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  • Dimmi come posso essere brava per te

    Rendimi brava. Giustificami.
    Giustificami nel significato che aveva per Lutero: rendimi giusta.
    Rendi giusto che io esista, che io sia qui, che le cose che faccio vanno bene. Che ho diritto di esistere.

    Se non me lo dici, o se mi dici che non è necessario, che non devo “essere brava”, che vado già bene… non sai il tuffo al cuore; il terrore della perdita di quello che per me è un punto di riferimento, una pietra di paragone: avere chi valida la mia esistenza.

    Perdere questo mi scompensa e allo stesso tempo mi colma di una gioia folle, dello slancio oltre la paura di una corsa sulle montagne russe: la faticosa cremagliera è superata e non c’è più spazio per preoccuparsi. Con il cuore nello stomaco assaporo questa corsa.

  • Ammettere di volere

    Una schiava, si sa, non può dire “voglio”.

    Si mette a disposizione, accoglie ciò che il Padrone le concede (o le impone), anela, supplica, ma non avanza richieste né esprime desideri. Una volta terminata la negoziazione e consegnato il proprio potere, all’interno dei limiti concordati, perde la possibilità di dichiarare la propria volontà. O meglio: smette di averne una. Deve smettere di averne una propria: la sua volontà diventa quella del Padrone.

    Eppure.

    Eppure, quando sono legata, per terra, nuda; mentre tremo e sbavo sul pavimento e attendo con trepidazione la prossima cosa che mi farai; e sono esattamente quella cosa molle e accogliente che anela e supplica e aspetta e non ha volontà se non quella del Padrone; in quel momento ti fermi e mi domandi “Cosa vuoi?”

    Lo detesto, lo detesto con tutte le mie forze. Mi dibatto e spero che tu ci ripensi, che mi farai qualcos’altro e basta, che ti dimenticherai di avermi chiesto questa cosa inopportuna che mi inchioda ai miei desideri e mi umilia. E invece ripeti: “Cosa vuoi?”. Giro la testa, strizzo gli occhi, cerco di scomparire nel pavimento; ma è vero, è vero: voglio che tu mi faccia altre cose, ci sono cose che spero che mi farai. Ma detesto doverlo ammettere, dovermi fare carico di chiederlo, dover dire certe cose: mi vergogno, è umiliante; è tanto più comodo e deresponsabilizzante stare solo a subire senza dover lavorare, senza dovermi sforzare, senza dovermi esprimere se non a gemiti e strilli.

    Nel suo senso più vero, mi sottometti: mi obblighi a fare una cosa che sono riluttante a fare, superi il mio limite e mi porti ad ammettere ciò che desidero, che sì, le voglio tutte quelle cose che faccio finta di non volere, che mi vergogno a chiedere. Mugolo e borbotto la mia risposta e puntualmente mi imponi di ripetere ad alta voce e io sprofondo sempre di più.

    Nel dire “voglio” è il momento in cui mi sento più sottomessa.

     

  • Onirica VIII

    C’è una situazione strana, post apocalittica, è successo qualcosa; non so esattamente cosa ma il mondo è diverso da come lo conoscevamo. Ci sono bande, combattimenti.

    Sto cercando di ritrovare il mio Padrone, che non vedo da tempo, siamo rimasti separati quando è successo quel qualcosa; ho scoperto che lui ora è a capo di un gruppo, o una banda, o una cosa del genere. Devo raggiungere la loro enclave.
    Mio marito mi accompagna in questa ricerca; sappiamo che dobbiamo trovare un modo per entrare, per incontrarlo, che non sarà semplice: dobbiamo trovare un trucco, inventare una storia, o potrebbe essere pericoloso. Guardo mio marito e capisco che ha un’idea, mi dice di fidarmi e di lasciare parlare lui.

    Arriviamo ad una grande arena, una costruzione gigantesca di muratura, con archi e colonne, ed è il posto che cerchiamo; dentro, è come un altro mondo, c’è addirittura un clima diverso, desertico. Sembra Mad Max. Il terreno è sabbioso e dall’ingresso – un enorme arco aperto – si vedono anche gli appartenenti a quel mondo, a quel gruppo: uomini a petto nudo, con gonnellini e fibbie e harness da gladiatori. L’aria tremola per il caldo.

    Mio marito mi guarda e mi dice: farà molto caldo e so quanto il caldo ti dà fastidio. Sei pronta?
    Rispondo: sì, entriamo.

