Cambiamenti

E’ sempre così: quando avviene qualche cambiamento nella vita quotidiana, poi è dura riallineare tutto il resto. Per usare un termine tecnico: è un casino.
Cambio di lavoro: un corso di aggiornamento, due ore al pc ad aggiornare il curriculum, quattro per il profilo LinkedIn abbandonato da secoli; ritrovare una routine, degli orari, un’organizzazione.
Mezz’ora a fissare il template di WordPress che mi fissa di rimando, bianco. Poi la rinuncia: vado a letto, ci penserò domani. E poi domani è un casino da capo.
Cercare, ritrovare il tempo per scrivere, per pensare. Per vivere ogni parte del mio essere. Un tempo che pare essersi nascosto tra le pieghe delle giornate, come un paio di mutandine tra le lenzuola. Che le trovi solo quando stendi i panni al davanzale, perché immancabilmente sbucano fuori dal nulla e precipitano di sotto, e ti tocca scendere in ciabatte per andare a recuperarle.
Lo stesso capita con altre cose.
Adesso sono in quel momento: in ciabatte, un po’ sbuffo perché non ho voglia di scendere, anche se sono le mie mutandine preferite; so che poi dovrò per forza lavarle di nuovo, e magari ci vorrà altro tempo prima di poterle rimettere… ma indossarle mi fa sempre piacere, alla fine. E sono contenta che siano saltate fuori, anche se non ci avevo più pensato e forse non avevo nemmeno notato che mancavano.
Vado, così poi faccio il bucato.

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Troppe vite

Chi sono io?
In base a cosa definisco me stessa? In base a ciò che amo fare, o a ciò che faccio effetivamente, o in base a ciò che sento, che vorrei, cui aspiro, eccetera? In base al mio ruolo sociale? Ma quale dei tanti?
Sono donna, moglie, slave, amica, collega.
Sono chi sono al lavoro, a casa, in dungeon.
Solo che poi succede che mentre sono in cucina penso alla riunione dell’indomani, mentre sono in ufficio penso alle fruste, mentre sono legata e bendata penso al bucato da fare.
Si crea un corto circuito tra le tante, troppe me stessa che sono. Eppure non potrei rinunciare a nessuna di loro: la totalità di esse definisce la mia unicità. Ma essere così tante persone mi tramortisce. Non riesco mai ad essere tutto contemporaneamente – così, spesso mi sento di vivere una bugia. Di non riuscire ad essere totalmente sincera, totalmente IO.
Allora in questa sensazione di scollamento inizio a indulgere in cose che mi facciano pensare ad altro; inizio a mangiare, a mentire. Perché se tanto non posso essere del tutto sincera nel vivere la mia totalità, tanto vale dire qualche bugia per rilassarmi, no?
No: sto solo peggio. Non sono chi sono e mi allontano sempre di più da me.
Vorrei rannicchiarmi sotto le coperte e dormire, sognare altro. Vorrei smettere di fare finta che vada tutto bene; ammettere che qualcosa non va e riallinearmi a me stessa. Fare in modo che in ogni aspetto io possa essere vera e completa.
Sembra così facile ed ultimamente mi è così impossibile.

Coinvolgente vs pervasivo

Se io sono coinvolta, porto me stessa dentro ciò che viene fatto; la mia individualità è allora un valore aggiunto riconosciuto.
Se sono invece pervasa, è la cosa esterna che mi riempie; la mia personalità diventa qualcosa da azzerare e sostituire con altro.
Per questo un lavoro pervasivo distrugge. Non permette di staccare la testa, arrivano telefonate ed email a tutte le ore del giorno e della notte, tutti i giorni. Viene preteso che si viva per lavorare, non viene concesso alcuno spazio individuale al di fuori dei confini tracciati da altri.
Invece chiacchierare una domenica pomeriggio di lavoro non è pesante quando in quel lavoro l’apporto individuale è esattamente ciò che viene più riconosciuto e valorizzato. Quando il lavoro coinvolge e non travolge diventa parte della propria vita, non qualcosa che la cancella.
Allora in fondo alla fatica resta il dolce sentimento della gratitudine.

