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Tag: riposo

  • Futomomo

    Sveglia presto, autostrada, tutto il giorno da un cliente a Brescia. Piove, non forte ma costante. Finito il lavoro, mi aspetta un’altra ora di autostrada con un traffico terrificante fino a Milano. La pioggia disintegra una viabilità già congestionata.

    Sono stanca, sono bollita, sto pensando a perché non funziona una query. Eppure quando mi chiami per avvisarmi che hai avuto forse un contatto con una persona positiva (ritorni di avvenimenti che speravamo passati) non penso che sia la scusa perfetta per dire che allora non vengo e andare a casa a riposare: certo che vengo al corso di futomomo da Kirigami, ci vediamo a Milano tra un’ora.

    Il dojo è stupendo, sono colpita. Arriviamo che lui sta già spiegando la prima tecnica, ci cambiamo veloci e in silenzio e ci sistemiamo sui tatami.

    È un corso: le corde sono tecniche, parliamo, sei concentrato, fai e disfi per provare i passaggi, i nodi, per capire; chiami il maestro, riprovi.

    Io resto stesa a terra e sono la persona più rilassata dell’universo.

  • Calo

    Dopo avere vissuto così a lungo con una tensione così alta, dopo avere desiderato vivere con la tensione più alta possibile, ecco arrivare il calo.

    Non sto impazzendo per trovare qualcosa; forse anche perché in questo momento non mi manca niente, o non sento che mi manchi niente. Non sto smaniando dietro a qualche desiderio impossibile o immateriale. Non mi tormento (non più di tanto) per la mancanza di qualcosa di indefinito, o che nemmeno io so definire.

    Respiro. Penso ad altre cose. Leggo libri. Esco per andare ai peer rope, ai party, in giro. Scrivo agli amici. Guardo video di montagna. Ascolto musica. Inspiro. Espiro.

    La quiete sembra subito noia. Invece è preziosa e rara; non sono abituata ad apprezzarla, tesa come sono sempre stata. Invece anche nella pace sono viva: con un altro ritmo, un altro sentire. E’ ascoltare il fruscio delle frasche nel bosco e capire che non c’è altro. Non deve per forza esserci altro: può bastare.

    Può bastare.

  • Serena

    Come tre settimane fa ero sfinita, adesso mi sento rasserenata. Sempre stanca, ma in un certo senso ho accettato la fatica.

    Davvero non c’è nessuna prescrizione, nessuna necessità in senso filosofico; nessun giudice che decide del mio diritto ad esistere in una forma o in un’altra, nessuna Legge o Verità che mi obblighi ad essere in un determinato modo per poter essere degna.

    Posso vivermi quello che mi sento, e se non me lo sento posso sempre ripensarci.

    Certo ho ancora così tante cose da fare, così tanti pensieri; ma ho deciso di conviverci. Un po’ alla volta faccio, penso, risolvo; intanto vivo. Magari non sono ancora del tutto a mio agio, ma ho scoperto che sono più a mio agio se accetto il disagio che se cerco di evitarlo: ciò che rifuggo mi controlla, ciò che accetto mi accompagna.

    Il mio riposo non è più una fuga.

  • Cordine

    “Facciamo due cordine”, dice con entusiasmo.

    Certo, dico, perché no? Non direi mai di no. Magari è tardi, sono stanca, abbiamo già fatto due ore di impact in due sessioni distinte, il locale tra non molto chiude, ma perché no?

    Mi stringe nel gote ed è quasi rilassante; ma è il futomomo che poi fa la magia. Sento stringere, sento dolore: mi muovo per sentirlo di più, sollecito le corde perché mi si conficchino di più nella carne: per sentire quel dolore che mi rilassa e mi riallinea con l’universo.

    Anche quando sono proprio due cordine brevi, che è tardi, vanno benissimo: mi rimettono insieme. La corda stringe tutte le parti di me che si sono sfaldate durante la settimana, vuoi per il lavoro o per i pensieri, e le fa aderire rendendomi di nuovo una persona intera.

  • 3 giorni di Kinksters

    3 giorni di Kinksters

    Da oggi pomeriggio fino a tutta domenica sarò qui. All’evento estivo del gruppo più inclusivo, accogliente, sereno e sexy che abbia conosciuto nella mia vita nell’ambiente.

    Sono stata a tanti play party ed ognuno di essi mi ha dato un’esperienza speciale; ma il relax, la gioia, la spensieratezza che si sperimentano al Kinksters sono davvero qualcosa di unico.

    Tre giorni di workshop, piscina, amici, condivisione, pervertitudine, BDSM, libertà. Un posto dove viversi, conoscere, imparare, rilassarsi.

  • Luglio col bene che ti voglio

    È arrivato luglio e sto tirando da troppo tempo. Lavoro, studio, gestisco. Impegni, pensieri, emozioni.

    Faccio, brigo, organizzo, vado dagli amici, partecipo agli eventi, rido e scherzo. Mi pizzico un dito nella maniglia della portiera e scoppio a piangere.

    Prendo una pausa.

