Non so se abbia solo dimenticato di togliermelo prima che andassi via, o se me lo abbia lasciato addosso apposta, perché lo indossassi invece che conservarmelo in borsa fino a casa, come in passato.
Ma sono stata zitta e l’ho avvolto nella sciarpa, e lì lo tengo, come un piccolo animale vivo, da proteggere. Lo sento che mi cinge il collo e la sua presenza mi scalda il cuore.
Sono stata via a lungo. Quanto tempo è passato? Non so bene, forse non mi interessa saperlo. Mi sento tornata e tanto basta. La mia cuccia è lì, è sempre stata lì: in uno spazio della mente, del sentire, più che in un luogo fisico; e sono tornata. Mi è stato concesso di tornare.
Ora riposo.
Categoria: vita
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Ritorno
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Allo scatto della mezzanotte
La luce viola illumina la stanza; il collare di cuoio, con il Suo nome inciso sopra, mi osserva dal divano, poco distante. A cuccia, gli ultimi istanti prima del sonno.
Emozioni, sensazioni contrastanti; un sì ponderato.
Più di tutto è forte la consapevolezza che questo nuovo inizio deve essere nuovo anche per me. Soprattutto per me. Non distribuire responsabilità ma assumermi le mie, riconoscerle.
Essere più orientata, davvero, dal profondo, al senso dell’essere schiava: fare le cose per il Suo benessere, il Suo piacere, ed in questo trovare il mio. Smettere di pretendere e iniziare a dare. Piantarla coi pensieri ossessivi, con le seghe mentali, con il voler definire financo il dettaglio più insignificante, e vivere ciò che viene. Assaporare il momento. VIVERLO.
Abbiamo sviscerato lo sviscerabile, e non dico che non fosse necessario; ma abbiamo parlato fino a non poterne più, nessuno di noi. Ora basta. Basta!
Pensa in ruolo.
Trova appagamento nello restare a terra, nel dare del lei, nel prestare servizio. Nel silenzio. Nel dover chiedere il permesso. Nell’avere messo uno smalto che piace a Lui e non a me.
Smetti di anelare al riconoscimento esplicito, al pat pat sulla testa; non farti spingere dal desiderio di compiacere, ma lascia che ti raggiunga la comprensione del Suo compiacimento.
Respiro a fondo, chiudo gli occhi. Lascio andare. -
Treno
Li ho conservati tutti.
O almeno quasi tutti, credo. Forse qualcuno l’ho perso, tra una borsa e l’altra, dietro qualche mobile; e qualcuno, più legato a ricordi o eventi, non è nella busta, ma graffettato nella mia agenda – evoluzione e permanenza di un adolescenziale “attaccare sul diario”.
Ogni viaggio, che fosse da loro o ad una festa; ogni ritorno. Infilare i biglietti nella busta con un brivido, un sorriso, una smorfia, un groppo in gola; mai con indifferenza. Non in ordine, ma mescolati, come sono dentro di me gli eventi legati a quei viaggi. Una busta di ricordi, di emozioni, di esperienza. Di condivisione.
Non dimentico, non voglio dimenticare.
Vado avanti, a volte vorrei tornare indietro. -
Il sole dopo la pioggia
La mattina dopo l’aria è serena e tersa, e fredda.
Rabbrividisco nella maglietta leggera e respiro il vento fresco; mi pervade una profonda malinconia che sembra aleggiare nell’aria stessa.
Ora che è uscito il sole, la pioggia non sembra più così brutta e triste; anzi: ha rinfrescato, e reso verdi le piante, che ora possono fiorire.
Mi si stringe il cuore, ma adesso non posso che ascoltare il vento, sentire il fresco della sera, ripararmi dal sole; vivere la sensazione di perdita e andare avanti, imparare e migliorarmi. -
FSOG is not BDSM
Ok, mi rassegno e ne parlo anch’io.
Ho letto in questi giorni infiniti commenti ed infinite critiche all’ormai famoso 50 sfumature. Non ho trovato neanche mezza riga a favore, devo dire. La cosa che mi consola è che praticamente dappertutto si dice non solo che è scritto male e che il film è pure peggio, ma soprattutto che quella roba non è bdsm. Se non altro, spero che servirà a diffondere un po’ di cultura su cosa è/non è il bdsm. Spero. Sono ottimista. Ci provo.
Una cosa che ancora non ho letto, nelle varie critiche, è una riflessione che mi è sorta spontanea parlandone con mio marito. Visto che ancora non l’ho letta in giro, la scrivo io, così aggiungo i miei 2 cents.
Nella mia umile opinione il grosso problema di fsog (fifty shades of grey) è che non è presentato come semplice fantasia.
Io spesso faccio fantasie diciamo sadomaso. In queste fantasie subisco di tutto, anche un po’ oltre l’umanamente praticabile. In quanto fantasie, tuttavia, nessuno si fa male veramente e non è necessario che tutto sia dichiaratamente consensuale. Perché accade nella mia mente: nella mia fantasia chi mi domina sa perfettamente cosa voglio e cosa no, cosa mi piace e cosa no, eccetera: per forza, è egli stesso una parte di me! Non devo immaginarmi di spiegargli i miei limiti, o di firmare un contratto, o di definire una safeword. E’ tutto superfluo, tanto è pura immaginazione.
