La cera calda scivola ad avvolgermi come un abbraccio.
Il piacere lambisce le propaggini del dolore.
Freddo, caldo; ghiaccio, cera.
Le sensazioni contrastanti mi riportano indietro col ricordo: ho già provato questo gioco di opposti, anni fa, in altri contesti, con altre persone, con molta meno esperienza. Sarà forse perché la mia soglia del dolore si è alzata, o perché questa candela ha un punto di fusione basso, ma il contrasto mi pare più lieve, ora; il gioco meno intenso.
Ma è gioco, è sensazione di dolorepiacere, è sentirmi oggetto di attenzioni, è bello. Mi attanaglia una struggente sensazione di malinconia, di nostalgia. Come sempre quando passa del tempo, parecchio tempo tra una sessione e l’altra, riparto dal timore: non tanto del dolore, ma del non riuscire a goderne. E dalla voglia, imperiosa, furente, di volerne molto di più.
Riapro gli occhi e sorrido al sorriso della mia Lady, al brillare dei suoi occhi mentre mi passa le unghie sulla pancia e mi cola cera sui capezzoli.
Categoria: sensazioni
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Ghiaccio e cera
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Intensità – 26
A volte mi viene da pensare che sarebbe comodo sentire un po’ meno.
Un po’ meno emozioni, un po’ meno sentimenti, un po’ meno coinvolgimento emotivo. Vivere una vita meno intensa, più tiepida. Niente grandi sbalzi, niente caldo soffocante o freddo gelido, niente brividi e batticuori, niente patemi, ansie, paure.
Una vita tranquilla. Piatta. Senza andarsi a cercare sensazioni forti. Una vita ad accontentarsi.
Non fa per me.
Ogni tanto mi serve una pausa, certo: un attimo di quiete, di sospensione e riposo per tirare il fiato e recuperare energie.
Ma poi quelle energie le voglio spendere tutte. Tutte. -
Intensità – 21
E’ come un brivido sulla pelle.
Mi increspo come esposta ad un vento fresco; è piacevole, ed aumenta le mie percezioni. Sento moltissimo, come se mi fosse stato sbucciato di dosso il primo strato di pelle e il mio sé più ineriore fosse a contatto diretto con l’esterno.
Il brivido mi solca e mi penetra, si infila nei miei anfratti, mi fa inarcare la schiena e tendere i muscoli delle spalle. Involontarie contrazioni mi fanno sobbalzare.
L’intensità di questo desiderio urlato dalla mia pelle è quasi intollerabile.
La mia carne agogna l’impatto, la mano del Padrone, la frusta. E questa tensione aggiunge intensità alle mie giornate già così folli. -
Intensità – 16
Ho sonno, le palpebre pesanti, lo stomaco un po’ sottosopra. Mi pare di avere fame ma è il mio cervello che arranca, reclama riposo o zuccheri.
Non intendo mangiare; non mi va di dormire. Cerco di tirare allo spasimo.
Ma la tensione che sento è anche di carne, di sensi. Non sto solo lavorando. Ho addosso un flusso caldo che mi avvolge, che mi culla e mi sussurra desideri.
Mi abbandono tra le coltri non solo tra le braccia di Morfeo. Mentre la stanchezza mi soverchia, riapro gli occhi e annaspo come un naufrago ad abbracciare, a toccare, a stimolare e a farmi trasportare dal calore che sento.
Appena sotto la superficie del sonno, della stanchezza, si agita instancabile il desiderio. -
Intensità – 13
E poi, nel mezzo della fatica degli impegni, in cui sono concentrata su una cosa per farla bene, mentre sono serena che quanto fatto finora sia tutto sufficiente, e corretto, ecco che mi arriva una breve comunicazione che mi notifica un errore. Nulla di grave, o irreparabile. Ma un errore.
La prima reazione, cui vorrei abbandonarmi, è il pianto. Lo sbattere i piedi, protestare con voce lamentosa e infantile che non è giusto, che ho fatto del mio meglio, che non merito l’essere ripresa.
