Dodici

Di colpo, fisso il tacco.
Attrae la mia attenzione e la assorbe interamente. Lo osservo: è sottile, si svasa verso l’alto prima piano, poi più rapidamente, trasformandosi in un calice nero, pieno. Supporto per la scarpa, il tallone. Oltre, tutto sfuma in una foschia indistinta, ininfluente.
Lo guardo giocare con l’incavo della suola: ruota, si nasconde quando la scarpa gira, fa capolino da dietro il collo del piede, si svela nella sua pienezza. Di profilo, da dietro.
La consistenza lucida si completa in un centimetro cubo di gomma opaca, come un piccolo tappo al suo vertice, posto lì per non farne uscire un contenuto misterioso che sono certo ci sia: un nettare divino che vorrei suggere fino all’ultima goccia.
Il tacco si appoggia, si solleva al ritmo di una musica che a malapena raggiunge la mia coscienza. Sono rapito dall’armonia che sprigiona: la sinergia con la suola, con la punta, in una danza frusciante che mi accarezza l’anima.
Qualcuno mi chiama per nome, più volte: mi riscuote dalla mia estasi. C’è tutta una ingombrante persona sopra quel tacco, una persona che ora mi parla, mi chiede se sono stanco. Certo, sorrido, sono un po’ stanco, è tardi, non sono abituato ad andare in discoteca. Certo, avevo lo sguardo fisso nel vuoto rivolto a terra per questo: solo stanchezza, nulla più.
Come spiegarti che non era il vuoto che fissavo all’altezza del pavimento, ma un’immensa pienezza; il cardine dell’universo, un dettaglio che soverchia tutta questa inutilità di gambe, braccia, tronco, testa. Un particolare unico che dà senso ad un mondo insignificante.
No, non è spiegabile, non capiresti. Invece capisci la stanchezza e corri a prendermi una redbull, premura superflua come te. Ma grazie, grazie di riportarmi poi quei due compassi con cui posso misurare il mio cuore. Grazie di posarli sulle mie ginocchia quando ti siedi sul divanetto per riposare e farmi compagnia, grazie per permettermi di saggiarne lo stiletto con la mano; mi chiedo sempre se in fondo lo sai e lo fai apposta, o se è un caso. Ad ogni modo grazie.
E mentre interagisco con la tua totalità, la mia anima appartiene a quei dodici centimetri di gloria.

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Piccola – capitolo V

Arrancò dolorante per i pochi chilometri che la separavano dalla magione, da una doccia bollente e dalla sua cuccia. Ad ogni passo la sua anima si scaldava al pensiero di casa, e subito dopo precipitava nel terrore di venire scacciata. Attraversò il parco, dischiuse la finestra e si arrampicò di nuovo nella sua stanza, al sicuro.
Quando accese la luce, trasalì: il suo Padrone era lì, seduto sul suo letto, in mano ancora il nerbo, lucido dalla lunga manipolazione. Piccola lo fissò tremante: lui non accennava a dire né fare niente. Stava solo lì, seduto, lo sguardo fisso a terra, le mani che scorrevano lungo quel pezzo di carne secca e arrotolata.
Piccola si gettò ai suoi piedi in lacrime, implorando perdono. Continua a leggere

Piccola – capitolo IV

Trasse dai suoi armadi quasi tutti i suoi vestiti “da festa”, sparpagliandoli per la stanza, sul letto, sulla sedia, sulla scrivania e per terra, per scegliere la mise migliore. Escluse harness e corsetti: non avendo nessuno per aiutarla a stringerglieli addosso, non avrebbe potuto indossarli. Considerò a lungo su quale colore orientarsi, se sul rosso o sul nero, o magari sul bianco (clinical?). Ricontrollò il volantino della serata per essere certa del dress code, che però era piuttosto libero, purché fosse sadomaso o fetish. Scelse quindi un completo di lingerie rossa con bordi di volant e laccetti e fiocchi neri, che le stava deliziosamente.
Si pavoneggiò davanti allo specchio per un po’, poi indossò sopra un abitino nero piuttosto anonimo e caldo, utile a coprirla nel tragitto fino alla festa. Infilò gli anfibi e mise in un sacchetto gli stivaletti rossi coi lacci neri e i tacchi a spillo, che si abbinavano alla perfezione alla mise. Si arrotolò la sciarpa attorno al collo e tornò a guardarsi allo specchio. Continua a leggere

