subservientspace

for this is what I feel

Tag: subspace

  • Needles

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    Non ho mai provato prima gli aghi; anzi, erano un limite, fino a che non ho visto il mio Padrone farli ad un’altra sub ad un play party.
    L’attenzione, l’intensità del suo sguardo, la decisione e precisione del gesto; la punta d’acciaio che scivola nella pelle con estrema facilità; l’aria concentrata eppure rilassata della ragazza stesa sul lettino. Il senso di abbandono, di connessione che si crea si espande nell’aria come una nube densa che mi avvolge e mi fa desiderare di provarlo.

    Seduta sulla sedia, abbraccio lo schienale; non so se ho freddo, ma tremo. Il primo ago entra che quasi non lo sento; il secondo invece duole; il terzo non so. E via così.
    In pochi attimi la mia mente si scioglie e scende a riempirmi il corpo. Gli aghi entrano ed espandono la mia percezione finché non c’è più testa, ma solo corpo. Accade in silenzio, per espansione, senza strappi, senza colpi. E’ tutto molto lento e tranquillo – non come una sculacciata, o l’impact play in genere. Quello, letteralmente, colpisce. Qui invece è un progresso lento, il dolore è diffuso, denso; è un lento salire della marea, invece che un’ondata che si frange sul riff. Mi riempie e me ne lascio riempire.
    In alcuni momenti mi sembra che non sia nemmeno doloroso; in altri mi sembra di non poter sopportare nemmeno un altro ago. Inspiro; espiro. Mi viene offerto un bicchiere d’acqua; non ho sete, ma lo accetto per autoconservazione. So, sento che le mie percezioni ora sono falsate, amplificate, ridotte, distorte. Non sento certi stimoli, esisto solo in alcune sensazioni.
    Non è solo il pungere e lacerare dell’ago che penetra nella carne; è sentire gli aghi conficcati, presenti. Non mi permettono di dimenticarli, anche se non li vedo. Ogni ago che entra mi distrae per un secondo, e poi sale a sommarsi agli altri, a colmare un vaso che sono io. Mi obbligano ad essere presente ed insieme ad abbandonarmi in una dolce assenza: vivo sospesa in un dolore diffuso, sordo, persistente che mi culla e mi obnubila.
    Le ali che mi trovo conficcate nella schiena mi fanno volare in alto, vicino al sole, ma non si sciolgono perché sono d’acciaio.

  • Bianconiglio

    Socchiudo appena gli occhi e trovo il Suo viso accanto al mio. Si è chinato per guardarmi in faccia. Sogghigna.
    “Ci sei?”, chiede.
    “Mmmsiiii Padrone…”, mugugno io.
    Ride. “Sei nella tana del bianconiglio, eh?”
    Sorrido. L’immagine è perfetta. “M-mm”, concordo. E’ proprio così, sono scivolata giù e cado, cado. Incoerente, penso: certo che questa tana è piena di cose, radici, e prendo un sacco di pacche cadendo. Ridacchio tra me.
    Lui si alza e si allontana; giro la testa per seguirLo con lo sguardo e Lo vedo avvicinarsi alla valigia coi giochi. Richiudo gli occhi.
    E poi sento il sibilare del cane mentre lo prova nell’aria.
    Spalanco gli occhi di colpo.
    E’ di nuovo dietro di me e sento che mi picchietta il cane, rapido e leggero, sulla coscia destra, poi sulla sinistra, poi sul culo, come a saggiare dove colpire.
    Mi sveglio completamente e mi irrigidisco: ho paura. Ho paura, aiuto, quello fa male, non sono pronta, non mi sento pronta. Eppure non voglio sottrarmi, e quindi mi aggrappo alla cavallina con tutte le mie forze, stringo gli occhi e aspetto ansimante il colpo duro, il colpo forte, il dolore bruciante e persistente.
    Che però non arriva.
    Lo vedo posare il cane e tornare ridendo da me: “Credo che ora tu sia tornata completamente tra noi, non è così?”
    “Sì, Padrone”, esclamo a voce alta, ed è proprio come ha detto. La paura ha spazzato via il dolce dondolio del sub-space, la testa vuota, la non-presenza; mi ha afferrata nella mia caduta e riportata su, fuori dalla tana del bianconiglio.
    Sono di nuovo del tutto lucida e Lo detesto e e Lo stimo per la volontà e capacità che ha di non lasciarmi in pace nel mio spazio mentale privato, nel volermi con Sé sempre, pronta a subire come vuole Lui, non permettendomi di escluderLo o di usarLo come mezzo per il mio intontimento.

