subservientspace

for this is what I feel

Categoria: impressioni

  • Calo

    Dopo avere vissuto così a lungo con una tensione così alta, dopo avere desiderato vivere con la tensione più alta possibile, ecco arrivare il calo.

    Non sto impazzendo per trovare qualcosa; forse anche perché in questo momento non mi manca niente, o non sento che mi manchi niente. Non sto smaniando dietro a qualche desiderio impossibile o immateriale. Non mi tormento (non più di tanto) per la mancanza di qualcosa di indefinito, o che nemmeno io so definire.

    Respiro. Penso ad altre cose. Leggo libri. Esco per andare ai peer rope, ai party, in giro. Scrivo agli amici. Guardo video di montagna. Ascolto musica. Inspiro. Espiro.

    La quiete sembra subito noia. Invece è preziosa e rara; non sono abituata ad apprezzarla, tesa come sono sempre stata. Invece anche nella pace sono viva: con un altro ritmo, un altro sentire. E’ ascoltare il fruscio delle frasche nel bosco e capire che non c’è altro. Non deve per forza esserci altro: può bastare.

    Può bastare.

  • Wildties

    Proprio all’inizio, mentre lei ha addosso solo una corda ma già geme con gli occhi semichiusi, c’è un lungo momento in cui lui la guarda.

    Lei è a terra, le braccia strette dal gote. Lui la gira così che dia le spalle al pubblico, si siede di fronte a lei e la osserva, offrendo il proprio viso a noi. Io guardo il suo sguardo. Gli occhi grandi, sporgenti, aperti, attenti: penetranti. Non stanno guardando me eppure ne sento l’intensità. Cosa vede? Cosa guarda? Forse non è un modo di ricevere informazioni, ma di trasmettere sensazioni e di prenderne dal corpo legato di lei.

    Quello sguardo mi precipita nel mood della performance. Quel momento dilatato, apparentemente fermo, è così carico di emozione che capisco già che sarà un’esibizione potente.

    La stringe nelle corde, veloce e preciso, e si vede quanto siano davvero strette quelle corde. Nel tirarla su lungo la linea di sospensione lei si dimena nel dolore, si inarca, si sospinge in alto e fiorisce. Si sviluppa e si avviluppa come un fiore meraviglioso che cresce all’improvviso e sboccia. Gli occhi chiusi, le gambe legate insieme, il kimono bianco: si scuote come agitata dal vento.

    Lui le apre il kimono, la espone, si allontana e la guarda ancora, la spinge col piede; io sono rapita dal sottile incavo del suo inguine, dalla linea che si stacca dal perizoma e risale verso il ventre a suggerire, più che a mostrare. Mi pare di percepire l’aria appoggiarsi e solleticare quella pelle così liscia e il senso di vergogna e nudità che stimola.

    Anche nelle legature più (apparentemente) semplici, mi travolge il fatto che piange. Singhiozzi, singulti, grida che poi si placano, che rientrano dentro di lei come una marea.
    Io non so piangere nelle corde, nel dolore, e lo vorrei. Non so abbandonarmi a quel tipo di sofferenza: nel dolore ricerco il piacere. Eppure la potenza di quel pianto mi soverchia, mi fa desiderare di potermici immergere come lei fino ad annegare, per tornare di nuovo a prendere aria in un singulto.

    Mentre è appesa in sospensione per una sola gamba osservo le quattro gradazioni di magenta che ci mostra: il corto calzino giapponese, il perizoma, la cintura, i capelli; e infine la quinta: la sua stessa carne che si arrossa nella morsa delle legature, la coscia violacea, il petto paonazzo e il suo volto abbandonato, gli occhi pieni di lacrime, la bocca imbavagliata e i gemiti soffocati che faticano ad uscirne.

    A testa in giù, dondola leggermente; lui le passa accanto e lei inclina la testa nella direzione in cui lo percepisce, avvicina il viso al suo: cerca la vicinanza e il conforto del suo stesso torturatore e questo gesto mi commuove. Conosco quello struggimento, la gratitudine per le sensazioni, tanto più grande quanto queste sono intense e terribili.