Invece, corrugo la fronte e mi rimbocco le maniche. Torno su quanto fatto e rivedo, correggo, sistemo. Anche se sono le dieci e mezza di sera. Anche se volevo solo crollare e dormire.
Non mollo.
Non intendo mollare. Mai più. -
Intensità – 12
Non mi sto portando avanti, qui. Altre volte ho approfittato dell’ottima funzione di wordpress per programmare dei post – se sapevo di essere via, di essere incasinata, o se ero particolarmente in vena di scrivere e non volevo perdere l’attimo.
Ora no. Scrivo tutto al momento.
Mantengo ferocemente alta la soglia di intensità. Nel mezzo del lavoro, del vivere costantemente al telefono, alla concentrazione che devo avere, all’ascolto che devo porre, all’essere comunque un junior in costante formazione, sospinta dall’entusiasmo del nuovo ma preoccupata per la mancanza, ancora, di competenze forti ed acquisite, nel mezzo della tempesta mi lego all’albero maestro con un taccuino ed un lapis e scrivo, scrivo.
Che ho fatto nei mesi di disoccupazione? Quando non avevo un tubo di urgente dalla mattina alla sera? Nulla; o quasi.
Adesso che sento forte la violenza della bufera, che sono spazzata dai venti, che mi trema il cuore perché so dove sono e perché, anche se la balena bianca ancora non l’ho veduta, adesso è il momento per non mollare nemmeno un secondo, per tirare fino allo spasimo, per godere ogni goccia di questa vita così bella. -
Intensità – 07
Il momento più difficile è partire; il secondo è ripartire.
Quando si tira ferocemente, si avanza senza più indugi, senza più accettare giustificazioni, senza più essere indulgenti con se stessi, arriva un momento in cui si è spossati. La stanchezza, quella vera, quella giustificata, che non è più pigrizia, esiste e si palesa subdolamente insieme a pensieri quali “non ce la posso fare”.
Invece sì, certo che ce la posso fare.
Prendere fiato, chiudere gli occhi per un attimo. Riassestarsi, rimettere in ordine se stessi e i propri strumenti, l’attrezzatura. Riposare un poco, a bordo strada. Poi rialzare lo sguardo e fissare nuovamente la meta. Rialzarsi e proseguire. -
Intensità – 02
La mia paura è sempre superficiale. Ovvero, si ferma all’aspetto esteriore delle cose.
Osservo la superficie ribollente della realtà e mormoro: è calda. La sfioro con le dita, la pelle si increspa nel suo vapore.
Mi prefiguro le ustioni, il dolore, la carne che si espone a brani, bruciata, viva, annerita, morta. Ci giro attorno, timorosa, sospettosa e desiderosa. Laggiù, oltre quel magma, dentro quella lava c’è la vita, quella vera: quella che ho sempre detto di voler assaporare.
Infine di slancio mi decido. Affondo le mani in quella pasta calda, la manipolo, la massaggio; mi lascio avvolgere dal suo calore, mi lascio avviluppare fino al gomito, fino alle spalle.
Scotta, brucia ma non uccide. Anzi: riscalda. Rincuora.
Mi tuffo a testa in giù, con coraggio – ed il coraggio non è essere senza paura, ma affrontarla e superarla – confidando che presto riemergerò dall’altro lato, capovolta, con un altro centro di gravità, scottata ma fiera. -
Intensità – 01
Prima di iniziare, prendo un respiro profondo.
Per un lungo, lunghissimo, eterno istante ho paura. Una paura fottuta, un terrore primigenio mi soverchia completamente. Non esiste più nulla oltre l’orizzonte della paura.
In quel momento sono convita che sto per morire, che qualcosa di irreparabile stia per accadere, anzi, è già accaduto e precipito orribilmente verso il disastro.
Lo stomaco serrato, il cuore impazzito, la gola stretta da una morsa, osservo con occhi sbarrati il mio gesto incauto, sconsiderato. Perché l’ho fatto, mi chiedo in questo attimo espanso, perché? Voglio tornare indietro, ci ho ripensato, sono stata una stupida, stupida! Ed ora per l’avventatezza di un istante tutto è perduto, tutto. La mia libertà, il tempo, la serenità, non so, qualsiasi cosa. Perduta.
