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Tag: viaggio

  • Nuovo anno

    Gennaio è arrivato ed è anche passato; anzi, tra poco sarà passato anche febbraio.

    Io sono cambiata, e forse il cambiamento più grande è che non mi sto più opponendo a questo cambiamento ma lo sto seguendo, incanalando, cercando di capirlo.

    Fare BDSM è sempre liberatorio e rilassante ed è incredibile come il mio corpo reagisca e si abbandoni alle pratiche come fosse un’immersione in un bagno caldo. La cosa differente è che adesso la sensazione che provo è che fare BDSM sia appunto un fare e non un sentire.

    Sento il dolore, certo, e il piacere. Ma un tempo quello che sentivo con più forza erano le emozioni, la liberazione emotiva, l’abbandono di me, del mio sé individuale. Emozioni che poi persistevano per giorni e mi lasciavano a galleggiare per un tempo che pareva infinito. Il BDSM era il mio rifugio in cui indulgere nei miei meccanismi disfunzionali in un modo sicuro, sano, consensuale.

    Eppure alla fine si è rivelato meno sano e meno sicuro di quanto pensassi.

    Così vivo il BDSM con meno ferocia, direi. Non è più ASSOLUTO e TOTALE per essere valido. Era un assoluto che mi annichiliva – ed ero felice di annichilirmi, ma era così difficile tornarne fuori, dopo.

    Il punto chiave è che so di non potermi più fidare dei miei desideri, che mi porterebbero a quell’annichilimento. Non posso fidarmi. Quindi non mi affido più.

    Vivo le pratiche con la gioia e il trasporto immediati della condivisione serena, senza sovrastrutture, senza legami. In tutto questo, spero di non essere io a ferire qualcun altro.

  • Domande

    Adesso ho più domande che risposte. Più riflessioni che azioni.

    Ogni tanto (ogni volta che serve, e si capisce quando serve, se ci si ascolta) mi faccio delle domande: su chi sono, cosa faccio, perché desidero quello che desidero, cosa mi ha portato ad essere chi sono.

    Posso migliorare? Il miglioramento cui penso è qualcosa che mi appartiene, che desidero io, o che mi viene stimolato da fuori? Ma anche: questo stimolo esterno è motivato, sensato, fruttuoso, coerente? O è forzato, peloso, manipolatorio, inadatto? E’ un input che mi invia l’universo per sospingermi perlomeno a riflettere? Questo sicuro. Sta a me comprenderlo e farlo mio o lasciarlo andare.

    Leggo, studio, mi confronto con altre persone, provo a cercare punti di vista differenti, idee, suggerimenti, indicazioni, esperienze altrui da cui imparare. Cerco di uscire dalla mia bolla.

    In questa apertura succede che arrivi quella sensazione: un improvviso vuoto allo stomaco, il cuore che salta, la bocca si apre e gli occhi si spalancano: è il riconoscimento. Una cosa che ho visto, letto, sentito è arrivata. Ha colto nel segno dentro di me, l’ho riconosciuta per vera, è qualcosa che mi serve, che devo raccogliere e curare, approfondire: mi cambierà. E’ una chiave di lettura, un chiarimento su me stessa, sulle mie motivazioni, sui miei reconditi meccanismi, sulle mie emozioni.

    Di colpo torno attiva, mi smuovo se ero ferma, mi rassereno se ero cupa: ho ritrovato la via. E si va.

  • Anticipazione e nostalgia

    Quando avevo appena iniziato a sperimentare il BDSM, ad esplorare le pratiche e le sensazioni, ero colma di anticipazione ed entusiasmo. Tutto era nuovo: passavo ore a fantasticare, a scrivere racconti e fantasie, a immaginare cosa avrei potuto fare, cosa avrei potuto provare. Ogni cosa che mettevo in pratica era una bomba di emozioni, il coinvolgimento estremo anche con il minimo stimolo.

    Poi, man mano che il tempo passava e accumulavo esperienza, mi riempivo non solo di anticipazione ma anche di ricordi, di conoscenze. Ciò che avevo sperimentato diventava materiale per ulteriore anticipazione, fino a diventare aspettativa, speranza, desiderio di riuscire a replicare emozioni e sensazioni.

    Passato ancora del tempo, con il termine delle relazioni e il contraccolpo emotivo, la tristezza della perdita e la sofferenza della mancanza mi hanno riempita di nostalgia: malinconia per ciò che era stato e non era più e la vana speranza che tornasse. Accanto all’anticipazione, la nostalgia ha iniziato a crescere sempre di più, fino a rubarle spazio. Il mio senso di anticipazione ha iniziato a calare: sapevo già cosa aspettarmi, che sensazioni avrei potuto provare, e sapevo anche che non erano sempre uguali né sarebbero state intense e potenti come la prima volta che le avevo provate; sarebbero state diverse, forse nemmeno così belle: l’esperienza me lo diceva.

    Per lungo tempo anticipazione e nostalgia si sono bilanciate, prendendo a turno di volta in volta più spazio in me, scambiandosi, alimentandosi l’un l’altra.

