Sapere cosa si vuole

Forse quello che vorrei è solo sentirmi più desiderata. Più al centro dell’attenzione.
Oppure non lo so. In realtà non lo so bene, cosa vorrei davvero. E se non lo so, come faccio a chiederlo? Ma il fatto è che, anche quando so cosa voglio (raro), non so come chiederlo. Spero sempre che le persone sappiano leggermi nella mente, che capiscano cosa vorrei e che me lo spieghino (e che me lo diano).
Ovviamente non funziona.
Quello che dovrei fare è autoeducarmi ad essere più sincera, soprattutto con me stessa, e più comunicativa. So quanto è importante la comunicazione, il parlarsi… ma saperlo non mi aiuta ad applicarlo. Troppo spesso, senza volerlo razionalmente, taccio desideri, aspettative, pensieri. Preferisco omettere, per evitare confronti e difficoltà. Se lo capisci da solo, bene, se no farò finta di non averlo mai voluto.
In questo modo però la mia frustrazione cresce fino a diventare un blob incontrollabile di risentimento e malessere.
Ho letto chilometri di pagine che ripetono quanto sia fondamentale dirsi le cose, tra persone alla pari ma anche in un rapporto D/s. Prendersi dello spazio, un tempo definito, per confrontarsi apertamente. Ma come si fa a farlo davvero? Come faccio a dire che vorrei questo o quello, o di più di questo o di meno di quello, senza diventare top from the bottom? Senza dirigere coloro i quali dovrebbero essere quelli che dirigono?
Temo sempre ci sia qualcosa che non devo dire. Qualcosa che ferirà qualcuno, o che rischia di venire travisato, o che detto in un certo modo potrebbe forse andare bene, ma aspetta, forse è meglio non usare proprio questa parola ma un sinonimo, o forse meglio fare un giro di parole… anzi magari non lo dico. E poi invece sarebbe bastato dirlo.

Talvolta ho la sensazione di camminare su uova che vedo solo io.

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Personas

Ancora fatico a credere che il mio tempo, la mia presenza, possano essere un dono. La mia autostima è a livelli stratosferici rispetto a tempo fa, ma ancora non è ottimale.

Ma sono felice di pensarmi oggetto e quindi donarmi, mettermi a disposizione e farmi fare delle cose. Alla fine, spero sempre che sia piaciuto almeno tanto quanto è piaciuto a me. “Piaciuto” non è poi il termine giusto… vivere il bdsm non è “semplice” piacere, per me, ma soddisfazione di un impulso interiore; è vivere una parte importante di me, che per forza di cose nella quotidianità resta (deve restare) sopita.

E’ complicato in realtà distinguere tutte le varie “parti” di me, poiché non sono divise in compartimenti stagni.
I momenti in cui mi riesce meglio la suddivisione tra una me e l’altra è nel larp, dove interpreto un personaggio (che comunque sotto sotto sono sempre io) scritto e ben delimitato da paletti dati dall’ambientazione e dal regolamento.

Forse dovrei farmi una scheda personaggio anche per la vita reale.

Cambiamenti

E’ sempre così: quando avviene qualche cambiamento nella vita quotidiana, poi è dura riallineare tutto il resto. Per usare un termine tecnico: è un casino.
Cambio di lavoro: un corso di aggiornamento, due ore al pc ad aggiornare il curriculum, quattro per il profilo LinkedIn abbandonato da secoli; ritrovare una routine, degli orari, un’organizzazione.
Mezz’ora a fissare il template di WordPress che mi fissa di rimando, bianco. Poi la rinuncia: vado a letto, ci penserò domani. E poi domani è un casino da capo.
Cercare, ritrovare il tempo per scrivere, per pensare. Per vivere ogni parte del mio essere. Un tempo che pare essersi nascosto tra le pieghe delle giornate, come un paio di mutandine tra le lenzuola. Che le trovi solo quando stendi i panni al davanzale, perché immancabilmente sbucano fuori dal nulla e precipitano di sotto, e ti tocca scendere in ciabatte per andare a recuperarle.
Lo stesso capita con altre cose.
Adesso sono in quel momento: in ciabatte, un po’ sbuffo perché non ho voglia di scendere, anche se sono le mie mutandine preferite; so che poi dovrò per forza lavarle di nuovo, e magari ci vorrà altro tempo prima di poterle rimettere… ma indossarle mi fa sempre piacere, alla fine. E sono contenta che siano saltate fuori, anche se non ci avevo più pensato e forse non avevo nemmeno notato che mancavano.
Vado, così poi faccio il bucato.

