subservientspace

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Tag: appartenenza

  • Differenze

    Ci sono differenze significative nei rapporti bdsm, a seconda di come sono impostati.
    Fermo restando che due (o più) persone possono crearsi il loro proprio rapporto senza bisogno di affibbiargli un’etichetta, e che finché va bene a loro e tutto è Sano, Sicuro e Consensuale non c’è proprio nulla da obiettare – soprattutto non sterili polemiche su cosa sia e chi faccia “vero” bdsm; fermo restando questo, io distinguo due -diciamo- macrocategorie di rapporti bdsm: Top/bottom e Master/slave.

    In un rapporto Top/bottom il cardine sta sul gioco fisico, l’impact play; in questo ci sta il comportamento da SAM (Smart Ass Masochist, masochista furbastro), ovvero il bottom provoca il Top, riponde male, lo sfotte per ottenere mazzate più forti. Il Top sta al gioco e mena più forte. E’ un rapporto propriamente sado-maso. Può avere connotazioni ulteriori oltre il solo gioco fisico, ma non prevede o pretende l’obbedienza da parte del bottom se non nello spazio e nel tempo limitato della sessione.

    In un rapporto Master/slave il cardine sta nella sottomissione. Chi sta sotto accetta quello che decide chi sta sopra, anche se non gli piace; lo slave trae piacere dal sapere che il Master è soddisfatto, anche se lui stesso non lo è. Qui il giochino della provocazione, oltre che non essere appropriato, non conviene: il Master desidera sottomissione, e punirà la provocazione non con le mazzate (che possono piacere), ma in qualche modo davvero poco piacevole per lo slave – dal lavare la bocca col sapone al mettere in ignore. L’obbedienza è fondamentale e spesso difficile da attuare anche se desiderata dallo stesso slave.

    Consapevole di contraddire almeno in parte la premessa fatta all’inizio, io personalmente trovo il secondo tipo di rapporto più profondo, coinvolgente, complesso e “vero”. So che quella premessa è corretta; nonostante ciò, non posso fare a meno di sentire una più forte propensione verso il rapporto Master/slave.
    Richiede tanto di più; mette in discussione, alla prova; è difficile da vivere, e la ricompensa è tanto sottile quanto profonda. Si infiltra nella carne come un filo sottile che lega l’anima.
    Ed è quello che la mia anima agogna.

    Mi irrita vedere un bottom che si dà arie da slave e si riempie la bocca di parole come appartenenza, sottomissione, dono di sé, per poi pretendere, manipolare, puntare i piedi.
    Non voglio essere così.
    So di non essere ancora pienamente sottomessa. E’ un percorso e sarà lungo, sono più riottosa di quanto io stessa credessi. Anch’io mi ritrovo a fare capricci.
    Mi affido per imparare ad affidarmi.

  • Bianca

    Cammino come instupidita, anestetizzata. Galleggio dentro la mia testa, pilota inesperta del mio stesso corpo.
    Quando finalmente esco, alzo la testa nel sole e laggiù, dietro le case, gli alberi, brillano candide le montagne; di colpo inspiro, respiro di nuovo.
    Tutta la pioggia che è caduta ieri, quella pioggia fitta, insistente, gelida, triste, sotto la quale ho camminato senza aver voglia di sbrigarmi, tutta quella pioggia in montagna è divenuta neve. In un altro posto, nello stesso momento, quella tristezza era meraviglia.
    Ed ecco che capisco che anche se sto male non è senza scopo. Quella fatica, quel dolore, si mutano in qualcosa di bello.
    Voglio essere lì: in mezzo alla distesa candida della neve, al freddo. Perché quel freddo mi svegli, mi dia la forza di accettarlo e accoglierlo. Perché la sofferenza non è nulla davanti all’immensità della perenne gelida distesa dei monti innevati. Se anche soffro, vengo ripagata con le stesse lacrime di sangue del mio cuore; sanguino volentieri e con gioia perché allo stesso tempo percepisco il mio petto dilatarsi, espandersi e raggiungere nuove vette di consapevolezza.

