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for this is what I feel

Tag: sentire

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    Esplorare il gioco. Esplorare con il gioco. Esplorare attraverso il gioco.

    Ho sempre creduto nella priorità assoluta della relazione, del dover appartenere: per essere completa, a posto, giusta. Quindi le pratiche si fanno solo in D/s, ogni altra cosa è tradimento della vera essenza dell’appartenenza.

    Ma una volta da sola? Ho creduto di dover ritrovare il mio posto sotto qualcun altro. Ora però sono esausta.

    Il mio posto può essere con me. Riappropriarmi del mio potere, per poterlo cedere.

    Così eccomi: mi lascio legare e sorrido, mi lascio bendare e respiro. Mi lascio spogliare e mi apro: ascolto ciò che arriva, ciò che sorge da me, le domande e le risposte. Ciò che mi viene dato e ciò che restituisco.

    Nelle sensazioni fisiche mi immergo ed è comunque uno scambio.

  • Peer rope

    Andiamo al peer rope a Padova, tutti e tre: è la prima volta che io e lei ci vediamo, ed è la tua persona importante: sono emozionata, contenta, un po’ agitata. E anche lei. 

    Svolgiamo il materassino, la coperta, tiri fuori le corde, parliamo di trattamenti con un altro amico, osserviamo un po’ gli altri, che sono così belli nelle loro sensazioni; sorrido al suono degli schiocchi dei flogger. 

    Ti guardo fare corde con lei, concentrarti sul suo disagio, per farla rilassare. Io sto due passi indietro, vi lascio spazio, le lascio spazio perché si tranquillizzi, che capisca che va tutto bene, che siamo tra amici. Sono sorridente, tranquilla e ostento tranquillità.

    Lei parla con te a bassa voce, ha bisogno del tuo contatto, della tua vicinanza, di sentirsi al sicuro in questo ambiente nuovo. 

    La leghi a partire dalle gambe, intanto chiacchieri un poco, sbagli legatura e rifai, lei ridacchia; inizia il processo che conosco così bene anche io: il progressivo abbandonarsi nelle corde, nelle sensazioni fisiche, lasciare andare le tensioni mentali per sentire quelle della costrizione del corpo. Ritrovare pace in quell’abbraccio. 

    E’ una lunga e bella legatura: la semi sospendi, la colpisci sul sedere. Io ti offro il gatto a nove code e glielo dai, leggero, sulla schiena; quando sei sotto il bambù con lei corro a portarti un’altra corda. Sono una service sub, dopotutto. Mi piace questa complicità. 

    Mentre sei con lei io chiacchiero (senza perdere attenzione casomai servisse qualcos’altro), vado a pagare le quote del peer rope, piego i vestiti tolti per facilitare la legatura.

    Dopo averla sciolta andate giù a fumare; quando torni mi fai cenno che tocca a me.

    Io ne ho un bisogno disumano ma faccio quella tranquilla: ho già iniziato la mia razionalizzazione che se non facciamo corde non c’è problema, sto bene lo stesso (falso). Forse ho un po’ paura che non sarà liberatorio come vorrei, perché si è fatto tardi e sono molto stanca, e un poco mi sento di troppo, anche se è solo una mia sensazione che cerco di nascondere per non guastare la serata a me stessa e a voi.

    Mi bendi gli occhi e mi chiudi dentro di me. 

    Tutte le sensazioni si amplificano, tutti i pensieri iniziano a vorticare furiosamente come uno stormo di corvi. Mentre mi leghi passo dal rilassamento dell’abbandono nelle corde alla confusione dello strepitare dei corvi che ho in testa, al variare delle tensioni e del dolore che ne deriva. Mi stringi e mi graffi e non riesco a godermelo come vorrei. Sento lei che chiacchiera, il casino di tutti gli altri che scherzano tra loro, la musica. Lo sento che mi senti e che senti che sono strana.

    E’ una legatura breve. Non riesco ad elaborare tutto. Non so nemmeno cosa sia, quel tutto da elaborare. Mi sento trattenuta. Vorrei abbandonarmi ma mi trattengo perché non voglio piangere e sento che potrei, ma di nuovo temo che sarebbe troppo; dopotutto siamo ad un peer rope, in mezzo a gente che ride e si diverte ed è serena. Non è il momento. Non sento che sia il momento.