Riemergo dal gorgo della paura annaspando, ingoiando aria a boccate; ansimo, tremante.
Non è accaduto (ancora) nulla.
E’ solo la paura, la paura della scelta, il timore che sia irreparabile, scolpita nella pietra, una volta per tutte. E invece, continua. Ogni attimo non è che un prodromo all’attimo successivo, ogni scelta una strada intrapresa che porterà ad altre scelte, altre strade, altre vite. Ognuna degna di essere vissuta, purché lo sia con onestà e coerenza. E amore, diciamolo, chiamiamolo amore.
Il terrore di amare è il più radicale; è il terrore di perdere ciò che si ama. Ma se non si ama, che senso ha?Ed ho solo iniziato un lavoro nuovo.
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Vuoto d’aria
Sottomettersi vuol dire appartenere.
Appartenere vuol dire affidarsi; affidarsi vuol dire fidarsi.
Fidarsi vuol dire anche accettare di provare una pratica che so già per certo che non mi piacerà, che è un mio limite. È averne conferma eppure ancora fidarmi che il Padrone sarà lì pronto a tenermi. Fidarmi che non lo ha fatto per farmi del male.Mi infilo nella vacuum bed con un pessimo presentimento, il cuore che già batte a mille, la paura che già mi carezza coi suoi artigli. Non mi piace, non mi va, già solo vederla mi soffoca. Cionondimeno ci entro, incoraggiata dal Padrone e da Lady Rheja.
La cerniera si chiude e rimango sola in un mondo nero; quando l’aria comincia ad essere aspirata fuori la sensazione del latex che mi si avvolge attorno alle gambe è persino piacevole, contro ogni mia previsione: è vellutato, e l’odore non mi dispiace.
Poi, lo sento salire a comprimermi il petto, il collo.
L’angoscia del soffocamento mi prende immediatamente, come so che mi succede, anche alla minima pressione. Chiedo a gran voce di interrompere.
Il gioco si ferma, il sacco di gomma viene aperto ed al Padrone che fa capolino dico che ho avuto l’impressione che mi mancasse l’aria. “L’impressione? – chiede – Ma non ti mancava davvero, no? Dai, riprova”.
Non so dirgli di no, non so spiegargli cosa sento; lo so che lo fa per farmi affrontare le mie paure. Mi faccio coraggio: la vacuum bed si richiude e torna a stringermisi addosso.
La pressione è minima; comprime ed avvolge, più che schiacciare. Lo stesso, vado giù di testa: d’improvviso urlo di terrore, strillo la safeword una, due, dieci volte di fila, in preda al panico. Non mi accorgo nemmeno subito che la zip è già aperta, che la mia Lady mi sta già liberando. Poi vedo la luce entrare nella gomma nera.
Striscio fuori tremando, gli occhi sbarrati, la gola serrata.
Come ho aiutato a montarlo aiuto a smontare quell’attrezzo diabolico. Mi pare d’essere un’ingrata, pensa quanti feticisti farebbero carte false pur di mettercisi dentro e io no, io ho gli attacchi di panico.
Chiedo di andare in bagno e una volta lì, senza farmi sentire, scoppio a piangere. Sfogo il terrore e lascio che esca in lacrime e singhiozzi.
Non è un periodo facile: lavoro nuovo, tanti impegni, cambiamenti, corse. Questo non ci voleva, o forse sì: ha catalizzato e concentrato tutte le mie ansie in un unico globo nero di angoscia e gomma. Che però si è aperto; è stato aperto; ne sono uscita.
Mi asciugo gli occhi e torno dal Padrone, che mi chiede se sto bene. “Sto bene”, è una mezza bugia.
Ma sottomettersi è fidarsi del Padrone.
Così mi lascio condurre e bendare senza fare resistenza, lascio che la sessione cominci senza fuggire come l’angoscia residua vorrebbe. Mi lascio andare e mi fido del Padrone – e sono felice di farlo.