Comprensione


Royksopp – The understanding – Triumphant

Raggiungere la comprensione, la consapevolezza, è un processo continuo, spesso ciclico. L’acqua calda non si scopre mai una volta sola. E non ho mai finito di scoprirla.
La comprensione mi rende trionfante.
Non perché sia brava, o perché vinco qualcosa, no; anzi: quando punto a dimostrare di essere brava o a vincere è proprio il momento in cui mi allontano, arrogante, dalla comprensione più vera di me stessa.
Nell’istante in cui credo di avere capito tutto, di essere forte di quello che so e che sono, in quell’istante retrocedo e cado miseramente di nuovo nel buio.
Invece, trovo trionfo ed entusiasmo nella nuova crescita che ottengo, nella nuova luce interiore che raggiungo, nel miglioramento di me. Accade quando sono aperta, ricettiva, umile; quando ascolto il sussurro del mio io interiore e non il bailamme della presunzione.
Allora capisco, comprendo d’improvviso tratti di me. Mi si svela un meccanismo. Accetto la mia imperfezione e procedo in questa lunga strada fatta di emozioni. Un po’ migliore di prima, senza il bisogno di dimostrarlo.

Il senso di tutto

“Ah, devo fermarmi a prendere le sigarette”
“Ne ho un pacchetto io, Padrone”

Vederlo con una sigaretta spenta tra le dita.
Porgergli un accendino.

“Prendimi la maionese in frigo”
“Ce l’ho già messa, Padrone”

In quei piccoli istanti si condensa il senso di tutto. Essere lì per Lui, essere pronta, avere imparato; anticipare i Suoi bisogni. Diventa una realtà amplificata, orientata al Suo benessere. La frustrazione più grande è non poter fare nulla per aiutarLo. Un obiettivo fondamentale da raggiungere è sapere come e quando stare fuori dai coglioni: se non si può essere d’aiuto, almeno non essere d’intralcio.
Svegliarsi prima; preparare; inginocchiarsi nel proprio angolo.
La sensazione di essere in equilibrio su una bilancia. Imparare a gestire la distribuzione del peso per portarGli perfetto ordine. Non essere troppo indipendente, ma non troppo dipendente; non presuntuosa, ma non annichilita; ricordarsi qual è il proprio posto.

Intorno al collo

Quando sento richiudersi intorno al collo la Sua collana, il mio cuore fa come un sospiro di sollievo.
Mi guarda e mi dice: questa è mia, personale.
Mi si dilatano le pupille.
Forse non c’è tutto questo grande significato, dietro; forse non vuol dire nulla di particolare. Ma per me sì. Ha significato ed è importante. Mi sento di nuovo Sua.
Poi certo: il tempo tiranno, gli impegni, le telefonate urgenti.
Mentre vado via, da sola, mastico il sapore amaro della Sua sigaretta, che mi impasta la bocca. Mi tengo per un po’ di tempo la mia malinconia, la mia nostalgia – mi ci cullo dentro, come quando al mattino non si ha voglia di alzarsi e ci si rigira sotto le coperte, avvolgendosi nel piumino. Ma una buona volta mi devo alzare – devo, voglio lasciare questa sensazione grigia e tornare a sentire, a lasciarmi trasportare dall’appartenenza.
Sentire il Suo collare sempre.
E più lo sento più mi sento bene.

Una cosa alla volta, tutto sta tornando al suo posto. Ritorno a sentirmi completa, ad avere un tempo per vivere tutte le infinite sfaccettature di me stessa: dall’amica alla professionista alla moglie alla slave.

Troppe vite

Chi sono io?
In base a cosa definisco me stessa? In base a ciò che amo fare, o a ciò che faccio effetivamente, o in base a ciò che sento, che vorrei, cui aspiro, eccetera? In base al mio ruolo sociale? Ma quale dei tanti?
Sono donna, moglie, slave, amica, collega.
Sono chi sono al lavoro, a casa, in dungeon.
Solo che poi succede che mentre sono in cucina penso alla riunione dell’indomani, mentre sono in ufficio penso alle fruste, mentre sono legata e bendata penso al bucato da fare.
Si crea un corto circuito tra le tante, troppe me stessa che sono. Eppure non potrei rinunciare a nessuna di loro: la totalità di esse definisce la mia unicità. Ma essere così tante persone mi tramortisce. Non riesco mai ad essere tutto contemporaneamente – così, spesso mi sento di vivere una bugia. Di non riuscire ad essere totalmente sincera, totalmente IO.
Allora in questa sensazione di scollamento inizio a indulgere in cose che mi facciano pensare ad altro; inizio a mangiare, a mentire. Perché se tanto non posso essere del tutto sincera nel vivere la mia totalità, tanto vale dire qualche bugia per rilassarmi, no?
No: sto solo peggio. Non sono chi sono e mi allontano sempre di più da me.
Vorrei rannicchiarmi sotto le coperte e dormire, sognare altro. Vorrei smettere di fare finta che vada tutto bene; ammettere che qualcosa non va e riallinearmi a me stessa. Fare in modo che in ogni aspetto io possa essere vera e completa.
Sembra così facile ed ultimamente mi è così impossibile.