subservientspace

for this is what I feel

Categoria: vita

  • Secretary

    Ho cercato un Padrone, l’ho voluto. Quando ho incontrato una persona valida, ci ho parlato, l’ho conosciuto; sapevo cosa desideravo (più o meno) e che era meglio avere elementi per scegliere bene a chi affidarmi. Ho acconsentito consapevolmente a sottomettermi, ad accettare la Sua guida, il Suo dominio. Ho scelto Lui; Lui ha scelto me; gli obbedisco perché so che posso fidarmi, che non farà il mio male, non mi sminuirà. Certo mi umilierà e mi farà provare dolore; ma in un modo Sano, Sicuro, Consensuale.

    La mia indole naturalmente sottomessa mi porta però talvolta a confondermi. A fidarmi a caso. A permettere che mi venga fatto del male. A non vedere che c’è chi pone richieste non dette, subdole.

    Così, un uomo manipolativo, fanatico del controllo, inconsapevole di sé, è stato in grado di rigirarmi. Di mettermi addosso dubbi; di chiedermi di più di quanto potessi dare e di indurmi a darglielo. Mi ha chiesto di non porre domande, di eseguire e di obbedire; di “lasciarmi guidare”, così ha detto. E io ho dubitato di me stessa; ho titubato. E gli ho creduto. Ho pensato che fosse un riverbero del mio rapporto D/s; che dovessi, potessi traslarlo anche nella vita quotidiana.
    Ho sbagliato.
    Perché non c’è stata contrattazione, non c’è stata consensualità. L’obbedienza che mi ha chiesto non era per guidarmi, ma per farsi servire. Il dominio che ha voluto esercitare non era illuminato dalla saggezza, né dalla consapevolezza di sé; era cieco ed egoista.

    Ora andarmene è difficile perché mi ha lasciato addosso una patina di sensi di colpa, di dubbi, di senso di inadeguatezza; mi ha blandita e mi ha indebolita. Mi ha portata a desiderare il suo consenso, la sua approvazione. Mi convince ancora adesso di essere io quella sbagliata, quella che lo ha tradito.

    A me piace lavorare dando tutta me stessa anche oltre l’orario di lavoro, amo rendermi utile e che mi venga detto “brava”; ma se non mi licenzia lui, dò le dimissioni io. Perché ci sto lasciando il fegato, e questa malintesa “sottomissione” mi fa stare solo male – segno inequivocabile che non è tale, ma sfruttamento.

  • Bau

    Venire ridotta a non poter parlare; legata e immobilizzata in una posizione scomoda; posta in un angolo a giocare con ossi di gomma, una ciotola d’acqua a fianco. Ricevere bocconi di cibo dalla mano del Padrone.
    La mia mente che non smette mai di elucubrare, immaginare, arrovellarsi, finalmente viene zittita. Cessa di pensare e inizia a sentire e basta. Inizio allora a vivere ad uno stadio molto elementare, senza più pensieri né preoccupazioni. Le mie emozioni sono amplificate; impazzisco di gioia per una carezza sulla testa.
    Anche la scomodità dei lacci, anche l’umiliazione di essere trattata come un animale e non più come una persona, contribuiscono a donarmi uno stato di pace mentale che provo di rado.
    Sono il Suo cane, e scodinzolo di felicità.

