subservientspace

for this is what I feel

Tag: appartenenza

  • Epifanie

    Parliamo? Parliamo.
    Lunghi dialoghi, confronti, domande, risposte, pensieri che si dipanano sul monitor.
    Ad un certo punto, vedo uno schema. Un’evoluzione di ragionamento e di sensazione che si ripete simile ogni sera.
    All’inizio, quando cominciano le vere domande, qualcosa dentro di me si ritrae; qualcosa mi urta, tocca un nervo scoperto. Lui incalza, continua, domanda, chiede, riflette. Io mi dibatto nella sensazione di non riuscire a spiegarmi. Vorrei sottrarmi, è faticoso, complicato, mi sembra che non mi creda, ma in effetti ci sono sfumature, dettagli, ecco, forse non era come lo pensavo all’inizio. Vorrei sottrarmi eppure resisto, rispondo, rifletto – volente o nolente, rifletto.
    E alla fine cambio.
    Alla fine capisco e accetto; arrivo ad un diverso livello di consapevolezza, di comprensione, non solo di me stessa ma di Lui e soprattutto della dinamica D/s che stiamo vivendo. Di Noi.
    Arrivo ad una vera e propria epifania, piccola o grande ma sempre significativa.
    Quanto ero irritata all’inizio, tanto sono serena e allineata alla fine. Sto bene; di più: sto meglio di prima.

    E’ un percorso iniziatico per prove successive. Una sfida dopo l’altra, avanzo.

  • Sottomissione

    Mi è capitato talvolta nella vita di ricevere un regalo che non era proprio quello che volevo.
    La consolle portatile per videogiochi che desideravo, ma un modello diverso. L’abito che avevo visto, ma di un altro colore. Il pendente che avevo indicato, ma con una catenina che non mi piaceva.

    Ogni volta ho messo il muso, mi sono rattristata, delusa, preoccupata che fosse il segnale che l’altro non mi avesse capita, che fossimo magari incompatibili. Ho fatto cambiare regali e riportare indietro cose, ho finto apprezzamento e fatto il broncio.
    Ho fatto dei capricci assurdi, mi rendo conto, ed ero già ampiamente di un’età in cui non avrei dovuto farli.

    E poi in un attimo capisco.
    Con poche parole, ma dirette.
    Capisco cosa vuol dire sottomissione.

    Certo che l’ho sempre saputo. Ma di colpo l’ho sentito.

    Accettazione. Silenzio. Ricevere.

    Non contano i miei capricci, le mie aspetttive, cosa mi ero immaginato, le mie paranoie o insicurezze, le cose che non sono proprio come io le vorrei, il passato, o nient’altro. Non conta.
    Conta l’Appartenenza, ricevere un Dono e portarlo con orgoglio e gioia perché è Suo – non perché è quello io volevo.

    Di colpo sono riappacificata, sorrido e mi sento al mio posto.

  • Citazione

    Anche per me è così.
    Quando mi schiaffeggia la faccia divento solida ed obbediente, divento tenera e incandescente.
    Ogni colpo che dà, prende un pezzo di me.

    Non si potrebbe dire meglio, quindi rubo queste parole. Grazie, Giovanni Lindo Ferretti, anche se quando le hai scritte probabilmente non pensavi al bdsm.

  • Diamante nelle Sue mani

    Inspiro, espiro.
    Ho lasciato andare il freno a mano. Ho deciso.
    Quando arriva sono pronta, mi sento pronta. Tutti i sensi all’erta, rivolti verso di Lui.

    Mi piega senza grazia sul piano della cucina.
    Non ho più paura: non era paura di Lui, ma di volerlo; di ciò che desidero.

    Mi fa spogliare nuda. Mi guarda. “Mi piaci”, dice. Senza volere sorrido, gli occhi bassi.
    Il mio corpo è più saggio di me, conosce cose che io non capisco. Il mio corpo arriva prima alla consapevolezza di ciò che desidero, di ciò che mi fa stare bene, mentre il cervello è ancora fermo ad elucubrare, ragionare, ripensare.
    Sorrido senza pensarci e quel sorriso indica che gli credo, finalmente.