  • IA

    In sessione arriva sempre un momento, che io sia in piedi od in ginocchio, a quattro zampe o piegata, in cui inizio ad oscillare; allora, divento la IA di un videogioco.
    Divengo uno di quei personaggi di contorno, creati dal gioco stesso: il paesano, la guardia, il taverniere, il mercante; uno di quelli che sta solo fermo lì. Si gira a destra e a sinistra senza motivo, si guarda attorno dondolando su se stesso, oppure cammina avanti e indietro sempre sugli stessi cinque metri. Riempie lo sfondo in attesa che il giocatore interagisca con lui per uscire dal suo loop.
    La mia mente è soverchiata dalle sensazioni fisiche: non penso più. Eppure, sono estremamente aperta e ricettiva. Forse il mio oscillare serve al mio cervello a percepire se qualcosa mi accade attorno. Percepisco spostamenti d’aria, masticare di gomma, fruscii, sibili, schiocchi. Rabbrividisco, dondolo. In abbandono.
    Ora sono una figura di servizio; attendo che Il Giocatore interagisca con me.

  • Tell me something beautiful

    Sento partire questo pezzo dallo stereo; gli occhi bendati, sono già persa nel vortice dei colpi, delle sensazioni violente e laceranti. Senza deciderlo sillabo il testo della canzone, lasciandomi trasportare più lontano. A 2.55 l’atmosfera si sospende, la voce angelica sospira il suo canto – e certo che me lo aspetto, ma l’impatto della musica e delle mani del Padrone che mi calano addosso mi travolgono ugualmente. Di colpo, affondo in subspace. La potenza dell’impatto mi urta fuori dal mio stesso corpo.
    Lo so che al Padrone non piace molto che stia in subspace – lo privo di una parte delle mie reazioni, avvolta come sono nel mio bozzolo. Ma non lo faccio apposta ad andarci, anche se certo non me ne andrei mai.
    Il Padrone mi sculaccia ancora un poco: mugolo, canticchio e ridacchio tra me. Poi si ferma, ed il tempo è come sospeso; mi cullo in subspace e mi dondolo a cavalcioni della cavallina in questa strana quiete. Una parte lontana della mia coscienza si accorge – e si stupisce – che in quel momento, nuda, esposta e con la pelle bruciante, mi sto addormentando.
    Tale è il mio abbandono.

  • La percezione della punizione II

    Ho letto un articolo interessante sull’esistenza di un’esperienza che viene chiamata slavespace. Si tratta di una cosa molto diversa dal più noto subspace.
    Quando un sub va in subspace, è interamente concentrato su sé stesso. Io, infatti, mi perdo in una sensazione soffusa e allo stesso tempo dilatata, in cui sento moltissimo ed insieme ho una soglia del dolore molto più alta; fluttuo dentro me stessa ed attorno allo spazio circostante, assorbendo ogni stimolazione.
    Lo slavespace invece si impara a conoscere più facilmente durante una punizione, non durante il gioco, ed è una percezione amplificata ma proiettata verso fuori di sé, verso il Padrone. Inizia con lo smettere di lamentarsi della punizione e con l’accettare interamente, senza più riserve, il proprio ruolo. Poi, cresce a diventare una consapevolezza di sé, del ruolo, che si può presentare anche al di fuori della punizione.

    Scrive l’autrice dell’articolo: “Il subspace è un posto estremamente piacevole dove stare; lì, non considero affatto il mio Padrone, ma ogni mia energia è rivolta al mantenermi in quello stato alterato di percezione di piacere.
    Nello slavespace, al contrario, non sono affatto concentrata su me stessa, ma ogni attenzione è rivolta al Padrone. E’ un luogo dove posso obbedire e servire con un senso di soddisfazione mentale pari a quella fisica del subspace, ma senza l’egoismo del subspace”.

    Incorro in una cosa scritta dal mio Padrone: la mia punizione consiste nel privarmi del gioco; ma, nel punirmi, anche Lui si priva del gioco. Così, la mia punizione è doppia, perché devo portare il peso anche della Sua mancata soddisfazione.
    Rimango un attimo ferma a rileggere quelle righe. Ancora, lo slavespace è un luogo distante da me: non avevo pensato al fastidio del Padrone nel non giocare; ero rimasta compresa nel mio dispiacermi per me stessa per essere punita e a bocca asciutta. C’è un passo ulteriore che devo fare, che ancora non ho fatto, che vedo ma che non mi appartiene completamente.
    Abbandonare me stessa in Lui.