Tutto sotto controllo

Le mie regole, non quelle comuni.

Il mio controllo, non uno esterno.

Abbiamo entrambi questo fetish del controllo.
Ogni giorno, in ogni momento, rincorriamo questo controllo. Della vita, del lavoro, della gestione delle cose; so bene l’ansia che ho se non ho tutto ben organizzato, preciso, pianificato: tutto sotto controllo.

Mi prendi in giro su questo. Ma anche tu lo fai.

Ti piace avere il controllo; e a me, poi, piace che il controllo di me lo prenda tu.
Quando è il momento, lascio andare questo controllo: lo poso nelle tue mani e lascio che le tue mani mi leghino, mi blocchino i movimenti, mi costringano in posizioni dolorose e scomode. In quel momento, dipendo da te. Faccio sempre fatica a lasciare andare; ma quando infine lo faccio, sospinta dal dolore, avvolta dalle corde, stretta dalle catene, isolata nel cappuccio, immobilizzata e vulnerabile, in quel momento respiro veramente libera.

Profondità

Dentro di me si nascondono profondità. Nella mente, nel cuore, nelle viscere: un intero mondo nascosto dalla luce del sole, freddo eppure caldo, ostile eppure accogliente.

Quelle profondità non lasciano andare via facilmente: ci si innamora del buio, dei riflessi delle acque torbide, dei coralli e di tutto ciò che vive in quegli abissi. Creature oscuramente familiari, che si nascondono negli anfratti e si desidera invece scovare, fare uscire, far respirare; così simili eppure così diverse dal sé che si conosce in superficie.

Sento sempre il richiamo di quelle profondità. Il desiderio di immergermi dentro me stessa, di scendere giù, cambiare prospettiva, percezione. I suoni diventano ovattati, le sensazioni pervasive, scorrono su tutto il corpo come immersi in un liquido denso. Tutto diventa meravigliosamente, curiosamente distorto.

Sono profondità in cui ci si può perdere; luoghi da cui si può non volere o non riuscire a tornare.

Risalire da certe profondità in modo repentino e brusco provoca embolia e dolore. Bisogna risalire lentamente, dolcemente. Lasciare scorrere le acque perché tornino placide nell’abisso, pronte ad accoglierti di nuovo, la prossima volta: un luogo sicuro in cui rifugiarsi.

Aftercare

Mi dici: si chiama aftercare.
Rispondo: non l’ho mai fatto.

Farmi coccolare, abbracciare, mi mette a disagio. Quello che cerco è umiliazione, distacco. Come puoi farmi subire certe cose, pisciarmi e sputarmi, e poi stringermi tra le braccia?!
Qualcosa nella mia testa non torna. Non si possono fare entrambe le cose. …Si possono?

Il mio aftercare era venire stesa da qualche parte, con una coperta calda a coprirmi, e lasciata a tornare in me. Senza coccole, senza carezze; solo con la presenza del Padrone un po’ più in là. Oppure, preparare un caffè, e riordinare.

Mi andava bene: era un prolungamento della sessione.

Distacco, distanziamento, verticalità.
Il Padrone non si confonde con la schiava, non le sta vicino: c’è sempre quella dovuta distanza.

Quella distanza ha reso intensissime le pratiche che ho vissuto. Ma ha impedito altre cose. Contatto. Comunicazione. Empatia. Il limite imposto era il bello e anche il brutto. Ora lo vedo.

Deprivazione.
Depravazione.

Mentre una parte di me ha ancora nostalgia di quella distanza, di quell’intensità, un’altra parte mi mette una mano sulla testa e mi dice: non è necessario; riposa, ora. E mi abbandono in quell’abbraccio, ancora a fatica, ma con gratitudine.

Connessione

Quando mi permetto di connettermi col mio corpo
Quando cammino quattro ore sulle colline
Quando respiro a fondo l’aria tersa e fredda dell’inverno
Quando faccio fatica
Quando sento i muscoli tendersi e li ascolto
Quando chiudo gli occhi
Quando si spegne il chiacchiericcio infinito della mia mente
Quando sono legata, costretta, incatenata
Quando finalmente sono connessa con il mio corpo
Lo sento cantare, riempirsi, espandersi e sentire tutto
Tutto ciò che è in me e fuori di me
Le emozioni, le sensazioni, l’universo
Entro in connessione con il tutto

E inevitabilmente
In questa fusione di sensazioni
In questo flusso di percezione
In questa espansione di consapevolezza corporea

Mi bagno

Dove sto bene

Per quanto duro sia il predicament, per quanto scomoda sia la legatura, per quanto difficile sia restare in equilibrio su due dita di un piede solo; per quanto sia tagliente la dragon, per quanto sia secco il cane, per quanto sia rigida la paletta; per quanto sia doloroso ogni singolo colpo, per quanto sia umiliante ogni posizione, per quanto sia intensa ogni pratica.

