subservientspace

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Tag: educazione

  • Prendersi cura della proprietà del Padrone

    Quando devo fare qualcosa per me stessa non sono in grado di farla.

    Una volta, il mio precedente Padrone si era esasperato con me perché ponevo una spaventosa resistenza passiva a fare delle cose che mi facevano stare bene. Semplicemente non le facevo; persistevo in comportamenti abitudinari che mi danneggiavano. In una serata di confronto lui mi si pose davanti, allo stremo, cercando di farmi capire che era una cosa importante, che era per me stessa che dovevo farlo.
    Io scoppiai a piangere e urlai: ma per me farlo per me stessa non è una motivazione abbastanza forte! Ti prego Padrone, dammi un ordine!
    Allora lui si rialzò (era chino su di me) con una luce di comprensione negli occhi – sebbene fosse di certo allibito e perplesso. Ma si prese carico di quella mia incapacità di prendermi cura di me e mi ordinò di farlo.
    Ricordo con chiarezza il senso di sollievo che mi diede il ricevere un ordine.

    Il tempo è passato ma non sono cresciuta, in questo. Ancora, io per me stessa vengo sempre per ultima. Per me stessa non faccio mai nulla. Riempio il mio tempo di impegni per gli altri e quando è il momento di fare attenzione a me un incomprensibile disagio mi soverchia e tergiverso; trovo altri impegni per qualcun altro e rimando ad un tempo che non verrà mai ciò che avrei dovuto fare per me – leggere, scrivere, mettermi la crema, mangiare cibo sano, qualsiasi cosa.

    Ora la sfida più grande che mi pone il mio Padrone è dimostrargli di sapercela fare da me.
    Non mi resta che appigliarmi alla consapevolezza che ciò che faccio per prendermi cura di me in effetti è una cosa che faccio per Lui: mi prendo cura della Sua proprietà – cioè io.
    E chissà che infine non impari a fare le cose per me e basta.
    Quello di cui ho paura e’ che, una volta che sarò forte ed autonoma, in grado di prendermi cura di me, allora non avrò più bisogno di un Padrone, perché sarò Padrona di me stessa.
    E non voglio.

  • Disclaimer

    Quello che io scrivo qui sono mie sensazioni, mie riflessioni, mie impressioni. Sono esperienze, emozioni, desideri. Questo blog è un contenitore per una parte della mia vita – quella che voglio raccontare. La esprimo in un modo che sia coerente con ciò che sento, che sia sincero e che sia (spero) piacevole da leggere, anche per chi non vive/condivide questa mia vita.

    Quello che questo blog non è, è una lista della spesa di richieste sottintese al mio Padrone.

    Il fatto di scrivere di ciò che scrivo non è un modo di tirare per la giacca il mio Padrone per farmi fare quello che voglio. Non ci sono pretese, solo sensazioni.

    Piuttosto è vero il contrario: se scrivo che desidero qualcosa, è più facile che non l’otterrò mai. Perché svelandomi qui apertamente consegno nelle mani del mio Padrone tutte le mie debolezze, tutte le leve su cui lavorare su di me, tutta la verità del mio cuore esposto.
    Rivelare un desiderio credo sia ben diverso dal sottintendere una richiesta.

    Qualora la mia scrittura rivelasse una richiesta implicita, preferirei io stessa di gran lunga che non venisse soddisfatta. Perché sarebbe un comportamento indegno di una schiava; sarebbe manipolatorio e subdolo e disonesto, ed io mai nella vita vorrei comportarmi così. Se lo facessi (di certo inconsciamente) allora vorrei essere rieducata e corretta, non accontentata.
    E io confido e so che il mio Padrone sappia bene come gestirmi.

  • Tempo e fatica

    Questa settimana che va concludendosi è durata tantissimo. Mi sembra sia passato un mese.
    Ho lavorato molto; ho parlato con molte persone, ho pensato moltissimo. Non ho quasi passato un minuto senza essere concentrata su qualcosa, che fosse di lavoro o personale.
    Ho cercato di rimanere a fuoco su questioni importanti che richiedevano una decisione, e sono riuscita ad arrivare ad una conclusione.
    Ho provato ad essere precisa nei miei compiti; di obbedire a tutti gli ordini e a tutte le indicazioni. Non sono sicura di esserci riuscita: ho cercato delle scappatoie.

