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Tag: lavoro

  • Voglia di avere voglia

    Sono così stanca.

    Arrivo a sera stravolta, accartocciata. La necessità persistente di mantenermi attiva, attenta, concentrata durante il giorno, di destreggiarmi tra le innumerevoli richieste al lavoro (e anche extra lavoro), mi nutre e mi distrugge. Mi piace riuscire a fare tutto, ma quando finisce la giornata sono finita anche io.

    In questo affaticamento la mia libido si abbassa a livelli di sussistenza. Non ho le energie per avere voglia, così mi iberno.

    C’è però una voglia che non smetto mai di sentire, ed è la voglia di avere voglia.

    Mi manca sentire il desiderio, la spinta che da dentro mi scioglie e mi contrae; ho voglia di struggermi, agognare, stringere le cosce, inarcarmi e sospirare. Ho voglia di sentire quella voglia pervadermi e rendermi calda, attraversarmi ad ondate alterne di piacere negato e soddisfatto, riempirmi fino a traboccare e aprirmi come un frutto maturo.

    Mi infilo sotto le coperte e, mentre mi abbandono ad un sonno ristoratore, mi cullo in questa strana voglia traslata, dolce e malinconica come la nostalgia.

  • Lavorare

    Lavoro in un ambiente maschile. Ho due sole colleghe donne, che si occupano della parte amministrativa dell’azienda. Tutti i colleghi con cui collaboro per il lavoro effettivo sono uomini.

    Lo ammetto: ci sguazzo.

    Mi piace il lavoro che faccio e stimo i miei colleghi. Poi, inevitabilmente, la mia fantasia deraglia e sposta i miei pensieri involontari in uno spazio in cui mai mi sognerei di andare davvero. Il mio essere profondamente MaleDom, il sentire così tanto il senso di dominazione maschile, mi porta in fantasticherie del tutto incontrollabili sui miei capi e colleghi.

    Non tutti, s’intende. Ma su quelli che percepisco più carismatici, più di polso, senz’altro.

    Così, mentre seguo la formazione, o mentre mi spiegano un passaggio, o mentre li osservo al lavoro con gli altri colleghi o coi clienti, una frazione della mia mente scodinzola, fantastica, produce flash di immagini piuttosto pornografiche che per un istante mi distraggono, prima di rientrare nell’alveo della realtà e tornare concentrata, senza lasciare trasparire all’esterno il benché minimo segnale di una simile interferenza.

    Non è mia intenzione fare alcunché con nessuno di loro, né cercare di sedurli o scemenze del genere, ci mancherebbe. E’ solo la mia mente deviata che si diverte a fantasticare, ad indulgere nelle percezioni che mi sorgono dai miei bassi istinti di sottomissione.

    Naturalmente, quello che più mi scatena queste deviazioni di pensiero è il più competente e scostante di tutti. Educami e trattami male <3

  • Valore

    Talvolta tutta la fatica è dovuta al solo fatto che ricerco l’assoluto.

    Talvolta ragiono ancora pensando che se qualcosa (qualsiasi cosa) non è totale allora non è nemmeno minimamente abbastanza. Invece forse la cosa più preziosa che ho imparato durante il lockdown è stata la three minutes rule: se non ho tempo (o voglia, o altro) per fare un’ora di esercizio (o scrittura, o altro), posso farne tre minuti. Come, tre minuti, ma è pochissimo, dovrei fare un’ora! Ma non ce l’ho un’ora, così quello che faccio è rinunciare del tutto. Invece: meglio tre minuti di zero. Meglio poco che nulla. Meglio un risultato parziale di nessun risultato. Meglio l’imperfezione di una perfezione inarrivabile.

    Quando allora accetto che il valore che vorrei per me stessa non sia assoluto, ma relativo, allora sto bene. Il mio valore non è assoluto: è mio, e questo è tutto ciò che conta.

  • Il valore di quello che hai già

    Me lo spiega così il responsabile acquisti che ha bisogno di un’estrazione di dati del magazzino: se ha già in magazzino le quantità necessarie di quello che dovrà spedire ai clienti entro il mese, qual è il valore di quella merce? Quanto vale quello che hai già?