    Dopo, il mio cervello non riesce più a pensare a niente. Un paio di volte ci prova, a mettere il becco. Ma la carne lo travolge. Tutto diventa bianco, silenzioso, ricettivo. Quel chiacchiericcio infinito si ferma, finalmente; riesco solo a rispondere sì, Padrone.
    Annaspo, piegata, la faccia affondata nel divano, la benda che mi chiude gli occhi, le gambe larghe e il culo che urla per la fame di colpi che ha. Sento la carne che brucia, che pulsa: ogni centimetro di me grida ancora! ancora!! Mi inarco, mi espongo; mi lascio andare. “Più forte, Padrone, per favore!”, esclamo, senza credere di averlo detto veramente.

    La wand mi cade dalle mani, gli occhi bendati mi si girano all’indietro, mugugno qualche verso senza senso; sbavo. Si ferma, mi raccoglie e mi fa stendere sul divano. Riesco ad articolare qualche parola: no, non voglio fermarmi. Mi fa girare a pancia in su, mi mette meglio. Io rotolo, felice che si prenda cura di me. Mi sposta ancora, ancora un po’, la testa mi scende dal bordo mentre il corpo resta disteso. Non capisco, ma mi lascio fare, molle e abbandonata a Lui, ancora convinta che sia una pausa, che siano coccole. Sento un frusciare di vestiti e di colpo è sopra di me; entra e mi usa la bocca.
    Ho un singulto: non me l’aspettavo, la testa vortica, il corpo freme. Dentro di me si spegne qualcos’altro, divento oggetto, buco. Annullata, sconvolta, felice.
    Poi, ancora: mi gira e sono colpi, graffi, cera, morsi. Mi chiama in ogni modo; stronza, persino. Penso (un pensiero primitivo, lento, in fondo al cervello): me lo merito proprio.

    Mi mette a terra, i piedi in faccia. Lo odoro e mi lascio inebriare. Mi nutro di Lui, la lingua di fuori: lecco.
    Mi usa ancora e i visceri mi si stringono per l’emozione devastante che sento: sono la feccia della terra, gettata sul pavimento e schiacciata, lurida e schifosa. E Sua.

    Sua.

  • Decidere

    “Tu cosa vuoi?”

    Messaggi, elucubrazioni, il mio post, i commenti sotto (grazie, mie lettrici), lui che sottoscrive, che mi scrive, parliamo, ci confrontiamo. Quindi?

    “Tu cosa vuoi?”, mi scrive.

    Io fisso la domanda, vado in panico, inizio a scrivere. Scrivo, scrivo: ecco, forse, ma, però, perché in realtà, talvolta invece, verde ma rosso, lungo ma corto, vorrei questo però non proprio, non sono sicura, non credo, ma anche sì.
    Mi fermo.
    Guardo il text wall che ho prodotto. Occupa tutta la schermata, e devo scorrere su e giù per leggerlo tutto. E’ arzigogolato, complicato, lo rileggo e nemmeno io ci capisco un tubo. C’è qualcosa che vorrei dire, che ho dentro ma non riesco a tirare fuori, non riesco ad esprimere quello che vorrei, la complessità di quello che sento, il vorticare di sensazioni e pensieri…
    Penso: mavaffanculo.
    Cancello tutto.

    “Quello che voglio è sentire”

    Basta così. Ho deciso.
    Avevo già deciso? Ho deciso adesso? Avevo già deciso ma però tuttavia? Non importa. Silenzio: tacciano tutte le paranoie, le insicurezze, i ma, i però.
    Sentire, questo è tutto.