    Ciò che mi spaventa e mi fa recedere dall’impegno non è la fatica in sé di portare a compimento tutto; è la prospettiva della fatica, l’idea che sarà difficile, faticoso, impegnativo, che mi richiederà di essere attiva ed attenta.
    Invece, quando vi sono immersa, la fatica diventa un peso distribuito che riesco a sostenere. Anzi: mi stimola a dare il meglio di me.
    Quello che mi frega sono i compiti che hanno a che fare con me stessa; le cose che mi dovrebbero fare stare meglio, migliorarmi – ma che richiedono comunque attenzione ed impegno. Dieta, astinenza.

    Quando l’obiettivo sono io stessa, fatico a restare concentrata; cedo alle tentazioni, alla pigrizia, all’autoindulgenza.

  • Potere =/= Volere

    Un tema cui ho già accennato, credo.

    Se posso fare qualcosa, basta solo che lo voglia. Quando posso, spesso è solo che mi manca sufficiente volontà per raggiungere l’obiettivo desiderato.

    Se posso fare qualcosa, non è detto che lo voglia fare. Lo trovo scritto su una maglietta in uno shop online di magliette umoristiche sul poliamore: “just because I can doesn’t mean I want to”. Mi fa sorridere, perché si intende che la persona che lo dice ha libera volontà; può rimbalzare chi ha di fronte. Il senso è: sì, potrei fare sesso con te (visto che vivo liberamente la mia sessualità) ma non voglio. Tié!
    Io, invece, non ho una simile libera volontà. L’ho rimessa al mio Padrone.
    Se posso, può voler dire che devo. Se mi viene detto che posso, può essere che sia un ordine. Può essere che questo ordine mi serva a comprendere che posso fare cose che credevo di non essere in grado di fare.

    Se voglio fare qualcosa, d’altra parte, non è detto che possa. Quando voglio, devo scontrarmi con tante variabili: fattibilità, accessibilità… soprattutto, permesso. Ho il permesso di fare ciò che voglio? Non sempre, non necessariamente.
    Perché, ancora, la mia volontà non è libera ma guidata; gestita dal mio Padrone. Posso sempre chiedere il permesso di fare ciò che desidero, ma so che Lui non mi dirà sempre sì; anzi.

    In questo recinto nel quale mi muovo, talvolta mi sento in gabbia, talvolta mi sento rassicurata. La mia voglia mi porta a mal sopportare le pastoie del non potere; la mia paura mi porta a tremare alle soglie della possibilità.
    Accolgo la frusta e le briglie con gratitudine, per essere addestrata a diventare la migliore me stessa possibile.

  • Lo penso ma non lo dico

    Ho un compito da eseguire, uno di molti, con una scadenza ravvicinata; un ordine del Padrone. Un compito che richiede tempo, impegno, concentrazione.
    Sono però anche molto presa col lavoro, restando in ufficio tutti i giorni oltre l’orario corretto, e sarò via tutto il weekend.
    Pensandoci, trovo un escamotage per completare il mio compito senza doverci impiegare troppo tempo. Lo so che è un trucco, e che probabilmente non è del tutto corretto rispetto all’intenzione del Padrone.
    Così, piuttosto che farla sporca e farlo e basta, chiedo il permesso al Padrone. Sperando che questa mia pretesa onestà mi ripaghi con un assenso ed un sollievo dal compito.
    E Lui mi risponde – ovviamente, prevedibilmente, conoscendolo – che vede il mio trucco e non lo considera valido. Se possibile, aggiunge carico al mio compito.

    In quel momento, mi vengono alla mente molte parole, molti titoli. Una parola con la S; una parola con la B. Parole che non superano la barriera delle mie labbra.
    In fondo, so quanto sia orgoglioso di essere tale.

    La mia rabbia in un attimo azzera tutte le belle parole, le forti intenzioni pronunciate sinora: sottomissione, accettare la Sua volontà, eccetera. Bla bla bla.
    Sono incazzata nera, anche perché so di essermi fregata da sola – perché sapevo che era un trucco, un escamotage, e sono andata a consegnarglielo di persona nelle Sue mani.
    Cosa speravo? Che facesse uno strappo? che mi concedesse di aggirare le Sue stesse disposizioni?
    Questa rabbia mi fa pestare i piedi, bambina capricciosa che strilla il suo antipatico UFFA. E’ una rabbia vuota e so che sbollirà, facendomi tornare a cuccia bastonata; ma finché dura, mille pensieri di ripicca, di offesa, di capriccio mi si accavallano in testa – senza che esca una sola parola.

