subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • Migliorare

    Ma io?
    Io cosa ho fatto in questi mesi per migliorare?
    Io cosa ho fatto per essere una versione migliore di me stessa, per meritare di essere scelta?
    Io cosa ho fatto per dimostrare attenzione, attaccamento, interesse, cura?

    Se fossi stata in prova, probabilmente l’avrei fallita.

    Ho passato il mio tempo a lamentarmi, a invidiare e ad aspettare che qualcun altro si prendesse in carico la mia esistenza, che mi facesse crescere e cambiare. Ma non funziona così. Una sub deve avere in sé la volontà di mettersi in gioco, evolvere e impegnarsi per essere meritevole. Credevo di avere questa volontà, ma forse non è così; di certo non la sto applicando nel modo corretto.
    Tocca a me il primo passo. E il secondo, e il terzo.
    Per trovare chi voglia venirmi incontro, devo io per prima avanzare.

  • Sapere cosa si vuole

    Forse quello che vorrei è solo sentirmi più desiderata. Più al centro dell’attenzione.
    Oppure non lo so. In realtà non lo so bene, cosa vorrei davvero. E se non lo so, come faccio a chiederlo? Ma il fatto è che, anche quando so cosa voglio (raro), non so come chiederlo. Spero sempre che le persone sappiano leggermi nella mente, che capiscano cosa vorrei e che me lo spieghino (e che me lo diano).
    Ovviamente non funziona.
    Quello che dovrei fare è autoeducarmi ad essere più sincera, soprattutto con me stessa, e più comunicativa. So quanto è importante la comunicazione, il parlarsi… ma saperlo non mi aiuta ad applicarlo. Troppo spesso, senza volerlo razionalmente, taccio desideri, aspettative, pensieri. Preferisco omettere, per evitare confronti e difficoltà. Se lo capisci da solo, bene, se no farò finta di non averlo mai voluto.
    In questo modo però la mia frustrazione cresce fino a diventare un blob incontrollabile di risentimento e malessere.
    Ho letto chilometri di pagine che ripetono quanto sia fondamentale dirsi le cose, tra persone alla pari ma anche in un rapporto D/s. Prendersi dello spazio, un tempo definito, per confrontarsi apertamente. Ma come si fa a farlo davvero? Come faccio a dire che vorrei questo o quello, o di più di questo o di meno di quello, senza diventare top from the bottom? Senza dirigere coloro i quali dovrebbero essere quelli che dirigono?
    Temo sempre ci sia qualcosa che non devo dire. Qualcosa che ferirà qualcuno, o che rischia di venire travisato, o che detto in un certo modo potrebbe forse andare bene, ma aspetta, forse è meglio non usare proprio questa parola ma un sinonimo, o forse meglio fare un giro di parole… anzi magari non lo dico. E poi invece sarebbe bastato dirlo.

    Talvolta ho la sensazione di camminare su uova che vedo solo io.

  • Adolescenza, estate

    Una delle mie estati preferite la ricordo proprio così. 

    I miei andarono in vacanza da qualche parte con mio fratello, ed io restai a casa da sola. Poiché soffrivo il caldo, mi misi a dormire sul divano, sotto lo split del condizionatore. 

    Passai quindici giorni di vita su quel divano, a leggere, mangiare cibo cinese da asporto e vedere film – in un’epoca prima dell’internet. Stavo sveglia fino a notte fonda e dormivo fino a tardi. 

    Quindici giorni di tempo sospeso, tempo fuori dal tempo, tempo trascorso nella mia testa a fantasticare. Solitudine, autarchia, pigrizia. 

    Adesso guardo quella gif, sorrido e mi lascio cullare da un po’ di nostalgia. 

  • Anfibi, jeans e felpa

    Non ho mai smesso di essere la ragazza dai capelli incolti, con i jeans, gli anfibi e la felpa, che va da sola alla Festa dell’Unità, che beve una birra nel bicchiere di plastica e gira per la bancarella dei libri.

