Treno

I pensieri scorrono insieme al paesaggio. Mi vengono incontro e scivolano via, veloci, colorati dei colori dell’autunno, luminosi; mi colpiscono con la loro intensità, oppure con la loro dolcezza.

Tendo a non definirmi una persona emotiva; eppure mi hanno fatto notare che la mia emoitività è intensa, anche se magari non la riconosco. Piango poco, quasi mai. Eppure in questo periodo sento una pienezza del cuore e dei visceri che chiamo felicità.

I pensieri e le fantasie ronzano nella mia testa di continuo, creando un piacevole suono di sottofondo. Quel ronzio della mente fa vibrare in risonanza anche la mia carne. Sento la vibrazione nella pancia, in mezzo alle gambe. La assaporo, me ne lascio avvolgere: lascio che il corpo senta, abbandonato, mentre la mente viaggia. Lascio che il corpo viaggi, trasportato dal treno, mentre la mente elucubra.

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Sera

L’aria è fresca, tanto che appena scesa dell’autobus rabbrividisco, ma non metto la giacca: camminando mi scaldo e diventa estremamente piacevole.

Respiro a pieni polmoni: si sente che il mare non è distante.

Cammino, veloce, da sola. Respiro.

Silenzio, rumore di fondo, auto che passano, sole che tramonta.

È uno di quei momenti di transito: ho finito un lungo discorso, forte emotivamente, e tra poco sarò a cena con altre persone. In questo momento, sono sola; ricarico l’energia. Non penso: respiro e basta, sento la notte che arriva, mi godo il vento leggero.

Il mio cuore canta: fiducia, serenità, appartenenza e aspettative positive.

È un momento perfetto e io sono viva.

Epifanie

Parliamo? Parliamo.
Lunghi dialoghi, confronti, domande, risposte, pensieri che si dipanano sul monitor.
Ad un certo punto, vedo uno schema. Un’evoluzione di ragionamento e di sensazione che si ripete simile ogni sera.
All’inizio, quando cominciano le vere domande, qualcosa dentro di me si ritrae; qualcosa mi urta, tocca un nervo scoperto. Lui incalza, continua, domanda, chiede, riflette. Io mi dibatto nella sensazione di non riuscire a spiegarmi. Vorrei sottrarmi, è faticoso, complicato, mi sembra che non mi creda, ma in effetti ci sono sfumature, dettagli, ecco, forse non era come lo pensavo all’inizio. Vorrei sottrarmi eppure resisto, rispondo, rifletto – volente o nolente, rifletto.
E alla fine cambio.
Alla fine capisco e accetto; arrivo ad un diverso livello di consapevolezza, di comprensione, non solo di me stessa ma di Lui e soprattutto della dinamica D/s che stiamo vivendo. Di Noi.
Arrivo ad una vera e propria epifania, piccola o grande ma sempre significativa.
Quanto ero irritata all’inizio, tanto sono serena e allineata alla fine. Sto bene; di più: sto meglio di prima.

E’ un percorso iniziatico per prove successive. Una sfida dopo l’altra, avanzo.

Progressione

Non posso fare a meno di rendermi conto che il mio percorso di vita nel bdsm è stato una progressione. Non sono mai rimasta ferma nello stesso punto: sono cambiata, cresciuta, e con me è cambiata la mia concezione del bdsm, la consapevolezza del mio ruolo. E meno male, aggiungerei.

Quando ho iniziato, più di 10 anni fa, mi ci sono gettata a sperimentare; pensavo principalmente alle pratiche fisiche, a cose da fare. Anche se, rileggendo cose scritte allora, già sentivo oscuramente che desideravo qualcosa di mentale, di non solo fisico: qualcosa che si esprimesse col corpo ma sorgesse dal profondo.
Sapevo di essere sub, di voler stare sotto. Ma cosa significasse quel sotto, non mi era chiaro – lo posso dire ora, naturalmente, col senno di poi.

Poi in quel provare ho inciampato, ho sofferto, sono stata ferita.

Mi ha trovata il mio primo Padrone, Pietro, che mi ha raccolta e rimessa insieme. Ha smontato pezzo a pezzo tutto ciò che in me mi faceva male, e lo ha ricostruito, restaurato. Mi ha resa intera, insegnandomi che nella sottomissione ero importante per il mio Padrone: non ero una nullità per l’universo, non dovevo esserlo. Mi ha ascoltata e fatta sfogare e colpita per riallineare le mie sensazioni; sono diventata una persona che non sapevo di essere.
Mi sono immersa in me per imparare a non avere paura di chi sono. Ho nuotato subito sotto la superficie e ho visto la profondità del mare dentro di me, i coralli e le alghe e le acque calde.
È stata un’Appartenenza dolce.

Quando ho incontrato il mio secondo Padrone, SadicaMente, ero pronta per qualcosa di diverso, di più forte; non avevo più bisogno di ricostruirmi, ma di esplorarmi. La relazione è stata più impostata, più fisica, c’è stato più scambio di potere. Ho subito livelli di intensità che non avrei creduto di poter subire, ho superato limiti che credevo inviolabili. Sono stata accompagnata e spinta e siamo cresciuti.
Mi sono immersa più in profondità in me per vedere cosa c’era, e ho trovato acque più buie, correnti calde e fredde, cetacei e pesci e brulicare di vita. E ho visto che il mare si inabissava ancora.
È stata un’Appartenenza forte.

