subservientspace

for this is what I feel

Categoria: session

  • Sotto la pelle, dentro la carne

    Sto volando. Le code di cuoio impattano con forza sulla mia carne e io batto le mani a ritmo, senza pensarci. Pausa; dondolo sul posto. Il Padrone viene da me, mi fa spostare dalla piccola cavallina, mi mette a sedere e mi dice se me la sento di fare aghi. Io plano dolcemente dal subspace, sorrido, annuisco. Sento la Sua presenza, mi accompagna giù dal mio volo e poi al tavolo coperto di cellophane, dove mi stendo fiduciosa a pancia in giù. Sorrido alla ragazza che si occuperà degli aghi.

    Cosa sento di più: l’ago che fora la pelle o la mano del Padrone che stringe la mia?

    Mugolo, gemo; non sono troppo dolorosi, ma li sento. Non li conto, lascio che entrino, che mi tengano aperta e sollevata la pelle. Il dolore persiste, sordo, si accumula e cresce ad ogni puntura. Gli ultimi due, in una posizione diversa, mi fanno strillare. La ragazza mi passa un dito sulla fila di aghi, lo sento, mi piace. Stringo la mano del mio Padrone, tengo gli occhi chiusi e lo sento lì, accanto a me, che osserva e partecipa.

    Mi mette una mano su un braccio e mi passa addosso la rotellina. Boccheggio, gemo; le sensazioni iniziano a farsi confuse, sovrapposte. Il dolore è caldo, mi scorre dentro dagli aghi, mi colma fino al sesso. La rotella mi passa sulla carne trapassata dagli aghi: dolore che rinnova dolore che stimola dolore, un flusso che cancella ogni pensiero; sollevo il culo, il sesso mi si apre, scivola, sento il dolore che lo investe come un getto bollente e senz’altra stimolazione vengo.

    Sono scossa da brividi, emetto versi gutturali e mi lascio godere. Una sensazione totale, completa, non focalizzata in un punto ma assoluta, un orgasmo che mi scuote completamente, arrivato da dentro, attraverso le terminazioni nervose in cortocircuito per il dolore, il volo, la presenza, tutto. Tutto.

    Il mio Padrone mi sfila gli aghi, uno ad uno.
    Sorrido e spero di sanguinare, di sanguinare tanto, che il mio sangue esca per Lui.

  • Scendere

    I colpi si susseguono, senza alcuna tregua.
    Annaspo, strillo, mi agito e mi aggrappo al cuscino che mi trovo davanti. Spero in una pausa, un momento di sospensione, una carezza sulla parte colpita per sopire il dolore, ma Lui non sembra sentire nessuna fatica e contina a colpire senza sosta.
    Grido, non ce la faccio più: giallo!
    Pausa.
    Lui si sposta, armeggia, io piagnucolo nel cuscino. Torna dopo pochissimo e riprende a colpirmi con un diverso strumento. Urlo. E’ la barrell: un dolore tagliente, doppio.
    Poi, cambia. Senza che me ne renda conto, passa ad un ritmo più cadenzato, preciso: mi colpisce solo sul culo, forte, ma ritmico. Non me ne accorgo razionalmente, ma lo sento. Lo sento dentro; inizio a respirare in modo diverso, più a fondo.

    E’ come scendere una immensa, infinita gradinata che scende nel profondo.

    Un passo alla volta, un gradino alla volta, verso il buio, il caldo, il denso. Un poco alla volta, scendo in subspace. Mi rendo conto di starlo facendo e mi stupisce: in passato ci finivo di colpo, senza capire come. Una botola che si apriva sotto di me ed ero di là. Adesso no: scendo lentamente. Di più: decido di scendere. Mi lascio trasportare da Lui, dal Suo modo di colpirmi, dal dolore che mi dona.
    I muscoli si rilassano, smetto di strillare e ci sono.
    Silenzio.

    Silenzio.

    Ascolto il ritmico scivolare, colpire e strisciare della frusta.
    C’è una ventola che ronza in sottofondo.
    Sento Lui respirare.