    Attraversiamo l’arco ed entriamo in quell’arena di deserto. Andiamo ai piedi di una torre che si trova lungo le mura: in cima, c’è la terrazza del capo, con concubine e servi e guardie, cibo, bevande e panche per sdraiarsi. C’è un’aria da antica Roma.
    Mio marito mi dà una leggera spinta sulle spalle e capisco che mi devo mettere in ginocchio, così lo faccio: mi metto in Nadu nella sabbia, ma un Nadu leggermente sbagliato, le gambe troppo chiuse, le mani non ben rivolte con le palme in alto: in qualche modo so che è un trucco anche questo, una specie di messaggio in codice per farmi riconoscere. Abbasso la testa e aspetto: ora devo lasciare che parli mio marito, che ci presenti con una storia inventata ma credibile per farci ricevere.

    Dice:
    “Sono un prete, vengo in visita; questa che mi è affidata era la schiava di San Francesco d’Assisi, pertanto vi è vietato di chiamarla con epiteti ingiuriosi. Potete darle il nome che preferite: Vangelo, Eva, Maria, quello che desiderate; ma non insulti. Mi è stata affidata dopo la morte del santo. Vengo per incontrare il capo di questa enclave”.

    Come fosse un film, anche se sono nella sabbia con il capo chino, vedo anche che dall’alto il capo – che è il mio Padrone! è lui! – si sporge leggermente e ci osserva, con gli occhi socchiusi.
    Sento la sua voce (ed è la voce del mio Padrone) che dice:
    “Allora, la chiamerò Chiara, che mi pare appropriato visto che si parla di Francesco”.
    E capisco che mi ha riconosciuta.

    E poi aggiunge, in un bisbiglio per farsi sentire soltanto da me – e non conta che io sia sul terreno e lui in cima alla torre, funziona lo stesso perché è un sogno: “Guardami”.

    Allora alzo lo sguardo, lentamente, lo guardo e annuisco, per fargli capire che l’ho sentito, che l’ho riconosciuto, e che ho capito che anche lui mi ha riconosciuta.
    Ci guardiamo negli occhi e io vedo che è commosso di avermi ritrovato, e anche io lo sono.

    Dà ordine alle guardie di portarci da lui. Mio marito mi guarda e annuisce: ha funzionato. Lo guardo con gratitudine e saliamo sulla torre.

    Mi sveglio con ancora quella sensazione di commozione, di riconoscimento.

  • Collare

    Collare

    Il collare è un simbolo potente, un segno tangibile di appartenenza. E’ per me una conferma, un riconoscimento, un legame.

    C’è stato un tempo, da ragazzina, che me n’ero comprato qualcuno; li mettevo alle feste tra amici, inconsapevole persino di cosa desiderassi, del perché mi attirasse un oggetto simile, del perché volessi indossarlo. Adesso non ne comprerei mai uno per conto mio (anche se talvolta ne vedo di stupendi), né ne indosserei uno a caso. Adesso per me non è solo un oggetto, ma rappresenta un sentire. Un sentire preciso, potente, speciale, legato al Padrone.

    Indossandolo mi sento invincibile. Sono io, completa: di proprietà.

    Ogni volta che ne ho ricevuto uno è stata un’emozione fortissima.
    Nella mia vita ne ho ricevuti quattro, uno da ogni Padrone cui sono appartenuta. Gli altri tre ho potuto conservarli e sono al sicuro, in un mio luogo di memoria.
    Ho ricevuto il collare una volta all’inizio dell’appartenenza come segno di legame, altre volte dopo mesi come segno di conferma. Ne ho ricevuti di comprati presso artigiani, e di comprati al negozio di animali.


    Dopo un anno (compiuto a fine giugno 2020, per la verità) ho ricevuto dal mio Padrone JoyDiv il collare. E’ bianco e nero come i suoi colori. E’ ancora un prototipo: un collare fatto a mano, appositamente, non comprato già fatto in un negozio o in un laboratorio, ma progettato, elaborato, lavorato, è un oggetto che richiede tempo.

    E’ bellissimo, ed averlo ricevuto mi ha riempita di una gioia indescrivibile, un’emozione viscerale e profonda. E’ la prima volta che ne ricevo uno non solo pensato, ma creato per me.

    Privilegio. Gratitudine. Appartenenza.

  • Dove sto bene

    Per quanto duro sia il predicament, per quanto scomoda sia la legatura, per quanto difficile sia restare in equilibrio su due dita di un piede solo; per quanto sia tagliente la dragon, per quanto sia secco il cane, per quanto sia rigida la paletta; per quanto sia doloroso ogni singolo colpo, per quanto sia umiliante ogni posizione, per quanto sia intensa ogni pratica.

    Qui è dove sto bene.

    Legata, bendata, appesa, costretta, battuta. Sto davvero bene.