    Ascolto dubstep a palla ed è quasi come essere con Lui. Annego i pensieri in quella musica così poco musicale, ma così forte da travolgermi e lasciarmi tramortita e felice.
    La tensione si sfoga, esplode da in mezzo alle mie gambe; resto placata per un po’ e poi torno a tendermi, non più storta ma diritta, affusolata. Mi inarco verso di Lui, per Lui, e spero che vorrà presto giocare ancora con le mie corde, far scattare quest’arco.

  • Osare

    da Il Collezionista di Rancori

    Osare toccarLo. Allungare un dito, una mano, spostare il peso sull’altro piede; strusciarsi sulla Sua gamba passandoGli accanto a quattro zampe.
    Un tocco furtivo, una carezza rubata; col cuore in tumulto, pregando di non venire scacciata, ripresa, redarguita. Assaporare quel contatto e la gioia struggente di non venire respinta.

  • 24/7

    Quando vivo qualche giorno (ma anche qualche ora) dai Padroni, in ruolo in ogni momento, poi non vorrei mai tornare indietro. Vorrei vivere sempre in 24/7.
    Pensandoci, però, posso farlo. Anche senza farlo davvero.
    Nel mio rapporto con il Padrone, alla fine, io sono sempre in ruolo. Non è che se non sono in Sua presenza, ad esempio in settimana mentre sono a casa e lo sento via messaggi, io non sia la sua slave. Non è che gli mandi messaggi tipo “ué vecchio come butta?”. Nella mia appartenenza, nel mio rapporto con Lui (e con la Lady), sono sempre sottomessa.
    Ho degli ordini da seguire; degli obiettivi da mantenere; delle indicazioni di comportamento. Posso sentirmi in 24/7 nel vivere questi aspetti quotidiani, diciamo in un certo senso ridotti, del mio essere slave.
    Certo non vado in ufficio nuda col collare, né in pizzeria in dress.
    Ma nello scegliere il cibo da mangiare, nell’accomordarmi al collo la catena che è il mio collare quotidiano, nello scrivere a Lui, nel chiedergli un permesso, nell’addormentarmi senza potermi masturbare… io sono sempre in ruolo. E’ un sentire interiore. Più sottile del codice di comportamento che devo tenere in Sua presenza, ma non per questo meno forte.
    Certo, in Sua assenza ho momenti di debolezza. Patisco la distanza. Rimpiango di non essere là. Ma cerco di sentirmi là con l’anima.

  • Forza incatenata

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    Ecco, questa immagine (trovata su facebook nella pagina BDSM) ben rappresenta come vorrei essere, uno degli innumerevoli aspetti che vorrei avere.
    Una donna muscolosa e potente; una schiava incatenata. Forte per poter lavorare per il Padrone, per essergli utile, per essere usata da Lui. La mia forza allora non sarebbe fine a se stessa, vuota; sarebbe legata a Lui. Trattenuta dalle Sue catene per essere rilasciata, dosata secondo il Suo desiderio, la Sua necessità, il Suo diletto. La Sua difesa. Orgogliosa di essere Sua.

    Cagna lo sono; ma non sono un chihuahua da portare in borsetta. Sono un rottweiler e sono al Suo fianco, ai Suoi piedi, pronta al Suo comando.

  • Il Padrone e la Lady

    A dicembre sarà un anno che appartengo al Padrone. E come a lui, a sua moglie, la mia Lady.