Adesso, sulla soglia di una nuova Appartenenza, inspiro ed espiro per superare la paura.

L’abisso del mio mare mi osserva ed io osservo lui; mi sono immersa e so nuotare, ma laggiù le acque sono nere e le creature che le popolano bianche; non sono mai stata così distante dalla luce, ma è un luogo di me che esiste, mi sciaborda dentro, ne sento la risacca profonda e la marea che mi chiama.
Non so cosa troverò, né quanta parte di me ancora non conosca; so che ci sono pensieri, fantasie, sensazioni e desideri che sono me ma che non ho mai avuto il coraggio nemmeno di dire ad alta voce. Che non sarei stata in grado di esplorare prima.

Non posso immergermi da sola o mi perderei nell’abisso di me.

Treno

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Li ho conservati tutti.
O almeno quasi tutti, credo. Forse qualcuno l’ho perso, tra una borsa e l’altra, dietro qualche mobile; e qualcuno, più legato a ricordi o eventi, non è nella busta, ma graffettato nella mia agenda – evoluzione e permanenza di un adolescenziale “attaccare sul diario”.
Ogni viaggio, che fosse da loro o ad una festa; ogni ritorno. Infilare i biglietti nella busta con un brivido, un sorriso, una smorfia, un groppo in gola; mai con indifferenza. Non in ordine, ma mescolati, come sono dentro di me gli eventi legati a quei viaggi. Una busta di ricordi, di emozioni, di esperienza. Di condivisione.
Non dimentico, non voglio dimenticare.
Vado avanti, a volte vorrei tornare indietro.

Tenacia

Il solo volere non basta. Ci vogliono tempo e pratica; in una parola: tenacia. Mettere da parte l’ansia che è sempre e solo controproducente e andare avanti dandomi tempo per imparare, per crescere le mie potenzialità.
A volte o forse spesso la stanchezza mi soverchia e mi abbatte; la fatica del momento contingente mi annebbia la vista verso il futuro, verso ciò che sto costruendo. La frustrazione dell’errore, della caduta mi rendono faticoso rialzarmi e ricominciare ancora una volta.
Ma se c’è una cosa che ho imparato a detestare, è piangermi addosso. Un minuto, due, dieci di sconforto: ci sta. Poi basta. Riapro gli occhi e il mio sguardo si fissa in alto. Un altro passo, uno alla volta.
Si cresce per crisi successive.

Tornanti

Cominciano i tornanti.
Il Padrone alza il volume a palla: il dubstep riempie l’abitacolo come un blob denso e pulsante, annichilendo ogni pensiero. Lui accelera e prende le curve veloce, stringendo il volante. Lady Rheja si aggrappa alla maniglia sopra la portiera, Lui sogghigna e fa fischiare le ruote.
Io mi afferro al sedile ed alla portiera; lo stomaco mi si contrae in una morsa. Apro le labbra e boccheggio, senza controllo apro le gambe, puntellandomi coi piedi. Ho paura, ma più forte della paura è l’eccitazione. Non riesco ad impedirmi di eccitarmi, in questa dimostrazione di velocità, controllo e potenza.
Lo so, l’ho già detto: va contro tutto ciò che solitamente apprezzo; di solito un comportamento di guida “sportiva” mi spaventa e mi indispone, e basta. Altro che eccitarmi.
Ma qui, ora, sul sedile posteriore della Sua auto, con il Padrone alla guida, è più forte di me. Mi irrigidisco sul sedile e mi bagno, ansimando, felice che Lui debba guardare la strada e non veda, nello specchietto retrovisore, lo stato in cui mi trovo: la bocca aperta, le guance rosse, gli occhi sgranati ed ogni muscolo contratto.
Scesi dalla collina rallenta, abbassa il volume e torna ad una normale velocità di crociera sul rettilineo. Io sono ancora in subbuglio, ma cerco di calmarmi in fretta. Prendo fiato.
E’ in quel momento che Lui si guarda attorno, si tocca la guancia destra come se qualcosa Lo infastidisse; dice: “Non capisco, mi arriva caldo”. Per un lungo istante penso: ah?, del tutto ignara. Poi Lui si gira di scatto ed esclama: “kat! Chiudi le gambe!”
D’istinto le chiudo di scatto; un millesimo di secondo dopo mi arriva, come un pugno nello stomaco, il senso di quello che ha detto ed avvampo; chino la testa e vorrei affondare nel sedile. L’umiliazione brucia come il fuoco.
Potevo aspettarmelo? Forse dovevo, conoscendoLo. Ma non lo vedo mai arrivare.
Anche questo è uno di quei piccoli gesti, quelle attenzioni che so di dover assaporare: un dono del Padrone. Un dono bruciante, sadico, crudele, per me.