    Adesso per la prima volta la nostalgia mi pare vacua, e l’anticipazione si è quasi spenta. Non fantastico, non immagino, non mi aspetto grandi cose. Programmo qualcosa di pratico ma tutta l’emozione legata al D/s sembra svanita. Come scrivevo qualche tempo fa, forse è che non ci credo più.

    Hanno giocato un ruolo anche l’immensa fatica emotiva della pandemia e l’impegno costante e continuo per tirarmi fuori dall’ansia e dentro il nuovo lavoro, di sicuro; inoltre sono cambiata e ho abbattuto pareti che erano anche aspettative, che erano anche contenitori di nostalgia. Sono uscita dall’altra parte stanca, ma anche più forte; disillusa, ma anche più consapevole di me, dei miei limiti, dei miei bisogni.

    La nostalgia che provo ora è quella della mia inesperienza: una volta tutto era molto più facile, più semplice. Ma non si torna indietro dalla complessità. Chi sono ora non è chi ero e non è ancora chi sarò. L’anticipazione che provo ora è sottile e non irruenta come un tempo: ma ho ancora voglia, nonostante tutto, ed è bello averla.

  • Un’altra me

    Quante incarnazioni ho avuto finora? Innumerevoli.

    Eppure sono sempre me stessa e come tale mi riconosco. Ma non sono coerente con la me di tempo fa. Certo: nei valori, lo sono; ma nelle pratiche? nelle preferenze? nei gusti?

    Ricordo che da bambina mi faceva schifo la rucola. Che fino ai trent’anni non sopportavo una salsa tipica delle mie parti. Che ero decisamente ostile agli aghi. Che mai avrei accettato pratiche degradanti come il rimming.

    E invece.

    Quindi ora sono curiosa: chi sarò da oggi in poi? Quale altra incarnazione avrò? Cosa scoprirò che mi piace, cosa sperimenterò?

    Il mio timore di essere arrivata, di avere ormai capito o provato tutto, di non avere sorprese è stato sempre smentito. Non vedo l’ora che lo sia di nuovo.

  • Stuporosa

    Durante la giornata guido, lavoro, rispondo al telefono, faccio ciò che devo fare nella mia vita quotidiana. Ma non scendo. Mai.

    Resto in uno stato d’animo sospeso, etereo, rarefatto. Dico sciocchezze e rido per un nonnulla. Mi astraggo quando un pensiero, una sensazione mi attraversano; sorrido.

    Mi sento come se fossi brilla, ma senza esserlo. Non sono stordita, ma dolcemente imbambolata. Guardo il mondo con occhi pieni di gioia.

    Il corpo ora è libero, ma ricorda le legature in cui mi hai stretta ieri sera. La mente, quella è ancora là: legata, sospesa, ricettiva. Galleggio pigramente nei residui del viaggio in cui mi hai condotta, dentro di me, in una profondità placida e tranquilla, di sereno abbandono alle tue cure.

  • Treno

    I pensieri scorrono insieme al paesaggio. Mi vengono incontro e scivolano via, veloci, colorati dei colori dell’autunno, luminosi; mi colpiscono con la loro intensità, oppure con la loro dolcezza.

    Tendo a non definirmi una persona emotiva; eppure mi hanno fatto notare che la mia emoitività è intensa, anche se magari non la riconosco. Piango poco, quasi mai. Eppure in questo periodo sento una pienezza del cuore e dei visceri che chiamo felicità.

    I pensieri e le fantasie ronzano nella mia testa di continuo, creando un piacevole suono di sottofondo. Quel ronzio della mente fa vibrare in risonanza anche la mia carne. Sento la vibrazione nella pancia, in mezzo alle gambe. La assaporo, me ne lascio avvolgere: lascio che il corpo senta, abbandonato, mentre la mente viaggia. Lascio che il corpo viaggi, trasportato dal treno, mentre la mente elucubra.

  • Sera

    L’aria è fresca, tanto che appena scesa dell’autobus rabbrividisco, ma non metto la giacca: camminando mi scaldo e diventa estremamente piacevole.

    Respiro a pieni polmoni: si sente che il mare non è distante.

    Cammino, veloce, da sola. Respiro.

    Silenzio, rumore di fondo, auto che passano, sole che tramonta.

    È uno di quei momenti di transito: ho finito un lungo discorso, forte emotivamente, e tra poco sarò a cena con altre persone. In questo momento, sono sola; ricarico l’energia. Non penso: respiro e basta, sento la notte che arriva, mi godo il vento leggero.

    Il mio cuore canta: fiducia, serenità, appartenenza e aspettative positive.

    È un momento perfetto e io sono viva.

