subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • Onirica – VI

    Mi obbliga a masturbarmi davanti a Lui ed a Lady Rheja; mi vergogno, ma obbedisco. Il dito gira, sempre più veloce: ansimo; per nascondere il viso mi giro sulla pancia, cerco di non farmi guardare.
    “kat”
    La Sua voce, secca, profonda: dice tutto col solo chiamarmi per nome. Trasalgo e smetto all’istante.
    Sento le Sue mani sul culo e so che sta per farmi del male. I suoi denti mi affondano nella carne tra la spalla e il collo, il respiro mi si strozza in gola.
    In quel preciso momento, mentre chiudo gli occhi per sentire il dolore tanto a lungo agognato, mentre so di stare per divenire lo sfogo della Sua ferocia, mentre quasi piango di gioia ed aspettativa, suona la sveglia.
    Sobbalzo nel mio letto, mi riscuoto e spengo il trillo insistente. Il sogno sfuma, lasciandomi insoddisfatta e tremante.
    Non posso fare a meno di pensare che è perfetto: il sadismo estremo di interrompere un sogno in questo modo, in quel momento. Una vera bastardata da parte del mio inconscio. Il Padrone ne sarebbe orgoglioso.

  • OFF

    Chiedo al Padrone quali lavori mi attendono; mi risponde: “Il tuo impegno sono io”.
    Ecco, l’illuminazione: togliermi di mezzo. Smettere di pensare alle mie esigenze, ai miei desideri, di focalizzarmi su ciò che io voglio. Spegnermi: esistere solo per Lui, in quel determinato lasso di tempo. Diventare davvero SUA, di Sua proprietà, una cosa di cui disporre. Pormi in un’attesa vigile, e basta.
    Mi sono sempre tanto riempita la bocca di questa capacità, come di un fondamento della sottomissione; ma alla prova dei fatti non sono in grado di farlo davvero.
    Quando sono lì, una parte di me è effettivamente ricettiva; ma un’altra colora me stessa con un evidenziatore giallo e non vedo più altro che le mie voglie. Allora mangio, per placare con misere attenzioni in forma di cibo questa bambina capricciosa che fa di tutto per essere al centro dell’attenzione.
    Adesso, rieducarla non sarà facile. Quale strumento sarà più adatto, non lo so. Quel che so è che è assolutamente vitale e necessario per me riuscirci, perché sta diventando insopportabile e mi rovina la vita.

  • Promettere è mentire

    Per quanto faccia e dica, per quanto mi impegni, ancora non riesco a smettere di pestare i piedi. Una parte di me mi sussurra: non sono capricci, sono giuste richieste. Hai ben diritto anche tu. Continua a sperare, a volere, a pretendere, ad essere delusa se non ottieni, a stare male.
    Mi viene allora voglia di mollare tutto, cedere, arrendermi, andarmene. Giusto perché smetta questo star male che non riesco a gestire, che non so come sopire. Che non capisco se abbia senso, se sia giusto o sbagliato.
    Sopra ogni cosa vorrei una direzione, una comprensione: cosa devo fare? cosa posso fare? Cosa, per far sì che smetta di dibattermi in questo cespuglio di rovi che sono i miei desideri?
    Posso dichiarare che ci proverò, che mi impegnerò; posso anche provare, impegnarmi. Ma non riesco: è più forte di me. La mia reazione è istintiva, immediata: non riesco a filtrarla, a mediarla e trasformarla in vera sottomissione, in silenzio, in quieta accettazione.
    Leggo su facebook, da una schiava al Padrone: “quel poco che mi concedi è ciò che mi fa respirare”. Ecco: magari. Io non so farlo. Quel poco non mi basta, e invece so che dovrebbe, che è proprio qui il punto, il cardine vero dell’appartenenza, del rimettermi nelle Sue mani. Non con tante belle parole: davvero.
    Mi rannicchio a cuccia, delusa di me; cerco ancora di capire, ed un giorno ci riuscirò.

  • Il “vero sub”

    truesub

    Leggo questo interessante post sulla pagina fb “The Dedicated Dominant”:

    Buongiorno cari amici nella Community!

    Oggi sono stato testimone di una discussione in cui qualcuno si autodefiniva Vero Sottomesso; naturamente il termine Vero Sub viene tirato fuori solo per comparare se stessi con qualche altro sottomesso.
    Stranamente questo suscita in me una reazione come se qualcuno avesse dato un calcio ad un alveare… quindi ho scritto quanto segue come risposta.
    Non è rivolto al sub che ha usato quel termine, quanto piuttosto è una lezioncina informativa da parte di un anziano Dom.

