Drop

Ancora una volta, cado. 

Dopo l’intensità così a lungo desiderata, dopo i colpi, la voglia, i brividi, lo stare a terra, dopo tutto quello che mi hai fatto sentire, il mondo quotidiano è così grigio e spoglio. Peggio: è vuoto. Non c’è più un significato semplice e diretto a riempirlo, com’è invece il sentire della sessione. 

Beccheggio e faccio cose, mi muovo anche bene in questo mondo banale, ma mi porto dietro un senso di tristezza, di nostalgia, che ancora non so come gestire. 

Mangio cioccolata e bevo vino, ma sono solo palliativi che non riempiono questo senso di vuoto. Anzi: sono disfunzionali e fanno peggio. 

Ho letto su FetLife una riflessione molto interessante sul fatto che l’aftercare sia da considerarsi un tempo di transizione: non una pratica o un insieme di gesti, ma un periodo di tempo strutturato utile a spostarsi da uno stato mentale in ruolo ad uno diverso, utile a vivere la realtà per com’è in quel momento, senza restare incollati alle sensazioni precedenti. Da schiava senza dignità a lavoratrice responsabile. Per funzionare meglio. 

Mi serve questo tipo di riflessione, questo tipo di realizzazione: riuscire a creare una transizione funzionale per godermi il meglio di ogni momento, nel momento presente. 

Aftercare

Mi dici: si chiama aftercare.
Rispondo: non l’ho mai fatto.

Farmi coccolare, abbracciare, mi mette a disagio. Quello che cerco è umiliazione, distacco. Come puoi farmi subire certe cose, pisciarmi e sputarmi, e poi stringermi tra le braccia?!
Qualcosa nella mia testa non torna. Non si possono fare entrambe le cose. …Si possono?

Il mio aftercare era venire stesa da qualche parte, con una coperta calda a coprirmi, e lasciata a tornare in me. Senza coccole, senza carezze; solo con la presenza del Padrone un po’ più in là. Oppure, preparare un caffè, e riordinare.

Mi andava bene: era un prolungamento della sessione.

Distacco, distanziamento, verticalità.
Il Padrone non si confonde con la schiava, non le sta vicino: c’è sempre quella dovuta distanza.

Quella distanza ha reso intensissime le pratiche che ho vissuto. Ma ha impedito altre cose. Contatto. Comunicazione. Empatia. Il limite imposto era il bello e anche il brutto. Ora lo vedo.

Deprivazione.
Depravazione.

Mentre una parte di me ha ancora nostalgia di quella distanza, di quell’intensità, un’altra parte mi mette una mano sulla testa e mi dice: non è necessario; riposa, ora. E mi abbandono in quell’abbraccio, ancora a fatica, ma con gratitudine.

Il denial al tempo del coronavirus

Che è un periodo strano, questo, qualcuno l’ha già detto? Tutte quelle frasi fatte (“se me l’avessero detto due mesi fa non ci avrei creduto”…) le ho dette tutte. Non si può non dirle: sono vere. E’ davvero tutto strano.
In tutto questo, io sono in denial.

Ero contenta di esserlo: il controllo mi fa stare bene. Poi: il lockdown.
Ricordo soprattutto lo sconcerto, il rendersi conto che non è solo la mia ansia, non sono io paranoica o ipocondriaca, no no: è tutto vero. Il virus c’è, è pericoloso, è un casino, bisogna restare chiusi in casa. Distanti.

La prima reazione del mio corpo è stata andare in risparmio energetico.
Quando mi hanno impedito lo smart working che pure stavo già facendo e mi hanno messa in cassa integrazione, ancora di più: senza scopo, senza cose da fare, senza poter uscire.
Mi sono spenta, chiusa. Risparmio energetico. Ho iniziato a restare in tuta; a dormire moltissimo ma male, con incubi, senza riposo, quando mi svegliavo ero più stanca di prima. Soprattutto: non provavo desiderio.

Il denial è così diventato una condizione standard, era quasi (arrivo a dire) superfluo. L’ansia, la tensione, l’inedia: se non ho voglie, non ne soffro la mancanza. Ma se non soffro, che gusto c’è?

