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for this is what I feel

Categoria: riflessioni

  • BDSM test

    Tutti (o quasi, almeno credo) conoscono il bdsmtest e in parecchi lo propongono sul proprio profilo FetLife – e io non faccio eccezione. Di recente ho deciso di aggiornare il profilo e quindi di rinfrescare il test, e l’ho rifatto. I risultati mi hanno sorpresa.

    == (12/03/2021) ==
    100% Submissive
    98% Degradee
    97% Non-monogamist  
    95% Masochist
    94% Voyeur
    92% Pet
    91% Rope bunny
    86% Exhibitionist
    83% Slave
    68% Experimentalist  
    58% Brat
    51% Primal (Prey)
    13% Vanilla
    0% Ageplayer
    0% Boy/Girl
    0% Switch

    == (10/10/2017) ==
    100% Submissive
    100% Degradee
    98% Non-monogamist
    100% Masochist
    50% Voyeur
    90% Pet
    100% Rope bunny
    65% Exhibitionist
    98% Slave
    58% Experimentalist
    97% Brat
    94% Primal (Prey)
    18% Vanilla
    80% Ageplayer
    95% Boy/Girl
    0% Switch

    Diciamo che ci sono ben poche certezze: una è che io sia sottomessa, un’altra che non abbia la benché minima velleità di dominazione. Per il resto, in tre anni e mezzo sono cambiata moltissimo – sempre se ci fidiamo di questo test, ovviamente, ma è in effetti anche una cosa che sento. Certo vederla per iscritto mi colpisce. 

    Sono molto meno slave, il che forse mi delude, io che ho sempre cercato di essere una brava schiava.
    Sono molto più guardona (o forse lo ammetto di più).
    Un 10% meno rope bunny, il che è curioso: faccio più corde adesso che un tempo…
    Un pochino meno degradee e masochista, ma davvero poco, e sono circa lì come non-monogama. Su questi punti non mi angustio, anche se vedere che non è più al centopercento è strano. Forse sono meno propensa ad andare per gli estremi, ricerco di più le sfumature, le zone di penombra.
    Decisamente meno brat (mai stata! giuro!).
    Un poco più sperimentatrice, ed è molto vero: sto esplorando.
    Sono un pochetto più pet (bau).
    Ancora un poco meno vanilla e questa è la cosa che davvero non mi stupisce.
    Ho dimezzato il sentirmi preda (mi sento più forte?).
    Un 20% più esibizionista (vero…). 

    Soprattutto, a quanto pare, ho smesso del tutto di sentirmi più piccola di quanto non sia. 

    Sicuramente significa che non mi deresponsabilizzo più così tanto come un tempo. Non desidero più così fortemente essere più piccola, più indifesa, totalmente affidata a chi sento più grande e forte. Da questo punto di vista sono contenta. Certo è più faticoso; ma mi fa sentire più completa, più insieme. 

    E quindi? Meglio? Peggio? Sono migliorata, peggiorata? Per deciderlo toccherebbe presupporre che ci sia uno standard, un giusto e uno sbagliato. Un vero biddì… ma, per quanto potrebbe persino sembrare una consolazione (avere un riferimento, un credo in cui essere giusta), non esiste.

    Io ho la mia verità. E sto ancora scoprendola, ed è mutevole come le forme della vita.

  • Drop

    Ancora una volta, cado. 

    Dopo l’intensità così a lungo desiderata, dopo i colpi, la voglia, i brividi, lo stare a terra, dopo tutto quello che mi hai fatto sentire, il mondo quotidiano è così grigio e spoglio. Peggio: è vuoto. Non c’è più un significato semplice e diretto a riempirlo, com’è invece il sentire della sessione. 

    Beccheggio e faccio cose, mi muovo anche bene in questo mondo banale, ma mi porto dietro un senso di tristezza, di nostalgia, che ancora non so come gestire. 

    Mangio cioccolata e bevo vino, ma sono solo palliativi che non riempiono questo senso di vuoto. Anzi: sono disfunzionali e fanno peggio. 

    Ho letto su FetLife una riflessione molto interessante sul fatto che l’aftercare sia da considerarsi un tempo di transizione: non una pratica o un insieme di gesti, ma un periodo di tempo strutturato utile a spostarsi da uno stato mentale in ruolo ad uno diverso, utile a vivere la realtà per com’è in quel momento, senza restare incollati alle sensazioni precedenti. Da schiava senza dignità a lavoratrice responsabile. Per funzionare meglio. 

    Mi serve questo tipo di riflessione, questo tipo di realizzazione: riuscire a creare una transizione funzionale per godermi il meglio di ogni momento, nel momento presente. 

