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Tag: consapevolezza

  • Comprensione


    Royksopp – The understanding – Triumphant

    Raggiungere la comprensione, la consapevolezza, è un processo continuo, spesso ciclico. L’acqua calda non si scopre mai una volta sola. E non ho mai finito di scoprirla.
    La comprensione mi rende trionfante.
    Non perché sia brava, o perché vinco qualcosa, no; anzi: quando punto a dimostrare di essere brava o a vincere è proprio il momento in cui mi allontano, arrogante, dalla comprensione più vera di me stessa.
    Nell’istante in cui credo di avere capito tutto, di essere forte di quello che so e che sono, in quell’istante retrocedo e cado miseramente di nuovo nel buio.
    Invece, trovo trionfo ed entusiasmo nella nuova crescita che ottengo, nella nuova luce interiore che raggiungo, nel miglioramento di me. Accade quando sono aperta, ricettiva, umile; quando ascolto il sussurro del mio io interiore e non il bailamme della presunzione.
    Allora capisco, comprendo d’improvviso tratti di me. Mi si svela un meccanismo. Accetto la mia imperfezione e procedo in questa lunga strada fatta di emozioni. Un po’ migliore di prima, senza il bisogno di dimostrarlo.

  • Io/non io

    Mentre mi piego, mentre chiudo gli occhi, mentre la Sua mano mi colpisce, la mia mente è un turbine. Come aprire una finestra per errore durante una tempesta di vento.
    Fa male.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Piango di dolore, di paura; faccio così fatica a entrare nel mood, a lasciar scorrere le endorfine: sono rigida, tesa, chiusa. Tutte le cose negative mi rimbombano dentro e non riesco a separarmene, mi sbattono intorno come uccelli impazziti, rinchiusi in uno spazio troppo stretto.
    Ci sono affezionata a tutte queste cose che mi fanno stare male.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Non devo essere io.
    Quest’ultimo pensiero mi travolge: ecco, lascia andare. Lascia andare e basta, smetti di pensare che “io” sono così o così e non così.
    Mi tira a sé; mi piego sulla Sua gamba e tutti i muscoli mi si rilassano all’unisono: finamente smetto di essere tesa, di avere paura di deluderLo.
    Smetto di essere ipocrita. Di essere falsa, disobbediente: accetto di nuovo di essere Sua, di obbedire, di seguire con coerenza il mio ruolo nei confronti del Suo, così come ho scelto, così come ho deciso.
    Mi sottometto.
    Dopo, quando vado in bagno a risistemarmi i capelli, mi guardo e penso: che buffa persona che c’è nello specchio. Sono io? Non sono io?
    Non devo essere un “io” specifico. Posso essere io. Posso essere tutti gli io che sono.
    Torno ad accoccolarmi ai Suoi piedi, avvolta nel calore della sottomissione.

  • Ogni lasciata è persa

    Ogni cosa che ho iniziato e abbandonato mi perseguita come un orribile incubo.
    Ripensare a tutte le cose che ho tentato di fare e che ho fallito, da cui mi sono allontanata cercando giustificazioni, motivi validi, scuse o semplicemente nascondendo la testa sotto la sabbia… ripensarci mi stringe lo stomaco in una morsa di angoscia. Vorrei allora fuggire lontano da me stessa, dalla consapevolezza di non essere riuscita, di essere stata inadeguata, incapace, debole o chissà cosa. Alcune cose penso che avrei potuto portarle a termine; altre so che erano oltre le mie capacità di quel momento, ma ciò non mi impedisce di colpevolizzarmi orribilmente.
    Mi sento vigliacca e stupida, ed è una sensazione che vorrei strapparmi di dosso.
    Vorrei dilaniarmi con le unghie fino a mettere a nudo muscoli e tendini ed ossa. Lasciarmi cadere a terra e calpestare fino ad espiare la colpa di non aver saputo restare con coraggio in prima linea, a combattere allo spasimo anche contro ogni minima speranza di vittoria.
    Fuggire è sempre una sconfitta, anche se mi garantisce la sopravvivenza.
    Sopravvivere fa schifo. Vorrei avere il coraggio di vivere, sempre, al massimo. Anche se è così dannatamente difficile e scomodo che alla fine, vigliaccamente, con la coda tra le gambe, cerco una scappatoia per svicolare, non vista, fuori scena.