  • Mentalità

    Ho studiato teatro, l’ho frequentato e ci ho lavorato. Una delle prime cose che mi è stata insegnata è: diffidare di chi si autodefinisce “artista”. Proclamarsi tale da sé dimostra, più che un’indole effettivamente artistica, una notevole presunzione. Specialmente in teatro, una persona di scena deve saper dimostrare l’umiltà di mettere il proprio ego da parte, per potersi caricare addosso la maschera, il fantasma: il personaggio. Ponendosi l’attore in modo arrogante, il personaggio non si lascerà portare, conducendo il presuntuoso a fare una ben magra figura.
    Certo: ogni tanto, al mondo, arriva un Picasso che può permettersi di sboroneggiare perché in effetti è Picasso. Ma in linea generale uno che si dichiara artista è più spesso che no un pallone gonfiato. (Anche Picasso era parecchio stronzo, però poi come artista almeno valeva).
    La cosa peggiore di persone così è che si sono create un’immagine di sé che le ritrae come eroi della loro stessa vita. Loro soli sono i Buoni, mentre il resto del mondo cattivo non li capisce. Ne deriva che loro sono nel Giusto, e gli altri no. Di conseguenza, sono convinti di essere persone migliori di quanto poi in realtà non siano.
    Sostengono di avere una mentalità estremamente aperta – ehi, sono artisti, dopotutto! Persone maledette, che vivono ai margini, pazze, creative, eccetera. Ma messi alla prova dei fatti, spesso questa mentalità risulta aperta solo per se stessi, o per le cose che condividono. Tutto il resto è sbagliato – anche se faticano ad ammetterlo; piuttosto cercano di rigirare la frittata a loro stessi, convincendosi che la loro chiusura mentale non è bigottismo, ma… una presa di posizione politica, un gusto personale, bla bla bla. Scuse.
    E’ il discorso del becero razzista che inizia con “io non ho nulla contro i negri, però…”

    La stessa cosa spesso capita tra le minoranze sessuali; gli omosessuali guardano con sospetto i bisessuali, ad esempio, o tra quelli che fanno sadomaso ci sono bigottismi trasversali verso determinate pratiche, determinati comportamenti, determinati modi di vivere la propria specifica perversione. Si finisce per fare dei distinguo per cercare delle giustificazioni per sé: ok, io sarò anche pervertito, ma non farei mai questo o quello, quindi sono migliore di chi invece lo fa.

    Mi chiedo se sia possibile avere davvero una mentalità aperta, accettare che altre persone facciano cose che noi non condividiamo (sempre s’intende in modi rispettosi e consensuali). Se si possa davvero vivere e lasciare vivere. Perché talvolta mi sembra che gli uomini abbiano un bisogno quasi fisico di chiudere almeno uno o due scomparti della propria mentalità, per salvaguardare qualcosa di sé che temono vada perduto; che cosa sia, e se davvero andrebbe perduto, non lo so.
    So solo che più apro la mia mente, più essa si ossigena, respira e si amplifica. Lasciando andare le mie paure, aprendo i cancelli, non è scappato niente di me; piuttosto si è liberato, rendendomi una me stessa più consapevole, completa e vera.

  • Sindrome di Stendhal

    Paolina Borghese ritratta come Venere Vincitrice
    Paolina Borghese ritratta come Venere Vincitrice

    Visitando Galleria Borghese a Roma non posso impedirmi di restare estasiata a guardare le statue meravigliose al centro delle stanze; giro attorno alla meravigliosa Paolina Borghese del Canova e resto ammirata e affascinata.
    Mi prende una strana specie di Sindrome di Stendhal: invece di sentirmi male, mi eccito.
    Mi curvo e inclino la testa per osservare i dettagli; il marmo bianco pare carne viva, nelle pieghe voluttuose, nelle curve sinuose di questo corpo femminile seminudo.
    Vorrei passarvi una mano, le labbra; vorrei carezzare questa donna, convinta quasi che la troverei calda, anche se so che è fredda pietra. Vorrei seguire con le dita quei solchi, infilarle sotto il drappo, scovare dettagli che non vedo.
    Osservando quest’opera d’arte sento un brivido solcarmi la pelle, incresparmi i capezzoli, risvegliarmi il sesso.
    Vorrei allungarmi ed adorarle quei piedini meravigliosi, baciarli e passarvi il viso.

