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Tag: obbedienza

  • Ego booster

    Mi sono sempre sentita in dovere di fare da ego booster per ogni Padrone cui sono appartenuta.

    Attraverso il mio comportamento, il mio supporto, il mio servizio mi sono impegnata a farlo sentire un dio in terra, trasmettergli ammirazione, senso di potenza, di bravura, di capacità sovrumane. Dire solo cose positive, riflettergli sempre solo il suo lato migliore.

    Credo (ad un livello inconscio) che sia dovere della schiava essere una cheerleader incondizionata del Padrone. Non potrei mai contraddirlo in pubblico, e alla fine non lo faccio nemmeno in privato.

    Se mi è capitato di essere in disaccordo o di non approvare o apprezzare certe opinioni o prese di posizione del Padrone (e mi è capitato), ho sempre fatto finta di niente nonostante un sottile senso di disagio; se interrogata ho risposto con giri di parole, ho sorriso e chinato il capo e lasciato che la mia disapprovazione sedimentasse e si palesasse solo una volta terminata la relazione.

    Come si fa a essere in disaccordo col Padrone e dirglielo?
    Con che faccia potrei mai rispondergli a tono e dire “no guarda, no”?

    Come potrei dirgli che in realtà non è stato così bravo o che in realtà non sono contenta? Oltretutto una schiava dovrebbe sempre essere contenta, perché lo è della soddisfazione del Padrone, se non della propria.

    Eppure una cosa che ho imparato è che ogni Padrone, per quanto eccellente, è anch’egli umano e in quanto tale imperfetto, non onnisciente né onnipotente, e non sa leggere nel pensiero. E’ anch’egli (che scandalo!) fallibile.

    La mia delusione allo scoprirne l’umana debolezza è totalmente autoprodotta dall’illusione in cui ho voluto credere: che fosse Perfetto. Che dovesse essere Perfetto.

    Il risentimento che posso aver provato per questa fallibilità è inappropriato e ingiusto; ma forse, in parte, giustificato dal fatto che ogni Padrone ha sempre avuto gusto ad indulgere in quel booster che offrivo, cullandosi in quel senso di potenza. E vederlo bearsi mi confermava nel sentirmi una brava schiava.

  • Quando mi tratti così

    Mi piace che sei silenzioso in sessione, non parli molto. Mi dici poche parole, precise, taglienti, che mi trattengono nel mio mondo, dove riesci a mandarmi con il tono della voce tanto quanto con ciò che mi fai. A volte sussurri ad un volume talmente basso che non capisco esattamente cosa mi dici: sento solo un bisbiglio, con quel tono che riconosco, e non so mai se fingere di aver capito o se chiedere di ripetere, per favore.

    Mi chiami con epiteti. Mi ordini di fare cose. Mi chiedi di rispondere a domande che mi umiliano e mi imbarazzano.

    Ma quando mi tratti così – come la tua cagna, nuda a terra, sbavante e con gli occhi bassi – quando mi tratti così non c’è solo il mio sesso che si bagna, ma anche il mio cuore che si smuove, la mia anima che freme.

    Quando mi tratti così tremo, vibro, mi vergogno, vorrei forse nascondermi, corrugo la fronte, chiudo gli occhi, distolgo il viso, abbasso la testa, mi rannicchio, mi curvo, mi chino, mi mordo le labbra e faccio smorfie, mugolando la mia sofferenza.

    Quando mi tratti così, sono felice.

  • Ubbidire

    Se lo chiedi a me, ti dico che ubbidire è bello.

    Ma bisogna volere bene a chi ti dà gli ordini, volere il suo bene; altrimenti non funziona.

    E anche viceversa: è necessario che chi dà ordini ti voglia bene.

    E ancora di più: bisogna sapere che chi ti dà gli ordini ti vuole bene, esserne consapevoli sempre, e fargli sentire che nell’obbedienza gli vuoi bene.

