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Tag: equilibrio

  • Il senso di tutto

    “Ah, devo fermarmi a prendere le sigarette”
    “Ne ho un pacchetto io, Padrone”

    Vederlo con una sigaretta spenta tra le dita.
    Porgergli un accendino.

    “Prendimi la maionese in frigo”
    “Ce l’ho già messa, Padrone”

    In quei piccoli istanti si condensa il senso di tutto. Essere lì per Lui, essere pronta, avere imparato; anticipare i Suoi bisogni. Diventa una realtà amplificata, orientata al Suo benessere. La frustrazione più grande è non poter fare nulla per aiutarLo. Un obiettivo fondamentale da raggiungere è sapere come e quando stare fuori dai coglioni: se non si può essere d’aiuto, almeno non essere d’intralcio.
    Svegliarsi prima; preparare; inginocchiarsi nel proprio angolo.
    La sensazione di essere in equilibrio su una bilancia. Imparare a gestire la distribuzione del peso per portarGli perfetto ordine. Non essere troppo indipendente, ma non troppo dipendente; non presuntuosa, ma non annichilita; ricordarsi qual è il proprio posto.

  • Intorno al collo

    Quando sento richiudersi intorno al collo la Sua collana, il mio cuore fa come un sospiro di sollievo.
    Mi guarda e mi dice: questa è mia, personale.
    Mi si dilatano le pupille.
    Forse non c’è tutto questo grande significato, dietro; forse non vuol dire nulla di particolare. Ma per me sì. Ha significato ed è importante. Mi sento di nuovo Sua.
    Poi certo: il tempo tiranno, gli impegni, le telefonate urgenti.
    Mentre vado via, da sola, mastico il sapore amaro della Sua sigaretta, che mi impasta la bocca. Mi tengo per un po’ di tempo la mia malinconia, la mia nostalgia – mi ci cullo dentro, come quando al mattino non si ha voglia di alzarsi e ci si rigira sotto le coperte, avvolgendosi nel piumino. Ma una buona volta mi devo alzare – devo, voglio lasciare questa sensazione grigia e tornare a sentire, a lasciarmi trasportare dall’appartenenza.
    Sentire il Suo collare sempre.
    E più lo sento più mi sento bene.

    Una cosa alla volta, tutto sta tornando al suo posto. Ritorno a sentirmi completa, ad avere un tempo per vivere tutte le infinite sfaccettature di me stessa: dall’amica alla professionista alla moglie alla slave.

  • Troppe vite

    Chi sono io?
    In base a cosa definisco me stessa? In base a ciò che amo fare, o a ciò che faccio effetivamente, o in base a ciò che sento, che vorrei, cui aspiro, eccetera? In base al mio ruolo sociale? Ma quale dei tanti?
    Sono donna, moglie, slave, amica, collega.
    Sono chi sono al lavoro, a casa, in dungeon.
    Solo che poi succede che mentre sono in cucina penso alla riunione dell’indomani, mentre sono in ufficio penso alle fruste, mentre sono legata e bendata penso al bucato da fare.
    Si crea un corto circuito tra le tante, troppe me stessa che sono. Eppure non potrei rinunciare a nessuna di loro: la totalità di esse definisce la mia unicità. Ma essere così tante persone mi tramortisce. Non riesco mai ad essere tutto contemporaneamente – così, spesso mi sento di vivere una bugia. Di non riuscire ad essere totalmente sincera, totalmente IO.
    Allora in questa sensazione di scollamento inizio a indulgere in cose che mi facciano pensare ad altro; inizio a mangiare, a mentire. Perché se tanto non posso essere del tutto sincera nel vivere la mia totalità, tanto vale dire qualche bugia per rilassarmi, no?
    No: sto solo peggio. Non sono chi sono e mi allontano sempre di più da me.
    Vorrei rannicchiarmi sotto le coperte e dormire, sognare altro. Vorrei smettere di fare finta che vada tutto bene; ammettere che qualcosa non va e riallinearmi a me stessa. Fare in modo che in ogni aspetto io possa essere vera e completa.
    Sembra così facile ed ultimamente mi è così impossibile.