    Su facebook a volte sorrido, vedendo pagine di sub americane che scrivono post con cuoricini e catene scrivendo “Due mesi insieme, Master!”. Due mesi?!… Certo, quando un rapporto è intenso anche un giorno dura una vita.
    E questo? Anche questo mi sembra duri da una vita, o due.
    Ripensando agli inizi, alcune cose erano diversissime, ed ora mi sembrano naturali. I miei limiti altissimi che piano piano si sono abbassati, all’alzarsi della fiducia nei Loro confronti. La diffidenza della mia Lady, che mi ha raccontato di aver pensato “Che vuole questa?!” quando la prima volta ho mandato un sms di buongiorno al Padrone; ed ora ogni giorno lo mando anche a Lei.
    Il Padrone rimane un mistero, per me. Chissà cosa pensa.
    Quando sono in sessione, con Lui, volo. Il resto del tempo, in Sua presenza o meno, sono su un ottovolante. Momenti intensissimi di consapevolezza, di desiderio; poi, ogni tanto mi sale la bile; lo sconforto. Vorrei fortissimo che Lui dicesse, facesse, che mi chiamasse, che… che… non lo so. Mi sembra di non ottenere quello che vorrei. Ma cosa vorrei, non saprei dirlo.
    Pensandoci, capisco: faccio resistenza.
    Resisto alla Sua educazione. Vorrei essere educata in un certo modo, per ottenere certi risultati, che però ho deciso io. Questo è il mio problema, ciò che mi fa dibattere nella sensazione che qualcosa strida. Perché invece di cedere, di lasciarmi andare, di accogliere il Suo desiderio, la Sua guida, di diventare ciò in cui Lui mi vuole plasmare, mi focalizzo su cose che ho letto, fantasticato, vissuto in precedenza. Mi convinco che Lui dovrebbe fare questo e questo, così e così; come se ci fosse un modo giusto e Lui vi si discostasse; e quello che non arriva, o arriva diverso, lo ritengo sbagliato. Così mi incazzo. Da sola, s’intende; faccio i capriccini (chissà se si percepisce via whatsapp). Pesto i piedi, trattengo il respiro, penso “ecco, se anche adesso lui fa quello che voglio io, io non lo voglio più, ecco, così impara!”. Credo di potergli bucare il pallone.
    Invece no. Mi frega sempre. E meno male.
    Perché poi si muove, verso di me o accanto a me, al Suo ritmo, secondo la Sua decisione. Ed io d’improvviso dimentico tutte le mie idiosincrasie, le mie stronzate, i miei capricci e mi rendo conto che non desidero che seguirlo.
    Ieri ho capito: cazzo, sono top from the bottom. Cerco di fargli fare quello che voglio. Io! Io che ho sempre pensato di essere docilissima, sottomessissima! Eppure.
    Solo che, comunque, non funziona.
    Finisco una sessione col dispiacere di non essere rimasta in subspace se non per bervi periodi e lo sento dire a Lei: “Certo, perché io la riportavo di qua”.
    Allora capisco che non fa nulla a caso.
    Quando sono in sessione divento una stronza egocentrica egoista accentratrice e voglio voglio voglio; m’incazzo che la stimolazione varii o non arrivi come avrei voluto io: per godere, per andare in subspace; e nella mia miopia dò la colpa a lui. In effetti è corretto, ma per il motivo sbagliato: penso che magari non sia capace, invece lo è troppo. Lo fa apposta.
    Quando poi cedo a sentire e basta, finalmente, divento molle, smetto di avere paura e il maledetto, amato controllo mi abbandona, o meglio lo lascio andare. Allora non desidero più il subspace, o quel colpo proprio là proprio così; accetto ciò che arriva perché arriva da Lui. Non distinguo più le percezioni: credo sia Lui a stringermi un capezzolo ed invece è Lei, con pari sadismo, di cui non la credevo capace.
    Allo stesso modo, nella vita di tutti i giorni, mi dibatto in una voglia feroce e vischiosa che Lui mi dica quello che voglio sentirmi dire, quando voglio e come voglio e soffro, soffro che non accada. Invece, quando infine riesco a non restare tesa in un’attesa spasmodica, quando davvero attendo indicazioni, ricettiva, allora sono in pace. Non desidero cibo per riempire quello che mi sembra un vuoto, perché quel vuoto è già pieno dell’attesa di un ordine. E tutto ciò che arriva è un raggio di grazia.
    Così come per Lei, la mia Lady, con cui chiacchiero tanto apertamente, con tanta leggerezza, ed è una boccata d’aria fresca rispetto al rigore che avverto col Padrone. Finché non mi colpisce, con una parola od un’immagine, quando meno me l’aspetto: e rimango fremente, nell’angolo in cui mi viene ricordato che devo stare.
    In quei momenti, capisco che è esattamente così che desidero che sia: senza che lo desideri io, senza che mi sforzi per imporlo; che mi venga dato, imposto, inflitto, donato.

