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for this is what I feel

Tag: educazione

  • Letargo

    Il desiderio non è sopito, in me: è dormiente.
    E’ sopravvenuta l’emergenza quotidiana, la pervasività del lavoro; eppure, io sono ancora io, anche in tutti quei lati di me che meno si accordano con la mia professionalità.
    Ora nel lavoro che faccio è apprezzato, approvato e incoraggiato il mio essere ambiziosa e forte; il mio dire IO VOGLIO, IO DECIDO, IO.
    Così l’essere slave, il sottomettermi, il tacere, il chinare il capo adesso mi provocano un conflitto interiore. Perché sono comunque cose che sento, che desidero. Ma le mie precezioni sono diverse ora, non “sento” più come prima l’appartenenza. Eppure basta una piccolissima cosa, sentire la Sua voce, riavvicinarmi, per far nuovamente divampare il mio bisogno di stare sotto. Allo stesso tempo, mi rendo conto di essere più recalcitrante, riottosa; meno mansueta, se mai lo sono stata davvero e non ho solo creduto di esserlo.

    Un passo alla volta, senza quasi accorgermene, mi allontano.
    E non spero che di sentire il guinzaglio tendersi e riportarmi a cuccia.

  • Sbandierare

    Ogni tanto mi capita (come capita) di perdere tempo a scorrere i post su facebook. Discussioni serie, discussioni poco serie, palesi cavolate e varie amenità.
    Poi mi succede di imbattermi in post sperticati di slave riguardo il proprio Padrone, su quanto sia masterone, maschione, fantastico, sadicissimo, crudele ed irresistibile, eccetera eccetera.
    Quando questi post sono scritti in modo poetico ed accompagnati da una foto evocativa od erotica, ci sta; magari meglio se si tratta di una pagina a tema, piuttosto che un profilo privato. Alcune volte metto anche ‘mi piace’.
    Quando però questi post appaiono nel corso di discussioni, nella filza dei 108 commenti ad un post, magari in un gruppo, ecco, lì mi si alza il sopracciglio. E’ un riflesso automatico, non posso farci niente.
    Capisco il trasporto, l’emozione, il coinvolgimento – anzi, diciamo la parola sovrana: l’appartenenza. Capisco tutto. Però è un po’ imbarazzante.
    Io sono la schiava del mio Padrone; non la Sua lecchina.
    Lui non ha certo bisogno che io ad ogni pié sospinto ribadisca pubblicamente quanto sia Dominante, potente, invincibile, incredibile, cattivissimo ma attentissimo, che mi fa andare in deliquio con un solo cenno del capo, e via sperticandosi in complimenti sulle Sue performances di dominanza. Non ha bisogno che Lo difenda a spada tratta (si difende benissimo da solo) o che parteggi per Lui o che Gli faccia da ragazza pon-pon. Soprattutto non su facebook.
    Leggere certi voli pindarici mi fa chiedere che cosa c’è sotto. Scusate se penso male.
    Dichiarazioni pubbliche del genere rischiano di scadere nel ridicolo e di suonare false, anche se magari alle slave vengono spontanee, nello slancio di compiacere.
    Ma servire è diverso da compiacere. Compiacere è sempre falso, artefatto. Servire è dare la vera se stessa. Dalla compiacenza alla servitù c’è un percorso da compiere, e si fa in silenzio.