  • Regole

    Agli inizi del mio percorso nel BDSM anelavo ad una struttura molto rigida. Avere struttura mi rassicurava, mi dava il forte senso di appartenere, di essere sottomessa. Sapevo di dovere obbedire e questo mi sollevava dall’ansia della responsabilità (in quegli ambiti, ovviamente). C’era chi decideva per me, chi si prendeva cura di me: bastava affidarsi, obbedire. 

    Nella struttura il mio cuore si placava e mi sentivo al sicuro. Mi sentivo nel giusto. Spariva la paura di dover decidere e quindi di poter sbagliare. 

    Il mio primo Padrone mi fece firmare un contratto con delle regole, che tenevo appese in camera per ricordarle sempre. Anche gli altri Padroni mi diedero regole, codici di comportamento, formalità. Mi tolsero libertà e misero sotto il loro controllo alcuni aspetti, sempre o in determinati momenti. Più questi ordini erano pervasivi e si applicavano in ogni momento più mi sentivo posseduta e sottomessa, che fossimo insieme o meno, che fossi in sessione o al lavoro.

    Poi le regole iniziarono a starmi strette. 

    Insoddisfatta di alcune cose, iniziai a provare insofferenza per quelle che iniziavo a sentire come limitazioni, e non prove di sottomissione. 

    Il vincolo all’obbedienza era sempre stato dentro di me, un vincolo intimo, potente, legato alla relazione, al senso di appartenenza, alla compiacenza verso il Padrone e al senso di liberazione dal peso della responsabilità della libertà. Venuto meno quello, mi trovavo spaesata, perduta, senza punti di riferimento e senza avere costruito la capacità di gestirmi in autonomia. 

    Adesso sono refrattaria alle regole. 

    Una parte di me le desidera, come sempre, per avere un recinto sicuro entro cui muovermi, entro cui sapere di essere brava. Ma ho sofferto talmente tanto per questo, per aver cercato di scansare la responsabilità di me stessa, che non voglio che succeda più. Accetto ed affronto la fatica di gestirmi. E accolgo con gratitudine l’abbandonarmi in sessione.

  • Le ferite che ci infliggiamo

    In seguito ad incontri e confronti che ho avuto nella community poli e bdsm mi è sorta questa riflessione, che ho impiegato parecchio a mettere in ordine nella mia testa e a scrivere.

    Una delle basi imprescindibili di un rapporto D/s (come di ogni altro, ma qui è enfatizzato) è il consenso: le parti entrano in un rapporto di scambio di potere previo consenso libero, informato, entusiasta, come si dice. La parte sottomessa acconsente liberamente a cedere alla parte Dominante il proprio potere, ovvero la propria libertà, volontà, capacità decisionale, entro i limiti concordati, che possono essere più o meno ampi, conformemente a quanto viene negoziato prima dell’inizio del rapporto.
    Poi, nel corso della relazione, sarebbe bene rinegoziare, ogni tanto. Verificare che tutto stia andando bene, che i limiti siano ancora quelli giusti (in caso stringere o allargare), eccetera.

    Sono queste cose risapute, condivise, anche se non sempre così bene applicate; perché si sa, sulla teoria siamo tutti ferratissimi, ma nella pratica talvolta alcune cose scivolano, perché sono noiose, lunghe, ovvie, ne abbiamo già discusso, non serve parlarne.
    In questo caso è (relativamente) facile accorgersi che qualcosa non va come dovrebbe. Se uno dei due sente che c’è una cosa di cui si dovrebbe parlare, perché stona, o non torna, o semplicemente sente di averne bisogno, bisognerebbe appunto parlarne, e se la controparte si scansa, beh, è una red flag, come si dice in gergo: un segnale di pericolo.