    Li sottovaluto.
    Contro la mia stessa volontà, mi accorgo di sottovalutarli. L’uno o l’altra soli od insieme. Me ne accorgo ogni volta che mi lasciano a bocca aperta, spesso boccheggiante, la pelle increspata, il sesso contratto. E non posso che ringraziare per la lezione costante che mi impartiscono.

  • Abbandono

    Al termine di una festa, in un momento di relax e chiacchiere, un’amica switch mi dice: “Una nota dolente, nella ricerca di uno slave, è trovare qualcuno che si abbandoni davvero, che si affidi completamente; tutti fanno grandi affermazioni di volersi affidare, ma nonostante le dichiarazioni di intenti non ho ancora trovato nessuno che le mantenga”.
    Rifletto su questa considerazione.
    Anche per me, in effetti, nonostante sia una cosa che desidero sopra ogni altra, è molto difficile lasciar andare il controllo ed abbandonarmi interamente a chicchessia.
    Ho sempre fallito gli esercizi di fiducia, quelli in cui chiudi gli occhi e ti lasci cadere, confidando che il tuo compagno ti sosterrà. Ho smesso di fallirle solo quando, piccata del mio fallimento, ho imparato ad imporre il mio controllo sul mio non voler mollare il controllo, obbligandomi a lasciarmi andare – di fatto, simulando un abbandono inesistente.
    Però, lavorando sulla mia rigidità, sulla mia fiducia (o mancanza di), sul mio controllo, un poco alla volta le mie difese cedono.
    Forse è illusorio aspettarsi che qualcuno si abbandoni immediatamente, a scatola chiusa; quel tipo di abbandono è una cosa su cui devono lavorare in due, Dom e sub, l’uno per conquistarlo, l’altro per concederlo.
    Io, come sub, so quanto profondo possa essere questo abbandono, quanto si radichi nel proprio animo, quanto feroce e grave possa essere la ferita che derivi da un suo uso errato o sbadato; prima di permettermi di concederlo (innanzitutto a me stessa) sono bloccata dalla paura che possa venire mal riposto, e di finire abbandonata.

  • Il repentino cambio di prospettiva

    Seguendo il bianconiglio del riquadro degli aggiornamenti di Facebook capito in un gruppo che parla di Mindfucking. Leggo una lunga discussione, senza iscrivermi, senza commentare: lurkando (si dice ancora? E’ gergo da internet dei primordi). Il moderatore del gruppo, autore di un libro sul tema (Stefano Re, Mindfucking. Come fottere la mente, edizioni LIT – Libri in Tasca), che peraltro ho letto tempo addietro, fa il seguente commento:
    “In termini proprio assoluti: nessuno può dominare nessun altro, punto. Tutti possiamo permettere che altri si illudano di dominarci, ovviamente. Il più delle volte, nemmeno sapendo che lo stiamo facendo. […] Nel BDSM, ovviamente, lo si fa perchè ci si arrapa, e di qui la delusione nel comprendere che comunque è chi sta sotto a dettare le regole. […] il rapporto BDSM è un rapporto proiettivo, in cui chi domina sta scomodo peggio che su intercontinentale alitalia. Non solo gli tocca tutta la responsabilità, ma deve pure dare l’impressione a chi sta sotto di stare dominando, quando di fatto non sta dominando un bel niente se non nel gioco di proiezioni. Non c’è perversità più sadica dei subbini o subbine che cantano le lodi dei loro crudeli padroni: danno e beffa in salsa lirica”.

    Ecco.
    E per un momento rimango un po’ abbacchiata.
    Certo, lo so che il BDSM non è un rapporto di vera coercizione (ci mancherebbe), che sono io quella in carico. Ma queste parole lette su internet mi scuotono un po’; mi pare mi risveglino da un bel sogno, da quella che ora temo essere una mera illusione, una menzogna che racconto a me stessa.
    E poi.
    Mentre lascio la mente vagare, mi raggiunge un pensiero repentino, portando con sé un ricordo improvviso, la memoria di una sensazione. La percezione mi increspa la pelle, mi fa contrarre i visceri, giù giù fino in mezzo alle gambe.
    In un istante ripiombo nel pozzo colmo del mio cuore, mi ci immergo fino a non avere più ossigeno, nutrendomi delle emozioni suscitate da Lui. Mi lascio soverchiare e non conosco più altro che l’appartenenza al mio Padrone.

