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Tag: fatica

  • Intensità – 22

    Intensità è anche competenza.
    Quando mi si presenta un problema, una difficoltà, che sia tecnica o di lavoro, la mia prima reazione è spesso di sconforto. Un attimo dopo, mi rimbocco le maniche e cerco una soluzione.
    Nel momento in cui mi appoggio allo schienale della sedia, picchiettandomi le labbra con la penna, la fronte corrugata, sento gli ingranaggi girare nella mia testa.
    In quel momento, non ho più paura; sono proiettata verso la soluzione, anche se ancora non la vedo. Sono tesa in una tensione attiva, attenta, ricettiva. Espando me stessa nel mondo e assorbo tutto ciò che può essere utile: esploro, navigo, ricerco.
    Nel farlo imparo innumerevoli cose. Utili alla situazione contingente o meno, acquisisco conoscenze che incamero ed archivio. So che un giorno potranno servirmi.
    Per questo assaporo le difficoltà: per tutte le competenze che mi donano.

  • Intensità – 20

    Ci sono cose cui non riesco a star dietro; altre cui preferisco non pensare.
    Esigenze, desideri; ci provo a non farmi aspettative, giuro che ci provo. Ma il mio modo di non farmi aspettative è pessimo: mi dico: “ma figurati se succederà, dai, lascia perdere, di certo no”. Ma nel cercare di deprimere e reprimere la voglia che ho non faccio che alimentarne la vana speranza; il desiderio che questo pretendere che non me ne freghi, questo far finta che sia lo stesso se succede o no, sia un rituale apotropaico che farà magicamente avverare proprio ciò che io desidero. Fingere di allontanarlo per poterlo ricevere. Chi disprezza compra, no?
    Subire lo scorno dell’aspettativa delusa è una delle cose più stancanti cui far fronte, perché vuol dire riportarsi a casa la propria tensione intatta, anzi appesantita.
    Il trucco, lo so, è non farsi aspettative.
    Ci provo, giuro che ci provo. Ma non ci riesco.

  • Intensità – 19

    Non voglio che il tempo per me stessa sia tempo perso.
    Mi spiego.
    Quando sono molto stanca mi spengo; comincio a guardare webcomic online, a scorrere facebook, a leggiucchiare riviste e fumetti già letti e riletti. Scendo in uno stato di apatia, da spettatore passivo. Quando mi riprendo mi resta addosso l’orribile, untuosa sensazione di avere perso tempo. Non mi sento riposata né soddisfatta, anzi, divento nervosa e mi sale l’ansia di aver sprecato tempo prezioso in cui avrei potuto fare qualcosa di bello, utile, significativo.
    Vivendo una vita intensa, quello che ora desidero è sperimentare un riposo attivo. Immergermi in attività che mi stimolino, che mi diano soddisfazione, gusto, piacere, soprattutto mentale. Di modo che una volta fatte io abbia la percezione di pienezza data dal sapere di avere ottenuto qualcosa da quel tempo, qualcosa di significativo. Anche di piccolo, certo, ma nel suo piccolo importante: riposo, conoscenza, divertimento.
    Allora davvero potrò sentirmi riposata del riposo del giusto.

  • Intensità – 18

    Ad un certo punto le mie priorità si confondono. E’ sempre così. Penso ad una cosa e ne perdo di vista due.
    Ed il tempo per depilarmi, fare esercizo (che amo), prendermi cura di me? Sul serio è ridotto a passare un’ora su facebook a leggere cavolate e a due ore sul divano a guardare la tv? Sul serio la priorità è questa?
    Voglio dire: il relax davanti ad un monitor ci sta; ma, e tutto il resto?
    La morbida sensazione di una crema profumata sul corpo, dov’è finita? Perché me la nego sostenendo di non avere tempo?
    Ho letto una battuta interessante: dire “non ho tempo” è la versione adulta di “il cane mi ha mangiato i compiti”.

  • Intensità – 17

    Ho ceduto. Ho ceduto?
    Mentre sono tesa a completare tutti i compiti di cui mi sono presa carico, che mi sono prefissata, alcune altre cose mi sfuggono.
    Mangio un boccone in più; indulgo nei dolci; non faccio i miei esercizi per la schiena; non leggo; eccetera.
    Comunque vada, per quanto tiri allo spasimo, c’è sempre qualcosa in più che potrei fare, che dovrei fare.
    Allora mi chiedo: ce la farò, un giorno, a fare davvero tutto? A non lasciare mai indietro nulla, a riempire ogni singolo istante della mia giornata di tutte le infinite incredibili cose che devo e desidero fare? Riuscirò a riordinare questa pazzesca quantità di impegni per poterli portare tutti avanti, se non a termine?

    Sì. Io credo di sì.