Piccola – capitolo III

Il giorno dopo era sabato, il giorno della festa. Si alzò in anticipo, rendendosi conto che ormai certo non avrebbe preso sonno e che ormai il sole era sorto. Preparò la colazione e aspettò i Signori, che quando scesero furono contenti di vederla così operosa.
Il Padrone, tuttavia, la occhieggiò di sottecchi: la vedeva molto operosa, molto intenta al suo lavoro e molto attenta a compiacere. Troppo. Aggrottò la fronte: il suo comportamento era tipico di quando qualcosa non andava per il verso giusto, e lui lo sapeva bene. Lei intercettò il suo sguardo indagatore e gli fece un gran sorriso. Lui sollevò un sopracciglio e le chiese: «Che c’è, Piccola?».
Lei trasalì e il suo sorriso s’incrinò. «Eh… nulla, Padrone – mentì – Che c’è?», chiese, cercando di ostentare indifferenza. Continua a leggere

Piccola – capitolo II

Sognò la festa. Era ancora più incredibile di come se l’aspettasse: c’era il fuoco, su altissimi ceri brucianti e persone strabilianti con anche quattro braccia tutte saldamente legate con shibari stupefacenti, e macchinari mai visti con complesse trame di corde, carrucole e pulegge, e catene e sbarre d’acciaio, di cui magicamente conosceva alla perfezione l’uso. Vagava per il dungeon come volando a mezz’aria, accompagnata dal suo Padrone che però era anche un suo amico, e che poi diventava una ragazza mai vista prima ma che lei sapeva essere una sua sorella perduta da tempo, inesistente nella realtà. Continua a leggere

Piccola – capitolo I

[Pubblico a puntate un racconto lungo, un “capitolo” alla settimana; ho iniziato a scriverlo diverso tempo fa, ed è ora che lo completi e che veda la luce. Non vi sono raccontati fatti realmente accaduti]

La sera stava calando placida sulla magione, tinteggiando le mura di colori tenui dal rosa all’azzurro, che via via diveniva blu scuro e infine nero all’avanzare della notte. Le finestre rivolte al tramonto rilucevano come diamanti incastonati nei muri, lanciando riflessi come segnali a qualche sconosciuto viaggiatore che si fosse trovato a passare per quei paraggi.
«Ma Padrone…!», la voce di lei risuonò acuta, più di quanto avrebbe voluto, e infantile.
«Ho detto di no, Piccola», ribadì lui, serio, pacato, alzando il viso dal giornale e guardandola direttamente negli occhi. Il suo sguardo significava più di molte parole, e Piccola tacque. Continua a leggere

Racconto: Scent

Quando arrivo c’è un po’ di tensione dovuta a questioni di vita quotidiana; per la serenità necessaria decidiamo di attendere un poco prima di giocare, lasciando sbollire il nervosismo, per accogliere un mood più adatto. Io sono tranquilla, non ho urgenze né desideri impellenti, così mi godo questo interludio. Faccio un giro con la Lady a comprare le sigarette del Padrone: è una bella giornata di sole, che a tratti si copre ma già prelude a una bella primavera; sorrido e assaporo questa quotidianità, questa tranquillità. Ma non dimentico di dare del lei… quasi mai.
A casa io e la Lady prepariamo il pranzo. Apparecchio la tavola per tre. Sono decisamente tranquilla, non un pensiero mi sfiora. Il Padrone arriva in cucina dallo studio, si ferma in mezzo alla stanza e dice: «Com’è che ci sono tre piatti sul tavolo?». Io trasalgo.
«Bè… volevo illuderla», spiega lei con un sorriso.
Lui mi fissa. «Ti sei illusa?», mi chiede.
Io chino il capo: «Sì Padrone».
«Bene – fa lui – ora metti il piatto per terra».
Non gli dico quanto in realtà sia più felice di mangiare per terra, ma credo che lo sappia. Più che essermi illusa, ero quasi dispiaciuta di stare a tavola… mi piace sapere qual è il mio posto, e mi piace mi sia ricordato. In ogni caso, questo scambio di battute mi dona un brivido.
Quando la pasta è pronta servo i Padroni, poi mi accoccolo sulla mia copertina, a terra accanto al tavolo; il piatto fuma e ho fame, ma non oso toccare cibo. Guardo lui: aspetto che inizi, poiché non ho il permesso di mangiare finché non ha iniziato. Il Padrone tergiversa, accende la tv e gira tra i canali, gira la pasta nel piatto e, finalmente, infilza i maccheroni con la forchetta e dà il via al pasto. Mi chino sul piatto, grata, e mangio come un cane, direttamente con la bocca.
La giornata così normale cambia qualità in modo quasi impercettibile, su queste sfumature; chiacchiere serene e tranquille, ma loro sul divano, io sul pavimento; un pranzo normale, ma loro a tavola e io a terra.
Questi dettagli mi donano una sensibilità amplificata. Mi sento bene, eccitata. Continua a leggere