Ecco: se fsog fosse una lunga fantasia, in cui lui è bellissimo ricchissimo fichissimo eccetera e lei è travolta dalla sua presenza ferina eccetera, tutto bene. Uno può immaginarsi un po’ quello che gli pare, se la/lo eccita. Lasciamo da parte il problema che poi sia scritto male. Se fosse coerente in se stesso, nel suo contesto di fantasia di dominazione crudele e totale, in cui lui è cattivissimo senza dover cercare giustificazioni psicologiche dozzinali come i traumi infantili, e lei resiste e soffre ma si capisce che in fondo le piace, sarebbe a posto. Magari potrebbe anche essere eccitante, perché no.
Invece. L’autrice ha pensato bene di calare la cosa in un contesto realistico. Ha inserito elementi di bdsm vero (probabilmente letti su wikipedia) come il contratto. Ha delineato una protagonista che si capisce che *non* le piace il tutto. E poi ha creato situazioni in cui il consenso viene estorto.
SBAGLIATO.
E’ questo, secondo me, il problema grosso legato a fsog. S’è tirato in ballo il bdsm, quello vero, a sproposito. Ed ora tocca metterci una pezza e andarglielo a spiegare a tutti, che quello non è bdsm; anche a quelli che del bdsm non frega nulla, che pensano sia da malati, che vogliono frugare in un torbido che è tale solo ai loro occhi disinformati ed ignoranti. -
Intorno al collo
Quando sento richiudersi intorno al collo la Sua collana, il mio cuore fa come un sospiro di sollievo.
Mi guarda e mi dice: questa è mia, personale.
Mi si dilatano le pupille.
Forse non c’è tutto questo grande significato, dietro; forse non vuol dire nulla di particolare. Ma per me sì. Ha significato ed è importante. Mi sento di nuovo Sua.
Poi certo: il tempo tiranno, gli impegni, le telefonate urgenti.
Mentre vado via, da sola, mastico il sapore amaro della Sua sigaretta, che mi impasta la bocca. Mi tengo per un po’ di tempo la mia malinconia, la mia nostalgia – mi ci cullo dentro, come quando al mattino non si ha voglia di alzarsi e ci si rigira sotto le coperte, avvolgendosi nel piumino. Ma una buona volta mi devo alzare – devo, voglio lasciare questa sensazione grigia e tornare a sentire, a lasciarmi trasportare dall’appartenenza.
Sentire il Suo collare sempre.
E più lo sento più mi sento bene.Una cosa alla volta, tutto sta tornando al suo posto. Ritorno a sentirmi completa, ad avere un tempo per vivere tutte le infinite sfaccettature di me stessa: dall’amica alla professionista alla moglie alla slave.
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Troppe vite
Chi sono io?
In base a cosa definisco me stessa? In base a ciò che amo fare, o a ciò che faccio effetivamente, o in base a ciò che sento, che vorrei, cui aspiro, eccetera? In base al mio ruolo sociale? Ma quale dei tanti?
Sono donna, moglie, slave, amica, collega.
Sono chi sono al lavoro, a casa, in dungeon.
Solo che poi succede che mentre sono in cucina penso alla riunione dell’indomani, mentre sono in ufficio penso alle fruste, mentre sono legata e bendata penso al bucato da fare.
Si crea un corto circuito tra le tante, troppe me stessa che sono. Eppure non potrei rinunciare a nessuna di loro: la totalità di esse definisce la mia unicità. Ma essere così tante persone mi tramortisce. Non riesco mai ad essere tutto contemporaneamente – così, spesso mi sento di vivere una bugia. Di non riuscire ad essere totalmente sincera, totalmente IO.
Allora in questa sensazione di scollamento inizio a indulgere in cose che mi facciano pensare ad altro; inizio a mangiare, a mentire. Perché se tanto non posso essere del tutto sincera nel vivere la mia totalità, tanto vale dire qualche bugia per rilassarmi, no?
No: sto solo peggio. Non sono chi sono e mi allontano sempre di più da me.
Vorrei rannicchiarmi sotto le coperte e dormire, sognare altro. Vorrei smettere di fare finta che vada tutto bene; ammettere che qualcosa non va e riallinearmi a me stessa. Fare in modo che in ogni aspetto io possa essere vera e completa.
Sembra così facile ed ultimamente mi è così impossibile. -
Ogni lasciata è persa
Ogni cosa che ho iniziato e abbandonato mi perseguita come un orribile incubo.
Ripensare a tutte le cose che ho tentato di fare e che ho fallito, da cui mi sono allontanata cercando giustificazioni, motivi validi, scuse o semplicemente nascondendo la testa sotto la sabbia… ripensarci mi stringe lo stomaco in una morsa di angoscia. Vorrei allora fuggire lontano da me stessa, dalla consapevolezza di non essere riuscita, di essere stata inadeguata, incapace, debole o chissà cosa. Alcune cose penso che avrei potuto portarle a termine; altre so che erano oltre le mie capacità di quel momento, ma ciò non mi impedisce di colpevolizzarmi orribilmente.
Mi sento vigliacca e stupida, ed è una sensazione che vorrei strapparmi di dosso.
Vorrei dilaniarmi con le unghie fino a mettere a nudo muscoli e tendini ed ossa. Lasciarmi cadere a terra e calpestare fino ad espiare la colpa di non aver saputo restare con coraggio in prima linea, a combattere allo spasimo anche contro ogni minima speranza di vittoria.
Fuggire è sempre una sconfitta, anche se mi garantisce la sopravvivenza.
Sopravvivere fa schifo. Vorrei avere il coraggio di vivere, sempre, al massimo. Anche se è così dannatamente difficile e scomodo che alla fine, vigliaccamente, con la coda tra le gambe, cerco una scappatoia per svicolare, non vista, fuori scena.