Qui è dove sto bene.

Legata, bendata, appesa, costretta, battuta. Sto davvero bene.

Vivo un’intensità incredibile, profonda, sento tutto: ogni singolo millimetro della mia pelle scotta e urla e canta un canto di gola che mi fa ansimare e mi spezza il fiato in singulti e io lo sento. Affondo dentro di me al vibrare del dolore e sono felice.

Sound of Silence

Mi sleghi e sento la testa che gira; sto fluttuando in un altro posto che non è qui dove c’è il mio corpo. Mi richiami ai tuoi piedi e arranco a quattro zampe fino al divano; mi accuccio lì con gli occhi socchiusi. Mi metti un piede sulla schiena e uno sotto la faccia. Lecco.

E d’improvviso lo sento.

Un silenzio perfetto.
Nessun rumore, nessun suono, nulla. Non so da quanto sono lì sotto i tuoi piedi, ma il silenzio mi raggiunge come un’improvvisa consapevolezza.

Il leggero cigolio del collare di cuoio che si piega al muoversi della mia testa mentre lecco il tuo piede, lentamente. Un tintinnio sordo dell’anello del collare che si sposta. Il suono umido della mia lingua che cola saliva. Suoni infinitesimali che sento adesso che il silenzio è perfetto.

Mi ronzano le orecchie. Questo silenzio è reale? E’ l’effetto della profondità in cui sono immersa? Mi sento in una bolla, galleggio abbandonata in una pace perfetta dopo le corde, i colpi, gli strilli, il contrarsi dei muscoli, la tensione. Sono qui, in questo momento; chiudo gli occhi, respiro, lecco, sento il silenzio che mi abbraccia e mi culla.

La mia realtà inizia e termina ai tuoi piedi.

Serata

Quando arrivo stai riposando; vengo da te a salutarti, bacio la mano che mi porgi e vado a preparare la cena. Sorrido mentre preparo: servirti mi dà un senso di pace, di ogni-cosa-al-suo-posto.

Durante la cena e dopo, parliamo: parliamo di lavoro, di BDSM, di aneddoti, di tutto. Mi piace parlare con te, mi piace ascoltarti, ridere insieme sul divano.

Si fa tardi e inizio ad essere davvero molto stanca; dopotutto, mi sono svegliata alle 6.30 e sono ormai le 23.30. Sento gli occhi che mi si chiudono. Eppure, quando mi tiri a te e mi fai stendere sulle tue ginocchia, d’improvviso la stanchezza non conta più nulla. Mi abbassi i leggings e gli slip e ridi; anche io rido, tra l’imbarazzo e il desiderio. Impiego un attimo a scendere e a cambiare registro.

La prima sculacciata è rivelatoria: mi svela quanto incredibilmente la desideri. Non rido più, il respiro mi si fa affannoso. Non voglio che tu ti trattenga, né che iniziamo piano, né niente: non strillo (e lo sai che sono una che strilla) ma gemo. Sporgo il culo per ricevere le tue mani.

Mi sculacci forte, rapido, nel punto dove la coscia si unisce al culo: un punto sensibile, tenero, più doloroso del gluteo. Mi piace da morire. Assaporo il dolore.

Mi spogli con gesti bruschi e mi getti a terra a leccarti i piedi. Mi fai rotolare, mi calpesti e mi sputi; gli schiaffi mi prendono come sempre alla sprovvista, piego il viso per seguire la tua mano e chiudo gli occhi. Mi consegno a te.

Mentre ti lecco ancora i piedi, nuda, per terra, il viso sul pavimento e il sedere alto, smetto di ansimare, di gemere, di contorcermi: inaspettata mi riempie una calma profonda. Ecco, penso, qui sono abbastanza. Qui sono brava. Qui va tutto bene, davvero. Galleggio placida in questa sensazione, piena di stupore.

Quando mi penetri urlo. Con entrambi i pollici mi apri dietro. Mi vieti di venire. Con le mani annaspo ad afferrare il tappeto, il divano, o forse qualcosa di inafferrabile: la voglia, il dolore, il piacere, il divieto del piacere, il mio essere, l’emozione che provo: non so. Ansimo e grido e alla fine crollo, esausta, usata, felice.

Dentro

Sto ansimando.
Sto ansimando? E’ il mio respiro il suono che mi rimbomba nelle orecchie? Sì, è il mio stesso respiro.

Dove sono?
Sono chiusa dentro. Chiusa dentro me stessa.
Sto scendendo in un posto scuro, nell’abisso che è in me.