    Quando mi sleghi mi chiedi come sto e rispondo “non lo so”, ed è la verità. Aspetto che passi la serata e il tempo per ripensarci; intanto mi accarezzo i segni delle corde e sospiro. Il giorno dopo, con mia grande sorpresa, mi troverò dei piccoli segni rossi sulle braccia, dove hai fatto passare il TK, e ne sarò felice.

  • Malinconia

    Dopo giorni di fatica fisica e mentale la spossatezza emotiva si traduce in una specie di malinconia rarefatta.

    È una sensazione pervasiva e persistente ed allo stesso tempo inconsistente, difficile da afferrare: sento che c’è qualcosa, ma è così impalpabile che non riesco a definire cosa sia.

    Dopo avere sopito mio istinto di fuga dalle difficoltà, dopo avere gestito l’ansia, la tensione, il senso di inadeguatezza e tutto il resto, questa sensazione malinconica è quasi piacevole: è delicata e dolce e mi trattiene in un abbraccio che mi culla come una sorta di riposo. Mi dice brava che non sono scappata, mi fa sentire che le cose sono difficili ma non impossibili, che ho compiuto un passo in una direzione buona, che mi farà infine stare bene e trovare l’equilibrio che cerco.

    È una malinconia struggente, anche, che mi apre il cuore verso l’altro, che mi libera da quella rigida tensione impaurita che mi fa richiudere a riccio per tagliare fuori un mondo di cui fatico ad ammettere di avere bisogno e di amare.

  • Adesso, dopo

    Adesso
    Dopo che mi hai tenuta sulle tue ginocchia
    dopo che mi hai sculacciata a lungo
    dopo che mi hai messa a pancia in giù sul poggiapiedi
    dopo che mi hai battuta col frustino
    e frustata con la dragon
    e colpita con tutti gli strumenti che possiedi
    dopo che mi hai dato col cane anche sulle cosce
    dopo che mi hai fatta strillare e vergognare
    Adesso
    respiro
    riversa sul divano accanto a te
    con gli occhi semichiusi
    e un sorriso sulle labbra

  • Desiderare il sadismo

    Da masochista, amo sentire la mano di un sadico.

    Forse potete pensare che non si senta la differenza; che il lamentarsi dei “famolostranisti” siano prese di posizione presuntuose, fatte per quel senso di superiorità di chi si sente di fare “vero bdsm”; che una pratica è una pratica ed è quella. Non è così.

    Da masochista, vi assicuro che si sente la differenza se a colpire è un sadico o uno che ti dà la pacca sul culo a pecorina e finita lì.

    Ho provato a chiedere a partner incuriositi di sculacciarmi: due, tre colpi, forse dieci, e poi le loro mani andavano altrove, palpavano, e si passava al sesso. E quei colpi erano così noiosi. Deboli, senza trasporto, meccanici, persino perplessi. Ma non posso fargliene una colpa: errore mio di chiedere un atto sadico a un non sadico. Non erano in grado di capire e di sentire il mio desiderio masochista né tantomeno di trarne piacere.

    Riesco a sentire, attraverso l’impatto, attraverso le corde, attraverso gli sputi, che l’altro trae piacere dal dolore che infligge. Lo sento indulgere in quel dolore. Non ha fretta di arrivare da qualche altra parte (a scopare, per esempio). La sessione non è un intermezzo necessario per poi fare altro, non è un preliminare: è quella la cosa importante, il fulcro centrale.

    Poi magari si fa sesso, o magari no. Ma per me quello non è un punto di arrivo e la sessione non è un passaggio. E sento se è così anche per l’altro.

    Così come mi piace abbandonarmi nelle sensazioni derivanti dal dolore e dalla costrizione, posso riuscirci solo se la persona con me ama assaporarle quanto me. Se vengo accompagnata, un passo alla volta, un colpo alla volta; allora dono la mia sofferenza a chi la sa apprezzare, a chi la desidera, e mi sento completa, felice: ho uno scopo e il mio piacere masochista appaga anche il suo piacere sadico.

