subservientspace

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Tag: accettazione

  • In salita

    Questa volta è diverso. Non vado giù. Salgo. Anzi: mi inerpico. Faccio tutta la strada è quella strada è in salita.

    Ho stranamente freddo, anche se in casa fa caldo. Mi bendi gli occhi e resto con tutti gli altri sensi all’erta. Mi leghi i polsi e me li appendi al bambù, in alto: non posso più trattenere le braccia davanti al corpo, a scaldarmi, a proteggermi. Resto in piedi, nuda, esposta. Sto tremando.

    Mi prendi per i capelli e parto.

    Mi frusti davanti e dietro, sul sedere, sui seni, sulle cosce; non so perché ma fa molto più male di quanto mi aspettassi: fa così male che sembra una punizione. Sei così silenzioso, sento solo il tuo respiro pesante. Soffro e mi pare che mi detesti. Quasi piango. Non so cosa sto sentendo, è tutto confuso e troppo intenso. Non capisco perché reagisco così, è diverso dal solito.

    Sono masochista e di solito il dolore mi fa andare in uno stato altro di coscienza, mi piace molto, godo addirittura. Ma questa volta vado in un posto diverso.

    (Ho così tanti luoghi nascosti dentro di me, è incredibile a pensarci)

    Vado in un posto diverso, non nelle profondità ma in cima: mi devo inerpicare, sento tutti i colpi e ogni colpo è un gradino. Non perdo coscienza, non come le altre volte; non vado in subspace, ma non sono nemmeno del tutto qui; sento tutto ed è doloroso. Eppure lo stesso ci voglio stare. Non voglio fermare niente, anche se ho freddo, ho i brividi, e fa male. Ad un certo punto smetto di urlare anche se fa ancora male. Mi accorgo dopo di avere smesso di strillare. Forse è solo un diverso subspace.
    Vorrei piangere. Sento le lacrime negli occhi, singhiozzo, ma non riesco a piangere. Di solito piangere è un segnale negativo per me, facendo BDSM: vado in safeword e poi non capisco più nulla, non so più come sto e non so come spiegare cos’è successo, sto solo male di un male brutto. Invece stavolta vorrei arrivare al punto di piangere e restarci, sentirlo, viverlo, capirlo, superarlo. E’ un dolore che ho bisogno di sentire.

    Tu mi afferri, mi stringi, mi tiri ancora i capelli, soprattutto mi frusti.
    Per la prima volta non capisco cosa stai usando per colpirmi: sento solo il dolore, la frusta che mi gira intorno e morde in punti inaspettati; mi mordo il braccio per soffocare un urlo quando mi colpisci in pieno un capezzolo e il dolore è lancinante.

    Eppure ci voglio stare. L’ho aspettato così tanto, mi è mancato così tanto. Forse non sono più abituata. Prima di salire in casa tua mi aveva attraversato il pensiero: e se mi frustasse e non riuscissi a tollerarlo? e mi ero spaventata. Forse è il residuo di quella paura che mi fa tremare e soffrire.

    Ti sento sadico, continui a colpirmi dappertutto, anche sulla pancia. E’ doloroso e faticoso e sto assaporando ogni momento, ogni attimo di questo dolore. Lo sto leccando come lecco la tua mano quando me la metti davanti al viso.

    Sto soffrendo ed è esattamente quello che voglio sentire, la sensazione in cui ho bisogno di abbandonarmi.

    Poi mi sciogli e il pensiero che mi attraversa è che ne vorrei ancora. Mi spingi a terra, a riposare. A leccarti i piedi. Mi sputi. Mi gira la testa, non riesco a tenere gli occhi aperti anche se mi hai tolto la benda. Mi tieni a terra, ai tuoi piedi, finché non mi fai salire sul divano e mi copri con la coperta, e lì, accanto a te, mi addormento.

  • Braci sotto la cenere

    La stanchezza mi spegne: mi pare di non avere nessuna voglia di nulla. Non mi va nemmeno di masturbarmi. In questa condizione il denial non funziona: se mi viene tolto qualcosa di cui non ho voglia non è interessante.

    Mi rendo conto che è una strategia di sopravvivenza, la mia. Perché se non ho la possibilità di fare BDSM – per mille motivi, gli impegni, il lavoro, altre priorità, adesso pure la pandemia, eccetera – vado in letargo. Sopisco anche la speranza di poterlo fare. Se non spero, non posso restare delusa; se non ho aspettative, non potranno venire disattese. E comunque, apparentemente non ho più voglia, quindi vado bene così.

    In realtà non vado per niente bene. Sono sempre di malumore, malmostosa. Vorrei avere voglia e non ce l’ho.

    Ma io lo so che ce l’ho, in verità: è solo che non si vede. Il mio corpo la conserva al caldo, in un luogo nascosto dentro di me, pronta ad essere smossa, svegliata. Come braci sotto la cenere. Ravvivare quel fuoco è semplice, ed ogni volta mi stupisco di quanto sia facile riaccendermi, con gli stimoli giusti.