Credo

Quanto credo nelle cose che faccio?
Perché, se non ci credo io per prima, non ha molto senso farle, non è vero?
Lavorare in un’azienda fortemente etica, con un coinvolgimento enorme alla cultura aziendale, significa crederci durissimo. Doverci credere, forse. Volerci credere, di sicuro.
Ma il concetto si applica altrettanto bene alla vita in generale, alle scelte che compio anche ogni giorno.
Ovvio che posso anche non credere nello yogurt di soia, al momento di sceglierlo al supermercato; ma in generale credere nelle proprie scelte, nelle proprie azioni, serve. Dà loro un senso.
Se poi si rivelano sbagliate, è giusto riconoscerlo e rivederle, per un miglioramento continuo; ma permane l’importanza di continuare a credere in se stessi.
E io, quanto ci credo?

Sto imparando ora a crederci.
Fare le cose tanto per fare no, grazie. Non più.

Intensità – 25

Mi piace mettere in ordine; alzarmi, prendere abiti ed oggetti sparsi per casa, piegarli, chiuderli e rimetterli al loro posto. Mi dà un senso di serenità, mi calma. Rimetto ordine il soggiorno come fosse la mia vita.
A volte non ci vorrebbe poi tanto, a mantenere ordinato: invece di posare questa cosa lì, per terra, di buttarla malamente sul divano, invece di appoggiarla sul tavolo potrei fare tre metri in più, aprire un cassetto e riporla al suo posto.
A volte quei tre metri in più sembrano impossibili da superare. Ma come, è tutto il giorno che fatico e vuoi che vada fin là?!
Così le cose fuori posto si accumulano, fino a che tutto non mi pare un caos terribile ed ingestibile.
Allora mi alzo e prendo il primo di questi oggetti; lo pacifico e pacifico me stessa nel riportarlo dove deve stare. Poco alla volta la casa si calma, e anch’io. 
Un’altra piccola, piacevole fatica.

Intensità – 22

Intensità è anche competenza.
Quando mi si presenta un problema, una difficoltà, che sia tecnica o di lavoro, la mia prima reazione è spesso di sconforto. Un attimo dopo, mi rimbocco le maniche e cerco una soluzione.
Nel momento in cui mi appoggio allo schienale della sedia, picchiettandomi le labbra con la penna, la fronte corrugata, sento gli ingranaggi girare nella mia testa.
In quel momento, non ho più paura; sono proiettata verso la soluzione, anche se ancora non la vedo. Sono tesa in una tensione attiva, attenta, ricettiva. Espando me stessa nel mondo e assorbo tutto ciò che può essere utile: esploro, navigo, ricerco.
Nel farlo imparo innumerevoli cose. Utili alla situazione contingente o meno, acquisisco conoscenze che incamero ed archivio. So che un giorno potranno servirmi.
Per questo assaporo le difficoltà: per tutte le competenze che mi donano.

Intensità – 19

Non voglio che il tempo per me stessa sia tempo perso.
Mi spiego.
Quando sono molto stanca mi spengo; comincio a guardare webcomic online, a scorrere facebook, a leggiucchiare riviste e fumetti già letti e riletti. Scendo in uno stato di apatia, da spettatore passivo. Quando mi riprendo mi resta addosso l’orribile, untuosa sensazione di avere perso tempo. Non mi sento riposata né soddisfatta, anzi, divento nervosa e mi sale l’ansia di aver sprecato tempo prezioso in cui avrei potuto fare qualcosa di bello, utile, significativo.
Vivendo una vita intensa, quello che ora desidero è sperimentare un riposo attivo. Immergermi in attività che mi stimolino, che mi diano soddisfazione, gusto, piacere, soprattutto mentale. Di modo che una volta fatte io abbia la percezione di pienezza data dal sapere di avere ottenuto qualcosa da quel tempo, qualcosa di significativo. Anche di piccolo, certo, ma nel suo piccolo importante: riposo, conoscenza, divertimento.
Allora davvero potrò sentirmi riposata del riposo del giusto.