    Ci sono altre situazioni, però. Meno facili da individuare, meno chiare, meno nette; più liminali, sottili. Le bandiere non sono rosse, qui; forse ci sono ma sono di altri colori e non si individuano così facilmente; o forse non ci sono, perché non ci sono persone che si comportano male o con malizia.

    Succede allora che ci infliggiamo ferite e non sappiamo come.

    Una volta entrati nelle profondità del D/s ci si trova in un mondo caldo, liquido. Un mondo sotterraneo di desideri, sensazioni, emozioni viscerali.
    Una volta ceduto il potere ci si sente meravigliosamente; ci si sente al proprio posto, accompagnate, protette, gestite: senza responsabilità. L’unico obiettivo diventa soddisfare il Padrone, ed è molto bello.
    Allora, però, dove va a finire la negoziazione? Se si parla, si riesce a parlare? Si riesce a comunicare chiaramente, sinceramente? Intendo: si riesce a dire la propria verità senza che questa venga sovrascritta dal compiacere il Padrone?
    (Avevo anche tradotto e pubblicato qui un articolo che ne parlava, su come comunicare mantenendosi sottomessi.)

    Nella mia esperienza, in passato, ho vissuto alcuni momenti in cui, estremamente coinvolta nel D/s, profondamente sottomessa, nella comunicazione io non ho dato un consenso entusiasta, quanto piuttosto un’obbedienza entusiasta.

    Le due cose si assomigliano molto, a un livello di percezione. Ero convinta del mio sì. Nessuno mi ha forzata né manipolata. Ma in me ardeva un desiderio feroce di soddisfare il Padrone; dunque, il mio consenso era libero, visto che io non lo ero?
    Vivendo il D/s con così tanta forza, questa questione diventa spinosa, liminale, complessa. Ovviamente non si applica ad ogni relazione in ambito BDSM. Ma per chi lo vive con un coinvolgimento molto forte, può diventare un problema.

    In tutto questo, che responsabilità può avere la parte Dominante? Come si dice spesso: un Dom, per quanto bravo, non può leggere nel pensiero, ed è vero. Se chiede consenso e questo viene dato, quali strumenti ha per capire se è sincero o no? O meglio: per capire se è libero o guidato dall’obbedienza? Perché quanto a sincerità, essa è indubbia; ma nella testa del sub l’obbedienza è una forza trainante, potente, che sovrascrive ogni altra. Non si può affermare né che la sub abbia mentito nel dare il consenso, né che il Dom lo abbia estorto. E’ la dinamica stessa in cui vivono a complicare la questione. Però, questa sovrapposizione può portare, soprattutto a posteriori, a dispiaceri, sensazioni di tradimento, ostilità, recriminazioni. Da una parte come dall’altra.

    Io so di avere dato talvolta un’obbedienza sincera invece che un consenso sincero. Ma so che ero sincera. Ho sofferto? Sì. Posso dare colpe al Padrone? No.

    Credo che ci voglia una consapevolezza immensa: di sé, della controparte, della dinamica e dei suoi anfratti, e quindi dei suoi pericoli – non solo quelli fisici, legati alle pratiche, ma soprattutto quelli emotivi, legati alla relazione. Parlare di sicurezza in relazione alle pratiche è facile; alle emozioni, difficilissimo. E’ una discussione da fare anche a livello di community, sicuramente.
    Non sono sicura che si possa evitare del tutto questo pericolo, questa confusione tra consenso ed obbedienza; ma sarebbe meglio esserne consapevoli e riuscire a creare uno spazio di comunicazione il più possibile sicuro e paritario anche nel D/s più verticale.

    E questo non significa solo responsabilità da parte del Dom di accogliere questa comunicazione, ma anche responsabilità del sub di darla, di conoscere il proprio desiderio di compiacere, soddisfare, obbedire e non farsene guidare in questi momenti.

  • I nove punti

    Oggi è un anno che ho ricevuto il collare.
    Trovo ironico che oggi sia il giorno in cui la mia relazione viene limitata.