  • Attendere senza aspettare

    Il non andare in panico dopo che non sento il Padrone per un po’ di tempo. Essere in Sua attesa ma senza l’ansia di aspettarLo ogni minuto che passa.
    Fino a poco tempo fa temevo di essere in ignore dopo pochissimo e andavo subito giù di testa – e talvolta capita ancora. Le vecchie (cattive) abitudini son difficili da abbandonare. E’ stato (è) difficile per me imparare a capire che Lui ha i Suoi tempi e che non sono a servizio dei miei; che risponde ai messaggi se/quando gradisce farlo; sembra banale, ma non mi entrava in testa che non posso essere io a pretendere che risponda all’istante e a sentirmi subito abbandonata. Così facendo diventa un dominare dal basso, un battere i piedi capricciosamente, fare ricatti emotivi e, infine, non essere sottomessa alla Sua volontà. Anche se fatto in modo inconsapevole.
    E’ faticoso accettare l’educazione e la disciplina ricevute, poiché ho un carattere forte. Ho sempre creduto di essere una persona remissiva e debole, però, e credendo a questa immagine di me stessa non ero nemmeno consapevole di essere invece passivo-aggressiva e feroce nel difendere le mie posizioni e le mie voglie.
    La mia fortuna è che il mio Padrone non cede di un millimetro davanti a simili situazioni. Mi educa con il Suo essere imperturbabile, che mi obbliga ad affrontare le mie mancanze e trovare nuova consapevolezza.

    Si tratta per me alla fine di avere maggiore fiducia nel Padrone.
    Fidarmi che non mi squarti mentre mi frusta è banale (anche se importante), è facile, perché è una cosa pratica, materiale, tangibile. La fiducia nel silenzio – invisibile, vuoto, terrificante – è quella difficile.
    Credere di essere importante per Lui; credere che c’è; credere in LUI, non in ciò che fa (quello consegue).
    Credere è sapere.

  • Punti di vista

    “Il segreto della gioia è la disobbedienza” – Aleister Crowley

    Leggo questa citazione e sorrido; ovviamente, considerato il soggetto che l’ha fatta, mi stupisco poco. Ma la cosa interessante è pensarla da un punto di vista bdsm. Per questo sorrido.
    La disobbedienza è un brivido, un terrore; può essere uno strappo, un rompersi di una corda troppo tesa. Ma per me difficilmente una gioia. Soprattutto non il segreto stesso della gioia…
    Per me le cose devono avere un ordine, una disciplina. Per quanto sia difficile da seguire, per quanto fastidiosa, dura, scomoda: ma deve esistere una regola. Senza, sono destabilizzata e persa.
    Infrangere la regola non mi dà senso di libertà, né di piacere. Mi aggroviglia lo stomaco, mi rovina la giornata. A volte, la tentazione è comunque forte: per stanchezza, per fatica, per autoindulgenza o per provocazione; a volte non so nemmeno io per cosa, forse anche per cercare una punizione, per punirmi di qualche colpa inesistente provocandone una vera.
    Ma non mi provoca mai gioia, né sberleffo o spregio.

  • OFF

    Chiedo al Padrone quali lavori mi attendono; mi risponde: “Il tuo impegno sono io”.
    Ecco, l’illuminazione: togliermi di mezzo. Smettere di pensare alle mie esigenze, ai miei desideri, di focalizzarmi su ciò che io voglio. Spegnermi: esistere solo per Lui, in quel determinato lasso di tempo. Diventare davvero SUA, di Sua proprietà, una cosa di cui disporre. Pormi in un’attesa vigile, e basta.
    Mi sono sempre tanto riempita la bocca di questa capacità, come di un fondamento della sottomissione; ma alla prova dei fatti non sono in grado di farlo davvero.
    Quando sono lì, una parte di me è effettivamente ricettiva; ma un’altra colora me stessa con un evidenziatore giallo e non vedo più altro che le mie voglie. Allora mangio, per placare con misere attenzioni in forma di cibo questa bambina capricciosa che fa di tutto per essere al centro dell’attenzione.
    Adesso, rieducarla non sarà facile. Quale strumento sarà più adatto, non lo so. Quel che so è che è assolutamente vitale e necessario per me riuscirci, perché sta diventando insopportabile e mi rovina la vita.