    Paolina piedi

  • MTB

    Lo spesso copertone dentato della mountain bike lascia un segno ondulato sull’asfalto gelato. Il crepitio del ghiaccio si unisce al sibilo del vento nelle mie orecchie; pesto sui pedali e premo con forza la figa sul sellino.
    Ho voglia, una voglia terribile. Sento il mio clitoride turgido inciampare nella cucitura dei jeans mentre pedalo.
    Sfreccio nell’aria gelida del mattino tra la bruma che si alza sopra gli alberi e la galaverna che imbianca i campi; il fiato mi si condensa in nuvole candide mentre ansimo per lo sforzo ma non solo, le mani quasi insensibili nei guanti, il sesso troppo sensibile nelle mutande.
    Adoro l’inverno. Alzo gli occhi a guardare le montagne innevate che fanno capolino dalla foschia in lontananza e me ne riempio il cuore. Vorrei essere là, senza un pensiero, con solo il freddo e lo sforzo fisico a farmi da compagni.
    Adoro avere voglia; forse più che averla soddisfatta. A patto di riuscire a trovare e restare in quel punto perfetto di equilibrio in cui mi cullo in un desiderio che mi scalda ma non mi brucia, in cui fremo ma non smanio, ho voglia ma non ho fame.
    Un disagio delizioso, come questa fatica fredda in una mattina di sole di dicembre.

  • Serva

    Questo mio rapporto attuale è decisamente diverso dal precedente, che pure è stato importante, intenso e fondamentale per me.
    Quello è stato un rapporto fondato sulla crescita, l’educazione; il mio Padrone è stato un vero Mentore e mi ha permesso di conoscermi, accettarmi, arrivare ad una consapevolezza di me basilare per poter stare bene e procedere oltre.
    Adesso inizio a sentirmi libera di giocare.
    Come una serva che in cucina ruba una fetta di pane tagliandola sottile perché i Padroni non se ne accorgano, anche io ora rubo parole, attenzioni, gesti. Mi permetto una sfrontatezza che non mi conoscevo, ma che con evidenza si impone alla mia (e Loro) attenzione con la spontaneità che solo le attitudini innate e connaturate alla propria essenza sanno essere.
    Lo faccio anche perché questo rapporto, mi pare, concede un po’ di margine al divertimento.
    Il mio errore è stato considerare che dovesse essere identico al precedente, o almeno molto simile, ed ho faticato a comprendere il mio fastidio quando se ne discostava – pur essendo consapevole, o così credevo, che non potesse essere uguale.
    Ma il mio Padrone SadicaMente ha scelto per sé un nome assolutamente corretto: è un sadico, non un mentore; un educatore all’inglese con in mano un paddle, non un libro. Gioca con me come il gatto col topo; non ha impostato un rapporto terribilmente serioso in cui i ruoli siano gotici, vittoriani, rigidi e paurosi. Mi educa ad essere ciò che Lui desidera, che è il meglio che io possa dare, certo: ma gioca. Con cattiveria ed intelligenza.
    Ed io mi sento “autorizzata” ad essere un po’ SAM, quel famoso Smart Ass Masochist.
    Sto imparando molte cose.

  • Un anno

    Un anno di dolore
    Un anno di piacere
    Un anno di esperienza

    Non sono più chi ero
    Non sono ancora chi posso essere
    appieno
    Sono sempre me stessa
    Sono sempre di più me stessa

    Un anno di sensazioni
    Un anno di paure
    Un anno di crescita
    Un anno di pensieri
    Un anno di emozioni
    Un anno di consapevolezza che aumenta

    Un anno passato
    segnato sulla carne
    scavato nel cuore
    Un anno di stomaco in gola
    di cervello che fonde
    di pelle che brucia

    Un anno che è solo un anno
    ed è volato

    Un anno di collare

  • Intenzioni

    Sono sempre salda nelle mie intenzioni. E’ la pratica che poi mi fallisce.
    Come canta la Alice nel Paese delle Meraviglie della Disney: io mi so dar ottimi consigli, ma poi seguirli mai non so. Talvolta mi ritrovo a canticchiare questo motivetto tra me e me. Mi calza a pennello.
    Mi stampo documentazione che poi non leggo; mi compro libri che poi prendono polvere; mi preparo cibo sano che poi non mangio. Invece, cazzeggio su internet e mi ingozzo di biscotti.
    Mi riprometto di fare delle cose, di smettere di farne altre, di non mangiare porcherie, e poi mi sorprendo a comportarmi come al solito nel mentre che lo sto facendo. Il mio cervello mi fa agire come sonnambula, non pienamente consapevole delle mie stesse azioni; si spegne, o passa in modalità automatica, e agisco in modo contrario alle mie intenzioni, che è spesso dannoso per me stessa, alla lunga. La piccola, breve soddisfazione che ottengo dal cazzeggio o dal cibo non dura nemmeno dieci minuti; subentra subito il disagio.
    Se fossi cosciente di quello che sto per fare, mi appiglierei alle mie dichiarazioni di intenti e mi comporterei in modo coerente. O almeno credo. Qualche volta ci riesco.

