subservientspace

for this is what I feel

Categoria: session

  • Come un torrente in piena

    Quando mi dici “usciamo” faccio un colpo. Non me l’aspettavo. È già tardi… Non ho pensato che volessi le cose nello zaino per questo.
    Mi vesto e finisco per sentirmi già vergognosa uscendo, perché il vestitino è tanto scollato.

    In auto mi bendi e mi metti la ball gag. Inizio a respirare pesantemente, sento salire la tensione. Mi distraggo cercando di mettere le polsiere, cosa non facile senza vedere; mi concentro sul compito, cerco ancora di essere brava.
    In pochissimo tempo siamo arrivati, e finisci tu di mettermele. Sento i gesti bruschi, anche quando mi sfili le infradito. Mi sembra davvero come se venissi rapita, portata via. Un po’ è paura reale, un po’ la sento parte della situazione.

    I piedi nudi sul terreno freddo e bagnato, ruvido; sassolini. Scesa dall’auto sono fuori, non sono più al sicuro. Posso solo sentire senza vedere, senza poter parlare.
    Mi togli il vestito e sono nuda, mi sento terribilmente nuda. Respiro, cerco di sentire il freddo, la natura, di amalgamarmi nella sensazione fisica, allontanare la paura.
    Quando parte la ventola dell’auto penso che sia una moto che si avvicina, tremo al pensiero di essere vista ed è un brivido misto di timore e di desiderio.
    Ti allontani. Sono sola. Cerco di sentirti, ascolto se fai rumore, ma sento solo lo scrosciare del torrente. Ho il terrore che mi arrivi una scudisciata a freddo, non so come dirti di non farlo, che sarebbe troppo.

    Poi, suono di catene, eccoti.
    Quando mi metti il collare e la catena, che è fredda, ho un brivido improvviso, tremo incontrollabilmente. Mi leghi le mani dietro la schiena e non posso più proteggermi. Mi sembra di gelare, il disagio fisico amplifica la paura.
    Mi tiri e ho paura di cadere, non vedo dove vado ma cerco lo stesso di avanzare. Sento i sassi sotto i piedi, l’umido, l’aria fredda. Sento la bava che mi cola dalla bocca e mi sento un animale. Non penso, non penso a niente, non riesco a pensare.

    Mi fai girare e mi porti indietro, forse. Metto i piedi in una pozzanghera: bagnato. Il freddo che sento cala.

    Sei vicino ora. Mi chiedi se voglio viverlo fino in fondo. Mi fai mettere giù, a quattro zampe. Le mani sul terreno, freddo, umido, sassi; sono animale. Non rabbrividisco più, la schiena non mi fa più male, ma temo i colpi, ho paura che sarebbe troppo e finirei per interrompere e invece voglio andare avanti; riesco a dirtelo. Sento le tue mani addosso e quasi ci ripenso.

    Umiliazione; sono nuda, sono esposta, non vedo niente anche se ho gli occhi aperti. Sbavo. Non ho controllo di nulla. Sono bagnata, in tutti i sensi. Il torrente scroscia dentro di me.

    Quando mi riporti indietro è un viaggio di migliaia di chilometri, da un luogo distantissimo che è dentro di me, o di te, o di entrambi. Sento il bagnato e lo sporco addosso e va tutto bene.

  • 420 km e 4 ore di sonno

    Arrivo e il mio obiettivo è efficienza. Apri il portellone, parcheggia, trova le chiavi, sali… Appena entrata mi tolgo le scarpe e prendo le mie cose da bagno.

    L’ho visto il foglio sul tavolo, ma non l’ho notato.

    Quando ci passo davanti (obiettivo: doccia e leggere i 52 messaggi accumulati nelle varie chat di gruppo su whatsapp, sono concentrata), quando ci passo davanti leggo: kat.

    È per me.

    Batticuore. Lo apro e leggo col sorriso sulle labbra come una bambina. Quando arrivo al penultimo capoverso mi salgono le lacrime. È bellissimo. Mi commuovo.

    Tolgo l’orologio senza guardarlo, il tempo cambia. Dimentico il cellulare. Rileggo il foglio più volte e ogni cosa è come una scoperta. Seguo le indicazioni (ordini?) ed esploro: annuso il whisky, resto in terrazzino a sentire il freddo, l’aria pulita di montagna, la pioggia. Ascolto i tuoni, il torrente.