  • Ogni lasciata è persa

    Ogni cosa che ho iniziato e abbandonato mi perseguita come un orribile incubo.
    Ripensare a tutte le cose che ho tentato di fare e che ho fallito, da cui mi sono allontanata cercando giustificazioni, motivi validi, scuse o semplicemente nascondendo la testa sotto la sabbia… ripensarci mi stringe lo stomaco in una morsa di angoscia. Vorrei allora fuggire lontano da me stessa, dalla consapevolezza di non essere riuscita, di essere stata inadeguata, incapace, debole o chissà cosa. Alcune cose penso che avrei potuto portarle a termine; altre so che erano oltre le mie capacità di quel momento, ma ciò non mi impedisce di colpevolizzarmi orribilmente.
    Mi sento vigliacca e stupida, ed è una sensazione che vorrei strapparmi di dosso.
    Vorrei dilaniarmi con le unghie fino a mettere a nudo muscoli e tendini ed ossa. Lasciarmi cadere a terra e calpestare fino ad espiare la colpa di non aver saputo restare con coraggio in prima linea, a combattere allo spasimo anche contro ogni minima speranza di vittoria.
    Fuggire è sempre una sconfitta, anche se mi garantisce la sopravvivenza.
    Sopravvivere fa schifo. Vorrei avere il coraggio di vivere, sempre, al massimo. Anche se è così dannatamente difficile e scomodo che alla fine, vigliaccamente, con la coda tra le gambe, cerco una scappatoia per svicolare, non vista, fuori scena.

  • Una brava ragazza con cattive abitudini

    good girl, bad habits

    E’ proprio ciò che sono.
    Non sono cattiva (mi disegnano così).
    Solo che spesso le mie cattive abitudini sono più forti di me e prendono il sopravvento. Allora sono linguacciuta e furbastra, rubo il cibo, mangio cose sbagliate, bevo.
    Sono tutte cose che mi danneggiano, di cui mi pento nel mentre che le faccio. Un attimo dopo, vorrei non aver mangiato quella fetta di dolce, o fatto quella battuta. Ma è sempre un attimo dopo.
    Come imparare a trattenermi invece un attimo prima, ancora non lo so.
    Quando saprò farlo, diventerò forse una cattiva ragazza con buone abitudini!

  • Intensità – 19

    Non voglio che il tempo per me stessa sia tempo perso.
    Mi spiego.
    Quando sono molto stanca mi spengo; comincio a guardare webcomic online, a scorrere facebook, a leggiucchiare riviste e fumetti già letti e riletti. Scendo in uno stato di apatia, da spettatore passivo. Quando mi riprendo mi resta addosso l’orribile, untuosa sensazione di avere perso tempo. Non mi sento riposata né soddisfatta, anzi, divento nervosa e mi sale l’ansia di aver sprecato tempo prezioso in cui avrei potuto fare qualcosa di bello, utile, significativo.
    Vivendo una vita intensa, quello che ora desidero è sperimentare un riposo attivo. Immergermi in attività che mi stimolino, che mi diano soddisfazione, gusto, piacere, soprattutto mentale. Di modo che una volta fatte io abbia la percezione di pienezza data dal sapere di avere ottenuto qualcosa da quel tempo, qualcosa di significativo. Anche di piccolo, certo, ma nel suo piccolo importante: riposo, conoscenza, divertimento.
    Allora davvero potrò sentirmi riposata del riposo del giusto.

  • Intensità – 02

    La mia paura è sempre superficiale. Ovvero, si ferma all’aspetto esteriore delle cose.
    Osservo la superficie ribollente della realtà e mormoro: è calda. La sfioro con le dita, la pelle si increspa nel suo vapore.
    Mi prefiguro le ustioni, il dolore, la carne che si espone a brani, bruciata, viva, annerita, morta. Ci giro attorno, timorosa, sospettosa e desiderosa. Laggiù, oltre quel magma, dentro quella lava c’è la vita, quella vera: quella che ho sempre detto di voler assaporare.
    Infine di slancio mi decido. Affondo le mani in quella pasta calda, la manipolo, la massaggio; mi lascio avvolgere dal suo calore, mi lascio avviluppare fino al gomito, fino alle spalle.
    Scotta, brucia ma non uccide. Anzi: riscalda. Rincuora.
    Mi tuffo a testa in giù, con coraggio – ed il coraggio non è essere senza paura, ma affrontarla e superarla – confidando che presto riemergerò dall’altro lato, capovolta, con un altro centro di gravità, scottata ma fiera.