    La prossima volta – forse – la farò sporca.
    Forse – perché dentro di me lo so che barare in questo modo annulla il senso profondo di tutto ciò che è importante in un rapporto come questo. Ed ogni volta che dico “solo per questa volta” spiano la strada alla volta successiva.
    Ancora fatico a chinare il capo e procedere; ma lo faccio, cercando di imparare.

  • Differenze

    Ci sono differenze significative nei rapporti bdsm, a seconda di come sono impostati.
    Fermo restando che due (o più) persone possono crearsi il loro proprio rapporto senza bisogno di affibbiargli un’etichetta, e che finché va bene a loro e tutto è Sano, Sicuro e Consensuale non c’è proprio nulla da obiettare – soprattutto non sterili polemiche su cosa sia e chi faccia “vero” bdsm; fermo restando questo, io distinguo due -diciamo- macrocategorie di rapporti bdsm: Top/bottom e Master/slave.

    In un rapporto Top/bottom il cardine sta sul gioco fisico, l’impact play; in questo ci sta il comportamento da SAM (Smart Ass Masochist, masochista furbastro), ovvero il bottom provoca il Top, riponde male, lo sfotte per ottenere mazzate più forti. Il Top sta al gioco e mena più forte. E’ un rapporto propriamente sado-maso. Può avere connotazioni ulteriori oltre il solo gioco fisico, ma non prevede o pretende l’obbedienza da parte del bottom se non nello spazio e nel tempo limitato della sessione.

    In un rapporto Master/slave il cardine sta nella sottomissione. Chi sta sotto accetta quello che decide chi sta sopra, anche se non gli piace; lo slave trae piacere dal sapere che il Master è soddisfatto, anche se lui stesso non lo è. Qui il giochino della provocazione, oltre che non essere appropriato, non conviene: il Master desidera sottomissione, e punirà la provocazione non con le mazzate (che possono piacere), ma in qualche modo davvero poco piacevole per lo slave – dal lavare la bocca col sapone al mettere in ignore. L’obbedienza è fondamentale e spesso difficile da attuare anche se desiderata dallo stesso slave.

    Consapevole di contraddire almeno in parte la premessa fatta all’inizio, io personalmente trovo il secondo tipo di rapporto più profondo, coinvolgente, complesso e “vero”. So che quella premessa è corretta; nonostante ciò, non posso fare a meno di sentire una più forte propensione verso il rapporto Master/slave.
    Richiede tanto di più; mette in discussione, alla prova; è difficile da vivere, e la ricompensa è tanto sottile quanto profonda. Si infiltra nella carne come un filo sottile che lega l’anima.
    Ed è quello che la mia anima agogna.

    Mi irrita vedere un bottom che si dà arie da slave e si riempie la bocca di parole come appartenenza, sottomissione, dono di sé, per poi pretendere, manipolare, puntare i piedi.
    Non voglio essere così.
    So di non essere ancora pienamente sottomessa. E’ un percorso e sarà lungo, sono più riottosa di quanto io stessa credessi. Anch’io mi ritrovo a fare capricci.
    Mi affido per imparare ad affidarmi.

  • La percezione della punizione II

    Ho letto un articolo interessante sull’esistenza di un’esperienza che viene chiamata slavespace. Si tratta di una cosa molto diversa dal più noto subspace.
    Quando un sub va in subspace, è interamente concentrato su sé stesso. Io, infatti, mi perdo in una sensazione soffusa e allo stesso tempo dilatata, in cui sento moltissimo ed insieme ho una soglia del dolore molto più alta; fluttuo dentro me stessa ed attorno allo spazio circostante, assorbendo ogni stimolazione.
    Lo slavespace invece si impara a conoscere più facilmente durante una punizione, non durante il gioco, ed è una percezione amplificata ma proiettata verso fuori di sé, verso il Padrone. Inizia con lo smettere di lamentarsi della punizione e con l’accettare interamente, senza più riserve, il proprio ruolo. Poi, cresce a diventare una consapevolezza di sé, del ruolo, che si può presentare anche al di fuori della punizione.

