Per un brevissimo istante eterno, credo che stia per baciarmi. Ne sono quasi sconvolta. Ma non lo fa.
Si sporge verso di me: la sua barba mi sfiora le labbra, le guance. Io in piedi, nuda, decorata di mollette di legno, che mi contorco di dolore; lui vestito, pacato, bisbiglia al mio orecchio: “Tutto bene?”
Ed io d’improvviso smetto di ansimare, di tremare, di avere paura; smetto di soffrire, le endorfine mi riempiono le vene, mutando il dolore in desiderio. Sgrano gli occhi e inalo la Sua presenza, me ne inebrio; annuisco: sì, va tutto bene, ora.
Con studiata lentezza mi appende addosso ancora mollette; gemo. Le strappa a grappoli, di colpo. Urlo, barcollo; mi afferra al volo, mi tiene e mi riporta in piedi. Il dolore allora non è più una sofferenza ma un dono che Gli faccio, che Lui fa a me.
Mi salgono le lacrime agli occhi ma sono lacrime di gioia, di meraviglia per sentirLo così vicino, per le Sue mani che mi passano sul corpo prima e dopo i colpi, che mi strizzano e mi coccolano; è gratitudine per le carezze sulla testa, per gli abbracci che mi tengono al mio posto.
Non alzo lo sguardo; non ricambio gli abbracci; non mi sporgo per andarGli incontro. Premo solo il viso contro di Lui quando mi stringe; non oso muovermi, ma sono Sua.
Mi lascio fendere dal Suo tocco, solcare dalla Sua volontà. Sono un mare in burrasca, tumultuoso in superficie, tagliato dalla Sua prua, e placido nell’immensa profondità che mi dona.
Tag: dolore
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Il sapore dolce del dolore
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Arrotare
La “r” di “rosso” che tremola tra la lingua e i denti; produce bollicine sul palato ma non esce.
Ho goduto?
Non lo so. Troppe sensazioni, piacere, dolore. Il vibratore sulla figa, i colpi sul culo.
Forse ho goduto: i colpi successivi fanno estremamente male, sono più sensibile.
Forse no: la tensione non si allevia anche se il clitoride ormai mi duole e basta; anche il piacere è diventato una tortura.
So solo che strillo e salto.
E quando il cane cala per l’ennesima volta, sulla coscia stavolta, urlo un urlo di gola, di dolore che morde atroce e crudele e in quel momento lo sento: sento il Suo piacere sadico nell’infliggermi quel dolore che è solo terribile dolore – e non dico la safeword. Aspetto il colpo gemello sull’altra coscia (che non tarda ad arrivare) e mi contorco.
Una parte di me si dispera: perché mi odia? perché mi fa questo? Ma un’altra parte sa: questo è quello che ho scelto, questo è quello che voglio. Mettermi al servizio del Suo piacere, abbandonare il mio solo desiderio egoista e lasciare che Lui si diverta. Il mio piacere non sia più solo il rumore bianco di un orgasmo devastante che annebbia il cervello, ma sia il faticoso assaporare di riflesso ciò che Lo rende felice.Aspetto ancora qualche attimo, la safeword arrotolata sulla punta della lingua, abbarbicata e pronta; comunque non posso, non potrei proseguire, non ce la posso fare più. Ma Lui posa gli strumenti.
Mi accarezza, mi passa le mani calde sulle cosce martoriate. Ha finito, capisco che ha finito. Mi rassicura, mi blandisce senza dire una parola; solo le sue mani addosso, a contatto, delicate ora.
Non mi sta davvero accarezzando; non sono propriamente coccole. Mi passa le mani sui segni e so che apprezza i solchi in rilievo lasciati dal cane. Il suo gesto è deciso, forte senza essere duro. E’ sempre la mano del Padrone, solo di diversa qualità.
Mi morde, sento il sentore umido della Sua bocca, i denti che mi stringono la carne. Penso: mi divori, Padrone; non lasci nulla di me.
In quel momento smetto di singhiozzare ed il respiro mi si fa più calmo, lento e profondo. Lentamente, ritorno.
Mi fa alzare e mi accompagna a stendermi alla mia cuccia; barcollo e crollo distesa. Mi accarezza la testa e mi stende addosso una coperta di pile azzurro; ne assaporo il tepore.Senza quasi accorgermene, scivolo in un confuso dormiveglia fatto di immagini della sessione appena conclusa, delle voci dei Padroni che chiacchierano, del bruciore dei segni sulla carne che struscia sulla stoffa.
Mi lascio avvolgere in quell’oblio, e riapro gli occhi solo per guardarLo. -
Orribile
Mi torna di nuovo quella terribile, orribile sensazione di essere sbagliata; che ci sia in me qualcosa di connaturato, di intrinsecamente errato. Perché se vengo relegata in un angolo, ignorata così a lungo, incompresa, richiesta di continue spiegazioni che non riescono mai ad essere esaustive… allora devo essere io che non sono in grado di farmi capire, di essere accettata, accolta. Sono io che sono la feccia della terra e tale devo restare.
Mi abbruttisco in questi pensieri e scavo, scavo nella mia fossa di odio di me stessa per arrivare ad un fondo che forse non esiste.Poi, in un mattino coperto spazzato dal vento, le nubi si squarciano e lasciano vedere il sereno.
Bastano meno di 140 caratteri a far uscire di nuovo il sole; e il mio cuore torna a crogiolarsi al calore dei suoi raggi. -
Sartre – Le Mosche
La gente, qui, è rosa dalla paura. E io dall’odio.