    Non ho mai smesso di essere quella seduta da sola sulla panca, a sorridere contenta ma triste, malinconica ma orgogliosa della sua solitudine.

    Non ho mai smesso di guardare i concerti di oscuri gruppi nostalgici di cover, ma soprattutto di guardare le persone che guardano il palco; non ho mai smesso di osservare i volti, i vestiti, le mani, i sorrisi e gli sguardi, e immaginare storie.

    Non ho mai smesso di cercare tra i libri usati, di emozionarmi per un volume rovinato ma storico, di leggere la quarta di copertina e di tirare fuori i 5 euro per comprarlo.

    Non ho mai smesso di essere quella solitaria, un po’ diversa, un po’ fuori posto, che soffre il non essere integrata ed al contempo lo cura.

    Non ho mai smesso e mai smetterò.

  • Personas

    Ancora fatico a credere che il mio tempo, la mia presenza, possano essere un dono. La mia autostima è a livelli stratosferici rispetto a tempo fa, ma ancora non è ottimale.

    Ma sono felice di pensarmi oggetto e quindi donarmi, mettermi a disposizione e farmi fare delle cose. Alla fine, spero sempre che sia piaciuto almeno tanto quanto è piaciuto a me. “Piaciuto” non è poi il termine giusto… vivere il bdsm non è “semplice” piacere, per me, ma soddisfazione di un impulso interiore; è vivere una parte importante di me, che per forza di cose nella quotidianità resta (deve restare) sopita.

    E’ complicato in realtà distinguere tutte le varie “parti” di me, poiché non sono divise in compartimenti stagni.
    I momenti in cui mi riesce meglio la suddivisione tra una me e l’altra è nel larp, dove interpreto un personaggio (che comunque sotto sotto sono sempre io) scritto e ben delimitato da paletti dati dall’ambientazione e dal regolamento.

    Forse dovrei farmi una scheda personaggio anche per la vita reale.

  • **Traduzione** La pratica della gestione della gelosia

    **Traduzione** La pratica della gestione della gelosia

    Ho contattato Franklin Veaux, autore di More Than Two (Più Di Due), un sito (ed omonimo libro) di risorse sul poliamore, chiedendogli il permesso di tradurre e ripubblicare uno dei suoi saggi, quello sulla gestione della gelosia.
    E’ un tema che mi sta molto a cuore, su cui ho lavorato a lungo negli ormai dieci anni di vita poliamorosa che conduco. Un tema comunque utile e vitale per tutti, credo, per imparare ad assumersi la responsabilità delle proprie emozioni senza colpevolizzarsi, per gestirle e risolverle qualora siano problematiche o dolorose – come spesso succede per la gelosia.

    Io personalmente credevo di non essere gelosa, finché una gelosia devastante non mi ha travolta e non ha quasi distrutto me ed ogni cosa e persona intorno a me.
    Sono qui e continuo a lavorarci: la gelosia è stronza, disinnescata una paura ne esce un’altra. Ma una alla volta, le affronto e le supero.

    Qui l’articolo originale dell’autore, in inglese.

    Ed ecco la mia traduzione:

    (altro…)

  • Peer rope (Bologna)

    Il detto “fai attenzione a ciò che desideri: potresti ottenerlo” si rivela sempre estremamente corretto.

    Vado all’inaugurazione del nuovo spazio del BDSM Bologna Project per il peer rope.
    Trovo una vecchia (si fa per dire) conoscenza: Agata Grop. La saluto mentre partecipa ad un bell’esercizio di scambio e comunicazione insieme ad altri rigger e rope bottom: si lega la persona che si ha sotto in un minuto e la si slega in un minuto – e in questo tempo si prova a trasmettere qualcosa. Poi i rigger ruotano, e legano la persona accanto, fino a completare il giro. Mentre osservo i volti, le corde, le mani, mi pento di non avere partecipato.
    Dopo, le chiedo se ha piacere di legarmi. Mi appende per le braccia ad uno dei bambù appesi al soffitto; chiudo gli occhi e respiro per sentire, per abbandonarmi all’abbraccio delle corde. Ero tesa; inizio a lasciarmi andare, a sentirmi al sicuro.