  • Ci sono un italiano, un francese e un inglese…

    Ho trovato su questo blog un’interessante ed illuminante esemplificazione dei diversi tipi di rapporti BDSM che si possono instaurare. L’incipit ricorda una di quelle vecchie barzellette, ma è in effetti molto efficace nel far arrivare il senso dei tre “modelli” di relazione.

    Un Top, un Dom, ed un Master sono sdraiati a bordo piscina. In piscina che nuotano ci sono una bottom, una sub, ed una schiava.
    [E’ mantenuto un punto di vista MaleDom, ma vale benissimo anche per qualsiasi altra combinazione di generi]

    Il Top dice alla bottom: “Vai a prendermi una lattina di coca”. La bottom si ferma e guarda il Top, rispondendo: “Dove sono le tue buone maniere?”. Il Top risponde: “…per favore”. La bottom, soddisfatta, esce dalla piscina e passeggia oltre il Top per arrivare al frigo, guadagnandosi uno schiaffo sul culo mentre passa, che prende con gratitudine. Apre il frigorifero, prende due lattine di soda, ne porge una al Top e si apre l’altra per sé, tornando alla piscina.

    Il Dom dice alla sub: “Vai a prendermi una lattina di coca”. La sub esce immediatamente dalla piscina, dicendo: “Sì, Signore” e corre verso il frigo. Lei sa che con ‘coca’ egli intende qualsiasi bevanda al gusto di cola, così sceglie una Coca Cola in bottiglia, e chiude il frigo. Sente che la coca non è abbastanza fredda per i gusti del suo Dom, che lei conosce e anticipa bene ormai, così va dentro per recuperare un bicchiere e un po’ di ghiaccio; versa la coca nel bicchiere con il ghiaccio e, notando che è quasi mezzogiorno, prepara anche un panino per il suo Dom. Quindi torna fuori porgendogli panino e bibita, perché per lei i desideri di lui sono di primaria importanza e fa tutto quello che può per anticiparli e soddisfarli al meglio.

    Il Master dice alla slave: “Vai a prendermi una lattina di coca”. La slave arresta immediatamente quello che sta facendo, fa un cenno al suo Master, e va al frigo. Cercando vede bottiglie di coca e lattine di altre bevande, ma non è in grado di trovare una lattina di coca. Ne scorge però una posata vicina, fuori dal frigorifero; la prende e immediatamente e senza dire una parola ritorna con la lattina al suo Master, presentandogliela in ginocchio. Lei non ha idea se egli intenda bere la coca, gettarla nella piscina perché lei la vada a riprendere, o spingergliela in uno dei suoi orifizi, sente solo l’istruzione e obbedisce nel modo più preciso di cui è capace.

    Probabilmente nella realtà nessun tipo di relazione è precisamente inquadrabile in modo univoco e irrevocabile in un modello o nell’altro, ma solo in linea di massima; in ogni relazione che abbia visto vi sono diversi gradi di attuazione di tutti e tre i modelli, con predominanza dell’uno o dell’altro. Avere questo esempio a disposizione però semplifica molto il modo di spiegare cosa ci si aspetta dal diverso modo di porsi in una relazione.
    Ad oggi credo (ma posso sbagliarmi) che in Italia ci sia ancora molta poca chiarezza a riguardo, e mi pare che ogni volta che si cerca di mettere i puntini sulle i ci si trovi di fronte un muro di gomma, come se le definizioni non fossero importanti. Sicuramente posso concordare che non siano tutto, ma danno una mappa di entro quali confini ci si muove.
    Un’altra impressione che ho è che venga data una gerarchia di valore ai tre modelli, come se essere Master/slave sia “più fico” o più rispettabile che essere Top/bottom.
    Senz’altro è più difficile e richiede uno scambio di potere molto maggiore. Ma non vedo perché giudicare con senso di superiorità una coppia che voglia solo giocare a livello fisico senza importanti coinvolgimenti di gioco mentale: se va bene per loro, ottimo.
    Fare sentire chicchessia in obbligo di fare qualcosa che non sente suo perché altrimenti “non sta facendo vero BDSM” è una delle cose peggiori che si possa fare, nel mio modestissimo ed umile parere.

    Infine, sulla base dell’esempio di cui sopra, personalmente sento di essere una sub piuttosto che una slave, anche se (come un po’ tutti) uso i due termini spesso in modo intercambiabile.