  • Tensione

    E’ una tensione spaventosa quella che sento, un desiderio bruciante che mi soverchia e mi rivolta come un calzino; mi pare di aprirmi in due fino a scoprire l’anima, sporgendomi e implorando in silenzio che mi metta una mano tra le gambe.
    E poi quando accade mi blocco, ho paura, non so cosa mi prende. Come chi ha troppa fame e quando raggiunge il cibo vomita.
    Ho paura delle mie stesse sensazioni, delle mie emozioni, dei miei desideri; della forza di questo spasimo che mi tira verso di Lui e mi fa bagnare e fremere.
    Intanto questa tensione mi trabocca dentro e devia il corso del mio fiume verso il cibo. Confondo una fame per l’altra e resto sempre insoddisfatta. Peggio: mi abbuffo e sto male fisicamente, oltre che per la pesantezza della digestione per la sensazione orribile di pienezza, il disagio di essere fuori controllo, il disprezzo che provo per me stessa quando ingrasso.
    Mi sembra impossibile riuscire a placarmi, distendermi, trovare pace.
    Non voglio una pace che sia un ottundimento dei sensi, no; desidero una pace che sia il lasciarmi scorrere dentro tutto ciò che deve, che vuole scorrere: percezioni, emozioni; lasciarmene pervadere ed assaporarne il flusso senza ostacolarlo, senza deviarlo.
    Desidero essere inebriata, non sedata.

  • Intenzioni

    Sono sempre salda nelle mie intenzioni. E’ la pratica che poi mi fallisce.
    Come canta la Alice nel Paese delle Meraviglie della Disney: io mi so dar ottimi consigli, ma poi seguirli mai non so. Talvolta mi ritrovo a canticchiare questo motivetto tra me e me. Mi calza a pennello.
    Mi stampo documentazione che poi non leggo; mi compro libri che poi prendono polvere; mi preparo cibo sano che poi non mangio. Invece, cazzeggio su internet e mi ingozzo di biscotti.
    Mi riprometto di fare delle cose, di smettere di farne altre, di non mangiare porcherie, e poi mi sorprendo a comportarmi come al solito nel mentre che lo sto facendo. Il mio cervello mi fa agire come sonnambula, non pienamente consapevole delle mie stesse azioni; si spegne, o passa in modalità automatica, e agisco in modo contrario alle mie intenzioni, che è spesso dannoso per me stessa, alla lunga. La piccola, breve soddisfazione che ottengo dal cazzeggio o dal cibo non dura nemmeno dieci minuti; subentra subito il disagio.
    Se fossi cosciente di quello che sto per fare, mi appiglierei alle mie dichiarazioni di intenti e mi comporterei in modo coerente. O almeno credo. Qualche volta ci riesco.

    So che mi è proibito fantasticare su determinate cose.
    Ma quando ho la guardia abbassata (cioè sempre, a quanto pare) la fantasia mi si scatena in automatico e parto in quarta, solo per rendermi conto della mia disobbedienza quando ormai sono esaltata e fradicia; a quel punto cerco di pentirmi e di fermarmi, ma non è molto facile.

    La mia testa prende una forza inerziale terribile ed innarrestabile, sfida il secondo principio della termodinamica; una volta che scivola giù dalla china non può che prendere velocità, scivolando sui miei stessi umori – mentali o fisici.
    Fino alla fine dei biscotti.

    Quello che vorrei sarebbe imparare a non sporgermi dal dirupo, a non scivolare su quel primo passo, là in cima. Il fosso scosceso mi chiama e mi lusinga, promettendo di essere un abisso di piacere; ed è solo un pantano fangoso di malessere e fastidio.

  • Fenice

    Anche io, come la fenice, dentro di me desidero bruciare.
    Agogno gettarmi nel fuoco e farmene consumare, nella speranza di rinascere rinnovata, pulita, uguale a me stessa ma diversa, dalle ceneri della vecchia me stessa. Immolarmi alla pira sacrificale dei miei desideri.

    Spero, confido che il mio Padrone sia assennato e prudente; perché io, io faccio fatica ad esserlo.
    Sicuramente mi arrabbierò con Lui perché non mi permetterà di fare tutto ciò che vorrei – o che credo di volere. Farò i capricci e mi offenderò di non poter provare, subire, toccare con mano quel ferro rovente e rosso che pare ai miei occhi così invitante e caldo. Ma so che sceglierà per il mio bene, un bene che io stessa spesso non vedo o non capisco, accecata dal brillare bruciante delle mie voglie.

    Anche se ho posto dei limiti; anche se sono timorosa e vergognosa; anche se in me vi sono blocchi su blocchi su blocchi. So che uno ad uno Lui saprà smontarmeli di dosso, muro dopo muro penetrerà le mie difese – come ha anche già fatto. Mi plasmerà a Suo piacere, perché diventi come Lui vuole.
    Allora, gli lascerei fare qualsiasi cosa, lo so: qualsiasi cosa.
    Per questo mi fido e mi affido: perché so che non me le farà; non subito, non tutte, non come penso. Non mi permetterà di bruciarmi e farmi consumare in questo mio rogo.