    Dopo, faccio delle chiacchiere con lei e la Cavia; lui dice: “vorrei provare a farmi legare da quella persona… durante l’esercizio è stato proprio bello, perché ti stringe con le mani” e si spalpugna le braccia per spiegare. Penso: mmm.
    Poco dopo, osservo quella persona legare un’altra ragazza. Una volta legata, la gira e la rigira, colpendola sulle cosce, sul sedere, la stringe e la pizzica. La ragazza geme e strizza gli occhi. Penso: mmmmmmm.

    Mi faccio coraggio e, come una ragazzina, vado da questa persona che ha *almeno* dieci anni meno di me e le chiedo se ha piacere di legarmi e giocare con me. Lei, Cater,  è subito entusiasta, prende il fagotto con le sue corde e troviamo un angolino libero. Le spiego come sto, cosa non voglio e cosa, invece, mi piacerebbe: se avesse piacere non solo di legarmi ma anche di colpirmi, un po’. Annuisce e si raccomanda che parli subito se qualcosa non va.

    Mi immobilizza le braccia dietro la schiena, e stringe le corde intorno al mio torace. Respiro di pancia, inizio ad immergermi in quel mondo altro che è il gioco. Mi prende per i capelli, prima con una carezza, e poi stringe. Mi tira a terra, mi rigira e inizia a colpirmi. Schiaffi secchi, duri. Lancio qualche strillo. E poi fa quella sua cosa.

    Mi affonda le mani nella carne.
    Spinge le dita di forza, pizzica, strizza, stringe. Non è un graffio ma un solcare coi polpastrelli, dita dure come l’acciaio, una volontà sadica cristallina e potente.

    Mentre mi affonda nelle braccia giro gli occhi all’indietro e affogo in un dolore che mi soffoca e mi inebria. Poi troppo: urlo, cerco di sottrarmi, chiedo di fare più piano. Lei mi carezza, mi raddrizza e inizia a sciogliermi, tirando le corde per farle grattare. Io boccheggio, la testa ciondoloni, il cervello in pappa.

    Quanto tempo avremo giocato? 10 minuti? 15? Non lo so, mi sembra poco, eppure sono stravolta.
    Lei mi parla, io tento di articolare. Le dico che mi è piaciuto un sacco, anche se non me l’aspettavo così intenso. Sorride, si sincera più volte che sia tutto ok, visto che era la prima volta che ci vedavamo in vita nostra. Chiacchieriamo e poi attacco il buffet offerto dall’organizzazione, scoprendomi famelica.

    Giocare con uno sconosciuto ha per me degli strani risvolti. Da una parte mi spaventa sempre, ovviamente, ma la negoziazione iniziale e il feedback della comunità mi avevano rassicurata. Dall’altra parte, con una persona mai vista sono meno propensa a fermare alla prima difficoltà; cerco sempre di resistere, di tenere un po’ duro. Non troppo, ché non ho remore a chiedere di fermare, s’intende: ma un po’. Un po’ mi spingo oltre la mia zona di comfort.

    Nei giorni successivi, il risultato mi resta evidente addosso.

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  • Contrasti

    Anche se non me ne sono mai andata del tutto, e probabilmente una parte di me non se ne andrà mai, è pur vero che in questo momento non sono collarata. E questo mi crea una confusione tale da non capire più nemmeno me stessa.

    Mi sono certo affezionata alla mia libertà, all’andare in giro, al non dover chiedere il permesso, e non so se adesso sarei capace di sottomettermi ed obbedire (sarebbe senz’altro una sfida). Non sto nemmeno cercando nessun altro, se è per questo.
    Ho così tante cose in ballo: il lavoro, vari corsi di aggiornamento, il pensiero ancora futuro di un figlio, mia madre che rogna perché “non ci vediamo mai”; relazioni fugaci, relazioni stabili, amici, larp. E l’annosa lotta per il peso, la palestra, la fisioterapia.