    Vivo un’intensità incredibile, profonda, sento tutto: ogni singolo millimetro della mia pelle scotta e urla e canta un canto di gola che mi fa ansimare e mi spezza il fiato in singulti e io lo sento. Affondo dentro di me al vibrare del dolore e sono felice.

  • Sguardo rubato

    Stesa a terra, le cosce legate, una appesa al bambù, in alto, l’altra allargata sul pavimento, aperta; mi metti un piede tra le gambe, premi, e la sensazione di essere calpestata mi arriva amplificata.

    Non sono bendata, ma tengo gli occhi chiusi, o giro la testa per tenere lo sguardo basso, spostato: evito di guardarti perché, insomma, non si guarda il Padrone, no?

    Invece, ad un certo punto, oso.

    Apro gli occhi e alzo lo sguardo: cedo al desiderio, alla curiosità di vederti ora, in questo momento, mentre in piedi sopra di me tendi le corde, mi calpesti, mi apri. Per osservarti mentre mi fai male, scoprire come sei. Così oso guardare.

    Hai gli occhi aperti, attenti, così scuri e intensi; tu che li tieni sempre quasi socchiusi, una sottile fessura da cui guardi il mondo senza prenderlo troppo sul serio. Adesso sono così grandi: osservi. E’ attenzione quella che vedo? Cura, precisione, controllo, potere; ma anche piacere, soddisfazione: uno sguardo che non si lascia sfuggire nulla, attento a gestire quello che succede e a farlo succedere, ma anche che si gode ogni dettaglio della tua schiava legata che ansima e geme, il corpo segnato ed esposto. Hai un’espressione così seria, intenta, la bocca socchiusa e le pupille dilatate. Emani intensità.

    Giro di nuovo lo sguardo prima che tu veda che ti sto guardando; rubo questa immagine di te che mi emoziona per la forza che trasmetti.

  • Sound of Silence

    Mi sleghi e sento la testa che gira; sto fluttuando in un altro posto che non è qui dove c’è il mio corpo. Mi richiami ai tuoi piedi e arranco a quattro zampe fino al divano; mi accuccio lì con gli occhi socchiusi. Mi metti un piede sulla schiena e uno sotto la faccia. Lecco.

    E d’improvviso lo sento.

    Un silenzio perfetto.
    Nessun rumore, nessun suono, nulla. Non so da quanto sono lì sotto i tuoi piedi, ma il silenzio mi raggiunge come un’improvvisa consapevolezza.

    Il leggero cigolio del collare di cuoio che si piega al muoversi della mia testa mentre lecco il tuo piede, lentamente. Un tintinnio sordo dell’anello del collare che si sposta. Il suono umido della mia lingua che cola saliva. Suoni infinitesimali che sento adesso che il silenzio è perfetto.

    Mi ronzano le orecchie. Questo silenzio è reale? E’ l’effetto della profondità in cui sono immersa? Mi sento in una bolla, galleggio abbandonata in una pace perfetta dopo le corde, i colpi, gli strilli, il contrarsi dei muscoli, la tensione. Sono qui, in questo momento; chiudo gli occhi, respiro, lecco, sento il silenzio che mi abbraccia e mi culla.

    La mia realtà inizia e termina ai tuoi piedi.

  • Pensieri improvvisi

    Mi spingi a terra; prendi due corde, mi tiri in ginocchio prendendomi per i capelli e inizi a farmi girare la corda intorno al corpo. La corda ad un certo punto si ingarbuglia, o forse c’è un giro sbagliato: disfi con gesti nervosi. Mi scappa da ridere e mi schiaffeggi. Allora mi zittisco e mi concentro, in ascolto. Stringi con forza.

    Mi fai alzare e mi appendi al bambù, il corpo costretto nel tk. Tiri e sono obbligata a stare in punta di piedi. Mi leghi un’altra corda in vita, la passi tra le gambe e la leghi di nuovo in alto; mi sento tagliare in due, preme dove sono sensibile. Ti vedo chinarti davanti a me e so che mi legherai le gambe unite, rendendo ancora più difficile stare in punta di piedi, aggiungendo difficoltà al dolore e dolore alla difficoltà. Unisco già le gambe e infatti me le leghi insieme, stringi subito sopra le ginocchia. (Anche se me l’aspettavo, è dura lo stesso). Ansimo, cerco di mantenere una parvenza di equilibrio, sento la corda che tira sulle braccia, in vita, tra le gambe e ora sulle cosce.

    Avvolgi la corda restante dalla legatura alle gambe e la porti in alto, veloce me la giri ancora intorno alla pancia, sui fianchi, mi stringi la carne dove era già stretta, mi obblighi a stare piegata.