  • Espansione

    Non sapevo come fare a non aspettarmi nulla, ad essere semplicemente e totalmente aperta ad ogni cosa che sarebbe arrivata. Si fa presto a dirlo, ma non avevo idea di come farlo. Come sentirsi ordinare “sii spontaneo” – una contraddizione, un paradosso.
    Invece, è bastato farlo.
    Svuotare la mente, levarsi di dosso pregiudizi. Non pensare né in positivo, proiettandomi in avanti con fame ed ingordigia; né in negativo, tentando di fingere che in realtà non m’interessa, con un atteggiamento da ‘la volpe e l’uva’. Un vaso vuoto, da riempire.
    E’ stato strano; l’incredulità che stesse accadendo davvero ciò che avevo desiderato tanto e tanto a lungo, senza che in quel momento né lo aspettassi né lo desiderassi, mi ha scombussolata. Ma una volta aperto il canale e divenuta ricettiva, tutto il resto è stato obliterato.
    A distanza di giorni, mi restano addosso i segni del cane e della bull, e la sensazione di avere fatto in qualche modo un passo in avanti. Con un modo molto zen, o mistico, o giapponese: nel momento in cui non ho voluto a tutti i costi avanzare, ho compiuto un passo che non avrei potuto fare.
    Ho scalato la montagna che non può essere scalata perché non ho pensato a scalarla.

  • Fierezza ed umiltà

    La prima nella consapevolezza di me stessa, delle mie capacità, del mio valore; la seconda nel pormi di fronte agli altri, nel confronto con chi incontro sul mio cammino.
    L’umiltà di non credere di sapere già tutto, di essere migliore di chicchessia; l’umiltà di ascoltare, essere aperta, voler conoscere.
    La fierezza del non farmi prevaricare, dello scontro con chi non mi rispetta; la fierezza delle mie idee, del dare e quindi del poter pretendere.
    Fierezza non è presunzione; umiltà non è disistima.
    A piedi nudi, ma cammino sulle nubi.

  • Orgoglio vs presunzione

    Leggo online uno spunto di riflessione: ma l’orgoglio non dovrebbe essere una cosa fuori luogo, per uno/a slave?
    Penso: in realtà forse si fa confusione tra orgoglio e presunzione.
    Un presuntuoso mette se stesso (ed il proprio orgoglio) davanti a tutto e a tutti, si impone, è sfacciato ed arrogante. Risponde male, non vuole sopportare imposizioni che non siano quelle che lui stesso sceglie (e che quindi smettono di essere tali); uno/a slave presuntuoso/a è in effetti una contraddizione in termini, ed una vergogna per il proprio Padrone.
    Invece, a mio parere, uno/a slave può avere uno forte orgoglio nella consapevolezza del proprio ruolo. Un orgoglio altero, silenzioso, pacato che non deve dimostrare nulla a nessuno. L’orgoglio della forza della propria sottomissione; di sapere di appartenere al proprio Padrone e di renderLo orgoglioso.
    Questo orgoglio dev’essere tenuto bene sotto controllo perché non sfugga di mano diventando arroganza.
    Non è che sia più facile ingoiarlo quando si è sottoposte ad umiliazione o ad una forte educazione, tutt’altro; ma invece di scuotersi e ribellarsi, questo sano orgoglio di slave si rafforza nell’essere tenuto sotto dalla forza del Padrone. Si alimenta della consapevolezza di essere slave, crescendo con gioia proprio nella sottomissione.
    Schiena dritta, testa alta e sguardo basso.

  • Attendere senza aspettare

    Il non andare in panico dopo che non sento il Padrone per un po’ di tempo. Essere in Sua attesa ma senza l’ansia di aspettarLo ogni minuto che passa.
    Fino a poco tempo fa temevo di essere in ignore dopo pochissimo e andavo subito giù di testa – e talvolta capita ancora. Le vecchie (cattive) abitudini son difficili da abbandonare. E’ stato (è) difficile per me imparare a capire che Lui ha i Suoi tempi e che non sono a servizio dei miei; che risponde ai messaggi se/quando gradisce farlo; sembra banale, ma non mi entrava in testa che non posso essere io a pretendere che risponda all’istante e a sentirmi subito abbandonata. Così facendo diventa un dominare dal basso, un battere i piedi capricciosamente, fare ricatti emotivi e, infine, non essere sottomessa alla Sua volontà. Anche se fatto in modo inconsapevole.
    E’ faticoso accettare l’educazione e la disciplina ricevute, poiché ho un carattere forte. Ho sempre creduto di essere una persona remissiva e debole, però, e credendo a questa immagine di me stessa non ero nemmeno consapevole di essere invece passivo-aggressiva e feroce nel difendere le mie posizioni e le mie voglie.
    La mia fortuna è che il mio Padrone non cede di un millimetro davanti a simili situazioni. Mi educa con il Suo essere imperturbabile, che mi obbliga ad affrontare le mie mancanze e trovare nuova consapevolezza.