    Non sono io che permetto al mio Padrone di dominarmi; gli consegno la mia volontà perché la diriga. Se anche il timone è mio, è a Lui che lo metto in mano. Se anche è la mia scelta a creare il rapporto, è la sua forza a manovrarlo.
    Accetto di lasciarmi trascinare, gettandomi a terra perché mi raccolga.

    Re, nella discussione, aggiunge:
    “[…] prendi tutto quel che sai su ruoli, safeword, contrattazioni BDSM, perizia nelle tecniche e getta tutto per aria. Fingi di non averne mai nemmeno sentito parlare. Gli schemi che apprendiamo inevitabilmente ci intrappolano, e diventa difficile vedere le cose fuori di essi”.
    Naturalmente ha ragione e lo dimostra: lui stesso non sa uscire dal suo schema di visione del BDSM.
    Ma certo, è vero: gli schemi vanno abbandonati, superati. Infatti, nel mio mondo io fisso dei limiti per essere portata a danzarvi attorno, attraverso, oltre. Mi lascio intrappolare dal Padrone perché mi porti fuori da me; dal suo schema per uscire dal mio. E nel manovrare me, marionetta vivente, emotiva, anche Lui cambia, diventa altro, cresce sopra di me.

  • Il momento in cui sono la feccia della terra

    Ogni tanto mi capita quel momento.
    Non è che mi senta: in quel momento SONO una merda. Non esiste altra verità, né nessun’altra possibilità.
    E’ un periodo di sconforto assoluto che può durare qualche minuto, più spesso qualche ora, di rado qualche giorno. In quel lasso di tempo nulla di quel che faccio, dico o sono merita nulla. Peggio: non è mai valso nulla e non varrà mai nulla. Questo momento di depressione mi si presenta come un momento di verità: ecco, questo è quello che realmente sei, lo hai sempre saputo ed ora ti rivelo che è vero. Tutto ciò che hai sempre temuto è reale ed è così che deve essere. Rassegnati.

    E invece non mi rassegno mai.
    Per quanto buio sia quel pozzo, dal fondo scorgo sempre la luna, alla fine. Non ci credo mai fino in fondo, a quella voce; mi concentro a fare una cosa piccola per volta e tutto torna piano piano a posto. Oppure, mi lascio andare, e mi confido e mi affido al Padrone, smettendo finalmente di credere che farlo confermi la mia debolezza; che farlo dia fastidio visto che sono tanto merda.
    Ritorno così capace, degna; buona. A posto e pronta ad affrontare ciò che verrà.

    Non sono (più) le grandi difficoltà o il confronto anche a muso duro con qualcuno a mandarmi in crisi; sono piuttosto questi momenti in cui devo fronteggiare me stessa. In cui mi sento sola.

  • L’appartenenza non va in vacanza

    Quando sono in ferie mi sorprendo a pensare: ma sì, anche se non faccio quello che mi ha ordinato il Padrone chissene… dopotutto sono in vacanza!!
    Un pensiero da bimba capricciosa che sbatte i piedi; mi do persino fastidio da sola. Però sono una madre debole nei confronti di me stessa, e a questi capriccetti finisco spesso per cedere. Salvo poi trovarmi nei casini e pentirmi amaramente.
    Ma l’obbedire, che è segno dell’appartenere, non dovrebbe mai venir meno; in vacanza non smetto di essere moglie “perché tanto sono in vacanza”, dunque perché mi sento di poter recedere da un altro legame? Perché credo di poter avere deroghe – peraltro senza nemmeno chiedere?
    Quando poi, soprattutto, sto tanto meglio se obbedisco che non se sgarro.

    Ho spesso questo senso di indulgenza nei confronti di me stessa. Ed è proprio per controllarlo che ho tanto bisogno di un Padrone: per non restare in balìa di me stessa, per non perdermi a causa della mia pigrizia mentale, per essere tenuta insieme da una forza vera, grande, sopra di me.