Kinksters

Sono due giorni e sembrano due mesi.

Nuda, meno che nuda, denudata. Ogni cosa di me esposta. Anche il cuore.

Vengo via con qualcosa in meno, e con molto in più.

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Accade

Ed ecco che torna, quella botta allo stomaco che temevo di non sentire più e che mi chiedevo come avessi fatto a sentirla in passato. Quel vuoto d’aria quando le parole colpiscono con la forza di un paddle di legno spesso 5 centimetri.

I visceri che si contraggono, lo stomaco in gola, le gambe strette. Sgrano gli occhi senza potermi controllare e poi spero che il collega alla scrivania di fronte non si sia accorto che ho cambiato colore. Fisso le parole sul monitor del mio computer, in fondo alla chat, e sembrano vive. Toccano corde che anelano ad essere toccate proprio in questo modo.

Parole, pensieri, sensazioni. Tutto si insinua sottopelle e mi ritrovo ad essere vulnerabile di nuovo.

Lo desidero e lo temo. Non voglio più stare così male, cazzo. Eppure mi torna il desiderio di sentire fino in fondo, ridere tutte le mie risa e piangere tutte le mie lacrime. Lo sto già sentendo.

“Quello che deve accadere, accade. Anzi. È già accaduto”.

Sofferenza

La sessione di venerdì sera è intensa, pesante. I colpi scendono senza pietà.
Mi pento di avere mangiato quei due bocconi di cibo cinese: torna su tutto quando mi usa la bocca fino in gola, come gli piace, come fa sempre. Mi degrada e ne gode.

Ho bevuto tanto, perché mi ha detto che vuole che faccia pipì in Sua presenza, cosa che ancora non sono riuscita a fare. Sento la vescica piena. Ma ho paura, sono tesa perché so che sarà difficile che riesca a farla: è più forte di me, è inconscio. Quindi aspetto, aspetto nella speranza che dopo mi scapperà in modo impossibile da controllare. La vescica piena mi fa sentire di più il dolore dei colpi. Mi fa sentire di più gli orgasmi forzati con la wand.

Urlo, strillo, strepito come non mai.

Quando mi penetra il culo col dildo mi fa un male atroce, oltre alla penetrazione sento la pressione nella pancia e infine dico “giallo”. Gli dico che mi scappa. Mi porta in bagno, mi minaccia di frustarmi se non piscio. Lo voglio fare, ho bisogno di farla, ma non riesco, lo sapevo, è più forte di me. Esce un microscopico, lento rivoletto… ma non sufficiente per la Sua pazienza.
Mi richiama in stanza e mi dà 20 colpi di frusta, più altri 20 di riscaldamento. Li ho contati tutti, anche se quelli della punizione, contati ad alta voce, sono solo i secondi.

Torno a casa scombussolata. La parte che ho sentito più in profondità è stata la frusta. Io odio la frusta, un dolore troppo tagliente. Ora vorrei prenderla di nuovo. Non ho erotizzato il dolore, ma l’Autorità del Padrone.

Dopo – molto dopo, la sera dopo – Lui mi fa notare che ho sofferto troppo. Mi dice che ha ripensato alla sessione e ha capito che non ho erotizzato il dolore. Ha dovuto rallentare e fermarsi spesso e questo non gli è piaciuto. In quello che mi dice sento che mette in dubbio la relazione: qualcosa non funziona. Mi ricorda che gli avevo detto che se il dolore della sessione diventa sofferenza, vuol dire che qualcosa non va. Non va proprio.

Lo so che non ha torto. Mi sento in colpa. Mi sento di avere sbagliato. Mi chiedo perché non ho erotizzato, o perché non ho erotizzato come le altre volte. Cerco delle giustificazioni ma non lo so, non lo so. Vado in panico. Sono le limitazioni? la gelosia? sto male? qualcosa è cambiato? Certo, qualcosa è cambiato. Non so trovare un motivo unico, un’unica spiegazione. Non lo so. Ho paura che in ogni caso non ci sia una spiegazione valida, una che placherà i dubbi.

Dopo, col senno di poi, mi chiedo se sia io che non reggo o se non sia, piuttosto, che è Lui che ha la mano più pesante del solito. Che non abbia preso la mano sull’altra, che regge più di me, ed ora mi colpisca con l’intensità con cui è abituato con lei.