  • Coi tuoi occhi

    Ho un brutto rapporto col cibo e con l’idea stessa di ingrassare. In termini odierni ho una forte grassofobia interiorizzata. Sono sovrappeso e lo vivo molto male, ma allo stesso tempo il cibo è un rifugio e uno sfogo, quindi si ingenera un circolo vizioso.

    Ricordo che a 11 anni fantasticavo di trovare la lampada di Aladino e studiavo quali desideri esprimere per ottenere il massimo con sole tre possibilità, e ricordo chiaramente che uno dei tre era sempre “restare per sempre 38 kg a prescindere da quanto mangi”.
    Ricordo anche perfettamente che a 13 anni mi sentivo orribile perché ero arrivata a pesare 46 kg.
    A posteriori, ragionando con lucidità, per quanto sicuramente non potessi essere molto alta, dubito che a 13 anni chiunque pesi 46 chili possa dirsi obeso. Forse a 5 anni. Ma a 13, alta più o meno un metro e mezzo (come adesso), direi che ero ampiamente in peso forma.
    Più o meno in quel periodo ho preso a mangiare di nascosto e compulsivamente, così ho realizzato la mia paura di essere grassa. Una paura che non era mia, in realtà, ma di mia madre, che ho ereditato dalla sua ansia e dai suoi comportamenti.

    Così, mi trascino addosso una sensazione di disprezzo per il mio aspetto fisico come fosse una condanna.

    E poi tu mi fai delle foto. Foto in cui sono legata, nuda, a terra o appesa; in cui le corde mi stringono la carne, anzi: la ciccia. La corda stringe, il rotolo straborda. Osservo queste immagini e ho un moto di ribrezzo verso me stessa. Eppure, contemporaneamente, mi vedo bella. Nonostante veda il mio sovrappeso sovraesposto, vedo anche altro.

    Mi vedo coi tuoi occhi.

    Vedo l’abbandono, il dolore, il piacere, tutte le sensazioni dipinte sulla mia carne. Torno a quell’istante, a ciò che sentivo da dentro e lo vedo rappresentato all’esterno. La tua foto, il tuo sguardo lo rivela.

    Allora riesco ad andare oltre all’apparenza, al dispiacere di vedermi con un aspetto che mi hanno educata a percepire come brutto, e a vedere anche io la mia anima denudata e felice in quella carne sofferente.

    Attraverso i tuoi occhi, riesco a vedermi.

  • Stuporosa

    Durante la giornata guido, lavoro, rispondo al telefono, faccio ciò che devo fare nella mia vita quotidiana. Ma non scendo. Mai.

    Resto in uno stato d’animo sospeso, etereo, rarefatto. Dico sciocchezze e rido per un nonnulla. Mi astraggo quando un pensiero, una sensazione mi attraversano; sorrido.

    Mi sento come se fossi brilla, ma senza esserlo. Non sono stordita, ma dolcemente imbambolata. Guardo il mondo con occhi pieni di gioia.

    Il corpo ora è libero, ma ricorda le legature in cui mi hai stretta ieri sera. La mente, quella è ancora là: legata, sospesa, ricettiva. Galleggio pigramente nei residui del viaggio in cui mi hai condotta, dentro di me, in una profondità placida e tranquilla, di sereno abbandono alle tue cure.

  • In salita

    Questa volta è diverso. Non vado giù. Salgo. Anzi: mi inerpico. Faccio tutta la strada è quella strada è in salita.

    Ho stranamente freddo, anche se in casa fa caldo. Mi bendi gli occhi e resto con tutti gli altri sensi all’erta. Mi leghi i polsi e me li appendi al bambù, in alto: non posso più trattenere le braccia davanti al corpo, a scaldarmi, a proteggermi. Resto in piedi, nuda, esposta. Sto tremando.

    Mi prendi per i capelli e parto.

    Mi frusti davanti e dietro, sul sedere, sui seni, sulle cosce; non so perché ma fa molto più male di quanto mi aspettassi: fa così male che sembra una punizione. Sei così silenzioso, sento solo il tuo respiro pesante. Soffro e mi pare che mi detesti. Quasi piango. Non so cosa sto sentendo, è tutto confuso e troppo intenso. Non capisco perché reagisco così, è diverso dal solito.