    Mi sento galleggiare. Tengo gli occhi chiusi, poi li apro, poi li richiudo. Parlotto tra me e me. Sorrido.
    Il culo è il fulcro del mio mondo, ora: sento le due code di cuoio che mi tagliano a metà, di traverso. Colpo, fruscio, colpo, fruscio, colpo. Il culo brucia, ma è come un sogno: non è davvero il mio culo, eppure lo è. Penso che potrei farmi tagliare davvero e non me ne renderei conto, adesso non chiamerei nessuna safeword. Ascolto il culo che brucia di dolore. Sto benissimo.
    Navigo in acque sconosciute e calde che mi cullano. Mi affido alla guida di chi mi infligge il dolore, che è l’unico ora che possa fermarsi o pilotare.

    Quanto tempo dura? Quanti colpi saranno? Potrebbe essere un’ora o un minuto, dieci colpi o cento. Vivo in un tempo sospeso.
    D’improvviso un colpo diverso, in verticale, e un altro, dall’altra parte: un dolore diverso, il ritmo si spezza. Cado e sono di nuovo qui: urlo e scatto in avanti per sottrarmi, mi gira la testa, cado stesa; Lui si ferma e Lo sento stendersi sopra di me, mi usa come cuscino; riposa, credo. Respiro e recupero: risalgo dal subspace, riprendendomi dal brusco risveglio.

    “Ci sei?”, chiede.
    “Ci sono, Padrone”, rispondo.
    Si alza e ricomincia, senza pietà.

  • Come una lama che solca la pelle

    “Stai ferma, kat”, dice.
    “Sì, Padrone”.
    Resto distesa, immobile, mentre il coltello mi raschia la pelle della pancia, del seno, del sesso, togliendo la cera ormai fredda. Non taglia, me ne sento il filo al passaggio.

    Non è un semplice gesto meccanico, utile a pulirmi; nel passaggio della lama sento il Suo sorriso. Socchiudo gli occhi – come mi capita di fare, senza pensarci, è più forte di me: anche se mi è vietato guardarLo, Lo sbircio, di nascosto, sperando che non se ne accorga. Quando se ne accorge, nego spudoratamente e spero nella Sua indulgenza.
    Lo vedo che sorride, lo sguardo scuro rivolto alla lama, alla carne. Sentire il Suo piacere mi riempie, mi rimescola i visceri, mi rende cosciente che esisto in quel momento solo per Lui, per la Sua gratificazione.

    Mi attraversa un pensiero: Gli ho dato in mano un’arma.

    L’ho fatto io, Lui non lo ha chiesto né preteso; ne avevamo parlato ma non era premeditato: avevo nella borsetta un coltello a serramanico per caso, un peculiare regalo di Natale.
    Inspiro, espiro: mi fido. Lascio che mi passi addosso un’arma con cui potrebbe, se volesse, uccidermi. Un brivido, ma resto immobile. Non solo lascio che lo faccia: l’ho armato io.
    Al di là del fatto materiale… è anche una perfetta metafora.
    Mi sono consegnata a Lui, consapevole, perché sia il mio Carnefice: perché mi porti nell’Abisso e mi riporti a galla, perché mi laceri e mi richiuda, perché mi usi e mi possieda.

    Dopo, ripongo il coltello nella borsa degli strumenti, perché sia sempre disponibile. Come me.

  • Ritmo

    Prende un ritmo preciso, ad un certo punto.
    Ascolto il susseguirsi dei colpi; uno dopo l’altro, precisi, cadenzati. E’ una musica che ascolto con la carne, non con le orecchie: la carne risuona al colpire della frusta ma è all’interno che rimbomba.
    La cadenza mi scava da dentro in ondate di dolore, risale dentro di me, è una risacca lenta e costante; sale, sale, lambisce il cervello e un po’ alla volta lo sommerge. Dolore, dolore, piacere, dolore, colpo, colpo…

    D’improvviso mi immergo. E’ un scivolare, un lasciare la presa. Mi abbandono nella risacca, nel ritmo dei colpi, nel ritmo del dolore. Smetto di strillare, rilasso tutti i muscoli: silenzio. Sono immersa ora, l’acqua ovatta tutto: i colpi, i suoni, i pensieri.
    Sollevo un po’ la testa, parlo tra me: “Ah, ma allora il subspace è una questione di masochismo”, bisbiglio. Non so se Lui mi abbia sentito. Forse no, la cadenza dei colpi non varia, non mi chiede conto del mio piccolo monologo. Non importa: ciò che conta ora è sentire.