    Penso: ma sei stronzo.

    Il pensiero mi attraversa la mente di colpo, senza che lo abbia voluto pensare, mi sale spontaneo dal dolore e dalla scomodità di questa legatura. Fino adesso quello che mi stavi facendo me lo aspettavo; questo no. Ed è proprio una cosa stronza.

    Ti siedi ad ammirare la tua opera e mi spingi coi piedi per farmi dondolare.

    Io ansimo, gemo, la bocca aperta ad annaspare un’aria che fatica ad entrare nel mio corpo compresso, costretto. Chinata in avanti, tirata in direzioni contrapposte, mi vedo: appesa, in punta di piedi, la carne solcata dalle corde, piegata e obbligata in una posizione scomoda, dolorosa, difficile. Mi sento vibrare e so di essere bagnata.

    Sono spaventosamente consapevole di ogni centimetro teso e dolorante del mio corpo nudo e so che questo corpo lo hai disposto per te.

  • Clic

    Cambia il tono della voce.
    Cambia il tema.

    Mette lì una frase.
    Mette lì una parola.

    Un gesto. Uno sguardo.

    Qualcosa dentro di me fa clic.

    L’interruttore è sempre lì, dentro di me: aspetta solo di essere premuto. E’ un’attesa attiva, attenta: non è inerte come sembra, come credo, come talvolta vorrei.

    A volte preferirei averne maggior controllo; lo tengo al sicuro, nascosto, magari dissimulo, ma non ho realmente il potere di non farlo accendere, o di spegnerlo. Anela ad essere premuto.
    A volte invece penso che si sia guastato, che non funzioni più. Quando sono molto giù, o molto in ansia, sembra inceppato. Eppure non smette mai di funzionare. Magari ci vuole più sforzo, o più bravura, ma può accendersi comunque.

    Quel clic mi fa passare da uno stato di quiete ad un’attivazione profonda: tutto in me si smuove, si rimescola. Il sesso inizia a pulsare, ad aprirsi, agito le gambe, mi inarco, chino un poco la testa, apro la bocca e giro lo sguardo. Arrossisco, forse; sento il sangue affluire alle guance, ai capezzoli, il respiro mi si fa più profondo.

    Basta così poco. Un gesto. Uno sguardo. Quel tono di voce, basso, quella vibrazione.

    Clic.

  • unouno-uno-(venti)uno

    Lo ammetto, riprendere in mano il blog nell’anno nuovo in questa data, giocando sul fatto che ci sono tanti “uno”, è un giochetto alla Coscienza di Zeno. E’ un pretesto, alla fine. Certo, avrei dovuto pubblicare questo post alle 11.11 stamattina, ma ormai è andata.

    Cos’è successo? Cosa sta succedendo? Ma soprattutto: da quanto tempo sta succedendo? Troppo tempo. La pandemia continua, com’è ovvio, eppure questo continuare senza un termine chiaro in vista, con un protrarsi di fatica, di tensione, di restrizioni, sta tirando i nervi a tutti. Anche a me, e da un pezzo; faccio persino fatica a capire quanto i miei stati d’animo siano appesantiti da tutto questo, fatico a riconoscere gli effetti, da tanto sono persistenti.
    Non ho mai visto il mio divano e casa mia così tanto come nel 2020; ho pranzato in giardino più volte che in tutti gli anni precedenti; ho provato paura, ansia, fatica, malessere e speranza. Ho fatto il punto della mia vita – non credo di essere granché speciale, ho idea lo abbiano fatto più o meno tutti. Ho perso dieci chili, ripreso a seguire corsi, sto cercando un nuovo lavoro.

    Ho voglia di scrivere.

    Sento le sensazioni scorrermi sotto la pelle; il desiderio dell’impatto, delle corde, di trovarmi finalmente in un dolore e in una fatica che conosco, che mi rimettono insieme, che mi ricongiungono con il mio corpo, che mi fanno sentire piacere oltre il dolore. Appesa per una sottile corda, costretta in punta di piedi, le braccia dietro la schiena, le gambe unite e tu che mi giri intorno, che stringi una corda, ne allenti un’altra, mi strizzi i capezzoli, mi colpisci le carni rese sensibili dalla compressione. Tu che mi riporti a me, che mi fai scendere nel mio e mentre mi aiuti a risalire mi fermi e mi lasci indulgere ancora un poco nel dolore che mi doni.
    Ansimo sul pavimento e sono finalmente lontana dalla fatica quotidiana, abbandonata a una sofferenza che amo.

    Mi riallinei a quella parte di me che è il mio fulcro. Lo sento. Lo vivo.

    Ho voglia di raccontarlo.