Alzo la testa, richiamo la tua attenzione e ti chiedo di sciogliermi, non mi sento bene così. Tu non hai nessuna esitazione e sciogli le corde.

    Una volta libera mi stiro, recupero sensibilità e anche tranquillità. Mi sento accolta, non giudicata. Kirigami stesso torna e conferma che è importante andare con calma, col proprio passo.

    Allora ti guardo e dico: riproviamo.

    Mi siedo in seiza e accolgo il gote che mi stringi addosso. Stavolta è stretto, davvero stretto, sin dall’inizio. Ti avanza corda, addirittura. Fai un giro in più dietro con la prima, con la seconda arrivi largo per chiudere tutto. La respirazione cambia, mi sento costretta ma non più in senso negativo. Questa costrizione è dolorosa e scomoda ma non disagevole; non arriva da un desiderio di “fare bene” ma da un ascolto di me, di te, delle corde.

    Questo gote è perfetto.

  • Futomomo

    Sveglia presto, autostrada, tutto il giorno da un cliente a Brescia. Piove, non forte ma costante. Finito il lavoro, mi aspetta un’altra ora di autostrada con un traffico terrificante fino a Milano. La pioggia disintegra una viabilità già congestionata.

    Sono stanca, sono bollita, sto pensando a perché non funziona una query. Eppure quando mi chiami per avvisarmi che hai avuto forse un contatto con una persona positiva (ritorni di avvenimenti che speravamo passati) non penso che sia la scusa perfetta per dire che allora non vengo e andare a casa a riposare: certo che vengo al corso di futomomo da Kirigami, ci vediamo a Milano tra un’ora.

    Il dojo è stupendo, sono colpita. Arriviamo che lui sta già spiegando la prima tecnica, ci cambiamo veloci e in silenzio e ci sistemiamo sui tatami.

    È un corso: le corde sono tecniche, parliamo, sei concentrato, fai e disfi per provare i passaggi, i nodi, per capire; chiami il maestro, riprovi.

    Io resto stesa a terra e sono la persona più rilassata dell’universo.

  • Calo

    Dopo avere vissuto così a lungo con una tensione così alta, dopo avere desiderato vivere con la tensione più alta possibile, ecco arrivare il calo.

    Non sto impazzendo per trovare qualcosa; forse anche perché in questo momento non mi manca niente, o non sento che mi manchi niente. Non sto smaniando dietro a qualche desiderio impossibile o immateriale. Non mi tormento (non più di tanto) per la mancanza di qualcosa di indefinito, o che nemmeno io so definire.

    Respiro. Penso ad altre cose. Leggo libri. Esco per andare ai peer rope, ai party, in giro. Scrivo agli amici. Guardo video di montagna. Ascolto musica. Inspiro. Espiro.

    La quiete sembra subito noia. Invece è preziosa e rara; non sono abituata ad apprezzarla, tesa come sono sempre stata. Invece anche nella pace sono viva: con un altro ritmo, un altro sentire. E’ ascoltare il fruscio delle frasche nel bosco e capire che non c’è altro. Non deve per forza esserci altro: può bastare.

    Può bastare.