    Dopo quasi un’ora la scioglie e lei si scioglie. L’accompagna a riprendersi mentre risuonano gli applausi.

    Io sono emozionata. Non sono particolarmente attratta dalle performance, ma questa ha travalicato ogni cosa. Non mi intendo di corde ed ogni cosa tecnica mi è sfuggita – sebbene mi sia chiaro che lui sia stato di una bravura eccezionale. Ciò che ho visto e sentito e che mi porto a casa, in questa sera di luna quasi piena, sono le emozioni trasmesse, la sofferenza donata – donata da lui a lei e da lei a lui e a tutti – e la commozione di vedere due persone profondamente connesse in un vortice di sensazioni profonde e potentissime.

  • The only way out is through

    Una cosa che ho imparato è che per affrontare e superare i momenti difficili, le sfide, le emozioni laceranti, l’unica via per uscirne è passarci attraverso.

    Più cerco di scansare o evitare il dolore, più questo mi divora le viscere e non mi lascia riposare. Macino stronzate sui social fino ad avere male al pollice per troppo scroll, mangio porcherie fino ad avere mal di pancia, ascolto podcast fino a non distinguere più una parola, eppure quel dolore è sempre lì. Allora l’unica via è immergermici: prendere un gran respiro e andare, buttarmi di sotto e sperare di uscire dall’altra parte. E poi, dopo avere saltato, quando ci sono in mezzo, tutto è molto più gestibile di quanto non avessi pensato prima.

    Perché il vero coraggio non è l’assenza di paura ma agire nonostante la paura. Agire alla faccia della paura, dell’ansia, del senso di non farcela.

    Sono molto più forte di quanto creda.

    E se qualcuno ha sperato che non lo fossi, mi ha quasi convinta, ma si è sbagliato.

  • Un’altra me

    Quante incarnazioni ho avuto finora? Innumerevoli.

    Eppure sono sempre me stessa e come tale mi riconosco. Ma non sono coerente con la me di tempo fa. Certo: nei valori, lo sono; ma nelle pratiche? nelle preferenze? nei gusti?

    Ricordo che da bambina mi faceva schifo la rucola. Che fino ai trent’anni non sopportavo una salsa tipica delle mie parti. Che ero decisamente ostile agli aghi. Che mai avrei accettato pratiche degradanti come il rimming.

    E invece.

    Quindi ora sono curiosa: chi sarò da oggi in poi? Quale altra incarnazione avrò? Cosa scoprirò che mi piace, cosa sperimenterò?

    Il mio timore di essere arrivata, di avere ormai capito o provato tutto, di non avere sorprese è stato sempre smentito. Non vedo l’ora che lo sia di nuovo.

  • Estrovertitudine

    Poi invece in alcune situazioni sociali navigo sorprendentemente bene.

    Capita quando sono serena; allora anche i momenti di straniamento non mi sfasano, ma ci passo attraverso e ritorno nella realtà condivisa un solo passo più in là. Affronto il timore della socialità con coraggio, parlo, mi confronto con gli altri.

    Se sono in un gruppo in cui mi sento accolta, in cui so di poter mostrare ogni lato di me stessa, mi tranquillizzo. Perdo la paura del giudizio e mi apro. Mi integro, ascolto, mi racconto.

    Succede così al Munch Magnagatti.

    Tutti sono in uno stato d’animo curioso, aperto, desideroso di confrontarsi: lo si può quasi percepire nell’aria. Mi lascio trasportare da questa atmosfera. Il cibo è buono e la compagnia ottima.

    Mi accorgo allora di non essere sola. Le mie esperienze non accadono né sono accadute in un vuoto: anche se non lo sapevo, sono condivise, simili, mi collegano ad altre persone. Quello che ho da dire viene ascoltato, quello che dicono gli altri lo ascolto e me ne abbevero. Non smetto mai di imparare.