    La parte difficile, forse, è restare aperta al pensiero di riceverli; imparare a non credere a quella falsa mancanza di voglia.

  • Darsi il permesso

    Una volta avevo bisogno che qualcun altro mi desse il permesso.

    Non per una cosa specifica: in generale. Darmi il permesso di vestirmi carina, di andare da qualche parte, di avere stima di me, di mangiare determinate cose. Non ero in grado di decidere per me stessa: mi sembrava di non averne diritto, che fare o chiedere o prendere qualcosa solo per me stessa fosse un atto di presunzione intollerabile, che mi avrebbe ascritta tra gli stronzi.

    Avere un Padrone cui delegare questa parte della gestione di me che mi era così difficile era perfetto, liberatorio, lineare, consensuale. Perché mi era anche chiaro, a livello razionale, che non era corretto che una persona dipendesse dal permesso di qualcun altro. Non siamo mica più nel medioevo; se un’amica mi diceva “il mio ragazzo non mi permette di fare x o di indossare questo” mi indignavo (e mi indigno tuttora). Quindi poter negoziare in modo consensuale questa rinuncia di autonomia era l’uovo di Colombo.

    Per fortuna, una delle cose che mi venne insegnata dal mio primo, vero, Padrone era che avevo diritto a chiedere per me. Certo quell’insegnamento trovò molta resistenza da parte mia, e tornai indietro molte volte. Uno dei problemi fu che era un circolo vizioso: accettavo quell’insegnamento perché veniva da lui; andava bene perché non ero io, ma lui, con la sua autorità, a permetterlo. Interiorizzarlo era tutto un altro paio di maniche. Quindi una volta finita la relazione D/s persi colpi. Quello che era entrato dalla porta usciva dalla finestra (per parafrasare il modo di dire).

    Oggi, dopo tanto destrutturare e scavare per scoprire le mie radici, va molto meglio: ho (quasi) imparato a capire cosa desidero e chiederlo, o cercarlo, e questo mi rende non solo una persona più completa ma anche una migliore sottomessa.

    Poi, a tratti, faccio una gran fatica: mi dibatto tra i miei desideri inespressi, la frustrazione di sentire che meriterei di più ma non sono capace di accettarlo e l’attesa che qualcun altro mi legga nel pensiero e venga a realizzare quello che nemmeno io so che vorrei.

    Per fortuna, ho un Padrone. Per tutto il resto, c’è Mastercard!

  • Lasciare che quel nodo si sciolga

    Io so di vivere la maggior parte del mio tempo in modo molto molto irrigidito. Tengo tutto a freno, tutto a bada: controllo, controllo. Ho una app per tenere traccia delle cose da fare, ho promemoria, ho appunti, ho google calendar, ho liste. DEVO tenere tutto sotto controllo, ricordarmi tutte le cose da fare e farle tutte senza fallo. Se invece di 100 faccio 99, non va bene: non è abbastanza. Dovrei fare almeno 100, meglio se 110. Ma non sento mai di avere fatto 110, figuriamoci 100. Tutte le 99 cose fatte spariscono dal mio orizzonte come dalla lista delle cose-da-fare della app (visto che sono fatte): nel mio cervello restano solo le cose ancora da fare, che mi ronzano attorno come falene ad una lampada, ricordandomi fino allo sfinimento che non ho fatto tutto.

    Così, finisco per essere estremamente sostenuta, tesa, proiettata verso gli infiniti obiettivi da raggiungere; per dirlo in veneto (che rende): mi insusto.

    Quando qualcosa interferisce, sia esso il traffico, la pioggia, o una persona, mi sale un nervoso spaventoso. Eppure lo so che il punto non è l’imprevisto, ma l’eccesso di rigidezza in partenza. Mi sento così chiusa, annodata su me stessa, sugli impegni, sul tu devi, ingabbiata in un vortice di impegni che non mi lascia scampo.

    Poi, qualche volta, riesco a mollare un po’. Per qualche istante rilasso le spalle, respiro a fondo, chiudo gli occhi e lascio che quel nodo che mi sento nel petto si sciolga.

    Ho fatto abbastanza; ho diritto ad essere stanca, a riposare, a guardare il tramonto e non il cellulare. Posso non completare anche questo compito, pensarci domani. Posso dire: non ce la faccio; e non condannarmi per questo.

    Davanti al sole che scende infuocato dietro le nuvole basse illuminandole di rosa e di azzurro; o respirando a fondo l’aria pulita che viene dal prato e dal fiume mentre mi perdo con gli occhi nella contemplazione della natura; o ascoltando il canto del corpo che fatica nello sforzo fisico, quando pedalo o cammino e vado distante; o mentre sono nelle tue corde e sotto i tuoi colpi, con la carne costretta e la mente libera.

    Almeno, per un poco, riposo.

  • Leccare

    Non credevo mai che avrei fatto certe cose con la mia lingua. Che mi sarebbe piaciuto.
    Piaciuto non rende il senso di quello che sento in quei momenti.

    Quando sento la tua saliva colarmi sulla lingua, quando la passo sui tuoi piedi, quando la infilo in altri anfratti e sento quel sapore umido e amaro, rabbrividisco e chiudo gli occhi e mi sento scossa fino nelle profondità delle viscere.