    Sono terrorizzata. Sapevo che dovevamo parlare (“dobbiamo parlare”, a chi non fa paura? a me sì), e anche che Lui, per la Sua relazione con la Sua compagna, aveva ritenuto corretto mettere dei limiti alla nostra, dei confini. Per proteggere la Sua relazione primaria. Una relazione sentimentale e BDSM. Oggi avrei saputo quali.

    Sono gelosa?
    Sono stata gelosa?
    Sì, tanto. Invidiosa, anche. Ero stata vigliacca, paurosa. Trattenuta. Lei invece è un fiume in piena.
    Ma io so che la gelosia è un problema personale, privato, che appartiene in tutto solo alla persona che la prova. Un problema mio. Non ho fatto ricatti, richieste, capricci. Almeno, spero di non avere fatto scenate. Chissà: si perde lucidità. Ma ho lavorato su me stessa, riflettuto; mi sono centrata come schiava. Sottomettermi, accettare. Questo è il volere del Padrone. Fare mio il desiderio del Padrone, per rendere la Sua soddisfazione l’unica cosa davvero importante: non è così, forse?

    E poi, parlare con il Padrone è fantastico.
    E’ successo in passato che gelosie e limitazioni avessero danneggiato il mio rapporto D/s. Ma erano cose non dette, non esplicitate, che sentivo ma che non capivo, nessuno ne parlava, nessuno comunicava. Adesso, invece, è tutto alla luce del sole. Ed è sinceramente stupendo.
    Ci parliamo. Mi spiega. Ci confrontiamo. Mi spiega i nove limiti che vengono imposti. Capisco, accetto, la comunicazione fluisce, c’è sincerità, onestà, trasparenza. E’ un vero rapporto.

    E infine decido: decido di restare, di essere ancora la Sua cagna.

    Mi colpisce, mi usa la bocca, mi tiene a terra con una mano sulla testa.
    “E’ questo il mio posto, Padrone”, gli dico.
    “E ci stai proprio bene”, mi dice.

    Nei giorni seguenti, mi limita ancora. Mette sotto il Suo completo controllo il mio piacere.
    Io pulso, perché sono schiava, e venire controllata mi fa sentire bene. Ogni regola, ogni divieto, ogni imposizione sono parti di me che si sottomettono.

    Nel mio cuore regna la pace.

  • Weekend perfetto di appartenenza

    Domenica mattina. Mi giro verso di Lui.
    Lui allunga il braccio verso di me; io mi accosto, sorrido, penso che mi voglia abbracciare, stringere a sé.
    Invece, mi afferra di colpo per i capelli e mi spinge con forza la testa in basso, me lo fa prendere in bocca.

    Un tuffo al cuore; la sensazione è di sogno infranto. Mi aspettavo tenerezza, invece sono stata usata.
    Ed è una sensazione bellissima: sono Sua, sono una cosa, sono lì per servirlo, sono a Sua disposizione per quello che vuole. Gli appartengo. La frattura improvvisa, violenta, tra la mia aspettativa e il Suo agire mi dà i brividi: brividi che scorrono in me in profondità, brividi che riconosco. Lo sento.

    Mi muove su e giù, poi mi sbatte via. “Questo sì che è un buongiorno, kat”, dice.
    Io annuisco e vado a preparare il primo caffé.

    Cammino a mezzo metro da terra, felice come mai, nel vivere questo weekend con il mio Padrone.