  • Promettere è mentire

    Per quanto faccia e dica, per quanto mi impegni, ancora non riesco a smettere di pestare i piedi. Una parte di me mi sussurra: non sono capricci, sono giuste richieste. Hai ben diritto anche tu. Continua a sperare, a volere, a pretendere, ad essere delusa se non ottieni, a stare male.
    Mi viene allora voglia di mollare tutto, cedere, arrendermi, andarmene. Giusto perché smetta questo star male che non riesco a gestire, che non so come sopire. Che non capisco se abbia senso, se sia giusto o sbagliato.
    Sopra ogni cosa vorrei una direzione, una comprensione: cosa devo fare? cosa posso fare? Cosa, per far sì che smetta di dibattermi in questo cespuglio di rovi che sono i miei desideri?
    Posso dichiarare che ci proverò, che mi impegnerò; posso anche provare, impegnarmi. Ma non riesco: è più forte di me. La mia reazione è istintiva, immediata: non riesco a filtrarla, a mediarla e trasformarla in vera sottomissione, in silenzio, in quieta accettazione.
    Leggo su facebook, da una schiava al Padrone: “quel poco che mi concedi è ciò che mi fa respirare”. Ecco: magari. Io non so farlo. Quel poco non mi basta, e invece so che dovrebbe, che è proprio qui il punto, il cardine vero dell’appartenenza, del rimettermi nelle Sue mani. Non con tante belle parole: davvero.
    Mi rannicchio a cuccia, delusa di me; cerco ancora di capire, ed un giorno ci riuscirò.

  • Il “vero sub”

    truesub

    Leggo questo interessante post sulla pagina fb “The Dedicated Dominant”:

    Buongiorno cari amici nella Community!

    Oggi sono stato testimone di una discussione in cui qualcuno si autodefiniva Vero Sottomesso; naturamente il termine Vero Sub viene tirato fuori solo per comparare se stessi con qualche altro sottomesso.
    Stranamente questo suscita in me una reazione come se qualcuno avesse dato un calcio ad un alveare… quindi ho scritto quanto segue come risposta.
    Non è rivolto al sub che ha usato quel termine, quanto piuttosto è una lezioncina informativa da parte di un anziano Dom.

    ‘La sottomissione è uno stato tra due persone, e la profondità di quella sottomissione dipende dal livello di fiducia e dalla forza del Dominante. Non esiste una cosa come un “Vero Sottomesso” perché nessuno è totalmente sottomesso a qualcun altro’

    Il sottomesso che pretenda di essere un “Vero Sub” spesso sta solo punzecchiando un altro sottomesso, agendo con superiorità o sentendosi migliore dell’altro, cosa che è un comportamento aggressivo inaccettabile nella concezione stessa dell’essere sub.

    Non potrei essere più d’accordo.
    Mentre si può (si deve?) essere consapevoli di essere sottomesso/a, sub, slave, ammantarsi di questa consapevolezza per sentirsi superiori a qualcun altro distrugge esattamente quel concetto dell’essere sub.
    La mia forza, il mio orgoglio, viene dallo scegliere di essere in basso ed avere la capacità di starci. Ma lo sono perché lo sono, e sono completa nel mio vivere il mio essere per me stessa, non per dimostrare qualcosa a chicchessia.
    Da qui posso (devo) imparare ad abbandonare ogni competizione. Essere io al mio massimo, e nient’altro.

  • Pretesa

    Non sto nemmeno guardando la tivù: me ne sto seduta sulla mia poltrona girevole, dietro l’angolo del salotto. Con la coda dell’occhio vedo nelle ante della libreria passare riflesse le immagini del programma musicale; ascolto distrattamente la musica e batto il tempo soprapensiero, mentre sfoglio le mie carte. La canzone finisce e i due deejay riprendono un discorso iniziato probabilmente prima, di cui non conosco le premesse e di cui non m’importa nulla; a malapena li ascolto, scocciata dall’interruzione della musica.
    Uno dei due dice, rivolto ad un ascoltatore che ha mandato un messaggio: “Forse quello di cui parli tu sono pretese, non aspettative”.
    Un campanello suona. Alzo gli occhi di scatto.
    Mio marito cambia canale, ne trova un altro musicale e canticchia la canzone dei Queen che sta passando in quel momento. Io resto con lo sguardo fisso al vuoto, senza più badare ai suoni di sottofondo. Mi pare quasi di sentire gli ingranaggi che macinano nel mio cervello.
    Ecco: non si tratta di aspettative, ma di pretese.
    Le mie aspettative sono così alte, così invasive che sono, in realtà, pretese. E se non mi vengono soddisfatte è per questo che me la prendo tanto. Perché non sto affatto aspettando: sto pretendendo. Ecco perché ci sto così male. Perché risulto così fastidiosa. Ecco dove posso andare a lavorare. Dove posso limare per tornare ad una pacifica attesa, senza questa antipatica modalità da piede infilato nella porta.
    Ha senso sperare, ha senso desiderare, ha senso magari aspettarsi qualcosa (non troppo, ma è umano). Ma pretendere, no: non è il mio ruolo, non deve essere il mio ruolo. Non voglio snaturare il mio ruolo e dominare dal basso in questo modo, proprio no.
    Grazie, sconosciuto deejay. Mi hai dato un importante indizio per comporre il mio puzzle.