    Per un attimo mi sospendo. Un pensiero mi attraversa. Mentre mi riprendo e mi metto a spiegargli come estrarre quel dato nel programma, lascio che quel pensiero mi galleggi nel fondo della mente, aspetto che sedimenti.

    Qual è il valore di quello che ho già? Conosco davvero le mie giacenze? Sono consapevole di ciò che ho – e non dico solo le cose materiali, naturalmente, e nemmeno solo le relazioni che ho in essere. Ma le mie risorse, le mie capacità, i miei pregi (ma anche i difetti), le cose piccole ma buone, le nozioni che ho imparato, le memorie che conservo, i pensieri che penso. Tutte queste cose, che indubbiamente mi appartengono, hanno valore, anche se spesso non ci penso, o finisco per focalizzarmi invece su ciò che mi manca, su quello che dovrò acquisire o che penso mi sarebbe necessario.

    Ma io ho già delle cose. E per averle le ho pagate, con la fatica e il sudore e le lacrime, anche, talvolta. Qual è il valore di quello che ho già, per me? A questo voglio pensare. È questo un dato che desidero estrarre da me, perché mi è importante e utile conoscerlo.

    Perché quel valore esiste ed è più alto di quello che penso.

  • Cambiamenti

    E’ sempre così: quando avviene qualche cambiamento nella vita quotidiana, poi è dura riallineare tutto il resto. Per usare un termine tecnico: è un casino.
    Cambio di lavoro: un corso di aggiornamento, due ore al pc ad aggiornare il curriculum, quattro per il profilo LinkedIn abbandonato da secoli; ritrovare una routine, degli orari, un’organizzazione.
    Mezz’ora a fissare il template di WordPress che mi fissa di rimando, bianco. Poi la rinuncia: vado a letto, ci penserò domani. E poi domani è un casino da capo.
    Cercare, ritrovare il tempo per scrivere, per pensare. Per vivere ogni parte del mio essere. Un tempo che pare essersi nascosto tra le pieghe delle giornate, come un paio di mutandine tra le lenzuola. Che le trovi solo quando stendi i panni al davanzale, perché immancabilmente sbucano fuori dal nulla e precipitano di sotto, e ti tocca scendere in ciabatte per andare a recuperarle.
    Lo stesso capita con altre cose.
    Adesso sono in quel momento: in ciabatte, un po’ sbuffo perché non ho voglia di scendere, anche se sono le mie mutandine preferite; so che poi dovrò per forza lavarle di nuovo, e magari ci vorrà altro tempo prima di poterle rimettere… ma indossarle mi fa sempre piacere, alla fine. E sono contenta che siano saltate fuori, anche se non ci avevo più pensato e forse non avevo nemmeno notato che mancavano.
    Vado, così poi faccio il bucato.

  • Troppe vite

    Chi sono io?
    In base a cosa definisco me stessa? In base a ciò che amo fare, o a ciò che faccio effetivamente, o in base a ciò che sento, che vorrei, cui aspiro, eccetera? In base al mio ruolo sociale? Ma quale dei tanti?
    Sono donna, moglie, slave, amica, collega.
    Sono chi sono al lavoro, a casa, in dungeon.
    Solo che poi succede che mentre sono in cucina penso alla riunione dell’indomani, mentre sono in ufficio penso alle fruste, mentre sono legata e bendata penso al bucato da fare.
    Si crea un corto circuito tra le tante, troppe me stessa che sono. Eppure non potrei rinunciare a nessuna di loro: la totalità di esse definisce la mia unicità. Ma essere così tante persone mi tramortisce. Non riesco mai ad essere tutto contemporaneamente – così, spesso mi sento di vivere una bugia. Di non riuscire ad essere totalmente sincera, totalmente IO.
    Allora in questa sensazione di scollamento inizio a indulgere in cose che mi facciano pensare ad altro; inizio a mangiare, a mentire. Perché se tanto non posso essere del tutto sincera nel vivere la mia totalità, tanto vale dire qualche bugia per rilassarmi, no?
    No: sto solo peggio. Non sono chi sono e mi allontano sempre di più da me.
    Vorrei rannicchiarmi sotto le coperte e dormire, sognare altro. Vorrei smettere di fare finta che vada tutto bene; ammettere che qualcosa non va e riallinearmi a me stessa. Fare in modo che in ogni aspetto io possa essere vera e completa.
    Sembra così facile ed ultimamente mi è così impossibile.