    Ondeggio la testa: ascolto. Nel silenzio, la marea continua a salire; mi lascio galleggiare, trasportare al largo. Perdo di vista la riva, dimentico tutto. Mi abbandono all’affogare, lascio che l’abisso si richiuda su di me; vado a fondo, in un lento precipitare, accompagnata e avvolta in un oceano di sensazione pura.

    Non è che non senta più il dolore, ma mi parla in modo diverso. La frusta colpisce, il culo risponde. Mugolo. Quanti colpi saranno? Non ho idea, non li conto, non mi interessa. Spero che siano tanti, che lascino il segno, che non smettano ancora. Che non smettano più.

    Respiro a fondo, lentamente; sento la carne bruciare dolcemente.
    Una mano mi stringe una caviglia, mi fa girare supina sul letto: non oppongo alcuna resistenza, rotolo ad occhi chiusi, le labbra socchiuse, una poltiglia vivente.
    Riconosco il ronzio rumoroso della wand, sento la vibrazione che mi si appoggia tra le gambe aperte. Quello che provo non è un orgasmo, ma il singulto di pancia dell’affogato che di colpo rimette l’acqua e torna a respirare. Mi contraggo su me stessa, emetto un suono gutturale e boccheggio.

    Mi aggrappo a Lui, che mi ha tenuto la testa sotto l’acqua buia del mio abisso e me l’ha tirata fuori; mi aggrappo e mi tiene. Risalgo lentamente fino al bordo della mia coscienza.

     

  • After

    Strizzo gli occhi mentre mi siedo. Il culo duole, lo sento caldo e indolenzito… ed è una bellissima sensazione. Sorrido, rilasso le spalle (sono sempre contratta), mi lascio andare a sentire. Come prima.

    Non mi accorgo nemmeno, ora, se c’è silenzio. Ci sono dei suoni, rumori in lontananza, credo; ma non ci faccio caso. Non accendo la musica, non serve: l’aria è già piena delle sensazioni che stanno aleggiando, di quello che ho vissuto – anzi: di quello che abbiamo vissuto.

    Riordino con calma, sorridendo. Metto da parte le cose che vanno lavate, ripongo quelle non utilizzate, raccolgo e sistemo quelle usate. C’è un senso di pace nel riordinare dopo, speculare al senso di urgenza che avevo nel riordinare prima.

    Anche io mi sento messa al mio posto, ordinata.

    L’attesa è stata colmata dalla presenza, e ora ne assaporo le sensazioni residue, vive e profonde nella mia anima oltre che nel mio corpo.

    Preparo un the caldo e riposo.

  • Before

    Silenzio.

    Ripasso mentalmente tutti i passaggi, ogni oggetto, ogni messaggio, per essere sicura di non dimenticare niente. Non ho dimenticato niente, vero? Vero. Aspetta, ricontrollo.

    Gli strumenti sul tavolo, gli strumenti addosso. L’acqua. Il caffè. Io.

    Un silenzio denso, liquido; me lo lascio scorrere addosso, focalizzo i pensieri e lascio andare ciò che non c’entra. Respiro. Rilascio le spalle. Ripasso ancora.

    In silenzio ma attenta. Proiettata.

    Aspetto.

  • Saliva

    Distesa, mi ordina di tenere la bocca aperta; lo sento incombere su di me, anche se tengo gli occhi chiusi: ne sento il calore, il respiro, la presenza. So cosa sta per fare e sto già tremando.
    Il suo sputo mi cola sulla lingua e in bocca.
    Gemo e mi dibatto in preda allo schifo.
    Non posso farne a meno, è più forte di me: mi fa schifo questo liquido viscoso e caldo che mi cola dentro col suo vago gusto di caffè. Chiudo la bocca, sbavo, lo faccio colare fuori, lungo le guance, strillando e rigirandomi.
    Mi ordina di nuovo di aprire la bocca. Strizzo gli occhi e lo faccio, controvoglia, il viso contratto in una smorfia, implorando mentalmente pietà, ma lo faccio.
    Eccolo, ancora, silenzioso e viscido; è tantissimo e faccio le bolle, schiumando, sputandolo, versandolo fuori dalla mia bocca. Lo stomaco mi si contrae per il senso di umiliazione che provo, per lo schifo che sento, per il piacere oscuro che mi rimescola i visceri: sono Sua, da usare come preferisce. Ricevo quanto mi dà.
    Ma è comunque più forte di me: in mancanza di un esplicito ordine che mi obblighi diversamente, rimetto la sua saliva fuori di me, a impiastrarmi la faccia.