Nei giorni seguenti le domande, le elucubrazioni proseguono incessanti.
Ogni volta che mi dice “prendiamo tempo, riparliamone domani, riparliamone la settimana prossima”, ogni volta dopo due ore siamo di nuovo a parlarne. Ogni volta si aggiunge un tassello. Ogni volta è un nuovo dubbio, un’altra cosa che non va. E’ un chiodo fisso.

Piango, ho paura, capisco bene cosa sta arrivando e non voglio essere io ad andarmene.

La poesia dello sputo

Osservo quelle magnifiche immagini patinate, rigorosamente in bianco e nero, con sottomesse nude, lisce, magre, con gli occhi chiusi e il capo reclinato, e dominanti in giacca e cravatta, le mani nelle tasche, le spalle larghe e la testa spesso tagliata dall’inquadratura. Rappresentazioni dell’appartenenza come un qualcosa di impalpabile, rarefatto, emozionale come una seduta di cromoterapia al centro termale.

Certo: appartenere è profondità, connessione, emozione e abbandonarsi all’altro.

Ma quell’abbandono non è l’inizio: è l’arrivo.
Il percorso per arrivare a quella profondità si declina e si sviluppa attraverso sensazioni fisiche, carnali, niente affatto auliche; anzi. Arriva attraverso lo sputo, il colare della saliva, lo strisciare per terra sotto i piedi del Padrone; leccare, odorare, aprirsi e lasciarsi usare.

Sono bellissime quelle immagini patinate; anche a me piacciono, le guardo, le ribloggo su tumblr. E poi invece seguo tumblr a colori, con gif sporche, esplicite, pornografiche in ogni senso. Io so cosa c’è dietro quella patina lucida: una patina lurida. Attraverso lo sporco, il basso, l’inferiorità, lo schifo, striscio e mi abbandono, svuotata di tutto, ai piedi del Padrone, il mio posto, davvero. E nella nullità della schiavitù, mi sento rifulgere di quella luce, quella che poi riconosco rappresentata in quelle immagini rarefatte.

Della gelosia e dell’incomprensione dei desideri

E’ come un vuoto d’aria.
La pressione interna scende all’improvviso, lo stomaco si chiude, il cervello si ottenebra e si oscura come il cielo prima di un temporale. Sento tendersi i muscoli del collo e corrugo la fronte. Scende su di me di colpo, come un macigno, schiacciandomi a terra, cancellando ogni altra sensazione, suono, pensiero.

E’ la botta di gelosia.

E’ sempre improvvisa e causata da qualcosa di banale, innocuo. Una parola, un gesto, un oggetto, una persona. Di colpo tutto si fa nero, venato di verde, la bocca mi si riempie di fiele, la mente di veleno. Sto malissimo e vorrei solo che smettesse.
Così il primo bersaglio è ciò che ha causato la botta. Vorrei che sparisse. Bruciare il mobile in cui ho inciampato col mignolino del piede. Ovviamente non è così semplice, e comunque non avrebbe senso, lo so. Saperlo non aiuta a stare meno male, ma permette di andare oltre e cercare una soluzione vera.

Parlare, confrontarsi, immergersi piano e con disgusto nella gelosia: tastare il terreno, sentire dove cede, un passo alla volta in questa palude fetida e limacciosa, che cerca di ingannarti: là dove sembra solido, invece cede all’improvviso. Schifo, dolore, fastidio, me ne voglio andare, basta, vi lascio tutti, mi ritiro in un eremo così da non vedere mai più nessuno, non soffrire più, fate quello che vi pare, stronzi maledetti.
Invece no. No: di nuovo, un passo alla volta, dentro la palude, con gli occhi chiusi. Sentire il terreno, comprendere perché è così fangoso. Cosa c’è che fa ristagnare il flusso delle emozioni? Cos’è che mi impedisce di fluire, di andare, di sentire tutto ciò che è bello e buono?

Quando sei immersa, trovi i sassi; i blocchi. Scavare con le mani, col ragionamento, con la comprensione; sciogliere i nodi, disfare le dighe. Accettare, affidarsi, abbandonarsi.

E poi dal fango, incastrato sotto di tutto, si trova proprio quella cosa che aveva scatenato la botta. Quella cosa che avevo detto che non volevo fare, che era un limite, che preferivo non provare, non vedere. Quella cosa che poi – giustamente – mi viene detto verrà fatta con qualcun altra.