    Scrive l’autrice dell’articolo: “Il subspace è un posto estremamente piacevole dove stare; lì, non considero affatto il mio Padrone, ma ogni mia energia è rivolta al mantenermi in quello stato alterato di percezione di piacere.
    Nello slavespace, al contrario, non sono affatto concentrata su me stessa, ma ogni attenzione è rivolta al Padrone. E’ un luogo dove posso obbedire e servire con un senso di soddisfazione mentale pari a quella fisica del subspace, ma senza l’egoismo del subspace”.

    Incorro in una cosa scritta dal mio Padrone: la mia punizione consiste nel privarmi del gioco; ma, nel punirmi, anche Lui si priva del gioco. Così, la mia punizione è doppia, perché devo portare il peso anche della Sua mancata soddisfazione.
    Rimango un attimo ferma a rileggere quelle righe. Ancora, lo slavespace è un luogo distante da me: non avevo pensato al fastidio del Padrone nel non giocare; ero rimasta compresa nel mio dispiacermi per me stessa per essere punita e a bocca asciutta. C’è un passo ulteriore che devo fare, che ancora non ho fatto, che vedo ma che non mi appartiene completamente.
    Abbandonare me stessa in Lui.

  • Il Padrone e la Lady

    A dicembre sarà un anno che appartengo al Padrone. E come a lui, a sua moglie, la mia Lady.

    Su facebook a volte sorrido, vedendo pagine di sub americane che scrivono post con cuoricini e catene scrivendo “Due mesi insieme, Master!”. Due mesi?!… Certo, quando un rapporto è intenso anche un giorno dura una vita.
    E questo? Anche questo mi sembra duri da una vita, o due.
    Ripensando agli inizi, alcune cose erano diversissime, ed ora mi sembrano naturali. I miei limiti altissimi che piano piano si sono abbassati, all’alzarsi della fiducia nei Loro confronti. La diffidenza della mia Lady, che mi ha raccontato di aver pensato “Che vuole questa?!” quando la prima volta ho mandato un sms di buongiorno al Padrone; ed ora ogni giorno lo mando anche a Lei.
    Il Padrone rimane un mistero, per me. Chissà cosa pensa.
    Quando sono in sessione, con Lui, volo. Il resto del tempo, in Sua presenza o meno, sono su un ottovolante. Momenti intensissimi di consapevolezza, di desiderio; poi, ogni tanto mi sale la bile; lo sconforto. Vorrei fortissimo che Lui dicesse, facesse, che mi chiamasse, che… che… non lo so. Mi sembra di non ottenere quello che vorrei. Ma cosa vorrei, non saprei dirlo.
    Pensandoci, capisco: faccio resistenza.
    Resisto alla Sua educazione. Vorrei essere educata in un certo modo, per ottenere certi risultati, che però ho deciso io. Questo è il mio problema, ciò che mi fa dibattere nella sensazione che qualcosa strida. Perché invece di cedere, di lasciarmi andare, di accogliere il Suo desiderio, la Sua guida, di diventare ciò in cui Lui mi vuole plasmare, mi focalizzo su cose che ho letto, fantasticato, vissuto in precedenza. Mi convinco che Lui dovrebbe fare questo e questo, così e così; come se ci fosse un modo giusto e Lui vi si discostasse; e quello che non arriva, o arriva diverso, lo ritengo sbagliato. Così mi incazzo. Da sola, s’intende; faccio i capriccini (chissà se si percepisce via whatsapp). Pesto i piedi, trattengo il respiro, penso “ecco, se anche adesso lui fa quello che voglio io, io non lo voglio più, ecco, così impara!”. Credo di potergli bucare il pallone.
    Invece no. Mi frega sempre. E meno male.
    Perché poi si muove, verso di me o accanto a me, al Suo ritmo, secondo la Sua decisione. Ed io d’improvviso dimentico tutte le mie idiosincrasie, le mie stronzate, i miei capricci e mi rendo conto che non desidero che seguirlo.
    Ieri ho capito: cazzo, sono top from the bottom. Cerco di fargli fare quello che voglio. Io! Io che ho sempre pensato di essere docilissima, sottomessissima! Eppure.
    Solo che, comunque, non funziona.
    Finisco una sessione col dispiacere di non essere rimasta in subspace se non per bervi periodi e lo sento dire a Lei: “Certo, perché io la riportavo di qua”.
    Allora capisco che non fa nulla a caso.
    Quando sono in sessione divento una stronza egocentrica egoista accentratrice e voglio voglio voglio; m’incazzo che la stimolazione varii o non arrivi come avrei voluto io: per godere, per andare in subspace; e nella mia miopia dò la colpa a lui. In effetti è corretto, ma per il motivo sbagliato: penso che magari non sia capace, invece lo è troppo. Lo fa apposta.
    Quando poi cedo a sentire e basta, finalmente, divento molle, smetto di avere paura e il maledetto, amato controllo mi abbandona, o meglio lo lascio andare. Allora non desidero più il subspace, o quel colpo proprio là proprio così; accetto ciò che arriva perché arriva da Lui. Non distinguo più le percezioni: credo sia Lui a stringermi un capezzolo ed invece è Lei, con pari sadismo, di cui non la credevo capace.
    Allo stesso modo, nella vita di tutti i giorni, mi dibatto in una voglia feroce e vischiosa che Lui mi dica quello che voglio sentirmi dire, quando voglio e come voglio e soffro, soffro che non accada. Invece, quando infine riesco a non restare tesa in un’attesa spasmodica, quando davvero attendo indicazioni, ricettiva, allora sono in pace. Non desidero cibo per riempire quello che mi sembra un vuoto, perché quel vuoto è già pieno dell’attesa di un ordine. E tutto ciò che arriva è un raggio di grazia.
    Così come per Lei, la mia Lady, con cui chiacchiero tanto apertamente, con tanta leggerezza, ed è una boccata d’aria fresca rispetto al rigore che avverto col Padrone. Finché non mi colpisce, con una parola od un’immagine, quando meno me l’aspetto: e rimango fremente, nell’angolo in cui mi viene ricordato che devo stare.
    In quei momenti, capisco che è esattamente così che desidero che sia: senza che lo desideri io, senza che mi sforzi per imporlo; che mi venga dato, imposto, inflitto, donato.