    Più tardi, mi mette il morso. Dieci centimetri di gomma dura di traverso alla bocca, che mi impediscono di richiuderla o anche solo di accostare le labbra.
    Di nuovo distesa, lo sento di nuovo sopra di me; tremo, stringo i pugni, tengo gli occhi chiusi e spero che non lo faccia… ma naturalmente lo fa: con perfetta precisione sento il suo sputo insinuarsi tra il morso e il mio labbro inferiore, mi cola in bocca e sul mento, mi scivola sulla lingua.
    Non posso più opporre alcun trucco per rigettarlo. Sento la sua saliva in gola.
    Emetto versi, contraggo la faccia, mi dibatto ancora, giro la testa a destra e a sinistra ma non ho alcuno scampo.
    Ingoio il suo sputo ed è un’umiliazione più profonda e devastante che non se fosse sperma.

    Quando infine mi fa sollevare e mi toglie il morso mi sento stordita e annichilita, e felice di esserlo.

  • Fidarsi

    Stesa sul divano, bendata, ansimante, assaporo le sensazioni che ancora mi solcano la pelle.
    “Aspetta”, mi dice. Lo sento spostarsi, armeggiare. Non vedo nulla, ma ascolto con attenzione i suoni, cercando di capire.
    Rumore di un mazzo di chiavi.
    Una cerniera che scorre.

    “Cazzo, va via”, penso.
    Resto a bocca aperta. Ha preso le chiavi, si è messo il giubbino e ha chiuso la cerniera. Adesso sentirò la porta che si apre e si richiude. Cazzo, se ne va. Mi lascia qui. Mi ha usata e se ne va. Sono incredula; una parte di me però la trova una cosa molto bdsm, umiliante. Addirittura mi piace. Eppure mi pare impossibile.
    Boccheggio per una lunghissima manciata di secondi.

    Un tonfo, come di qualcosa che viene aperto.
    Allora ricordo: ha portato una borsa con la cerniera chiusa da un lucchetto.

    Dentro di me rido per l’idea balorda avuta e sogghigno per averla considerata un gioco possibile, ma soprattutto sono felice perché non ho dubitato. Sono rimasta fiduciosa in Lui, in quello che stava facendo, per quanto assurdo potesse sembrarmi.

  • Diamante nelle Sue mani

    Inspiro, espiro.
    Ho lasciato andare il freno a mano. Ho deciso.
    Quando arriva sono pronta, mi sento pronta. Tutti i sensi all’erta, rivolti verso di Lui.

    Mi piega senza grazia sul piano della cucina.
    Non ho più paura: non era paura di Lui, ma di volerlo; di ciò che desidero.

    Mi fa spogliare nuda. Mi guarda. “Mi piaci”, dice. Senza volere sorrido, gli occhi bassi.
    Il mio corpo è più saggio di me, conosce cose che io non capisco. Il mio corpo arriva prima alla consapevolezza di ciò che desidero, di ciò che mi fa stare bene, mentre il cervello è ancora fermo ad elucubrare, ragionare, ripensare.
    Sorrido senza pensarci e quel sorriso indica che gli credo, finalmente.

    Dopo, il mio cervello non riesce più a pensare a niente. Un paio di volte ci prova, a mettere il becco. Ma la carne lo travolge. Tutto diventa bianco, silenzioso, ricettivo. Quel chiacchiericcio infinito si ferma, finalmente; riesco solo a rispondere sì, Padrone.
    Annaspo, piegata, la faccia affondata nel divano, la benda che mi chiude gli occhi, le gambe larghe e il culo che urla per la fame di colpi che ha. Sento la carne che brucia, che pulsa: ogni centimetro di me grida ancora! ancora!! Mi inarco, mi espongo; mi lascio andare. “Più forte, Padrone, per favore!”, esclamo, senza credere di averlo detto veramente.