    Sono masochista e di solito il dolore mi fa andare in uno stato altro di coscienza, mi piace molto, godo addirittura. Ma questa volta vado in un posto diverso.

    (Ho così tanti luoghi nascosti dentro di me, è incredibile a pensarci)

    Vado in un posto diverso, non nelle profondità ma in cima: mi devo inerpicare, sento tutti i colpi e ogni colpo è un gradino. Non perdo coscienza, non come le altre volte; non vado in subspace, ma non sono nemmeno del tutto qui; sento tutto ed è doloroso. Eppure lo stesso ci voglio stare. Non voglio fermare niente, anche se ho freddo, ho i brividi, e fa male. Ad un certo punto smetto di urlare anche se fa ancora male. Mi accorgo dopo di avere smesso di strillare. Forse è solo un diverso subspace.
    Vorrei piangere. Sento le lacrime negli occhi, singhiozzo, ma non riesco a piangere. Di solito piangere è un segnale negativo per me, facendo BDSM: vado in safeword e poi non capisco più nulla, non so più come sto e non so come spiegare cos’è successo, sto solo male di un male brutto. Invece stavolta vorrei arrivare al punto di piangere e restarci, sentirlo, viverlo, capirlo, superarlo. E’ un dolore che ho bisogno di sentire.

    Tu mi afferri, mi stringi, mi tiri ancora i capelli, soprattutto mi frusti.
    Per la prima volta non capisco cosa stai usando per colpirmi: sento solo il dolore, la frusta che mi gira intorno e morde in punti inaspettati; mi mordo il braccio per soffocare un urlo quando mi colpisci in pieno un capezzolo e il dolore è lancinante.

    Eppure ci voglio stare. L’ho aspettato così tanto, mi è mancato così tanto. Forse non sono più abituata. Prima di salire in casa tua mi aveva attraversato il pensiero: e se mi frustasse e non riuscissi a tollerarlo? e mi ero spaventata. Forse è il residuo di quella paura che mi fa tremare e soffrire.

    Ti sento sadico, continui a colpirmi dappertutto, anche sulla pancia. E’ doloroso e faticoso e sto assaporando ogni momento, ogni attimo di questo dolore. Lo sto leccando come lecco la tua mano quando me la metti davanti al viso.

    Sto soffrendo ed è esattamente quello che voglio sentire, la sensazione in cui ho bisogno di abbandonarmi.

    Poi mi sciogli e il pensiero che mi attraversa è che ne vorrei ancora. Mi spingi a terra, a riposare. A leccarti i piedi. Mi sputi. Mi gira la testa, non riesco a tenere gli occhi aperti anche se mi hai tolto la benda. Mi tieni a terra, ai tuoi piedi, finché non mi fai salire sul divano e mi copri con la coperta, e lì, accanto a te, mi addormento.

  • Non ci credo più

    Guardo le foto su FetLife e resto più o meno indifferente, quando proprio non mi sento infastidita. Tolgo il follow a qualche profilo che seguivo, perché ora mi sembra eccessivo, squilibrato, malsano.

    Forse, in un certo senso, non ci credo più. Non così tanto.

    Una volta, soprattutto all’inizio, non mi cavavo il pensiero dalla testa: immaginavo, cercavo, esploravo online, guardavo foto, leggevo racconti e saggi, cercavo un’interazione continua e pervasiva. Desideravo l’assoluto e che fosse costante.

    Ma non si può vivere sempre alla massima intensità. Ci si brucia o, peggio, ci si assuefa.

    Adesso vivo davvero quella sensazione solo nel momento della sessione. È quello il momento in cui credo, in cui sento, in cui mi nutro.

  • Serenità

    Il giorno dopo cammino leggera, con la testa ancora vuota. Non ho pensieri intrusivi, non mi sento stanca, né mancante, né triste. Mi muovo tra le incombenze quotidiane con un sorriso beato stampato in faccia. Il pizzicore al sedere mi ricorda tutti i colpi ricevuti, il rumore bianco che mi ha invaso la testa, la bava che mi scendeva dalle labbra senza che nemmeno me ne rendessi conto.

    Galleggio in una nuvola di gratitudine e serenità.