Bella principessa sono, che lava i piatti e dà da mangiare ai maiali; perché sei venuto a raccontare di città dove la sera si passeggia e le ragazze suonano il liuto. Sino a ieri avevo desideri modesti: quando servivo a tavola, con le palpebre socchiuse, guardavo tra le ciglia la coppia regale, la bella vecchia dal viso morto, e lui, grasso e pallido, con quella bocca molle e quella barba nera che gli corre da un’orecchia all’altra come un reggimento di ragni, e sognavo di vedere un giorno una fumata, simile a un fiato in un mattino freddo, salire dai loro vetri aperti.
Per me il saggio non può desiderare sulla terra nient’altro che rendere un giorno il male che gli hanno fatto. Ma tu, sei venuto con gli occhi avidi nel dolce viso di ragazza, e mi hai fatto dimenticare il mio odio. Io ho aperto le mani ed è caduto fuori.
La gente di qui l’hai vista: amano il male, hanno bisogno di una piaga familiare e la custodiscono segretamente grattandola con le unghie sporche. E’ con la violenza che bisogna guarirli perché non si può vincere il male se non con un altro male. Vattene, lasciami ai miei cattivi sogni.Chi parla è Elettra, nell’adattamento della tragedia greca che fece Sartre nel 1943; si rivolge a suo fratello Oreste, senza sapere che è lui.
Questo fu il testo che la regista con cui facevo teatro mi diede per un’improvvisazione. In quel momento della mia vita ero esattamente piena di odio e di risentimento, e avevo appena iniziato il mio percorso con il mio primo, vero, Padrone. Quindi, quel testo parlava di me. Anche se lo aveva scritto Sartre 36 anni prima che io nascessi. Non ho mai capito come abbia fatto la regista a sceglierlo così azzeccato, ma ci sapeva fare. Il mio Padrone la stimava; in un altro universo, lei stessa avrebbe potuto essere un’ottima Padrona – ma la vita l’ha portata al teatro e non al bdsm. In ogni caso, con gli esercizi terapeutici era brava, anche se non era il suo scopo principale. L’importante era riuscire a mettere qualcosa di sé, di vero, nel testo.
Lo feci.
Fu un’improvvisazione sofferta. Nessuno conosceva cosa mi muovesse, né cosa stessi vivendo in quel momento, ma tutti sentirono l’intensità delle emozioni che mi sostenevano.La gente, qui, è rosa dalla paura. E io dall’odio. Ed era il mio odio a incutere paura a chi mi era vicino. E davvero ne ero rosa fino alle ossa.
Bella principessa che sono, che lava i piatti e dà da mangiare ai maiali. Così mi sentivo, defraudata di ciò che mi spettava e ridotta a vivere nella merda.
Sino a ieri avevo desideri modesti: li guardavo con odio feroce fingendo una sottomissione che non avevo, sperando di vederli bruciare.
Per me, il saggio non può desiderare altro che rendere il male che gli hanno fatto; o che crede gli abbiano fatto. E quel saggio ero io.
Ma tu mi hai fatto dimenticare il mio odio. Io ho aperto le mani ed è caduto fuori. Il mio Padrone è arrivato e mi ha parlato di una possibilità diversa; di città dove la sera si passeggia e le ragazze suonano il liuto. Mi ha presa e condotta, io mi sono affidata e ho visto l’inutilità di tutto quell’odio.
Vattene, lasciami ai miei cattivi sogni. Una parte di me non voleva abbandonare i suoi propositi di vendetta, l’odio, il rancore, che mi sembravano le uniche cose che mi tenessero ancora insieme. Perché credevo davvero che il male non si potesse guarire se non con un altro male.E invece il mio Padrone di allora mi ha condotta fuori da tutto ciò; mi ha restituita alla vita.
Nel ritrovare tra le mie carte questo scampolo di foglio con quel testo, recupero il ricordo del mio percorso e non posso smettere di provare per lui eterna gratitudine. Il mio percorso con lui è terminato, ma non lo è l’insegnamento che mi ha dato. -
Intensità
E poi c’è un momento in cui scavalco.
Non credevo ci sarebbe stato, né che avrebbe potuto esserci.
Urlo e gemo, l’intensità del dolore a un livello tale che faccio fatica a sopportarlo. I capezzoli stritolati nella morsa delle mollette, tirati dai cordini, la cera che cola e il flogger che colpisce. Tutto insieme. Si aggiungono il vibratore grosso, e gli schiaffi sulle cosce, il mio punto più sensibile.
Ho un singulto e scavalco.
Sulla ripidissima china della soglia del mio dolore, mentre scivolo all’indietro lambita dalle fiamme, d’improvviso trovo un appiglio, o mi arriva una spinta, e vado oltre. Supero la cima della collina e volo giù per il dirupo, dall’altro lato; resto sospesa, come appesa a un paracadute.
La sensazione è simile all’essere appena uscita da un concerto dopo essere stata accanto alle casse. Ho come un fischio nelle orecchie, tutto è ovattato e il mio cervello fluttua nella bambagia.
Il dolore continua, ma mi pervade; non resta più sulla mia superficie. Dalla pelle affonda i suoi artigli nella carne, si espande come un liquido rovente e mi colma.
Sto strillando? Sto piangendo? Un gemito acuto mi sale dalla gola. I miei occhi sono aperti ma non so cosa vedono. I miei muscoli tremano, stravolti dalla tensione.
Da questa bolla sospesa, infine, esco esplodendo di nuovo in un grido di dolore. Stringo i denti e sto per dire la safeword, quando penso: ma mi piace. Già. Mi piace. Mi immergo ancora nella bolla: in apnea, sento talmente tanto che non penso più; tutto il mio essere è percorso da brividi, nel corpo e nell’anima.Pietosamente, il Padrone cala intensità e mi scioglie, facendomi riposare. Ansimo e tremo, raccogliendo i pezzi del mio sé, facendoli di nuovo scivolare insieme, come da bambina giocavo col mercurio dei termometri che si rompevano.