  • Cena

    Servo in tavola i Loro piatti, poi il mio.
    Lui lo prende e inizia a tagliuzzare il pollo in piccoli pezzetti, per poi mescolarlo col riso bianco fino a farne un pastone. Lo guardo e sorrido, mentre Lady Rheja mi prepara la cuccia a terra. Sono contenta di mangiare ai Loro piedi, non è la prima volta che succede; aspetto serena il momento in cui il Padrone poserà sul pavimento il mio piatto.
    Invece, dal nulla tira fuori una grossa ciotola di metallo e ci versa dentro il cibo.
    Mi cade il cuore nello stomaco e perdo il sorriso.
    Non me l’aspettavo. E’ proprio una ciotola per cani, col bordo inferiore di gomma.
    Mi sento estremamente umiliata, ed al contempo felice come non mai. Ho sempre voluto una ciotola, ma nessuno me l’aveva mai presa prima. Me n’ero persino comprata una da sola, anni fa, ma non era certo la stessa cosa, senza nessuno che me la facesse usare, ed è rimasta a fare la polvere.
    L’umiliazione della ciotola collide con violenza col mio desiderio di essere umiliata. Com’era quel detto? “Fai attenzione a ciò che desideri…”. Per quanto possa desiderarlo, per quanto possa immaginarlo o sognarlo… l’evento reale è ben altra cosa. Non so dove guardare e forse sono rossa in faccia. Una cosa era mangiare in terra dal piatto; un’altra avere davanti una vera e propria ciotola. E’ terribile e bellissimo.
    Mi inginocchio a terra col cuore in tumulto e affondo la faccia nel cibo.
    Se avessi una coda, scodinzolerei.

  • Allo scatto della mezzanotte

    La luce viola illumina la stanza; il collare di cuoio, con il Suo nome inciso sopra, mi osserva dal divano, poco distante. A cuccia, gli ultimi istanti prima del sonno.
    Emozioni, sensazioni contrastanti; un sì ponderato.
    Più di tutto è forte la consapevolezza che questo nuovo inizio deve essere nuovo anche per me. Soprattutto per me. Non distribuire responsabilità ma assumermi le mie, riconoscerle.
    Essere più orientata, davvero, dal profondo, al senso dell’essere schiava: fare le cose per il Suo benessere, il Suo piacere, ed in questo trovare il mio. Smettere di pretendere e iniziare a dare. Piantarla coi pensieri ossessivi, con le seghe mentali, con il voler definire financo il dettaglio più insignificante, e vivere ciò che viene. Assaporare il momento. VIVERLO.
    Abbiamo sviscerato lo sviscerabile, e non dico che non fosse necessario; ma abbiamo parlato fino a non poterne più, nessuno di noi. Ora basta. Basta!
    Pensa in ruolo.
    Trova appagamento nello restare a terra, nel dare del lei, nel prestare servizio. Nel silenzio. Nel dover chiedere il permesso. Nell’avere messo uno smalto che piace a Lui e non a me.
    Smetti di anelare al riconoscimento esplicito, al pat pat sulla testa; non farti spingere dal desiderio di compiacere, ma lascia che ti raggiunga la comprensione del Suo compiacimento.
    Respiro a fondo, chiudo gli occhi. Lascio andare.

  • Il senso di tutto

    “Ah, devo fermarmi a prendere le sigarette”
    “Ne ho un pacchetto io, Padrone”

    Vederlo con una sigaretta spenta tra le dita.
    Porgergli un accendino.

    “Prendimi la maionese in frigo”
    “Ce l’ho già messa, Padrone”

    In quei piccoli istanti si condensa il senso di tutto. Essere lì per Lui, essere pronta, avere imparato; anticipare i Suoi bisogni. Diventa una realtà amplificata, orientata al Suo benessere. La frustrazione più grande è non poter fare nulla per aiutarLo. Un obiettivo fondamentale da raggiungere è sapere come e quando stare fuori dai coglioni: se non si può essere d’aiuto, almeno non essere d’intralcio.
    Svegliarsi prima; preparare; inginocchiarsi nel proprio angolo.
    La sensazione di essere in equilibrio su una bilancia. Imparare a gestire la distribuzione del peso per portarGli perfetto ordine. Non essere troppo indipendente, ma non troppo dipendente; non presuntuosa, ma non annichilita; ricordarsi qual è il proprio posto.