    Sto benissimo, ed è appena iniziato.

  • Catarsi

    Catarsi

    Le corde tirano. Tengo gli occhi chiusi. Voglio sentire, voglio lasciarmi andare, ho bisogno di lasciarmi andare; ma ancora non vado. Sento il chiacchiericcio degli altri partecipanti al peer rope, le risate, la musica di sottofondo. Le corde scorrono, passano, disegnano uno schema e mi bloccano le braccia dietro la schiena. Salgono e lo strappado va in tensione, facendomi chinare in avanti; appoggio la testa al tappeto.

    Cater, dietro di me, mi abbassa i leggings e mi scopre il culo. Brivido: non me l’aspettavo.

    Il primo tocco della rotellina già mi dà una sensazione fortissima. Passa alla base del culo, verso l’interno, e il mio sesso si contrae.

    Cater mette mano al frustino, poi allo slapper, mi strizza le chiappe, mi passa la rotellina ovunque, premendo, dal culo alle cosce alla pianta dei piedi. Strillo. Ma tengo anche gli occhi chiusi e sento. Ascolto il dolore, lascio che si sostituisca ai miei pensieri.

    Pausa. Mi si avvicina e mi chiede se va tutto bene. Mi stringe.

    Vorrei annuire, dire che va tutto bene, che mi sta piacendo. Invece. Il contatto, il dolore che ha tolto i miei filtri, gli innumerevoli pensieri che mi hanno occupato la testa negli ultimi giorni, le emozioni compresse, tutto arriva ad esplodere in quell’abbraccio. Lo sento arrivare e desidero che esca. Affondo la faccia nel suo braccio e piango.

    Lo sapevo di essere in uno stato emotivo complicato. In un momento di grande consapevolezza poche ore prima glielo avevo detto, che avrei potuto piangere. L’ho preparat* a gestirmi.

    Cater mi tiene, mi stringe. Lascia che pianga. Poi riprende a strizzarmi, mi afferra la carne tra le dita e stringe, contorce e io torno a strillare di dolore. Il dolore si sovrappone alle lacrime, si interseca: la testa vola, non penso più. Cater mi solleva la maglietta e mi scopre i seni, ci attacca le pinzette e tira.

    Boccheggio, urlo, le lacrime scorrono sul viso, il sesso mi si contrae, grido e godo. Un orgasmo feroce, affamato, che si abbevera al dolore che sento e se ne disseta. Tremo, travolta da una catarsi di cui avevo un terribile bisogno.

    kat e Cater

  • Sofferenza

    La sessione di venerdì sera è intensa, pesante. I colpi scendono senza pietà.
    Mi pento di avere mangiato quei due bocconi di cibo cinese: torna su tutto quando mi usa la bocca fino in gola, come gli piace, come fa sempre. Mi degrada e ne gode.

    Ho bevuto tanto, perché mi ha detto che vuole che faccia pipì in Sua presenza, cosa che ancora non sono riuscita a fare. Sento la vescica piena. Ma ho paura, sono tesa perché so che sarà difficile che riesca a farla: è più forte di me, è inconscio. Quindi aspetto, aspetto nella speranza che dopo mi scapperà in modo impossibile da controllare. La vescica piena mi fa sentire di più il dolore dei colpi. Mi fa sentire di più gli orgasmi forzati con la wand.

    Urlo, strillo, strepito come non mai.

    Quando mi penetra il culo col dildo mi fa un male atroce, oltre alla penetrazione sento la pressione nella pancia e infine dico “giallo”. Gli dico che mi scappa. Mi porta in bagno, mi minaccia di frustarmi se non piscio. Lo voglio fare, ho bisogno di farla, ma non riesco, lo sapevo, è più forte di me. Esce un microscopico, lento rivoletto… ma non sufficiente per la Sua pazienza.
    Mi richiama in stanza e mi dà 20 colpi di frusta, più altri 20 di riscaldamento. Li ho contati tutti, anche se quelli della punizione, contati ad alta voce, sono solo i secondi.