    Eppure.

    Eppure non riesco a non desiderare anche di poter essere ancora, sempre, slave. Anche se so che non riesco, che non ho tempo, che non ci sto dietro – giorni e giorni che scorrono tra impegni, corse, clienti, serate a videogiocare per staccare il cervello e che me lo bolliscono ulteriormente. Vorrei riuscire a fare tutto ed essere dappertutto, e anche essere perfetta per tutti nel frattempo, ma so che è impossibile. Rinuncio, perché so di essere incasinata – e se non riesco a dare il massimo di presenza e devozione mi sento male, in colpa, mi sento una slave a metà, e sto peggio che non a restare senza collare (è una delle cose che mi ha fatto soffrire in passato, l’ho realizzato da poco). Intanto il tempo passa e non me ne rendo quasi conto.

    Riconosco di avere la tendenza a rimandare le discussioni e le decisioni; e più passa il tempo più si fa complicato affrontarle, perché nel frattempo sono accadute altre cose, e soprattutto si sono fatti altri pensieri (e io ne faccio tantissimi… forse troppi). Così il discorso non è più quello originale, ma è rivestito di strati di altre cose, altre considerazioni, altre emozioni – sia che c’entrano con il discorso originale, sia collaterali, e magari anche cose che non c’entrano nulla ma si sono lo stesso sommate per mezzo di un’emotività che non si è potuta esprimere con calma, ma che è stata repressa e sommersa.
    Il brutto accade quando questa sobbolle ed esplode. Allora tutto esce senza controllo, senza senso, e danneggia tutto e tutti intorno. Sapere dare uno sfogo, avere la lucidità per comprendere che è il momento di parlare e non di rimandare, non è cosa da poco. E non sempre sono capace di farlo.

    Uno dei punti su cui lavoro da anni è quello della distinzione tra “accontentarsi” ed “essere contenti”. E’ giusto non volersi accontentare e puntare al miglioramento, e, nel mentre, è anche giusto e sano essere contenti e godere di ciò che si ha, o che si riesce ad avere nonostante tutte le circostanze, visto che la vita ha questa fastidiosa tendenza a complicare le cose.

    Non ho una soluzione e non sto pianificando… vado avanti a braccio. Ma mi sono resa conto, dolorosamente, che andando a braccio divento incoerente.

  • Regina Nera – 13 gennaio

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    Attraversare il ponte sopra la stazione con già addosso i Monet Demonia (gli stivali con il taccone e la zeppona che ho scelto per il play party), prendere il pullman per arrivare a Roveri, attraversare a passo svelto il sottopassaggio surreale e deserto e arrivare al Red quando la serata non è ancora iniziata.
    Sfilarsi i leggings e il maglioncino e restare in body e calze a rete a maglia larga. Sono ingrassata tanto, eppure ho deciso questa mise e non mi vergogno. Bere di nascosto la Monster Assault (nuova! provo sempre gli energy drink nuovi) che mi sono portata imboscata nella borsa, versandola nel bicchiere ormai vuoto del primo drink (rigorosamente analcolico).

    Fare tappezzeria in sala clinical, osservando piercing e incisioni. Girare nel salone, guardando i giochi col latex, così lucidi e distanti dal mio interesse; chiacchiere sugli sgabelli, sguardo che vaga, ogni tanto il cellulare in mano. Parlare, guardare: persone bellissime nell’intimità silenziosa del gioco che fanno in un pubblico che è assolutamente privato, in un modo privato che è un privilegio poter osservare in pubblico. Gratitudine. Occhi chiusi, teste che si reclinano, il suono secco dell’impatto sulla carne che è una musica che canta di fiducia, piacere, dolore, scambio, appartenenza.

    Venire riaccompagnata all’albergo da una coppia fidata che lungo il tragitto cita Bauman e se ne compiace, e me ne compiaccio anch’io. Risalire le scale fino al letto con un sorriso tra il divertito ed il malinconico, rammaricarsi di avere dimenticato lo struccante, dormire.