    La mia mente è travolta da un rumore bianco indistinguibile, non sono più in grado di pensare: sono animale, cagna, ridotta ad un grumo di carne da usare, tutta corpo, solo corpo, sensazione fisica, dolore, tensione, umiliazione. Travolta da una corrente impetuosa ed inarrestabile di emozioni fisiche, mi lascio trascinare via, grata di questo assoluto e completo abbandono, distrutta in tutto quello che sono di giorno, libera.

    Tiro fuori la lingua e mi annullo.

  • Fail

    Quando ho iniziato a scrivere con regolarità, quando, a gennaio, ho deciso che avrei pubblicato un post ogni lunedì e venerdì, ho pensato che prima o dopo avrei fallito. Avrei dimenticato di pubblicare, non sarei stata pronta. Ed era uno dei pensieri che mi suggeriva di non iniziare nemmeno. Ma sono partita.

    In alcuni periodi sono riuscita a programmare in anticipo più di un post; alcuni giorni ho programmato il post poche ore prima dell’orario; altri giorni ho finito di scrivere a sera e pubblicato in ritardo.
    Ma non ho mai saltato un giorno. (Certo, un venerdì non ho pubblicato ma perché ero in vacanza, non era un errore). Fino a ieri: ieri sera si è avverata infine la mia profezia iniziale.

    Dopo un weekend molto impegnativo (855 km in 48h, dormito poco), complice l’essere in ferie, ho perso il filo che fosse lunedì e non ho pubblicato. Ho saltato il mio appuntamento.
    Quando me ne sono resa conto era passata mezzanotte. Ci sono rimasta male: il mio obiettivo è sempre la perfezione (con annesso terrore del fallimento). E, allo stesso tempo, mi sono sentita rasserenata. Ecco, ho pensato: è successo. Non devo più avere paura che succeda, perché è successo e non è crollato niente. Nessuna condanna (l’unico mio giudice sono io), nessun giudizio senza appello: una volta mi sarei affossata nel senso di colpa; ora si riprende.

    Anche in questo, per fortuna, sono cresciuta.

  • Cena

    Servo in tavola i Loro piatti, poi il mio.
    Lui lo prende e inizia a tagliuzzare il pollo in piccoli pezzetti, per poi mescolarlo col riso bianco fino a farne un pastone. Lo guardo e sorrido, mentre Lady Rheja mi prepara la cuccia a terra. Sono contenta di mangiare ai Loro piedi, non è la prima volta che succede; aspetto serena il momento in cui il Padrone poserà sul pavimento il mio piatto.
    Invece, dal nulla tira fuori una grossa ciotola di metallo e ci versa dentro il cibo.
    Mi cade il cuore nello stomaco e perdo il sorriso.
    Non me l’aspettavo. E’ proprio una ciotola per cani, col bordo inferiore di gomma.
    Mi sento estremamente umiliata, ed al contempo felice come non mai. Ho sempre voluto una ciotola, ma nessuno me l’aveva mai presa prima. Me n’ero persino comprata una da sola, anni fa, ma non era certo la stessa cosa, senza nessuno che me la facesse usare, ed è rimasta a fare la polvere.
    L’umiliazione della ciotola collide con violenza col mio desiderio di essere umiliata. Com’era quel detto? “Fai attenzione a ciò che desideri…”. Per quanto possa desiderarlo, per quanto possa immaginarlo o sognarlo… l’evento reale è ben altra cosa. Non so dove guardare e forse sono rossa in faccia. Una cosa era mangiare in terra dal piatto; un’altra avere davanti una vera e propria ciotola. E’ terribile e bellissimo.
    Mi inginocchio a terra col cuore in tumulto e affondo la faccia nel cibo.
    Se avessi una coda, scodinzolerei.

  • Ignore

    Ascolto il Suo silenzio e spero che mi riempia.
    Le emozioni salgono a ondate dentro di me: momenti di quiete, poi d’improvviso angoscia, paura, accettazione, rimorso, rassegnazione. Sentimenti di mancanza. Malinconia, nostalgia, tristezza. Euforie ingiustificate istantanee effimere.
    Silenzio.
    Solo silenzio.
    Vado a cercare segni del Suo passaggio online; ne seguo le tracce, guaendo come un cane sfuggito al guinzaglio incapace di ritrovare il suo Padrone.
    Cerco di alzare la mia percezione della punizione, smettere di autocommiserarmi ed accettare il peso che devo portare, nella consapevolezza del mio errore.
    Penso a Lui, al Suo sguardo quella sera; lascio che lo stomaco mi si contorca nel pensiero di avergli causato dolore e rabbia; di averlo deluso.
    Imploro e supplico davanti a un muro di silenzio. Cerco che quel silenzio mi colmi e riempia il vuoto dell’attesa.

    Ho ancora il Suo collare al collo, per ora: è qui. Lo sento.
    Anche il Suo silenzio è un Suo segno.
    Chiudo gli occhi; respiro; attendo.