    Torno a casa scombussolata. La parte che ho sentito più in profondità è stata la frusta. Io odio la frusta, un dolore troppo tagliente. Ora vorrei prenderla di nuovo. Non ho erotizzato il dolore, ma l’Autorità del Padrone.

    Dopo – molto dopo, la sera dopo – Lui mi fa notare che ho sofferto troppo. Mi dice che ha ripensato alla sessione e ha capito che non ho erotizzato il dolore. Ha dovuto rallentare e fermarsi spesso e questo non gli è piaciuto. In quello che mi dice sento che mette in dubbio la relazione: qualcosa non funziona. Mi ricorda che gli avevo detto che se il dolore della sessione diventa sofferenza, vuol dire che qualcosa non va. Non va proprio.

    Lo so che non ha torto. Mi sento in colpa. Mi sento di avere sbagliato. Mi chiedo perché non ho erotizzato, o perché non ho erotizzato come le altre volte. Cerco delle giustificazioni ma non lo so, non lo so. Vado in panico. Sono le limitazioni? la gelosia? sto male? qualcosa è cambiato? Certo, qualcosa è cambiato. Non so trovare un motivo unico, un’unica spiegazione. Non lo so. Ho paura che in ogni caso non ci sia una spiegazione valida, una che placherà i dubbi.

    Dopo, col senno di poi, mi chiedo se sia io che non reggo o se non sia, piuttosto, che è Lui che ha la mano più pesante del solito. Che non abbia preso la mano sull’altra, che regge più di me, ed ora mi colpisca con l’intensità con cui è abituato con lei.

    Nei giorni seguenti le domande, le elucubrazioni proseguono incessanti.
    Ogni volta che mi dice “prendiamo tempo, riparliamone domani, riparliamone la settimana prossima”, ogni volta dopo due ore siamo di nuovo a parlarne. Ogni volta si aggiunge un tassello. Ogni volta è un nuovo dubbio, un’altra cosa che non va. E’ un chiodo fisso.

    Piango, ho paura, capisco bene cosa sta arrivando e non voglio essere io ad andarmene.

  • Frusta

    Sento il sibilo leggero della frusta che rotea nella mano del Padrone.
    Ad ogni sibilo corrisponde una riga dolorosa che mi segna il culo.

    Gemo, il viso affondato nel lenzuolo: non voglio gridare, non voglio che si fermi.

    Il dolore pungente della frusta non mi è più così insopportabile come un tempo; lo accolgo, lo sento. Il dolore mi attraversa la carne e mi fa vibrare le viscere, annebbiare la testa.

    Un gesto brusco mi fa allargare le gambe, l’improvviso ronzio della wand mi fa sobbalzare. “No”, imploro. La vibrazione sulla figa è insopportabile: rifiuterei un orgasmo? Sì, lo rifiuto, non lo voglio, ciò che desidero ora è il dolore. Tutta la mia percezione era proiettata lì, sul dolore: questa sensazione violenta in mezzo alle gambe ora mi distrae, mi distoglie da quel piacere, mi deruba del masochismo per impormi un altro piacere.

    “No, no!”, imploro ancora, mentre la vibrazione mi apre in due e non posso fare altro che godere.

    “Godo, Padrone”
    “Godi, troia”

    Grido un orgasmo violento, doloroso, feroce, non voluto, che mi sconquassa le carni.

    Quando la frusta scende di nuovo sibilando, strillo e mi agito, la pelle resa più sensibile dal piacere provato. Non la reggo più.

  • Punto di rottura

    cane vs culo

    Quando l’intensità supera una certa soglia, il dolore diventa piacere profondo, viscerale, assoluto.

    Il susseguirsi dei colpi è incessante, violento, crescente. Vedo il Padrone nel riflesso del vetro della libreria: seduto, poi in piedi, il braccio che si muove, il cane che sforbicia ferocemente l’aria e si abbatte sul mio culo, sempre più forte.

    Agito le braccia cercando un appiglio che non c’è, urlo affondando la faccia nel cuscino. Il dolore cresce, cresce, il culo brucia, la mia voce si spezza in gola, diventa rauca, il dolore mi affonda nelle viscere e diventa piacere, terribile, assoluto piacere. Giro gli occhi all’indietro e gorgoglio. E’ un orgasmo della carne, del corpo, di tutto il mio essere che si dona al Padrone, che si fa poltiglia per Lui.