  • Fear play

    Mi abbraccia, mi stringe, mi tiene.
    Mi sento accolta, protetta, al sicuro.
    Nello stringermi mi affonda le unghie nella carne, eppure questo nulla toglie alla mia sensazione di protezione, anzi: è come se la sua cura si ancorasse ancora più a fondo in me. Mi abbandono senza timore alcuno, gemendo.
    Mi accompagna a terra, facendomi prima inginocchiare per poi farmi stendere.
    Di colpo i suoi movimenti si fanno bruschi. Mi gira, mi apre; aiutato da lei mi tiene ferme braccia e gambe. I colpi si fanno secchi, crudeli.
    Il cambiamento è repentino e drastico. Di colpo non sono più al sicuro.

    Non so come succede.

    Non so che mi succede.

    Già un’ora dopo la sessione non ricordo più esattamente cosa è accaduto o come. Lo ho rimosso? Non so.
    So che urlo. Non sono i miei soliti strilli di dolore misto a piacere. No: urlo di dolore e di paura.
    Mi gira, mi spinge, mi tira; le sue mani si abbattono con crudeltà. Grido, gli occhi bendati, il corpo dolorante dalla lunga sessione di sculacciate e graffi precedente. Questo è completamente diverso. E’ diversa l’intenzione, e ad occhi chiusi la percepisco con estrema, terrificante chiarezza.
    Per un attimo penso di gridare “ho paura!”, ma non lo faccio, anche se è la verità. Ho paura.
    Ogni fibra di me ha paura.
    Una parte di me capisce, in modo oscuro, che fa parte del gioco, sa che di certo è una cosa che lui sta facendo con coscienza, che ha provocato questa paura intenzionalmente. Ma ho paura davvero.
    Mi lascia andare con un gesto brusco, come a gettarmi via, e io mi rannicchio in posizione fetale, le braccia a proteggere la testa. Ansimo e tremo, non solo per il freddo del pavimento. Sento un suono secco e strillo, convinta di essere stata colpita – e subito dopo mi rendo conto che non è così, è stato solo un rumore. Un altro tonfo, più vicino alla mia testa: di nuovo salto e strillo, terrorizzata.
    Ho paura, ma sono paralizzata. Mi sale dalla gola un gemito lamentoso, continuo, il respiro corto. Non riuscirei a scappare nemmeno se mi venisse in mente di farlo. Ho solo paura e resto tremante a terra. Forse spero di diventare invisibile, che mi lasci stare, che vada via, via. Eppure non riesco a dire basta, né ad implorare pietà; forse è un effetto dell’abbandono di prima. Sono abbandonata anche nella paura.
    Quattro mani scendono ad accarezzarmi. Sobbalzo al tocco, prima di rendermi conto che non mi stanno facendo male. Sono restia a rilassarmi: temo che sia solo un trucco per farmi calmare e poi infierire ancora, a tradimento. Ma non riesco ad impedirmi di fidarmi, di aprirmi. Cerco di respirare più a fondo, di calmarmi, di smettere di tremare. Le carezze continuano, mi tolgono la benda dagli occhi e capisco che è finita davvero.
    Mi sollevano, mi avvolgono in una coperta e mi mettono a riposare.
    Torno al mio abbandono ed alla grata beatitudine della discesa da sensazioni tanto forti, intense e totalizzanti.

    Giorni dopo, realizzo che in quei momenti nemmeno per un attimo mi è passata per la testa la safeword.

    Ancora giorni dopo, torno da loro. Mi guardano in tralice, mi chiedono: ma, quello che hai scritto… era una licenza poetica?
    Resto perplessa: no, di cosa parlate?
    Si guardano. Mi guardano.
    Scopro così di non avere mai gridato né strillato: non un suono è uscito dalle mie labbra durante tutta la sessione. Solo qualche singulto, qualche respiro strozzato.
    Sgrano tanto d’occhi, ma non ho motivo di non crederci. L’intensità della sensazione ha bruciato le mie percezioni.

    Il cuore continua a battermi forte in petto.