Ho fame di qualcosa che non è cibo

Ma l’unica cosa che ho a disposizione è cibo.

Mi riempio senza potermi riempire. Mi gonfio senza riuscire a volare. Ingoio tutto ciò che non riesco ad esprimere. Resto con l’illusione di una gratificazione senza nessuna reale soddisfazione.

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Della gelosia e dell’incomprensione dei desideri

E’ come un vuoto d’aria.
La pressione interna scende all’improvviso, lo stomaco si chiude, il cervello si ottenebra e si oscura come il cielo prima di un temporale. Sento tendersi i muscoli del collo e corrugo la fronte. Scende su di me di colpo, come un macigno, schiacciandomi a terra, cancellando ogni altra sensazione, suono, pensiero.

E’ la botta di gelosia.

E’ sempre improvvisa e causata da qualcosa di banale, innocuo. Una parola, un gesto, un oggetto, una persona. Di colpo tutto si fa nero, venato di verde, la bocca mi si riempie di fiele, la mente di veleno. Sto malissimo e vorrei solo che smettesse.
Così il primo bersaglio è ciò che ha causato la botta. Vorrei che sparisse. Bruciare il mobile in cui ho inciampato col mignolino del piede. Ovviamente non è così semplice, e comunque non avrebbe senso, lo so. Saperlo non aiuta a stare meno male, ma permette di andare oltre e cercare una soluzione vera.

Parlare, confrontarsi, immergersi piano e con disgusto nella gelosia: tastare il terreno, sentire dove cede, un passo alla volta in questa palude fetida e limacciosa, che cerca di ingannarti: là dove sembra solido, invece cede all’improvviso. Schifo, dolore, fastidio, me ne voglio andare, basta, vi lascio tutti, mi ritiro in un eremo così da non vedere mai più nessuno, non soffrire più, fate quello che vi pare, stronzi maledetti.
Invece no. No: di nuovo, un passo alla volta, dentro la palude, con gli occhi chiusi. Sentire il terreno, comprendere perché è così fangoso. Cosa c’è che fa ristagnare il flusso delle emozioni? Cos’è che mi impedisce di fluire, di andare, di sentire tutto ciò che è bello e buono?

Quando sei immersa, trovi i sassi; i blocchi. Scavare con le mani, col ragionamento, con la comprensione; sciogliere i nodi, disfare le dighe. Accettare, affidarsi, abbandonarsi.

E poi dal fango, incastrato sotto di tutto, si trova proprio quella cosa che aveva scatenato la botta. Quella cosa che avevo detto che non volevo fare, che era un limite, che preferivo non provare, non vedere. Quella cosa che poi – giustamente – mi viene detto verrà fatta con qualcun altra.

Mi fermo a fissare questa cosa è mi chiedo: ma perché?
Forse che in realtà, sotto sotto, cercavo di evitarla perché invece oscuramente la desidero? Cosa credevo? di non meritarla? che avrebbe causato… qualcosa? Ma cosa? Credevo di non volerla e così l’ho nascosta ai miei stessi occhi, alla mia stessa consapevolezza, ma si è incastrata.

Resto lì in mezzo al fango che inizia a defluire, pensierosa, svuotata di tutto quel male che sembrava così insormontabile e che invece ora è sciolto e scorre via. La consapevolezza sciacqua via i ristagni, ripulisce il cuore e il cervello.

(S)piacevolezza

Quanto adoro l’espressione in questa foto.
Essere aperta dal Padrone – aprirsi al Padrone – non è solo un’esperienza piacevole. E’ dolorosa, faticosa, cattiva. Ed è questo che mi piace.

Sono stufa di tutte quelle immagini edulcorate, patinate, dolci, che mostrano il lato più tenero dell’Appartenenza. L’abbandono tra le Sue braccia, culi esposti ma senza un segno, volti distesi con le labbra dischiuse. Bellissimo, per carità: ma c’è ben altro.
Datemi l’espressione della sofferenza che precede l’abbraccio, la smorfia di dolore, le labbra arricciate, gli occhi strizzati e il senso di invasione che si prova a sentire il Padrone che entra nel proprio sé più profondo. Carne che si segna, che si apre, che urla, muscoli contratti e bava – espressione fisica di ciò che si vive, ma non è solo nel corpo che si sente.

Attraverso la carne è l’anima che si lacera e si apre. E ogni segno si richiude sopra l’abisso e diventa legame.

Ma

E poi alla fine c’è un ma.

Una parte di me non è soddisfatta; si aspettava un’altra cosa, forse. Ho sentito, ho subìto: eppure qualcosa stona, qualcosa è fuori posto, qualcosa ancora non combacia.
Perché?, mi chiedo. Cos’è?, mi chiede. Non so rispondere e sono sincera. C’è qualcosa che non riesco a mettere a fuoco.

Ripensandoci dopo, a mente fredda (questo bisogno di analizzare, capire, a volte non so se è vitale o una condanna), ancora mi sfugge.

Non è proprio il momento ideale per iniziare una relazione D/s, forse, nella mia vita.
Eppure ne sento così tanto il bisogno, è una spinta interiore, una necessità fisica.