  • Se non posso esporre il culo, espongo il cuore

    Quando mi trovo impossibilitata a fare sessione, a giocare, a mostrarmi, allora viro su post di ragionamento, elucubrazione. Mostro una parte nascosta di me, provo a spiegarla innanzitutto a me stessa.

    (Alla fine, questo blog era nato come diario personale, privato, anche se in realtà è ed è sempre stato pubblico.) 

    E quindi, cosa è più intenso? Cosa più intimo? Cosa più privato? Il culo o il cuore? 

    A volte (spesso) esporre il culo è molto più facile, meno impegnativo. Mostra meno di sé, anzi, può diventare una maschera per nascondersi, per non rivelarsi realmente nella propria verità più recondita. 

    Nel bdsm, però, mi viene esposto tutto. Anche se chi osserva può magari vedere solo il culo c’è il mio cuore, lì, che accoglie i colpi, le carezze, gli sputi. 

  • Tutto sotto controllo

    Le mie regole, non quelle comuni.

    Il mio controllo, non uno esterno.

    Abbiamo entrambi questo fetish del controllo.
    Ogni giorno, in ogni momento, rincorriamo questo controllo. Della vita, del lavoro, della gestione delle cose; so bene l’ansia che ho se non ho tutto ben organizzato, preciso, pianificato: tutto sotto controllo.

    Mi prendi in giro su questo. Ma anche tu lo fai.

    Ti piace avere il controllo; e a me, poi, piace che il controllo di me lo prenda tu.
    Quando è il momento, lascio andare questo controllo: lo poso nelle tue mani e lascio che le tue mani mi leghino, mi blocchino i movimenti, mi costringano in posizioni dolorose e scomode. In quel momento, dipendo da te. Faccio sempre fatica a lasciare andare; ma quando infine lo faccio, sospinta dal dolore, avvolta dalle corde, stretta dalle catene, isolata nel cappuccio, immobilizzata e vulnerabile, in quel momento respiro veramente libera.

  • Regole

    Agli inizi del mio percorso nel BDSM anelavo ad una struttura molto rigida. Avere struttura mi rassicurava, mi dava il forte senso di appartenere, di essere sottomessa. Sapevo di dovere obbedire e questo mi sollevava dall’ansia della responsabilità (in quegli ambiti, ovviamente). C’era chi decideva per me, chi si prendeva cura di me: bastava affidarsi, obbedire. 

    Nella struttura il mio cuore si placava e mi sentivo al sicuro. Mi sentivo nel giusto. Spariva la paura di dover decidere e quindi di poter sbagliare. 

    Il mio primo Padrone mi fece firmare un contratto con delle regole, che tenevo appese in camera per ricordarle sempre. Anche gli altri Padroni mi diedero regole, codici di comportamento, formalità. Mi tolsero libertà e misero sotto il loro controllo alcuni aspetti, sempre o in determinati momenti. Più questi ordini erano pervasivi e si applicavano in ogni momento più mi sentivo posseduta e sottomessa, che fossimo insieme o meno, che fossi in sessione o al lavoro.

    Poi le regole iniziarono a starmi strette. 

    Insoddisfatta di alcune cose, iniziai a provare insofferenza per quelle che iniziavo a sentire come limitazioni, e non prove di sottomissione. 

    Il vincolo all’obbedienza era sempre stato dentro di me, un vincolo intimo, potente, legato alla relazione, al senso di appartenenza, alla compiacenza verso il Padrone e al senso di liberazione dal peso della responsabilità della libertà. Venuto meno quello, mi trovavo spaesata, perduta, senza punti di riferimento e senza avere costruito la capacità di gestirmi in autonomia. 

    Adesso sono refrattaria alle regole. 

    Una parte di me le desidera, come sempre, per avere un recinto sicuro entro cui muovermi, entro cui sapere di essere brava. Ma ho sofferto talmente tanto per questo, per aver cercato di scansare la responsabilità di me stessa, che non voglio che succeda più. Accetto ed affronto la fatica di gestirmi. E accolgo con gratitudine l’abbandonarmi in sessione.

  • Una parte di me

    Ripensando al passato, ho capito che una parte di me apparterrà sempre a Lui.

    E questo si applica ad ognuno dei miei precedenti Padroni.
    Con diverse sfumature, diversi gradi di intensità, per diversi aspetti, in diverse parti di me, di loro. Ma è così: ciò che ho vissuto mi è entrato dentro. Ciò che ho subito, ciò che ho sentito, ciò che ho desiderato, ciò che ho provato, tutto: porto ancora tutto dentro, e lo porterò per sempre.