    So che mi è proibito fantasticare su determinate cose.
    Ma quando ho la guardia abbassata (cioè sempre, a quanto pare) la fantasia mi si scatena in automatico e parto in quarta, solo per rendermi conto della mia disobbedienza quando ormai sono esaltata e fradicia; a quel punto cerco di pentirmi e di fermarmi, ma non è molto facile.

    La mia testa prende una forza inerziale terribile ed innarrestabile, sfida il secondo principio della termodinamica; una volta che scivola giù dalla china non può che prendere velocità, scivolando sui miei stessi umori – mentali o fisici.
    Fino alla fine dei biscotti.

    Quello che vorrei sarebbe imparare a non sporgermi dal dirupo, a non scivolare su quel primo passo, là in cima. Il fosso scosceso mi chiama e mi lusinga, promettendo di essere un abisso di piacere; ed è solo un pantano fangoso di malessere e fastidio.

  • Cabrini

    “Prendi  ad esempio Cabrini: Cabrini era un giocatore mediocre. Ma mentre gli altri calciatori si allenavano un’ora e mezza, lui si allenava sei ore al giorno. Così è arrivato in Nazionale, pur essendo un giocatore mediocre”.
    Fisso il mio capo con sguardo vacuo mentre mi dice queste cose. Il calcio non mi interessa, inoltre lui ha 15 anni più di me. Non ho idea di chi sia Cabrini (dopo lo cerco su wikipedia, penso), ma lo stesso annuisco, aspettando di vedere dove voglia andare a parare.
    “Questo dimostra che con una forte volontà si possa ottenere qualunque cosa. Io non sono un genio, sono una persona mediocre; quello che fa la differenza tra me e un vero mediocre è che io ho una volontà di ferro. Tu – e si rivolge a me con quei suoi occhi grigioverdi penetranti e spiritati – tu non sei affatto mediocre. Ma ti manca la volontà”.
    Tamburella sul tavolo; aspetto che aggiunga qualcosa, ma ha concluso. Raccolgo il notes e ci scambiamo formalità e saluti: la riunione è finita.
    Mentre torno al mio ufficio rifletto che non ha tutti i torti.
    Se voglio, posso; posso, devo solo volerlo abbastanza forte.

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  • Confronti

    Una raccomandazione che mi ha lasciato il mio precedente Padrone è di non fare confronti tra lui e qualunque altro Padrone avessi poi eventualmente trovato.
    Non vanno fatti confronti perché ogni rapporto fa storia a sé; ciò che ho vissuto con lui non può venire replicato né usato come metro di misura o pietra di paragone.

    Però credo sia umano farli: tutti fanno confronti.
    Forse bisogna solo fare attenzione a farli in modo costruttivo, per valutare le differenze, la crescita personale, le peculiarità – e non per dare valutazioni di merito. Quelle davvero, in relazioni con persone diverse, non dovrebbero venire mai fatte.

    Ciò che vivo con il mio Padrone riguarda solo me e Lui; voglio viverlo momento per momento, pensando al presente, immergendomi in quello che da questo rapporto nasce e si sviluppa. Non ha senso che mi àncori al passato, che mi proietti al futuro. Una volta è stato diverso? Certo. Tra un anno sarà differente? Sicuro. Con qualcun altro è stato, sarà, sarebbe completamente un’altra cosa? Non c’è dubbio. Ma perché pensarci?
    Non sono più chi ero, non sono ancora chi sarò. Sono ciò che sono ora e lo sono con Lui.
    Posso donarGli solo ciò che sono e che ho, nient’altro. E so che Lui non pretende da me nulla di diverso. Sono nelle Sue mani come sono; sia Lui ora a plasmarmi. Da me altro non si richiede che di farmi creta e molle, cedevole alla Sua volontà.