Ho ancora la sensazione che ci sia qualcosa di non detto, di non concluso, dalla relazione precedente.
Ma voglio andare avanti, oltre, non dimenticare ma superare; basta.

Il lavoro è tutto un alti e bassi, soddisfazioni e delusioni, fatica e gioia, stanchezza e commozione.
D’altra parte, è così per tutti, o quasi tutti. No?

Mi sento un cesso. Quello sì. Tremendamente. Ho preso 10kg, forse di più. Sono gonfia, sformata, fuori forma e impossibilitata ad allenarmi da una schiena malmessa. Mangio male, porcherie e cioccolato. Fatico a guardarmi allo specchio e mi vesto sempre peggio. Mi andrei a nascondere sottoterra.
Quando mi prende in braccio mi sento enorme, pesantissima, ingombrante, fastidiosa. Gli farò schifo, penso. Non ho l’aspetto che vorrei avere, che dovrei avere per questo ruolo. Sono inadeguata, deludente.
Quello che mi dice quasi non conta, forse non gli credo davvero. Mi fido su tutto; su questo no (ma è così da sempre, con chiunque).

Il terrore di non andare abbastanza bene.

Tante cose, troppe cose; pensieri, paranoie, insicurezze.
Tutto insieme, crea quel ma. Così non c’è un’unica causa da risolvere, ma un casino.

Non mi interessa

Ogni volta che dico “Non mi interessa”, “Non me ne frega niente”, “Non m’importa”… ecco, quello è il segnale che invece di quella cosa mi importa, eccome.

Ma è una cosa che mi fa stare male, che mi manca, che non posso avere; una cosa che mi mette a disagio doverci pensare, perché è complicata, difficile, tocca un nervo scoperto o altro del genere (vi siete fatti un’idea).
Così perferisco dire “Non mi interessa”; preferisco mentire a me stessa, raccontarmi che sto bene anche senza, che alla fine non era così importante. Alla fine, sai che c’è: meglio così. Preferisco stare tranquilla, non pensarci – e se per caso vedo qualcosa che me lo ricorda, o magari riaffiora un ricordo non ben sepolto, scrollo le spalle, mi passo una mano sulla fronte, arriccio le labbra, sbuffo e dico: “Non mi interessa”.

Non sono per niente brava a mentire.

Migliorare

Ma io?
Io cosa ho fatto in questi mesi per migliorare?
Io cosa ho fatto per essere una versione migliore di me stessa, per meritare di essere scelta?
Io cosa ho fatto per dimostrare attenzione, attaccamento, interesse, cura?

Se fossi stata in prova, probabilmente l’avrei fallita.

Ho passato il mio tempo a lamentarmi, a invidiare e ad aspettare che qualcun altro si prendesse in carico la mia esistenza, che mi facesse crescere e cambiare. Ma non funziona così. Una sub deve avere in sé la volontà di mettersi in gioco, evolvere e impegnarsi per essere meritevole. Credevo di avere questa volontà, ma forse non è così; di certo non la sto applicando nel modo corretto.
Tocca a me il primo passo. E il secondo, e il terzo.
Per trovare chi voglia venirmi incontro, devo io per prima avanzare.

Sapere cosa si vuole

Forse quello che vorrei è solo sentirmi più desiderata. Più al centro dell’attenzione.
Oppure non lo so. In realtà non lo so bene, cosa vorrei davvero. E se non lo so, come faccio a chiederlo? Ma il fatto è che, anche quando so cosa voglio (raro), non so come chiederlo. Spero sempre che le persone sappiano leggermi nella mente, che capiscano cosa vorrei e che me lo spieghino (e che me lo diano).
Ovviamente non funziona.
Quello che dovrei fare è autoeducarmi ad essere più sincera, soprattutto con me stessa, e più comunicativa. So quanto è importante la comunicazione, il parlarsi… ma saperlo non mi aiuta ad applicarlo. Troppo spesso, senza volerlo razionalmente, taccio desideri, aspettative, pensieri. Preferisco omettere, per evitare confronti e difficoltà. Se lo capisci da solo, bene, se no farò finta di non averlo mai voluto.
In questo modo però la mia frustrazione cresce fino a diventare un blob incontrollabile di risentimento e malessere.
Ho letto chilometri di pagine che ripetono quanto sia fondamentale dirsi le cose, tra persone alla pari ma anche in un rapporto D/s. Prendersi dello spazio, un tempo definito, per confrontarsi apertamente. Ma come si fa a farlo davvero? Come faccio a dire che vorrei questo o quello, o di più di questo o di meno di quello, senza diventare top from the bottom? Senza dirigere coloro i quali dovrebbero essere quelli che dirigono?
Temo sempre ci sia qualcosa che non devo dire. Qualcosa che ferirà qualcuno, o che rischia di venire travisato, o che detto in un certo modo potrebbe forse andare bene, ma aspetta, forse è meglio non usare proprio questa parola ma un sinonimo, o forse meglio fare un giro di parole… anzi magari non lo dico. E poi invece sarebbe bastato dirlo.

Talvolta ho la sensazione di camminare su uova che vedo solo io.