  • Forced orgasm

    L’orgasmo forzato è una terribile, meravigliosa tortura.

    Sembra stupendo, no? Come può essere una tortura una cosa favolosa come un orgasmo? Eppure.

    Dopo avere goduto il corpo trema, desidera un po’ di tranquillità per assaporare il piacere provato; il clitoride ancora duro, sensibile, le labbra gonfie, l’interno che si contrae, il liquido denso che cola: dopo il primo orgasmo la figa si aspetta riposo. Dopo averne provati altri, inizia a chiedere tregua. Ad un certo punto, implora pietà.

    Urlo che è troppo, vorrei che smettesse, che mi lasciasse stare: ho goduto, davvero, tanto, sono a posto. No, non è vero che sono a posto: la verità è che non ne posso più.

    La vibrazione continua mi devasta. Sento tremare persino le ossa del bacino. Il clitoride, pure esausto, non riesce a smettere di godere, non diventa insensibile, anzi, diventa sempre più sensibile e mi fa impazzire. Mi sento pulsare e contrarre a vuoto, e ogni contrazione aumenta l’intensità dell’orgasmo, finché non faccio che urlare e sbavare, gli occhi girati all’indietro, la lingua di fuori. Mi aggrappo al bordo del letto, cerco persino di scappare, di sottrarmi a quell’aggeggio infernale che vibra, vibra e mi scuote fino nelle viscere. E intanto godo, senza scampo.

    Sono solo corpo, solo fluidi che colano: il cervello è obliterato dal sentire continuo, intenso, inesorabile e devastante.

  • Atroce, violento, perfetto

    Il sottile bastoncino di rattan ticchetta e colpisce, costante.
    Sobbalzo ad ogni colpo, il culo sempre più dolorante e, immagino, arrossato. Non vedo nulla, tengo gli occhi chiusi dietro la benda: ascolto il colpire, la Sua mano che cala il cane senza stancarsi, senza pause; ascolto il dolore che sale.
    Mi mette dentro un dito, due forse. Scivola: so come il mio corpo reagisce a questo dolore, e la vergogna che provo non fa che aumentare il bagnato.
    Mentre mi colpisce mi penetra, sento il piacere salire, artiglio l’aria con le mani.

    “Godo, Padrone”
    “Godi, troia”

    Gemo e strillo, l’orgasmo mi si espande nelle viscere. Sollevo la testa, boccheggio. Continuo a godere, la sensazione persiste, mi scava dentro. Di colpo mi rendo conto che il Padrone non mi sta più toccando. C’è solo il cane, che scende implacabile. Com’è possibile…? Sento ancora… nelle viscere.
    Non connetto più, non capisco, non riesco più a pensare. Resta solo la carne, il sentire, il bruciare del dolore, il cane che colpisce sempre più forte.

    Sollevo il culo, incontro al dolore. Godo di nuovo. Ho gli occhi sgranati dietro la benda, incredula io stessa dell’intensità che mi attraversa la carne, incredula di godere del solo dolore, grata che diventi ancora più forte, più violento, più pesante, che mi faccia gridare e gemere di gola, in versi gutturali che denunciano la sensazione che provo – un dolore perfetto.

  • Scavalcare

    All’inizio è sempre troppo doloroso.
    Mi colpisce senza riguardo, con forza, colpi secchi sul culo, mentre sono in ginocchio, o stesa a terra ai Suoi piedi. Mi trascina e mi sposta, mi mette comoda per Lui e colpisce. Io strillo, mi agito, stringo i denti e cerco di resistere.
    All’inizio non mi piace, mi fa male, vorrei sottrarmi, scappare. Penso di dire la safeword, a volte.

    Forse è perché facciamo sessione da me. In passato, ero io ad andare dal Padrone, lontano. Avevo il tempo del viaggio per entrare in uno stato mentale adatto.
    Qui, da me, l’ambiente è familiare, quotidiano, anche se allestito diversamente; anche se mi preparo, mi manca quel distacco anche fisico dalla “normalità”.
    Inoltre, appena arriva siamo già in sessione. Non ci sono convenevoli, io sono nuda e lui entra.
    In passato c’era sempre un periodo più o meno breve di accoglienza, non ero istantaneamente proiettata a terra, al mio posto. Adesso, sì.