    La wand mi cade dalle mani, gli occhi bendati mi si girano all’indietro, mugugno qualche verso senza senso; sbavo. Si ferma, mi raccoglie e mi fa stendere sul divano. Riesco ad articolare qualche parola: no, non voglio fermarmi. Mi fa girare a pancia in su, mi mette meglio. Io rotolo, felice che si prenda cura di me. Mi sposta ancora, ancora un po’, la testa mi scende dal bordo mentre il corpo resta disteso. Non capisco, ma mi lascio fare, molle e abbandonata a Lui, ancora convinta che sia una pausa, che siano coccole. Sento un frusciare di vestiti e di colpo è sopra di me; entra e mi usa la bocca.
    Ho un singulto: non me l’aspettavo, la testa vortica, il corpo freme. Dentro di me si spegne qualcos’altro, divento oggetto, buco. Annullata, sconvolta, felice.
    Poi, ancora: mi gira e sono colpi, graffi, cera, morsi. Mi chiama in ogni modo; stronza, persino. Penso (un pensiero primitivo, lento, in fondo al cervello): me lo merito proprio.

    Mi mette a terra, i piedi in faccia. Lo odoro e mi lascio inebriare. Mi nutro di Lui, la lingua di fuori: lecco.
    Mi usa ancora e i visceri mi si stringono per l’emozione devastante che sento: sono la feccia della terra, gettata sul pavimento e schiacciata, lurida e schifosa. E Sua.

    Sua.

  • Doppia natura

    Entra e abbasso lo sguardo. Vorrei guardarlo, ridacchio, non so come muovermi. Alzo gli occhi, li riabbasso subito. Sposto il peso da un piede all’altro, ridacchio ancora. Richiudo la porta, prendo la sua giacca e la appendo.
    Lui mi si avvicina, io guardo per terra, mi mordo un dito, non so bene cosa fare, cosa dire; devo fare o dire qualcosa? Ma cosa? Inizio a sentire una specie di panico: ho paura di sbagliare, di essere stupida, o sbagliata, o deludente.
    Alza le mani e mi tocca, mi carezza la testa, una carezza decisa; mi prende per i capelli, mi fa abbassare. Piego le ginocchia e vado giù. I pensieri iniziano a dipanarsi, il rumore lascia spazio al silenzio. Le sue mani sanno cosa fare e me lo fanno fare. Mi si appoggia addosso, sopra: resto incastrata tra le sue gambe, sento il suo calore, la sua presenza, le sue mani che ancora mi toccano i capelli.
    Mi spinge più giù. Mi prostro tra le sue gambe. Respiro dalla bocca semichiusa, ascolto la sua voce, sento il suo tocco; la mente si svuota, la tensione inizia a sciogliersi.
    Mi alza la gonna e mi passa le mani sul culo.
    Ed ecco che la tensione che avevo scompare e viene sostituita da un’altra tensione, diversa. Tutti i miei sensi vanno all’erta: sono qui, sono adesso, lui mi è addosso: sono per lui.
    Il suo tocco trasmette possesso.
    Mi tocca come si fa con una cosa che si apprezza con le mani: divento consistenza, carne, gioco, bimba, cagna.

    Mi accarezza, mi colpisce.
    Mi blandisce, mi insulta.
    Mi consola, mi schiaffeggia.
    Mi coccola, mi umilia.
    Mi protegge, mi abusa.
    Mi considera, mi usa.

    Mi spinge via e rotolo sul divano, fradicia, il suo sapore in bocca, gli occhi chiusi per non guardarlo, usata, felice, tremante.
    Sono una piccola cosa timorosa e indifesa, e sono una cagna masochista e vogliosa.
    Mi vergogno e anelo.
    Chiedo pietà e ne voglio ancora.
    Dico no ed esprimo sì.

    Non posso decidere. Non posso scegliere. Sono entrambe.