Prima, la camicia di forza. E’ calda, mi trattiene abbracciata a me stessa.
Poi, il gancio, che agganci alla cinghia in vita. Lo sento, dentro, ogni volta che inspiro.
Poi, la maschera da cane in neoprene. Mi ovatta i suoni e amplifica il suono del mio respiro.
Poi, la cinghia intorno alle cosce. Mi stringe e mi immobilizza.

Ansimo. Mi sento stretta, chiusa. Sempre di più.

Poi, le cavigliere legate coi moschettoni. Non posso più muovere i piedi.
Poi, il collare da postura. Mi costringe in posizione.
Poi, la ball gag. Non posso più deglutire.
Poi, la benda sugli occhi. Buio.

Rilasso i muscoli e sono nel vuoto. Il mio respiro si calma.
Non vedo nulla. Non sento suoni. Non posso fare nulla. Galleggio.

Non succede nulla, eppure succede tutto. Sono nelle tue mani. Immobilizzata, chiusa, bloccata, inerme; la testa si fa leggera, si svuota di ogni pensiero. Sono solo corpo: un bozzolo. Sento ogni centimetro di carne: quella nuda e quella coperta di lacci, quella esterna e quella interna.

Sono qui dentro e mi ci hai messa tu.
Grazie.

Giù

Mi tocca qualche corda profonda che mi porti in cantina e mi incateni, che mi tieni nuda per terra, nello sporco. Mi sento schiava, prigioniera, indifesa; scendo in uno stato mentale animale. Istinto, sensazioni fisiche, allerta: i pensieri vengono quasi cancellati. Quasi. Ma lo sento che potrei scendere ancora più in profondità; che dentro di me c’è l’abisso.

In cantina sento di essere rinchiusa, prigioniera, alla tua mercé. Bendata, incatenata: puoi farmi quello che vuoi e non vedo, non posso oppormi. Tutto il mio corpo è vigile e attento, sento ogni spostamento, ogni tocco, e più è rude più mi manda scariche di adrenalina in tutto il corpo e al cervello, svuotandolo, facendomi ancora di più sentire solo quello che sento col corpo.

Ci sono sovrapposizioni, concomitanze, non sono divisa in compartimenti. Sono sempre io in un posto in fondo a me stessa, dove arriva poca luce ma si sta bene.

Sono felice che mi rinchiudi qui.

Catarsi

Le corde tirano. Tengo gli occhi chiusi. Voglio sentire, voglio lasciarmi andare, ho bisogno di lasciarmi andare; ma ancora non vado. Sento il chiacchiericcio degli altri partecipanti al peer rope, le risate, la musica di sottofondo. Le corde scorrono, passano, disegnano uno schema e mi bloccano le braccia dietro la schiena. Salgono e lo strappado va in tensione, facendomi chinare in avanti; appoggio la testa al tappeto.

Cater, dietro di me, mi abbassa i leggings e mi scopre il culo. Brivido: non me l’aspettavo.

Il primo tocco della rotellina già mi dà una sensazione fortissima. Passa alla base del culo, verso l’interno, e il mio sesso si contrae.

Cater mette mano al frustino, poi allo slapper, mi strizza le chiappe, mi passa la rotellina ovunque, premendo, dal culo alle cosce alla pianta dei piedi. Strillo. Ma tengo anche gli occhi chiusi e sento. Ascolto il dolore, lascio che si sostituisca ai miei pensieri.

Pausa. Mi si avvicina e mi chiede se va tutto bene. Mi stringe.

Vorrei annuire, dire che va tutto bene, che mi sta piacendo. Invece. Il contatto, il dolore che ha tolto i miei filtri, gli innumerevoli pensieri che mi hanno occupato la testa negli ultimi giorni, le emozioni compresse, tutto arriva ad esplodere in quell’abbraccio. Lo sento arrivare e desidero che esca. Affondo la faccia nel suo braccio e piango.

Lo sapevo di essere in uno stato emotivo complicato. In un momento di grande consapevolezza poche ore prima glielo avevo detto, che avrei potuto piangere. L’ho preparat* a gestirmi.

Cater mi tiene, mi stringe. Lascia che pianga. Poi riprende a strizzarmi, mi afferra la carne tra le dita e stringe, contorce e io torno a strillare di dolore. Il dolore si sovrappone alle lacrime, si interseca: la testa vola, non penso più. Cater mi solleva la maglietta e mi scopre i seni, ci attacca le pinzette e tira.

Boccheggio, urlo, le lacrime scorrono sul viso, il sesso mi si contrae, grido e godo. Un orgasmo feroce, affamato, che si abbevera al dolore che sento e se ne disseta. Tremo, travolta da una catarsi di cui avevo un terribile bisogno.

kat e Cater