Per un po’ è andata così. Malinconicamente.
Ammetto: mi sono un po’ abbruttita. Ho avuto bisogno di toccare un qualche tipo di fondo, per poter risalire. Una mattina, ho deciso di mettermi i jeans, invece, e rimettermi il reggiseno.

Ho così scoperto che i jeans che mi stavano stretti ora mi stanno giusti. Pure un po’ larghi.

Ho fatto pace col mio corpo e ho scoperto che era ancora lì. Che era ancora tutto lì: subito sotto la superficie. Sotto la tuta, sotto i calzettoni, sotto la noia. Il desiderio, la voglia, il tendersi del corpo che anela al piacere e non lo può avere. C’era tutto. Anzi: non vedeva l’ora di riemergere.
Ho avuto bisogno di questo chiudermi; sono andata in lockdown anche io. Per risparmiare energie, forse, capire come volevo impiegarle. Come fare a reindirizzarle in questa distanza forzata dal mio Padrone.

E’ stato, forse, un lungo sub-drop.

E poi… leggendo alcuni particolari messaggi, ascoltando la tua voce, ricordando certi toni, e molte altre cose, ho ripreso ad avere voglia. Ho ripreso a soffrire il denial, il contrarsi della mia carne che vuole essere toccata e non può, il desiderio di un orgasmo negato.

E sono così grata a questa sofferenza, così grata. Così grata che me la infliggi. Perché di nuovo sento.

Ho fame di qualcosa che non è cibo

Ma l’unica cosa che ho a disposizione è cibo.

Mi riempio senza potermi riempire. Mi gonfio senza riuscire a volare. Ingoio tutto ciò che non riesco ad esprimere. Resto con l’illusione di una gratificazione senza nessuna reale soddisfazione.

Chiusa e buttata via

Oggi no: oggi non sto bene.

Ho giornate molto serene, giornate molto piene, giornate molto soddisfacenti. Ma lo sento che ho sempre un pensiero nel retro del cervello. E poi – come è normale che succeda, alla fine – ho giornate in cui non sto bene. Sono arrabbiata, soprattutto. Ho una rabbia di fondo che non so come sfogare: grido dietro alla gente in auto.

Poi cerco di calmarmi, di respirare, faccio esercizio fisico, e soprattutto penso.

Elucubro sui perché, su cosa mi porta a non stare bene. Quello che mi abbatte più di tutto è il confronto.
E’ inutile dirmi che nessuno sta facendo confronti: qualcuno che sta facendo confronti c’è, e sono io. Io sono il mio peggiore giudice, il più impietoso. Ogni cosa che leggo, ogni foto che vedo mi scatena un confronto in cui esco inevitabilmente e inesorabilmente sconfitta. In questo caso, peggiora le cose il fatto oggettivo che sono in effetti stata scartata a favore di un’altra.

Certo: conosco tutte le motivazioni a monte e razionalmente non solo le comprendo ma le condivido. Poi purtoppo, a livello irrazionale, emotivo, profondo, di pancia, è tutto un altro discorso.

Così mi sento chiusa e scartata. Buttata via.
Ma non posso fare a meno di chiedermi se forse non sia stata scartata proprio perché mi chiudo, invece di aprirmi e lasciarmi aprire.

Perdita

Questo video mi porta tante emozioni, e anche tanti pensieri.

Io non vedo mai semplicemente la gif, o la foto: la mia mente vi proietta sensazioni, considerazioni, emozioni, storie. Ecco.

Osserva il gesto: lei si inginocchia, lui la avvicina a sé, lei si lascia avvicinare. Ma non chiude gli occhi; non si abbandona a quel tocco, a quell’abbraccio. Apre gli occhi, poi li chiude, poi li riapre.

Vorrebbe abbandonarsi: sentire quel gesto, quel tocco, lasciarsi andare. Ma non riesce. Forse non può. Qualcosa dentro di lei lo sente, che non è possibile lasciarsi andare in quel gesto. Ci sono pensieri, avvenimenti, decisioni, scelte, sensazioni, tante cose, che ora rendono impossibile abbandonarsi. Sarebbe bello, ma no. Sente la bellezza di quell’abbraccio, ne sente il valore; ma si trattiene. Lo assapora, ma con nostalgia.