  • Doppia natura

    Entra e abbasso lo sguardo. Vorrei guardarlo, ridacchio, non so come muovermi. Alzo gli occhi, li riabbasso subito. Sposto il peso da un piede all’altro, ridacchio ancora. Richiudo la porta, prendo la sua giacca e la appendo.
    Lui mi si avvicina, io guardo per terra, mi mordo un dito, non so bene cosa fare, cosa dire; devo fare o dire qualcosa? Ma cosa? Inizio a sentire una specie di panico: ho paura di sbagliare, di essere stupida, o sbagliata, o deludente.
    Alza le mani e mi tocca, mi carezza la testa, una carezza decisa; mi prende per i capelli, mi fa abbassare. Piego le ginocchia e vado giù. I pensieri iniziano a dipanarsi, il rumore lascia spazio al silenzio. Le sue mani sanno cosa fare e me lo fanno fare. Mi si appoggia addosso, sopra: resto incastrata tra le sue gambe, sento il suo calore, la sua presenza, le sue mani che ancora mi toccano i capelli.
    Mi spinge più giù. Mi prostro tra le sue gambe. Respiro dalla bocca semichiusa, ascolto la sua voce, sento il suo tocco; la mente si svuota, la tensione inizia a sciogliersi.
    Mi alza la gonna e mi passa le mani sul culo.
    Ed ecco che la tensione che avevo scompare e viene sostituita da un’altra tensione, diversa. Tutti i miei sensi vanno all’erta: sono qui, sono adesso, lui mi è addosso: sono per lui.
    Il suo tocco trasmette possesso.
    Mi tocca come si fa con una cosa che si apprezza con le mani: divento consistenza, carne, gioco, bimba, cagna.

    Mi accarezza, mi colpisce.
    Mi blandisce, mi insulta.
    Mi consola, mi schiaffeggia.
    Mi coccola, mi umilia.
    Mi protegge, mi abusa.
    Mi considera, mi usa.

    Mi spinge via e rotolo sul divano, fradicia, il suo sapore in bocca, gli occhi chiusi per non guardarlo, usata, felice, tremante.
    Sono una piccola cosa timorosa e indifesa, e sono una cagna masochista e vogliosa.
    Mi vergogno e anelo.
    Chiedo pietà e ne voglio ancora.
    Dico no ed esprimo sì.

    Non posso decidere. Non posso scegliere. Sono entrambe.

  • 100 giorni

    Mi sembra passato moltissimo tempo. Oppure pochissimo.

    Cento giorni.

    Cento giorni dalla prima volta che ho letto un suo messaggio, da che gli ho risposto perché il messaggio era cortese, educato e mirato. Nessun “ciao” buttato a caso, nessuna pesca a strascico con un testo copiaincollato.

    Cento giorni in cui ci siamo conosciuti, in cui il dialogo è fluito quasi da solo, in cui ci siamo confrontati su gusti, interessi, punti di vista. Cento giorni in cui siamo passati dal tu al lei, dal nome al titolo, dalla conoscenza all’appartenenza.

    Cento giorni di ottovolante. Salite cariche di tensione, discese improvvise, respiro mozzato; cuore in gola, stomaco contratto, gambe strette e nocche bianche per quanto mi aggrappo: per la paura di farmi male, di cadere, della velocità e per l’emozione violenta che mi travolge.

    Cento giorni di parole, di dialogo, di comunicazione; di comprensione anche dei momenti incompresibili. Cento giorni di esplorazione, di termini, di dinamiche; di infilarsi sottopelle e di trovare nuovi modi per farlo, nuove parole, nuove immagini.

    Cento giorni di messaggi che mi fanno sorridere, contrarre, stringere, ansimare, riflettere.
    Cento giorni di corpo, pressione, presenza, vicinanza estrema addosso, sopra, dentro.

    E’ tanto?
    E’ poco?
    E’.

    E’ intenso, potente, destabilizzante, diverso, feroce, intimo.
    E continua…

  • Preziosa spazzatura

    Non voglio buttarmi via.
    Voglio qualcuno che mi butti via.