  • Coinvolgente vs pervasivo

    Se io sono coinvolta, porto me stessa dentro ciò che viene fatto; la mia individualità è allora un valore aggiunto riconosciuto.
    Se sono invece pervasa, è la cosa esterna che mi riempie; la mia personalità diventa qualcosa da azzerare e sostituire con altro.
    Per questo un lavoro pervasivo distrugge. Non permette di staccare la testa, arrivano telefonate ed email a tutte le ore del giorno e della notte, tutti i giorni. Viene preteso che si viva per lavorare, non viene concesso alcuno spazio individuale al di fuori dei confini tracciati da altri.
    Invece chiacchierare una domenica pomeriggio di lavoro non è pesante quando in quel lavoro l’apporto individuale è esattamente ciò che viene più riconosciuto e valorizzato. Quando il lavoro coinvolge e non travolge diventa parte della propria vita, non qualcosa che la cancella.
    Allora in fondo alla fatica resta il dolce sentimento della gratitudine.

  • Credo

    Quanto credo nelle cose che faccio?
    Perché, se non ci credo io per prima, non ha molto senso farle, non è vero?
    Lavorare in un’azienda fortemente etica, con un coinvolgimento enorme alla cultura aziendale, significa crederci durissimo. Doverci credere, forse. Volerci credere, di sicuro.
    Ma il concetto si applica altrettanto bene alla vita in generale, alle scelte che compio anche ogni giorno.
    Ovvio che posso anche non credere nello yogurt di soia, al momento di sceglierlo al supermercato; ma in generale credere nelle proprie scelte, nelle proprie azioni, serve. Dà loro un senso.
    Se poi si rivelano sbagliate, è giusto riconoscerlo e rivederle, per un miglioramento continuo; ma permane l’importanza di continuare a credere in se stessi.
    E io, quanto ci credo?

    Sto imparando ora a crederci.
    Fare le cose tanto per fare no, grazie. Non più.

  • Intensità – 25

    Mi piace mettere in ordine; alzarmi, prendere abiti ed oggetti sparsi per casa, piegarli, chiuderli e rimetterli al loro posto. Mi dà un senso di serenità, mi calma. Rimetto ordine il soggiorno come fosse la mia vita.
    A volte non ci vorrebbe poi tanto, a mantenere ordinato: invece di posare questa cosa lì, per terra, di buttarla malamente sul divano, invece di appoggiarla sul tavolo potrei fare tre metri in più, aprire un cassetto e riporla al suo posto.
    A volte quei tre metri in più sembrano impossibili da superare. Ma come, è tutto il giorno che fatico e vuoi che vada fin là?!
    Così le cose fuori posto si accumulano, fino a che tutto non mi pare un caos terribile ed ingestibile.
    Allora mi alzo e prendo il primo di questi oggetti; lo pacifico e pacifico me stessa nel riportarlo dove deve stare. Poco alla volta la casa si calma, e anch’io. 
    Un’altra piccola, piacevole fatica.

  • Intensità – 22

    Intensità è anche competenza.
    Quando mi si presenta un problema, una difficoltà, che sia tecnica o di lavoro, la mia prima reazione è spesso di sconforto. Un attimo dopo, mi rimbocco le maniche e cerco una soluzione.
    Nel momento in cui mi appoggio allo schienale della sedia, picchiettandomi le labbra con la penna, la fronte corrugata, sento gli ingranaggi girare nella mia testa.
    In quel momento, non ho più paura; sono proiettata verso la soluzione, anche se ancora non la vedo. Sono tesa in una tensione attiva, attenta, ricettiva. Espando me stessa nel mondo e assorbo tutto ciò che può essere utile: esploro, navigo, ricerco.
    Nel farlo imparo innumerevoli cose. Utili alla situazione contingente o meno, acquisisco conoscenze che incamero ed archivio. So che un giorno potranno servirmi.
    Per questo assaporo le difficoltà: per tutte le competenze che mi donano.