Mi fermo a fissare questa cosa è mi chiedo: ma perché?
Forse che in realtà, sotto sotto, cercavo di evitarla perché invece oscuramente la desidero? Cosa credevo? di non meritarla? che avrebbe causato… qualcosa? Ma cosa? Credevo di non volerla e così l’ho nascosta ai miei stessi occhi, alla mia stessa consapevolezza, ma si è incastrata.

Resto lì in mezzo al fango che inizia a defluire, pensierosa, svuotata di tutto quel male che sembrava così insormontabile e che invece ora è sciolto e scorre via. La consapevolezza sciacqua via i ristagni, ripulisce il cuore e il cervello.

Scavalcare

All’inizio è sempre troppo doloroso.
Mi colpisce senza riguardo, con forza, colpi secchi sul culo, mentre sono in ginocchio, o stesa a terra ai Suoi piedi. Mi trascina e mi sposta, mi mette comoda per Lui e colpisce. Io strillo, mi agito, stringo i denti e cerco di resistere.
All’inizio non mi piace, mi fa male, vorrei sottrarmi, scappare. Penso di dire la safeword, a volte.

Forse è perché facciamo sessione da me. In passato, ero io ad andare dal Padrone, lontano. Avevo il tempo del viaggio per entrare in uno stato mentale adatto.
Qui, da me, l’ambiente è familiare, quotidiano, anche se allestito diversamente; anche se mi preparo, mi manca quel distacco anche fisico dalla “normalità”.
Inoltre, appena arriva siamo già in sessione. Non ci sono convenevoli, io sono nuda e lui entra.
In passato c’era sempre un periodo più o meno breve di accoglienza, non ero istantaneamente proiettata a terra, al mio posto. Adesso, sì.

Per questo penso che questo sia un rapporto D/s maturo.
Non ci sono convenevoli, ammorbidimenti, approcci: sappiamo chi siamo l’uno per l’altra e lo siamo. Lo viviamo. Subito.

Il dolore è pungente, feroce, la Sua mano non esita un istante. La mia carne è fredda, impreparata (ma non vedo come potrebbe invece essere preparata). Mi tiene ferma e mi batte; mi frusta le piante dei piedi per farmeli tenere nella posizione che mi ha insegnato. Urlo.
Perché è così cattivo?, penso. Fa male. Fa male!

E poi scavalco.

Non so quale muro mentale io abbia dentro. Ma dopo poco lo scavalco.
Smetto di pensare, di lamentarmi (si fa per dire). Apro la bocca, offro il culo, tengo le mani dietro la schiena, i piedi distesi. Lui entra. Entra in me attraverso il dolore, attraverso la carne. Si fa spazio e mi obbliga a lasciarmi usare. Lacrimo, sbavo, strillo ma il dolore ora mi penetra in profondità e mi attraversa come un fiume in piena, mi travolge e mi porta via.
Giro gli occhi all’indietro e i miei strilli diventano grugniti di gola. Ansimo. Godo.

Godo del dolore, della pelle che si segna, della carne che si tende. Godo della sottomissione, dell’uso che Lui fa di me, dell’essere Sua.
Mi sta addosso, mi chiama in ogni modo ed ogni appellativo mi risuona dentro e mi scuote. Mi colpisce, mi tira, mi sposta, mi sbatte, mi gira: sono il Suo pupazzo. Sento la vergogna, l’umiliazione, il dolore; sento tutto e tutto mi vibra dentro. Sento Lui.

Quando ha finito mi chiama per nome e io sono un ammasso di carne martoriata e fradicia.
Sono la Sua schiava.

La potenza delle parole

L’ho immaginato così tante volte. Ore passate ad immaginare, fantasticare; a guardare gif e filmati e immagini porno aggiungendo nella mia mente il parlato, con quelle parole che tornavano, ripetute, ossessive.

E ora le sento. Le leggo. Mi vengono dette. Ripetute.
Non è più solo nella mia testa, non dipende più da me. Non è una qualche figura immaginaria a dirle.

Ogni volta è un tuffo al cuore, visceri che si rimescolano e il sesso che si contrae.
Mi sono auto-educata a reagire a quelle parole – o forse sono parole che mi hanno sempre fatto reagire, perché parlano al mio sé più profondo e nascosto.
A sentirle davvero mi smuovono nella profondità, mi fanno vivere ciò che finora è stata solo fantasia. Fantasia oscura, segreta, mai rivelata a nessuno.

Ed ora Lui entra e sfonda e mi ritrovo riversa sul pavimento senza quasi capire che cosa mi ha travolto.