    Talvolta ho pensato che fosse un peso, un vincolo; forse persino un intralcio ad un’altra appartenenza (perché non è corretto proiettare un precedente rapporto su un attuale, ed aspettarsi che la persona che si ha davanti sia uguale ad una del proprio passato, che agisca in modo simile, che abbia gli stessi gusti, gli stessi pensieri). Non è facile lasciare andare i pattern conosciuti, i precedenti protocolli, i condizionamenti piccoli o grandi che si instaurano in una relazione D/s: le regole, gli ordini, le cose da dire, quelle da indossare, il modo di relazionarsi.

    Ma non è un peso.
    E’ un bagaglio, una risorsa, un tesoro prezioso di sensazioni e sentimenti, di esperienze, di ricordi. Oggi sono la persona (la schiava) che sono diventata anche attraverso quei passaggi. Non sarei qui, se non fossi passata di lì. Non posso rinnegarlo: è parte di me.

  • Sadomasochismo emotivo

    A proposito del post di lunedì (la traduzione dello scritto di owlfinch sul sadomasochismo emotivo), volevo aggiungere le mie personali riflessioni sul tema.

    Sotto questo termine ombrello rientrano anche l’umiliazione e la degradazione, ma anche il cuckqueaning (e presumo il cuckolding), il denial in certe forme, l’oggettificazione… anche cose che pratico da tempo, per cui provo fascinazione e desiderio, ma che non avevo mai pensato potessero rientrare in un termine simile. Non avevo pensato ci potesse essere una categoria come il masochismo emotivo. Questo perché io (come immagino la persona media, nella vita quotidiana) non amo stare male, sentirmi inadeguata, gelosa o abbandonata.

    Eppure… Mi attira l’erotizzare la gelosia, il confronto e l’umiliazione del vedere il mio partner stare con un’altra mentre io devo guardare (ovvero il cuckqueaning); mi piace sentirmi insultare (ma su cose legate alla sessualità: se mi si chiamasse “cicciona” non lo erotizzerei); mi sono eccitata e attivata su stati emotivi liminali, provando allo stesso tempo desiderio e mal di pancia, sesso bagnato e stomaco chiuso – e non è forse tutto il BDSM basato su stati emotivi, oltre che su sensazioni fisiche e sessuali?

    Alcune volte ho vissuto molto male certe sensazioni, che hanno avuto strascichi nella vita quotidiana, continuando a farmi sentire male, soprattutto su sensazioni di inadeguatezza e inutilità. E contemporaneamente mi sentivo in colpa di questo stare male. Pensavo: dovrei farmelo piacere, dovrebbe piacermi; essendo sub, essendo schiava, sono cose che dovrebbero fare parte delle mie capacità, dei miei kink; non sono una schiava abbastanza brava, se non accetto e non apprezzo anche queste cose.

    Adesso, leggendo testi informativi ed educativi sul SM emotivo, sto iniziando a pensare di avere fatto proprio quello sbaglio: pensare che fossero pratiche standard, connaturate al D/s e a tutto il resto del “pacchetto” che viene con lo scegliere una posizione sottomessa. Non credo che dal lato Dominante mi sia stato praticato un abuso, comunque: credo però che anche da quel lato non ci fosse piena consapevolezza che si tratta di un kink a sé stante, ma venisse considerato parte del modo di vivere il BDSM. Uno standard del pacchetto sadomaso. Ma non lo è: ora che ho le parole per comprenderlo lo capisco.

    Potendolo dire, avendo dei termini di riferimento, adesso tutto si dipana più chiaramente. Mi è possibile fare scelte consapevoli; dire sì questo sì, no questo no. Aggiornare i miei limiti comprendendo cose che non sapevo nemmeno potessero essere messe in lista.

    Perché qui c’è qualcosa, qualcosa che mi attira oscuramente, che tocca qualche parte di me nascosta nell’ombra. E se non ho la possibilità di riconoscere quel qualcosa, rischio che mi si ritorca contro. E i danni emotivi sono spesso più gravi di quelli fisici, e impiegano più tempo a guarire.

  • Riconoscimento

    Un mio tratto distintivo è il desiderio di essere riconosciuta dagli altri: per le mie qualità, i miei valori, le mie particolarità. Un riconoscimento di me come persona, distinta da chiunque altro. Speciale nella mia specificità. 

    Per questo detesto le vuote lusinghe di circostanza, e sono molto attenta che non mi si attribuiscano meriti che non ho. E allo stesso modo, mi irrito se non ci si accorge di me. 

