Piccola – capitolo II

Sognò la festa. Era ancora più incredibile di come se l’aspettasse: c’era il fuoco, su altissimi ceri brucianti e persone strabilianti con anche quattro braccia tutte saldamente legate con shibari stupefacenti, e macchinari mai visti con complesse trame di corde, carrucole e pulegge, e catene e sbarre d’acciaio, di cui magicamente conosceva alla perfezione l’uso. Vagava per il dungeon come volando a mezz’aria, accompagnata dal suo Padrone che però era anche un suo amico, e che poi diventava una ragazza mai vista prima ma che lei sapeva essere una sua sorella perduta da tempo, inesistente nella realtà.
Si svegliò che già i dettagli sbiadivano dalla sua memoria, ma con addosso tutta la sensazione di meraviglia e di soddisfazione del sogno. Si recò da basso a preparare la colazione ancora trasognata, tanto che i Signori scesero che il caffè ancora non era pronto. Il Padrone la guardò in tralice, stupito di una simile banale mancanza, e Piccola si affrettò a portare in tavola le brioches calde di forno, chiedendo scusa e affaccendandosi rapidamente attorno alla cuccuma. Il Padrone fece spallucce, perplesso ma non arrabbiato, sorrise alla sua amatissima moglie e prese a parlare con lei degli impegni della giornata che andava iniziando.
Piccola si rammaricò perché era evidente che il Padrone non aveva intenzione di punirla per la sua mancanza. Mentre si sbrigava a mettere in tavola il caffè finalmente pronto, lo zucchero e il latte, si fece strada nel suo cervello l’orribile sensazione di non essere più considerata. Sapeva che era solo una sua paura… ma la mattina era uggiosa e fredda, il ricordo del sogno e del letto caldo la riempivano di struggimento, e la routine faticosa delle ultime settimane le pesava sulle spalle come un fardello; il suo animo, insomma, era nella predisposizione adatta a cedere alle proprie paure… e a dimenticare i saggi ordini del suo Padrone che le vietavano di arrovellarsi su questioni che la tormentassero.
Dopo che i Signori ebbero finito di fare colazione e furono tornati in camera a vestirsi, Piccola sparecchiò e sistemò tutto alla perfezione, come sempre. L’unico segnale che non tutto era come al solito era il suo sguardo, vacuo e illuminato da una luce nera che le donava un’aria allucinata. La sua mente era sgombra, all’apparenza: non pensava a nulla mentre le sue mani compivano i gesti consueti; ma appena sotto la superficie del pensiero cosciente le si agitava un turbine di sensazioni, emozioni e idee. La lacerazione del suo cuore, derivante dalla convinzione di essere stata abbandonata, se non nei fatti nelle intenzioni, dal suo Padrone, le sanguinava in petto e la tormentava. La sua mente annaspò in cerca di un appiglio per tornare a stare bene, e si rivolse alla sua antica volontà di potenza.
Dimentica degli ordini, tornò a convincersi di essere migliore degli altri, di tutti gli altri; tornò a sentirsi potente della potenza vuota dell’orgoglio, e decise che l’avrebbe dimostrato a tutti, soprattutto al suo Padrone: gliel’avrebbe fatta vedere lei, lo avrebbe fatto pentire dell’affronto di non considerarla. Ecco: sarebbe andata da sola alla festa. Là avrebbe brillato e sarebbe stata meravigliosa, e forse avrebbe trovato un nuovo Padrone, uno che l’avrebbe tenuta su un piedistallo come meritava.
In fondo non era davvero convinta di questi suoi deliri di onnipotenza, naturalmente. Si innalzava sull’orlo del baratro del crollo di autostima; fintanto che fosse riuscita a restare convinta di essere grandiosa, avrebbe veleggiato in alto; ma quando si fosse distratta, o fosse accauto un avvenimento qualsiasi, anche banale, che l’avesse fatta dubitare di sé, sarebbe precipitata nella convinzione opposta di essere nulla più che la feccia della terra.
Ma dall’alto della sua convinzione attuale era totalmente immemore anche di quest’altra faccia della medaglia.
Finì di rassettare e pulire e si diresse in ingresso, dove preparò le giacche e le borse dei Padroni, che sarebbero usciti poco dopo per andare ai rispettivi lavori; dopo averli salutati, invece di rivolgersi ai suoi compiti quotidiani, corse nella propria stanza e si collegò al computer. Aveva mezzora di libertà al giorno per navigare liberamente: la connessione calcolava il tempo e si interrompeva allo scadere dei 30 minuti, ma non interponeva alcun filtro o controllo ai siti visitati. Andò diretta al sito della festa e si segnò tutti i dati e le indicazioni necessarie, e si iscrisse tramite il form online. Ne ricavò la parola d’ingresso necessaria ad entrare, inserì un commento entusiasta e si scollegò.
Le batteva il cuore all’impazzata, nella consapevolezza di stare violando deliberatamente un ordine del suo Padrone. Eppure quella stessa consapevolezza era stemperata dal suo stato di sovraeccitazione; mentre una parte di lei strillava di orrore per questa violazione, un’altra si sentiva incredibilmente furba, ed ebbe la meglio quest’ultima.
Tornò allora di sotto a fare il suo dovere, e lavorò tutto il giorno saltellando e fischiettando; quando i Signori rientrarono trovarono la cena già pronta, e il Padrone si complimentò con Piccola. Lei gongolò mentre un angolo del suo cuore si torceva di angoscia sapendo di stare programmando una cosa proibita.
Quella notte non dormì. Continuò a rigirarsi tra le lenzuola, tra vette d’esaltazione e picchi di angoscia.
[Segue]

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