  • Desiderio

    Come si fa a non desiderare ciò che si desidera di più? A non tendere verso ciò cui si agogna?
    Impossibile. Non smetterò mai di desiderare.
    Forse, ciò che posso fare però è raggiungere una nuova consapevolezza: che desiderio è diverso da bisogno.
    Il bisogno è pressante, imperativo, presuntuoso; cerca di imporsi, batte i piedi, fa di tutto per essere soddisfatto. Anche ciò che non dovrebbe, anche ciò che sa essere sbagliato.
    Il desiderio, invece, è placido; o dovrebbe esserlo. Tranquillo, mellifluo, indolente: si insinua, è voluttuoso e caldo. Non pretende, ma accoglie con trasporto.
    Un desiderio può diventare prepotente quando viene stravolto, quando si traveste da bisogno, quando si crede che senza che sia soddisfatto nulla possa andare bene. Quando si mette davanti a tutto il resto.
    Quindi, non è desiderare che è sbagliato; lo è cercare di imporre il proprio desiderio come se fosse un bisogno. E’ il confondere le priorità, i ruoli; i doveri con le voglie.
    Un desiderio feroce, sfigurato in bisogno, può travolgere e lacerare: non lascia spazio a null’altro. Oblitera e distrugge, spiana tutto il resto della vita della persona in sua funzione.
    Non va bene: diventa ossessione, pericolo.
    Ora il mio compito è addomesticare il mio desiderio; farlo tornare a cuccia, caldo e pronto a destarsi, ma sereno. Addolcirlo perché non si guasti nell’aspro del bisogno e farlo attendere placido. Quando sarà soddisfatto, allora, sarà davvero un piacere: mi avvolgerà e me ne lascerò avvolgere, e spanderà il suo calore d’attorno perché tutti ne possano trarre godimento. Non mi stritolerà più come ora che si crede un bisogno; non mi strozzerà più la gola facendomi piangere.

  • Disobbedienza

    Quando si comincia a disobbedire?
    Quando il pensiero “tanto non lo scoprirà mai, se io non glie lo dico” comincia a farsi strada nel cervello? Quando comincia ad essere allettante? Quando si comincia a considerare valida la possibilità di non dirglielo e restare impunita?
    Quando il senso dell’autorità del Padrone non è più una forza sufficiente e mantenerti salda nella tua condotta? Quando si comincia a pensare “vabbè, solo un pochino”, come se ‘un pochino’ non fosse un vero sgarro?
    Di cosa si tratta? Noia? Voglia? Sconforto? Distacco?
    Non è forse desiderio di attenzioni? Segreta convinzione di meritare una punizione dalla vita, per ignoti motivi, e quindi andarla a provocare? O capriccioso senso di venire trascurata, pestare i piedi per tirarGli la giacca?
    E’ in quel momento che chiedo un permesso e la risposta è no. E quel no è tutto quello che avevo bisogno di sentire. In me si riafferma l’autorità del Padrone, l’obbedienza; la rabbia inespressa del sentirmi trascurata sfocia nella rabbia del capriccio e subito si muta nella pacata consapevolezza che quel no è la Sua attenzione su di me. La Sua cura.
    Mi cheto e me ne torno al mio angolo, fino alla prossima volta in cui desidererò ribellarmi solo per poter sentire la Sua mano che mi tiene.