    La consueta programmazione del blog (un post ogni lunedì e venerdì) riprende a settembre. Fino ad allora pubblicherò sicuramente qualcosa ma a caso, qua e là, senza l’obbligo morale che mi sono autoimposta. Libero uno spazio mentale e riposo un po’. Sempre portando nel cuore la gratitudine per chi mi legge e mi segue.

  • Ogni tanto

    Ogni tanto è una serata tranquilla. L’aria è calda e profuma di passeggiata sul lungomare a prendere un gelato. Cammino lenta sul ghiaino del parco e lascio che la giornata e la settimana scivolino via; gli impegni e i pensieri restano impigliati nei fili d’erba e posso finalmente respirare. Non ho piani per la serata e i piani per il weekend devono ancora arrivare.

    Pausa.

  • Scollinare

    È stata una settimana particolarmente faticosa, in cui non ho avuto testa per scrivere nemmeno una riga: troppa confusione, la tensione del lavoro, mille pensieri e le emozioni, soprattutto le emozioni che sobbollono appena sotto la superficie come magma: apparentemente il terreno è ancora saldo ma si sente il calore che traspare ed è chiaro che tra poco erutta. 

    Alla fine ha eruttato: domenica ho mandato a fanculo tutti (beh, non proprio così) e sono rimasta da sola; preso del tempo per me, per stare sola. Ho scritto, ho camminato all’aperto, ho ascoltato il vento, ho respirato l’aria; soprattutto sono stata lì con me stessa, cosa che evito di fare ormai da troppo tempo. 

    Allora in qualche modo tutto è andato a posto. Ci ho pensato, ma anche no: i pensieri si sono assestati, sedimentati; e su questo nuovo sedimento ho ragionato. E ho comunicato.

    Sono rimasta troppo a lungo combattuta tra due sensazioni contrapposte: un’incomprensibile, fumosa insoddisfazione e contemporaneamente un’enorme terribile testarda resistenza al cambiamento. 

    Alla fine per fortuna mi sei giunto in aiuto tu, e anche: quello che mi hai insegnato tu. Ovvero che l’assoluto non esiste, che non è tutto solo bianco o nero e che ci può essere una terza via anche se sono abituata a pensare che ce ne siano solo due. 

    Quindi sì: c’è stato un cambiamento ma non è stato drammatico né tragico né sofferente come pensavo. Mi fa bene parlare con te.

    Riprendo il mio cammino molto più sollevata, finita la salita.

  • Riposo

    Il diffusore manda una nebbia di profumo di arancia dolce. La tua playlist fa vibrare le casse dello stereo con i bassi dei Massive Attack.

    La testa appoggiata al tuo petto, chiudo gli occhi e respiro.

    “Ti addormenti?”

    “Mm. No. Mi rilasso”

    La tua mano mi accarezza la testa. Il fumo della sigaretta elettronica ci avvolge.

    Un poco alla volta, respiro. Lascio andare.

  • Lasciare che quel nodo si sciolga

    Io so di vivere la maggior parte del mio tempo in modo molto molto irrigidito. Tengo tutto a freno, tutto a bada: controllo, controllo. Ho una app per tenere traccia delle cose da fare, ho promemoria, ho appunti, ho google calendar, ho liste. DEVO tenere tutto sotto controllo, ricordarmi tutte le cose da fare e farle tutte senza fallo. Se invece di 100 faccio 99, non va bene: non è abbastanza. Dovrei fare almeno 100, meglio se 110. Ma non sento mai di avere fatto 110, figuriamoci 100. Tutte le 99 cose fatte spariscono dal mio orizzonte come dalla lista delle cose-da-fare della app (visto che sono fatte): nel mio cervello restano solo le cose ancora da fare, che mi ronzano attorno come falene ad una lampada, ricordandomi fino allo sfinimento che non ho fatto tutto.

    Così, finisco per essere estremamente sostenuta, tesa, proiettata verso gli infiniti obiettivi da raggiungere; per dirlo in veneto (che rende): mi insusto.

    Quando qualcosa interferisce, sia esso il traffico, la pioggia, o una persona, mi sale un nervoso spaventoso. Eppure lo so che il punto non è l’imprevisto, ma l’eccesso di rigidezza in partenza. Mi sento così chiusa, annodata su me stessa, sugli impegni, sul tu devi, ingabbiata in un vortice di impegni che non mi lascia scampo.

    Poi, qualche volta, riesco a mollare un po’. Per qualche istante rilasso le spalle, respiro a fondo, chiudo gli occhi e lascio che quel nodo che mi sento nel petto si sciolga.

    Ho fatto abbastanza; ho diritto ad essere stanca, a riposare, a guardare il tramonto e non il cellulare. Posso non completare anche questo compito, pensarci domani. Posso dire: non ce la faccio; e non condannarmi per questo.

    Davanti al sole che scende infuocato dietro le nuvole basse illuminandole di rosa e di azzurro; o respirando a fondo l’aria pulita che viene dal prato e dal fiume mentre mi perdo con gli occhi nella contemplazione della natura; o ascoltando il canto del corpo che fatica nello sforzo fisico, quando pedalo o cammino e vado distante; o mentre sono nelle tue corde e sotto i tuoi colpi, con la carne costretta e la mente libera.

    Almeno, per un poco, riposo.