    Per questo penso che questo sia un rapporto D/s maturo.
    Non ci sono convenevoli, ammorbidimenti, approcci: sappiamo chi siamo l’uno per l’altra e lo siamo. Lo viviamo. Subito.

    Il dolore è pungente, feroce, la Sua mano non esita un istante. La mia carne è fredda, impreparata (ma non vedo come potrebbe invece essere preparata). Mi tiene ferma e mi batte; mi frusta le piante dei piedi per farmeli tenere nella posizione che mi ha insegnato. Urlo.
    Perché è così cattivo?, penso. Fa male. Fa male!

    E poi scavalco.

    Non so quale muro mentale io abbia dentro. Ma dopo poco lo scavalco.
    Smetto di pensare, di lamentarmi (si fa per dire). Apro la bocca, offro il culo, tengo le mani dietro la schiena, i piedi distesi. Lui entra. Entra in me attraverso il dolore, attraverso la carne. Si fa spazio e mi obbliga a lasciarmi usare. Lacrimo, sbavo, strillo ma il dolore ora mi penetra in profondità e mi attraversa come un fiume in piena, mi travolge e mi porta via.
    Giro gli occhi all’indietro e i miei strilli diventano grugniti di gola. Ansimo. Godo.

    Godo del dolore, della pelle che si segna, della carne che si tende. Godo della sottomissione, dell’uso che Lui fa di me, dell’essere Sua.
    Mi sta addosso, mi chiama in ogni modo ed ogni appellativo mi risuona dentro e mi scuote. Mi colpisce, mi tira, mi sposta, mi sbatte, mi gira: sono il Suo pupazzo. Sento la vergogna, l’umiliazione, il dolore; sento tutto e tutto mi vibra dentro. Sento Lui.

    Quando ha finito mi chiama per nome e io sono un ammasso di carne martoriata e fradicia.
    Sono la Sua schiava.

  • Dalla parte del manico

    Due ore dopo, girando su facebook, trovo una foto di coltelli in uno dei gruppi che seguo, con la didascalia che invita gli utenti ad esprimersi in merito all’edge play.

    Penso: è edge play, dunque? Non ci avevo pensato prima.

    Stesa supina sul divano ansimo pesantemente, gli occhi bendati, il corpo coperto di cera. Il dolore pungente della cera rovente mi permane addosso come disegno sulla pelle.
    Quando Lui torna sento lo scatto del coltello a serramanico. Mentre la sua presenza scende su di me, mi dice: ora stai ferma.
    Respiro a fondo, per placare il mio ansimare. Distendo i muscoli e resto ferma. Unici segni di agitazione, unici movimenti che mi concedo, le dita di mani e piedi che si contraggono.

    Il coltello mi scorre sulla pelle, scalzando la cera ormai fredda. Passa ovunque: sui seni, sulla pancia, sulle cosce, tra le gambe: la lama fredda mi accarezza la carne come una promessa di cosa potrebbe essere.
    Se Lui volesse, potrebbe incidermi, affondare quel coltello e tagliarmi.
    Inspiro, espiro, trattengo il fiato. Sento la punta del coltello addosso. Quando si allontana, respiro di nuovo.

    “Hai paura?”
    “Mi fido di Te, Padrone”
    “Ma ho un coltello in mano”, dice, e sento di nuovo la lama fredda su di me.
    Vorrebbe che avessi paura? Ho timore, sì, sento il rischio del coltello affilato, ma non la paura di chi non si fida.
    Chiudo gli occhi dietro la benda, ho il respiro affannoso, come il Suo; lo sento addosso, col corpo e col coltello, sento la Sua eccitazione, il Suo desiderio di incidere la mia carne inerme, eppure non ho paura di Lui. Mi fido, davvero, mi lascio fare e il punto è che in quel momento, forse, mi lascerei tagliare e fare a pezzi. Sono Sua e sono abbandonata a Lui; mi fido che sappia cosa fa di questa cosa Sua che sono io.

    Trattengo il fiato: sento la lama raschiarmi la pelle, la punta acuminata che punge e l’eccitazione fluida che mi scorre tra le gambe.