    ‘La sottomissione è uno stato tra due persone, e la profondità di quella sottomissione dipende dal livello di fiducia e dalla forza del Dominante. Non esiste una cosa come un “Vero Sottomesso” perché nessuno è totalmente sottomesso a qualcun altro’

    Il sottomesso che pretenda di essere un “Vero Sub” spesso sta solo punzecchiando un altro sottomesso, agendo con superiorità o sentendosi migliore dell’altro, cosa che è un comportamento aggressivo inaccettabile nella concezione stessa dell’essere sub.

    Non potrei essere più d’accordo.
    Mentre si può (si deve?) essere consapevoli di essere sottomesso/a, sub, slave, ammantarsi di questa consapevolezza per sentirsi superiori a qualcun altro distrugge esattamente quel concetto dell’essere sub.
    La mia forza, il mio orgoglio, viene dallo scegliere di essere in basso ed avere la capacità di starci. Ma lo sono perché lo sono, e sono completa nel mio vivere il mio essere per me stessa, non per dimostrare qualcosa a chicchessia.
    Da qui posso (devo) imparare ad abbandonare ogni competizione. Essere io al mio massimo, e nient’altro.

  • Pretesa

    Non sto nemmeno guardando la tivù: me ne sto seduta sulla mia poltrona girevole, dietro l’angolo del salotto. Con la coda dell’occhio vedo nelle ante della libreria passare riflesse le immagini del programma musicale; ascolto distrattamente la musica e batto il tempo soprapensiero, mentre sfoglio le mie carte. La canzone finisce e i due deejay riprendono un discorso iniziato probabilmente prima, di cui non conosco le premesse e di cui non m’importa nulla; a malapena li ascolto, scocciata dall’interruzione della musica.
    Uno dei due dice, rivolto ad un ascoltatore che ha mandato un messaggio: “Forse quello di cui parli tu sono pretese, non aspettative”.
    Un campanello suona. Alzo gli occhi di scatto.
    Mio marito cambia canale, ne trova un altro musicale e canticchia la canzone dei Queen che sta passando in quel momento. Io resto con lo sguardo fisso al vuoto, senza più badare ai suoni di sottofondo. Mi pare quasi di sentire gli ingranaggi che macinano nel mio cervello.
    Ecco: non si tratta di aspettative, ma di pretese.
    Le mie aspettative sono così alte, così invasive che sono, in realtà, pretese. E se non mi vengono soddisfatte è per questo che me la prendo tanto. Perché non sto affatto aspettando: sto pretendendo. Ecco perché ci sto così male. Perché risulto così fastidiosa. Ecco dove posso andare a lavorare. Dove posso limare per tornare ad una pacifica attesa, senza questa antipatica modalità da piede infilato nella porta.
    Ha senso sperare, ha senso desiderare, ha senso magari aspettarsi qualcosa (non troppo, ma è umano). Ma pretendere, no: non è il mio ruolo, non deve essere il mio ruolo. Non voglio snaturare il mio ruolo e dominare dal basso in questo modo, proprio no.
    Grazie, sconosciuto deejay. Mi hai dato un importante indizio per comporre il mio puzzle.

  • Desiderio

    Come si fa a non desiderare ciò che si desidera di più? A non tendere verso ciò cui si agogna?
    Impossibile. Non smetterò mai di desiderare.
    Forse, ciò che posso fare però è raggiungere una nuova consapevolezza: che desiderio è diverso da bisogno.
    Il bisogno è pressante, imperativo, presuntuoso; cerca di imporsi, batte i piedi, fa di tutto per essere soddisfatto. Anche ciò che non dovrebbe, anche ciò che sa essere sbagliato.
    Il desiderio, invece, è placido; o dovrebbe esserlo. Tranquillo, mellifluo, indolente: si insinua, è voluttuoso e caldo. Non pretende, ma accoglie con trasporto.
    Un desiderio può diventare prepotente quando viene stravolto, quando si traveste da bisogno, quando si crede che senza che sia soddisfatto nulla possa andare bene. Quando si mette davanti a tutto il resto.
    Quindi, non è desiderare che è sbagliato; lo è cercare di imporre il proprio desiderio come se fosse un bisogno. E’ il confondere le priorità, i ruoli; i doveri con le voglie.
    Un desiderio feroce, sfigurato in bisogno, può travolgere e lacerare: non lascia spazio a null’altro. Oblitera e distrugge, spiana tutto il resto della vita della persona in sua funzione.
    Non va bene: diventa ossessione, pericolo.
    Ora il mio compito è addomesticare il mio desiderio; farlo tornare a cuccia, caldo e pronto a destarsi, ma sereno. Addolcirlo perché non si guasti nell’aspro del bisogno e farlo attendere placido. Quando sarà soddisfatto, allora, sarà davvero un piacere: mi avvolgerà e me ne lascerò avvolgere, e spanderà il suo calore d’attorno perché tutti ne possano trarre godimento. Non mi stritolerà più come ora che si crede un bisogno; non mi strozzerà più la gola facendomi piangere.