Resta un malinconico senso di perdita.

Ma restano anche i ricordi, e le emozioni.

Quando ciò che è dentro esce fuori, anche l’anima si rovescia

Sangue, lacrime.

Quando questi liquidi scorrono vanno ascoltati; è anima che esce, che canta, che urla.

Non mi interessa

Ogni volta che dico “Non mi interessa”, “Non me ne frega niente”, “Non m’importa”… ecco, quello è il segnale che invece di quella cosa mi importa, eccome.

Ma è una cosa che mi fa stare male, che mi manca, che non posso avere; una cosa che mi mette a disagio doverci pensare, perché è complicata, difficile, tocca un nervo scoperto o altro del genere (vi siete fatti un’idea).
Così perferisco dire “Non mi interessa”; preferisco mentire a me stessa, raccontarmi che sto bene anche senza, che alla fine non era così importante. Alla fine, sai che c’è: meglio così. Preferisco stare tranquilla, non pensarci – e se per caso vedo qualcosa che me lo ricorda, o magari riaffiora un ricordo non ben sepolto, scrollo le spalle, mi passo una mano sulla fronte, arriccio le labbra, sbuffo e dico: “Non mi interessa”.

Non sono per niente brava a mentire.

Regina Nera – 13 gennaio

rn-13-gen-2017

Attraversare il ponte sopra la stazione con già addosso i Monet Demonia (gli stivali con il taccone e la zeppona che ho scelto per il play party), prendere il pullman per arrivare a Roveri, attraversare a passo svelto il sottopassaggio surreale e deserto e arrivare al Red quando la serata non è ancora iniziata.
Sfilarsi i leggings e il maglioncino e restare in body e calze a rete a maglia larga. Sono ingrassata tanto, eppure ho deciso questa mise e non mi vergogno. Bere di nascosto la Monster Assault (nuova! provo sempre gli energy drink nuovi) che mi sono portata imboscata nella borsa, versandola nel bicchiere ormai vuoto del primo drink (rigorosamente analcolico).

Fare tappezzeria in sala clinical, osservando piercing e incisioni. Girare nel salone, guardando i giochi col latex, così lucidi e distanti dal mio interesse; chiacchiere sugli sgabelli, sguardo che vaga, ogni tanto il cellulare in mano. Parlare, guardare: persone bellissime nell’intimità silenziosa del gioco che fanno in un pubblico che è assolutamente privato, in un modo privato che è un privilegio poter osservare in pubblico. Gratitudine. Occhi chiusi, teste che si reclinano, il suono secco dell’impatto sulla carne che è una musica che canta di fiducia, piacere, dolore, scambio, appartenenza.

Venire riaccompagnata all’albergo da una coppia fidata che lungo il tragitto cita Bauman e se ne compiace, e me ne compiaccio anch’io. Risalire le scale fino al letto con un sorriso tra il divertito ed il malinconico, rammaricarsi di avere dimenticato lo struccante, dormire.

Ogni tanto mi faccio viva

Ogni tanto trovo qualcosa su tumblr e lo rebloggo. Un’immagine che non sia (solo) porno, ma che sia per me evocativa di qualcosa che mi risuona dentro.
Questo è bloggare per me: pubblicare qualcosa che significhi qualcosa per me. Per questo mi è così faticoso pubblicare con costanza: perché non sempre trovo qualcosa di significativo da dire o da condividere. Oppure lo avrei: ma ho timore a renderlo esplicito, a dirlo ad alta voce; talvolta ho anche difficoltà a metterlo in parole.

E’ un periodo di ferma, questo; di sospensione (non nel senso del bondage). Ondeggio in un limbo lattiginoso, da cui ogni tanto emergo con un pensiero, un’immagine. Su tumblr è più facile perché più breve, più immediato, più visivo.
Qui, ancora, non riesco a mettere in fila i pensieri come vorrei; non ho molto da raccontare, e ciò che accade lo tengo per me.