    Si tratta per me alla fine di avere maggiore fiducia nel Padrone.
    Fidarmi che non mi squarti mentre mi frusta è banale (anche se importante), è facile, perché è una cosa pratica, materiale, tangibile. La fiducia nel silenzio – invisibile, vuoto, terrificante – è quella difficile.
    Credere di essere importante per Lui; credere che c’è; credere in LUI, non in ciò che fa (quello consegue).
    Credere è sapere.

  • Il “vero sub”

    truesub

    Leggo questo interessante post sulla pagina fb “The Dedicated Dominant”:

    Buongiorno cari amici nella Community!

    Oggi sono stato testimone di una discussione in cui qualcuno si autodefiniva Vero Sottomesso; naturamente il termine Vero Sub viene tirato fuori solo per comparare se stessi con qualche altro sottomesso.
    Stranamente questo suscita in me una reazione come se qualcuno avesse dato un calcio ad un alveare… quindi ho scritto quanto segue come risposta.
    Non è rivolto al sub che ha usato quel termine, quanto piuttosto è una lezioncina informativa da parte di un anziano Dom.

    ‘La sottomissione è uno stato tra due persone, e la profondità di quella sottomissione dipende dal livello di fiducia e dalla forza del Dominante. Non esiste una cosa come un “Vero Sottomesso” perché nessuno è totalmente sottomesso a qualcun altro’

    Il sottomesso che pretenda di essere un “Vero Sub” spesso sta solo punzecchiando un altro sottomesso, agendo con superiorità o sentendosi migliore dell’altro, cosa che è un comportamento aggressivo inaccettabile nella concezione stessa dell’essere sub.

    Non potrei essere più d’accordo.
    Mentre si può (si deve?) essere consapevoli di essere sottomesso/a, sub, slave, ammantarsi di questa consapevolezza per sentirsi superiori a qualcun altro distrugge esattamente quel concetto dell’essere sub.
    La mia forza, il mio orgoglio, viene dallo scegliere di essere in basso ed avere la capacità di starci. Ma lo sono perché lo sono, e sono completa nel mio vivere il mio essere per me stessa, non per dimostrare qualcosa a chicchessia.
    Da qui posso (devo) imparare ad abbandonare ogni competizione. Essere io al mio massimo, e nient’altro.

  • Pretesa

    Non sto nemmeno guardando la tivù: me ne sto seduta sulla mia poltrona girevole, dietro l’angolo del salotto. Con la coda dell’occhio vedo nelle ante della libreria passare riflesse le immagini del programma musicale; ascolto distrattamente la musica e batto il tempo soprapensiero, mentre sfoglio le mie carte. La canzone finisce e i due deejay riprendono un discorso iniziato probabilmente prima, di cui non conosco le premesse e di cui non m’importa nulla; a malapena li ascolto, scocciata dall’interruzione della musica.
    Uno dei due dice, rivolto ad un ascoltatore che ha mandato un messaggio: “Forse quello di cui parli tu sono pretese, non aspettative”.
    Un campanello suona. Alzo gli occhi di scatto.
    Mio marito cambia canale, ne trova un altro musicale e canticchia la canzone dei Queen che sta passando in quel momento. Io resto con lo sguardo fisso al vuoto, senza più badare ai suoni di sottofondo. Mi pare quasi di sentire gli ingranaggi che macinano nel mio cervello.
    Ecco: non si tratta di aspettative, ma di pretese.
    Le mie aspettative sono così alte, così invasive che sono, in realtà, pretese. E se non mi vengono soddisfatte è per questo che me la prendo tanto. Perché non sto affatto aspettando: sto pretendendo. Ecco perché ci sto così male. Perché risulto così fastidiosa. Ecco dove posso andare a lavorare. Dove posso limare per tornare ad una pacifica attesa, senza questa antipatica modalità da piede infilato nella porta.
    Ha senso sperare, ha senso desiderare, ha senso magari aspettarsi qualcosa (non troppo, ma è umano). Ma pretendere, no: non è il mio ruolo, non deve essere il mio ruolo. Non voglio snaturare il mio ruolo e dominare dal basso in questo modo, proprio no.
    Grazie, sconosciuto deejay. Mi hai dato un importante indizio per comporre il mio puzzle.