    Ci sono persone a me affini, che mi fanno sentire capita nel mio sentire. E persone così diverse che è una crescita già solo poterle ascoltare. Nessuno detiene la Verità, ma ognuno si porta a casa una piccola verità, la propria, germogliata nella condivisione.

    Rientro a casa alle due e mezzo del mattino sorridente e felice.

  • Malinconia

    Dopo giorni di fatica fisica e mentale la spossatezza emotiva si traduce in una specie di malinconia rarefatta.

    È una sensazione pervasiva e persistente ed allo stesso tempo inconsistente, difficile da afferrare: sento che c’è qualcosa, ma è così impalpabile che non riesco a definire cosa sia.

    Dopo avere sopito mio istinto di fuga dalle difficoltà, dopo avere gestito l’ansia, la tensione, il senso di inadeguatezza e tutto il resto, questa sensazione malinconica è quasi piacevole: è delicata e dolce e mi trattiene in un abbraccio che mi culla come una sorta di riposo. Mi dice brava che non sono scappata, mi fa sentire che le cose sono difficili ma non impossibili, che ho compiuto un passo in una direzione buona, che mi farà infine stare bene e trovare l’equilibrio che cerco.

    È una malinconia struggente, anche, che mi apre il cuore verso l’altro, che mi libera da quella rigida tensione impaurita che mi fa richiudere a riccio per tagliare fuori un mondo di cui fatico ad ammettere di avere bisogno e di amare.

  • Coi tuoi occhi

    Ho un brutto rapporto col cibo e con l’idea stessa di ingrassare. In termini odierni ho una forte grassofobia interiorizzata. Sono sovrappeso e lo vivo molto male, ma allo stesso tempo il cibo è un rifugio e uno sfogo, quindi si ingenera un circolo vizioso.

    Ricordo che a 11 anni fantasticavo di trovare la lampada di Aladino e studiavo quali desideri esprimere per ottenere il massimo con sole tre possibilità, e ricordo chiaramente che uno dei tre era sempre “restare per sempre 38 kg a prescindere da quanto mangi”.
    Ricordo anche perfettamente che a 13 anni mi sentivo orribile perché ero arrivata a pesare 46 kg.
    A posteriori, ragionando con lucidità, per quanto sicuramente non potessi essere molto alta, dubito che a 13 anni chiunque pesi 46 chili possa dirsi obeso. Forse a 5 anni. Ma a 13, alta più o meno un metro e mezzo (come adesso), direi che ero ampiamente in peso forma.
    Più o meno in quel periodo ho preso a mangiare di nascosto e compulsivamente, così ho realizzato la mia paura di essere grassa. Una paura che non era mia, in realtà, ma di mia madre, che ho ereditato dalla sua ansia e dai suoi comportamenti.

    Così, mi trascino addosso una sensazione di disprezzo per il mio aspetto fisico come fosse una condanna.

    E poi tu mi fai delle foto. Foto in cui sono legata, nuda, a terra o appesa; in cui le corde mi stringono la carne, anzi: la ciccia. La corda stringe, il rotolo straborda. Osservo queste immagini e ho un moto di ribrezzo verso me stessa. Eppure, contemporaneamente, mi vedo bella. Nonostante veda il mio sovrappeso sovraesposto, vedo anche altro.

    Mi vedo coi tuoi occhi.

    Vedo l’abbandono, il dolore, il piacere, tutte le sensazioni dipinte sulla mia carne. Torno a quell’istante, a ciò che sentivo da dentro e lo vedo rappresentato all’esterno. La tua foto, il tuo sguardo lo rivela.

    Allora riesco ad andare oltre all’apparenza, al dispiacere di vedermi con un aspetto che mi hanno educata a percepire come brutto, e a vedere anche io la mia anima denudata e felice in quella carne sofferente.

    Attraverso i tuoi occhi, riesco a vedermi.