  • Epifanie

    Parliamo? Parliamo.
    Lunghi dialoghi, confronti, domande, risposte, pensieri che si dipanano sul monitor.
    Ad un certo punto, vedo uno schema. Un’evoluzione di ragionamento e di sensazione che si ripete simile ogni sera.
    All’inizio, quando cominciano le vere domande, qualcosa dentro di me si ritrae; qualcosa mi urta, tocca un nervo scoperto. Lui incalza, continua, domanda, chiede, riflette. Io mi dibatto nella sensazione di non riuscire a spiegarmi. Vorrei sottrarmi, è faticoso, complicato, mi sembra che non mi creda, ma in effetti ci sono sfumature, dettagli, ecco, forse non era come lo pensavo all’inizio. Vorrei sottrarmi eppure resisto, rispondo, rifletto – volente o nolente, rifletto.
    E alla fine cambio.
    Alla fine capisco e accetto; arrivo ad un diverso livello di consapevolezza, di comprensione, non solo di me stessa ma di Lui e soprattutto della dinamica D/s che stiamo vivendo. Di Noi.
    Arrivo ad una vera e propria epifania, piccola o grande ma sempre significativa.
    Quanto ero irritata all’inizio, tanto sono serena e allineata alla fine. Sto bene; di più: sto meglio di prima.

    E’ un percorso iniziatico per prove successive. Una sfida dopo l’altra, avanzo.

  • Progressione

    Non posso fare a meno di rendermi conto che il mio percorso di vita nel bdsm è stato una progressione. Non sono mai rimasta ferma nello stesso punto: sono cambiata, cresciuta, e con me è cambiata la mia concezione del bdsm, la consapevolezza del mio ruolo. E meno male, aggiungerei.

    Quando ho iniziato, più di 10 anni fa, mi ci sono gettata a sperimentare; pensavo principalmente alle pratiche fisiche, a cose da fare. Anche se, rileggendo cose scritte allora, già sentivo oscuramente che desideravo qualcosa di mentale, di non solo fisico: qualcosa che si esprimesse col corpo ma sorgesse dal profondo.
    Sapevo di essere sub, di voler stare sotto. Ma cosa significasse quel sotto, non mi era chiaro – lo posso dire ora, naturalmente, col senno di poi.

    Poi in quel provare ho inciampato, ho sofferto, sono stata ferita.

    Mi ha trovata il mio primo Padrone, Pietro, che mi ha raccolta e rimessa insieme. Ha smontato pezzo a pezzo tutto ciò che in me mi faceva male, e lo ha ricostruito, restaurato. Mi ha resa intera, insegnandomi che nella sottomissione ero importante per il mio Padrone: non ero una nullità per l’universo, non dovevo esserlo. Mi ha ascoltata e fatta sfogare e colpita per riallineare le mie sensazioni; sono diventata una persona che non sapevo di essere.
    Mi sono immersa in me per imparare a non avere paura di chi sono. Ho nuotato subito sotto la superficie e ho visto la profondità del mare dentro di me, i coralli e le alghe e le acque calde.
    È stata un’Appartenenza dolce.

    Quando ho incontrato il mio secondo Padrone, SadicaMente, ero pronta per qualcosa di diverso, di più forte; non avevo più bisogno di ricostruirmi, ma di esplorarmi. La relazione è stata più impostata, più fisica, c’è stato più scambio di potere. Ho subito livelli di intensità che non avrei creduto di poter subire, ho superato limiti che credevo inviolabili. Sono stata accompagnata e spinta e siamo cresciuti.
    Mi sono immersa più in profondità in me per vedere cosa c’era, e ho trovato acque più buie, correnti calde e fredde, cetacei e pesci e brulicare di vita. E ho visto che il mare si inabissava ancora.
    È stata un’Appartenenza forte.

    Adesso, sulla soglia di una nuova Appartenenza, inspiro ed espiro per superare la paura.

    L’abisso del mio mare mi osserva ed io osservo lui; mi sono immersa e so nuotare, ma laggiù le acque sono nere e le creature che le popolano bianche; non sono mai stata così distante dalla luce, ma è un luogo di me che esiste, mi sciaborda dentro, ne sento la risacca profonda e la marea che mi chiama.
    Non so cosa troverò, né quanta parte di me ancora non conosca; so che ci sono pensieri, fantasie, sensazioni e desideri che sono me ma che non ho mai avuto il coraggio nemmeno di dire ad alta voce. Che non sarei stata in grado di esplorare prima.

    Non posso immergermi da sola o mi perderei nell’abisso di me.

  • Treno

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    Li ho conservati tutti.
    O almeno quasi tutti, credo. Forse qualcuno l’ho perso, tra una borsa e l’altra, dietro qualche mobile; e qualcuno, più legato a ricordi o eventi, non è nella busta, ma graffettato nella mia agenda – evoluzione e permanenza di un adolescenziale “attaccare sul diario”.
    Ogni viaggio, che fosse da loro o ad una festa; ogni ritorno. Infilare i biglietti nella busta con un brivido, un sorriso, una smorfia, un groppo in gola; mai con indifferenza. Non in ordine, ma mescolati, come sono dentro di me gli eventi legati a quei viaggi. Una busta di ricordi, di emozioni, di esperienza. Di condivisione.
    Non dimentico, non voglio dimenticare.
    Vado avanti, a volte vorrei tornare indietro.