    Voglio essere vista per chi sono, non per chi si vorrebbe che fossi. 

    Questo tratto di me è così forte che lo vivo uguale e specchiato nel BDSM: amo venire umiliata, essere messa al centro e additata; che mi vengano sottolineati difetti, voglie, tratti vergognosi, che mi vengano rivolti insulti. 

    Nella vergogna e nell’imbarazzo, in questo riconoscimento distorto, vibro e mi eccito. 

  • Distanza vs lontananza

    Nella distanza fiorisco: mi sento un aquilone, che vola in alto ma sempre ben assicurato alla fune che lo lega al suo padrone. Quella fune, che controlla lasciando volare, è per me la distanza verticale del D/s, il senso di appartenenza, il legame che mi fa sentire protetta: una cessione di potere che però mi permette e anzi mi incoraggia a migliorare. Una guida.

    La lontananza, al contrario, mi distrugge. Lontananza è assenza, disinteresse; è parlare del tempo, fare finta che vada tutto bene, mancanza di comunicazione. E’ tempo e chilometri e pensieri che si mettono in mezzo e diluiscono le emozioni (come invece la distanza le intensifica).

    La lontananza è far volare via l’aquilone, fino a far spezzare la corda, o finché non finisce e sfugge dalle mani del controllore. Allora è perduto, e la speranza di ritrovarlo incastrato in un albero è poca, e anche se lo si ritrova non è detto che si possa aggiustare.

    Nella distanza mi accomodo e attendo.
    La lontananza invece mi spinge all’isolamento; mi porta ad allontanarmi ancora di più per non soffrirla. Rischio così di perdere di vista l’altro capo della fune, di non saper tornare e di lasciarmi scuotere dalle intemperie emotive che mi trascinano via, fino a farmi male.

     

    In questo nuovo lockdown, in questo distanziamento forzato, torno ad accucciarmi dentro di me nel mio luogo sicuro dove attendere, fiduciosa della tenuta della fune.

     

  • Perfezione vs empatia

    La perfezione inarrivabile del Master – che spesso gli viene attribuita dagli stessi occhi del sottomesso – suscita timore, rispetto, adorazione, devozione. Ma non certo empatia.

    Viceversa ma allo stesso modo, un Master che mostri imperfezioni, dubbi, mancanze, può suscitare empatia: ma spesso il sottomesso non ne vuole sapere (anche se magari non lo sa). Anzi: si scoccia, si indispone della debolezza del Master, che invece desidera perfetto, onnipotente, onnisciente, possibilmente telepate.

    In una parola, inavvicinabile: è in quella distanza che si pensa si compia appieno la sottomissione, l’appartenenza, il masochismo emotivo di legarsi a una persona che ci sputa.
    Ma in quella stessa distanza ci si leva ogni responsabilità: la cura che ci si accolla del Master è solo quella circoscritta, limitata, del servizio che si desidera fare. Una persona inavvicinabile resta anche ben distante e non disturba, se non è il momento.

    Quando il Master parla, il sottomesso ascolta. Ma spera di ascoltare solo cose attinenti al bdsm: ordini, umiliazioni. Se il Master si confida, o parla dei propri sentimenti, smette di essere una figura mitologica e diventa improvvisamente umano, troppo umano.
    Un Master umano non è più una fantasia, un Service Top che ci fa quello che ci piace e poi basta, lo mettiamo in un cassetto fino alla prossima sessione.

    In passato ho faticato su questo. Ho fallito su questo.
    Ho fallito nell’accogliere l’umanità del Padrone come il dono che è; ho desiderato che fosse solo quella figura potente ma bidimensionale che sognavo.

    L’empatia è faticosa; l’ascolto, la cura, l’attenzione sono faticose. A volte non è stata la fatica che avrei voluto fare; a volte avrei solo desiderato chiudere il rubinetto della responsabilità, dell’empatia, e subire e basta, abbandonarmi al gioco fisico, al servizio, a ciò che mi placa la mente e il cuore.

    Ma il Padrone *è* umano. E’ lì, è presente, è reale, è una persona con tutte le sue sfaccettature. Per questo è bello, per questo ha valore e non è solo una fantasia, solo una masturbazione, ma crea un rapporto vero con una persona vera e questo amplifica qualsiasi sensazione io possa provare da sola. In quella danza di equilibrio tra la distanza verticale del D/s e la vicinanza umana delle persone si compie forse un piccolo miracolo.

    Per questo non voglio più fallire in questo. Porto con rammarico la consapevolezza di avere fallito in passato. Ma, almeno, ho imparato.