  • Need/Want

    Giocando a World of Warcraft si possono fare delle incursioni in gruppo in sotto-ambienti dedicati che si ricaricano da zero per ogni gruppo che ci entra, detti instance (mentre il resto del gioco è in tempo reale per tutti). Nelle instance si combattono dei mostri speciali che, morendo, lasciano un loot (un bottino) speciale. Siccome si è in gruppo, il bottino è offerto a tutti i membri del gruppo, e quando appare ognuno può cliccare “want” se lo vuole o “need” per accaparrarselo. Se tutti scelgono “want” il gioco seleziona un vincitore a caso, che ottiene l’oggetto; se uno sceglie “need” l’oggetto va a lui.

    Per me il BDSM è un “need”.

    Non è solo una cosa che desidero, che vorrei ma così, senza impegno, cui partecipo e se la ottengo bene, se no bene lo stesso, l’importante è partecipare e divertirsi. No. Entro in questa instance apposta per averlo, ne ho bisogno.

    Non solo: il BDSM per me è sia l’instance stessa sia il loot da ottenere. Un’esperienza unica, che si ricrea per me ogni volta che ci entro, anche se può sembrare uguale a se stessa. Un dono che mi porto indietro, speciale e prezioso, che mi servirà poi nel resto della mia vita, per stare bene, per affrontare tutto il resto.

  • Nerd

    Da tempo mi sono accorta di quanto ci sia sovrapposizione tra larper e bdsmer e questa comorbidità tra nerditudine e BDSM mi piace un sacco. Mi sono ritrovata ad appartenere a due diverse community che così diverse non sono, anzi, si intersecano.

    Questa vicinanza credo dipenda da un animo esploratore: le persone che fanno gioco di ruolo dal vivo, o anche solo gioco di ruolo, e quelle che praticano BDSM, sono esploratori del proprio animo.

    Mentre si è nel gioco si è più liberi: è possibile esplorare lati nascosti di sé, protetti dalla maschera del personaggio. Ci si avvicina a lati magari oscuri, che forse diversamente non si potrebbero accettare: giochi di potere, identità, espressioni di genere, peculiarità sessuali o meno. Si cerca ciò che è celato agli occhi propri e altrui nel “mondo reale”. E spesso si scoprono cose di sé. Perché se anche il gioco è un gioco e le storie sono di fantasia, le emozioni che si provano sono assolutamente reali. Questa esplorazione si può esprimere al meglio perché si tratta di un ambiente protetto, circoscritto, con un inizio ed una fine e vivendo in una persona che è altro da sé (per quanto sia sempre un aspetto di sé). Protetti dal ruolo e dal framework, ci si immerge: si può essere crudeli e manipolatori, o disperati e compiacenti, con una storia traumatica alle spalle che aspetta solo di essere vissuta, esposta, affrontata.

    Anche il BDSM è un modo protetto di esplorare, perché si è nel framework del consenso, della negoziazione, della comunicazione, e si possono vivere cose che nel “mondo normale” sono tabù, o peggio. Dominazione, sottomissione, degradazione, sadismo. Spiriti affini e speculari si incontrano e realizzano i propri desideri profondi, denudando anima e corpo per permettere alla creatura misteriosa che li abita di uscire ed esprimersi, per sentirla agitarsi nelle proprie viscere e suggerne le frastagliate emozioni che suscita.

  • Non ci credo più

    Guardo le foto su FetLife e resto più o meno indifferente, quando proprio non mi sento infastidita. Tolgo il follow a qualche profilo che seguivo, perché ora mi sembra eccessivo, squilibrato, malsano.

    Forse, in un certo senso, non ci credo più. Non così tanto.

    Una volta, soprattutto all’inizio, non mi cavavo il pensiero dalla testa: immaginavo, cercavo, esploravo online, guardavo foto, leggevo racconti e saggi, cercavo un’interazione continua e pervasiva. Desideravo l’assoluto e che fosse costante.

    Ma non si può vivere sempre alla massima intensità. Ci si brucia o, peggio, ci si assuefa.

    Adesso vivo davvero quella sensazione solo nel momento della sessione. È quello il momento in cui credo, in cui sento, in cui mi nutro.