    Li sottovaluto.
    Contro la mia stessa volontà, mi accorgo di sottovalutarli. L’uno o l’altra soli od insieme. Me ne accorgo ogni volta che mi lasciano a bocca aperta, spesso boccheggiante, la pelle increspata, il sesso contratto. E non posso che ringraziare per la lezione costante che mi impartiscono.

  • Punizione, educazione

    Qualora sia data una regola, o un compito, infrangerla o fallirlo comporta una punizione. Logico, lineare, facile.
    Ma, qualora non sia data una regola esplicita, ma ci sia un comportamento che ci si aspetta sia coerente col ruolo (ad es lavare i piatti, o essere deferente o rispettosa verso altre persone coinvolte, o cose del genere), e ci sia una mancanza in questo comportamento, dovrebbe avvenire comunque una punizione?
    Sarebbe logico aspettarsi una punizione severa? o una blanda? o solo una ramanzina educativa perché non capiti più (settando così una regola più evidente, che se verrà poi in seguito mancata prevederà ovviamente una punizione)?
    Non sto provando a dare una risposta, perché non ne ho una: la sto cercando anche io.
    La mancanza non credo possa andare semplicemente ignorata, perché non aiuta la crescita e l’educazione della slave. Se viene notata dal Padrone, la manchevolezza va sottolineata in qualche modo.
    Quale sia il modo, probabilmente dipende dalle circostanze e dal tipo di rapporto in atto. La decisione rimane comunque sempre al Padrone, com’è ovvio, che deve avere la capacità di discernere cosa sia più opportuno. Va capito se la mancanza sia stata dovuta a leggerezza, a distrazione, a un momento magari difficile, o a un dispetto. Il comportamento conseguente va calibrato sui fatti e sulle attenuanti.

    Purché non rimanga un vuoto, che anche la slave migliore e animata dalla più profonda volontà di sottomissione non mancherà di riempire con ulteriori mancanze – e si torna al gioco delle bandierine. Un gioco che la slave magari non vuole, ma che finisce per reiterare contro la sua stessa natura.