  • Onomastico

    Nel giorno del mio santo (come lo chiamano in Spagna) torno a ripensare me stessa, attraverso lo specchio del mio rapporto D/s.
    Sono io e non sono io; desidero e nego; ho una volontà ed un comportamento opposto. Scopro parti di me che credevo di aver nascosto bene, ed invece erano solo ammucchiate sotto il tappeto.
    Chi sono io? Perché talvolta sono in un modo, quando non vorrei esserlo?
    Quando avevo quattordici anni, al momento di iniziare una psicoterapia, il mio più grande timore era: e se scopro di essere diversa da come credo di essere? Di essere in realtà una stronza?
    Cionondimeno la intrapresi.
    Ogni tanto, in effetti, nella mia ricerca di me stessa, mai finita, mi si rivelano parti di me inaspettate, di stronza od altro; parti che mi lasciano l’amaro in bocca, su cui lavoro.
    Col tempo, sovviene anche la fatica: perché lavorare tanto per cambiarmi? Perché non barricarmi dietro l’inossidabile “sono fatta così” come scusa per infliggere al prossimo i lati più agri ed ingrati del mio carattere? Per imporre il mio capriccio?
    Eppure non smetto di faticare, di voler faticare per trovare sempre il bandolo della matassa, il modo di sbrogliarmi.
    Nella mia crescita come slave, lo sento: ho le mani immerse nel gomitolo, e prima o poi ne troverò il capo.

  • Ghiaccio e cera

    La cera calda scivola ad avvolgermi come un abbraccio.
    Il piacere lambisce le propaggini del dolore.
    Freddo, caldo; ghiaccio, cera.
    Le sensazioni contrastanti mi riportano indietro col ricordo: ho già provato questo gioco di opposti, anni fa, in altri contesti, con altre persone, con molta meno esperienza. Sarà forse perché la mia soglia del dolore si è alzata, o perché questa candela ha un punto di fusione basso, ma il contrasto mi pare più lieve, ora; il gioco meno intenso.
    Ma è gioco, è sensazione di dolorepiacere, è sentirmi oggetto di attenzioni, è bello. Mi attanaglia una struggente sensazione di malinconia, di nostalgia. Come sempre quando passa del tempo, parecchio tempo tra una sessione e l’altra, riparto dal timore: non tanto del dolore, ma del non riuscire a goderne. E dalla voglia, imperiosa, furente, di volerne molto di più.
    Riapro gli occhi e sorrido al sorriso della mia Lady, al brillare dei suoi occhi mentre mi passa le unghie sulla pancia e mi cola cera sui capezzoli.

  • Credo

    Quanto credo nelle cose che faccio?
    Perché, se non ci credo io per prima, non ha molto senso farle, non è vero?
    Lavorare in un’azienda fortemente etica, con un coinvolgimento enorme alla cultura aziendale, significa crederci durissimo. Doverci credere, forse. Volerci credere, di sicuro.
    Ma il concetto si applica altrettanto bene alla vita in generale, alle scelte che compio anche ogni giorno.
    Ovvio che posso anche non credere nello yogurt di soia, al momento di sceglierlo al supermercato; ma in generale credere nelle proprie scelte, nelle proprie azioni, serve. Dà loro un senso.
    Se poi si rivelano sbagliate, è giusto riconoscerlo e rivederle, per un miglioramento continuo; ma permane l’importanza di continuare a credere in se stessi.
    E io, quanto ci credo?

    Sto imparando ora a crederci.
    Fare le cose tanto per fare no, grazie. Non più.

  • Intensità – 26

    A volte mi viene da pensare che sarebbe comodo sentire un po’ meno.
    Un po’ meno emozioni, un po’ meno sentimenti, un po’ meno coinvolgimento emotivo. Vivere una vita meno intensa, più tiepida. Niente grandi sbalzi, niente caldo soffocante o freddo gelido, niente brividi e batticuori, niente patemi, ansie, paure.
    Una vita tranquilla. Piatta. Senza andarsi a cercare sensazioni forti. Una vita ad accontentarsi.
    Non fa per me.
    Ogni tanto mi serve una pausa, certo: un attimo di quiete, di sospensione e riposo per tirare il fiato e recuperare energie.
    Ma poi quelle energie le voglio spendere tutte. Tutte.