  • Intensità – 15

    Quando devo alzarmi presto per andare da qualche parte e fare qualcosa, anche i miei sogni diventano intensi e tesi.
    Riposo in modo relativo: sogno di alzarmi, di correre per andare in quel posto, di essere in ritardo; perdo la via, non trovo l’auto, eccetera. Mi sveglio di soprassalto e controllo l’ora: è tardi? Non ho sentito la sveglia? Sono le tre del mattino, le cinque; posso dormire ancora.
    Poso di nuovo la testa sul cuscino e chiudo gli occhi. Torno a sognare una proiezione di ciò che dovrò fare una volta sveglia.
    Infine, quindici minuti prima della sveglia riapro gli occhi e decido di alzarmi.
    Buongiorno, mondo. È di nuovo lunedì.

  • Intensità – 14

    La sveglia suona presto anche nel weekend.
    Rileggo Supplement di Mari Okazaki, manga shojo ambientato in un’azienda di pubblicità. La protagonista si sveglia presto e lavora tutti i giorni fino a tardi, anche le domeniche o i giorni di festa; sfrutta i tempi morti tra le riunioni per fare dei pisolini in ufficio; ha mille cose da seguire, telefonate da fare, impegni da ricordare.
    Quando l’avevo letto la prima volta, anni fa, avevo pensato che mi sarebbe piaciuto avere una vita lavorativa così intensa, faticosa ma soddisfacente. Tutta la parte propriamente shojo (gli innamoramenti, l’incapacità tutta giapponese di non riuscire a dirsi le cose tra innamorati, i palpiti eccetera) non mi interessava; ciò che mi piaceva leggere, in quel manga, era lo sforzo rivolto al lavoro, la tensione a mantenere una professionalità sempre vigile ed una femminilità elegante e precisa.
    Adesso lo rileggo apposta per ritrovare il piacere di quella tensione, ora che la vivo nella realtà.
    Certo, dal vivo è più faticosa che nell’esperienza surrogata della lettura. Ma dà anche vera soddisfazione, invece che lasciare con la struggente malinconia del desiderio.

  • Intensità – 13

    E poi, nel mezzo della fatica degli impegni, in cui sono concentrata su una cosa per farla bene, mentre sono serena che quanto fatto finora sia tutto sufficiente, e corretto, ecco che mi arriva una breve comunicazione che mi notifica un errore. Nulla di grave, o irreparabile. Ma un errore.
    La prima reazione, cui vorrei abbandonarmi, è il pianto. Lo sbattere i piedi, protestare con voce lamentosa e infantile che non è giusto, che ho fatto del mio meglio, che non merito l’essere ripresa.
    Invece, corrugo la fronte e mi rimbocco le maniche. Torno su quanto fatto e rivedo, correggo, sistemo. Anche se sono le dieci e mezza di sera. Anche se volevo solo crollare e dormire.
    Non mollo.
    Non intendo mollare. Mai più.

  • Intensità – 10

    L’orribie, affaticante sensazione del “devo fare tutto io”.
    Quando invece, par alcune cose, non serve che chiedere. Non serve che parlare, dare voce ai pensieri che frullano in testa, che sbattono come mosche incazzate e snervanti sulle pareti del cervello. Basta aprirsi e lasciarle uscire.
    Il tutto che devo fare io è tutto ciò che scelgo di fare; tutto ciò che mi appartiene; tutto ciò che attiene a me stessa e a nessun altro, di cui io sola ho (devo avere) responsabilità. Allora quella responsabilità non è un peso, ma un piacevole fagotto da recare con sé, un abbellimento, un fregio di cui andare orgogliosa.

  • Intensità – 09

    Sto tirando.
    Non voglio smettere; non voglio fermarmi. Ho paura che fermandomi non riuscirò a ripartire, anzi, nemmeno a pensare di ripartire.
    Invece so di dover imparare anche a staccare, a riposare. Oppure mi schianterò.
    Allora adesso vado a letto. A dormire. Me ne scivolo a cuccia, a rannicchiarmi al calduccio (l’impietoso tempo novembrino di questo luglio aiuta nell’immagine). Posso chiudere gli occhi e riposare.
    Posso, davvero? Ebbene, sì. Non avrei potuto fare di più, oggi, o se anche sì – perché si può sempre migliorare, di certo – almeno ho fatto. Quindi è giusto che riposi.
    È giusto? Ho sempre paura di abusare di qualche diritto, di approfittarmi indebitamente delle circostanze. Colpa delle cattive abitudini di pigrizia: abituata a perdere tempo, ogni cosa bella mi è sempre parsa rubata, non meritata.
    Ora che inizio a meritare il difficile è riconoscermelo.
    Intanto, buonanotte.