    Non intendo andare con chicchessia solo perché sì, perché ho voglia, o perché ho bisogno di sentire certe sensazioni.
    Voglio invece scegliere: affidarmi ad uno che mi getti nell’abisso, che mi stravolga, mi stracci, mi spezzi, mi accartocci e mi spinga via, a terra, per terra, con la faccia nel fango, lacerata e sporca, col corpo in frantumi e l’anima in scintille.
    Qualcuno che mi butti via… e poi mi raccolga.

    Essere la Sua preziosa spazzatura.

  • Pausa pranzo 

    Pausa pranzo al parco. 

    Sole caldo, aria frizzante, solitudine perfetta. Pomodorini e pensieri. Respiro: sto bene. 

    Bonus: giro sull’altalena ^^ 

    Dentro di me avrò 12 anni per sempre… 

  • Progressione

    Non posso fare a meno di rendermi conto che il mio percorso di vita nel bdsm è stato una progressione. Non sono mai rimasta ferma nello stesso punto: sono cambiata, cresciuta, e con me è cambiata la mia concezione del bdsm, la consapevolezza del mio ruolo. E meno male, aggiungerei.

    Quando ho iniziato, più di 10 anni fa, mi ci sono gettata a sperimentare; pensavo principalmente alle pratiche fisiche, a cose da fare. Anche se, rileggendo cose scritte allora, già sentivo oscuramente che desideravo qualcosa di mentale, di non solo fisico: qualcosa che si esprimesse col corpo ma sorgesse dal profondo.
    Sapevo di essere sub, di voler stare sotto. Ma cosa significasse quel sotto, non mi era chiaro – lo posso dire ora, naturalmente, col senno di poi.

    Poi in quel provare ho inciampato, ho sofferto, sono stata ferita.

    Mi ha trovata il mio primo Padrone, Pietro, che mi ha raccolta e rimessa insieme. Ha smontato pezzo a pezzo tutto ciò che in me mi faceva male, e lo ha ricostruito, restaurato. Mi ha resa intera, insegnandomi che nella sottomissione ero importante per il mio Padrone: non ero una nullità per l’universo, non dovevo esserlo. Mi ha ascoltata e fatta sfogare e colpita per riallineare le mie sensazioni; sono diventata una persona che non sapevo di essere.
    Mi sono immersa in me per imparare a non avere paura di chi sono. Ho nuotato subito sotto la superficie e ho visto la profondità del mare dentro di me, i coralli e le alghe e le acque calde.
    È stata un’Appartenenza dolce.

    Quando ho incontrato il mio secondo Padrone, SadicaMente, ero pronta per qualcosa di diverso, di più forte; non avevo più bisogno di ricostruirmi, ma di esplorarmi. La relazione è stata più impostata, più fisica, c’è stato più scambio di potere. Ho subito livelli di intensità che non avrei creduto di poter subire, ho superato limiti che credevo inviolabili. Sono stata accompagnata e spinta e siamo cresciuti.
    Mi sono immersa più in profondità in me per vedere cosa c’era, e ho trovato acque più buie, correnti calde e fredde, cetacei e pesci e brulicare di vita. E ho visto che il mare si inabissava ancora.
    È stata un’Appartenenza forte.

    Adesso, sulla soglia di una nuova Appartenenza, inspiro ed espiro per superare la paura.

    L’abisso del mio mare mi osserva ed io osservo lui; mi sono immersa e so nuotare, ma laggiù le acque sono nere e le creature che le popolano bianche; non sono mai stata così distante dalla luce, ma è un luogo di me che esiste, mi sciaborda dentro, ne sento la risacca profonda e la marea che mi chiama.
    Non so cosa troverò, né quanta parte di me ancora non conosca; so che ci sono pensieri, fantasie, sensazioni e desideri che sono me ma che non ho mai avuto il coraggio nemmeno di dire ad alta voce. Che non sarei stata in grado di esplorare prima.

    Non posso immergermi da sola o mi perderei nell’abisso di me.