Dodici

Di colpo, fisso il tacco.
Attrae la mia attenzione e la assorbe interamente. Lo osservo: è sottile, si svasa verso l’alto prima piano, poi più rapidamente, trasformandosi in un calice nero, pieno. Supporto per la scarpa, il tallone. Oltre, tutto sfuma in una foschia indistinta, ininfluente.
Lo guardo giocare con l’incavo della suola: ruota, si nasconde quando la scarpa gira, fa capolino da dietro il collo del piede, si svela nella sua pienezza. Di profilo, da dietro.
La consistenza lucida si completa in un centimetro cubo di gomma opaca, come un piccolo tappo al suo vertice, posto lì per non farne uscire un contenuto misterioso che sono certo ci sia: un nettare divino che vorrei suggere fino all’ultima goccia.
Il tacco si appoggia, si solleva al ritmo di una musica che a malapena raggiunge la mia coscienza. Sono rapito dall’armonia che sprigiona: la sinergia con la suola, con la punta, in una danza frusciante che mi accarezza l’anima.
Qualcuno mi chiama per nome, più volte: mi riscuote dalla mia estasi. C’è tutta una ingombrante persona sopra quel tacco, una persona che ora mi parla, mi chiede se sono stanco. Certo, sorrido, sono un po’ stanco, è tardi, non sono abituato ad andare in discoteca. Certo, avevo lo sguardo fisso nel vuoto rivolto a terra per questo: solo stanchezza, nulla più.
Come spiegarti che non era il vuoto che fissavo all’altezza del pavimento, ma un’immensa pienezza; il cardine dell’universo, un dettaglio che soverchia tutta questa inutilità di gambe, braccia, tronco, testa. Un particolare unico che dà senso ad un mondo insignificante.
No, non è spiegabile, non capiresti. Invece capisci la stanchezza e corri a prendermi una redbull, premura superflua come te. Ma grazie, grazie di riportarmi poi quei due compassi con cui posso misurare il mio cuore. Grazie di posarli sulle mie ginocchia quando ti siedi sul divanetto per riposare e farmi compagnia, grazie per permettermi di saggiarne lo stiletto con la mano; mi chiedo sempre se in fondo lo sai e lo fai apposta, o se è un caso. Ad ogni modo grazie.
E mentre interagisco con la tua totalità, la mia anima appartiene a quei dodici centimetri di gloria.

Piccola – capitolo V

Arrancò dolorante per i pochi chilometri che la separavano dalla magione, da una doccia bollente e dalla sua cuccia. Ad ogni passo la sua anima si scaldava al pensiero di casa, e subito dopo precipitava nel terrore di venire scacciata. Attraversò il parco, dischiuse la finestra e si arrampicò di nuovo nella sua stanza, al sicuro.
Quando accese la luce, trasalì: il suo Padrone era lì, seduto sul suo letto, in mano ancora il nerbo, lucido dalla lunga manipolazione. Piccola lo fissò tremante: lui non accennava a dire né fare niente. Stava solo lì, seduto, lo sguardo fisso a terra, le mani che scorrevano lungo quel pezzo di carne secca e arrotolata.
Piccola si gettò ai suoi piedi in lacrime, implorando perdono. Continua a leggere

Piccola – capitolo IV

Trasse dai suoi armadi quasi tutti i suoi vestiti “da festa”, sparpagliandoli per la stanza, sul letto, sulla sedia, sulla scrivania e per terra, per scegliere la mise migliore. Escluse harness e corsetti: non avendo nessuno per aiutarla a stringerglieli addosso, non avrebbe potuto indossarli. Considerò a lungo su quale colore orientarsi, se sul rosso o sul nero, o magari sul bianco (clinical?). Ricontrollò il volantino della serata per essere certa del dress code, che però era piuttosto libero, purché fosse sadomaso o fetish. Scelse quindi un completo di lingerie rossa con bordi di volant e laccetti e fiocchi neri, che le stava deliziosamente.
Si pavoneggiò davanti allo specchio per un po’, poi indossò sopra un abitino nero piuttosto anonimo e caldo, utile a coprirla nel tragitto fino alla festa. Infilò gli anfibi e mise in un sacchetto gli stivaletti rossi coi lacci neri e i tacchi a spillo, che si abbinavano alla perfezione alla mise. Si arrotolò la sciarpa attorno al collo e tornò a guardarsi allo specchio. Continua a leggere

Piccola – capitolo III

Il giorno dopo era sabato, il giorno della festa. Si alzò in anticipo, rendendosi conto che ormai certo non avrebbe preso sonno e che ormai il sole era sorto. Preparò la colazione e aspettò i Signori, che quando scesero furono contenti di vederla così operosa.
Il Padrone, tuttavia, la occhieggiò di sottecchi: la vedeva molto operosa, molto intenta al suo lavoro e molto attenta a compiacere. Troppo. Aggrottò la fronte: il suo comportamento era tipico di quando qualcosa non andava per il verso giusto, e lui lo sapeva bene. Lei intercettò il suo sguardo indagatore e gli fece un gran sorriso. Lui sollevò un sopracciglio e le chiese: «Che c’è, Piccola?».
Lei trasalì e il suo sorriso s’incrinò. «Eh… nulla, Padrone – mentì – Che c’è?», chiese, cercando di ostentare indifferenza. Continua a leggere

Piccola – capitolo II

Sognò la festa. Era ancora più incredibile di come se l’aspettasse: c’era il fuoco, su altissimi ceri brucianti e persone strabilianti con anche quattro braccia tutte saldamente legate con shibari stupefacenti, e macchinari mai visti con complesse trame di corde, carrucole e pulegge, e catene e sbarre d’acciaio, di cui magicamente conosceva alla perfezione l’uso. Vagava per il dungeon come volando a mezz’aria, accompagnata dal suo Padrone che però era anche un suo amico, e che poi diventava una ragazza mai vista prima ma che lei sapeva essere una sua sorella perduta da tempo, inesistente nella realtà. Continua a leggere

Piccola – capitolo I

[Pubblico a puntate un racconto lungo, un “capitolo” alla settimana; ho iniziato a scriverlo diverso tempo fa, ed è ora che lo completi e che veda la luce. Non vi sono raccontati fatti realmente accaduti]

La sera stava calando placida sulla magione, tinteggiando le mura di colori tenui dal rosa all’azzurro, che via via diveniva blu scuro e infine nero all’avanzare della notte. Le finestre rivolte al tramonto rilucevano come diamanti incastonati nei muri, lanciando riflessi come segnali a qualche sconosciuto viaggiatore che si fosse trovato a passare per quei paraggi.
«Ma Padrone…!», la voce di lei risuonò acuta, più di quanto avrebbe voluto, e infantile.
«Ho detto di no, Piccola», ribadì lui, serio, pacato, alzando il viso dal giornale e guardandola direttamente negli occhi. Il suo sguardo significava più di molte parole, e Piccola tacque. Continua a leggere

Racconto: Scent

Quando arrivo c’è un po’ di tensione dovuta a questioni di vita quotidiana; per la serenità necessaria decidiamo di attendere un poco prima di giocare, lasciando sbollire il nervosismo, per accogliere un mood più adatto. Io sono tranquilla, non ho urgenze né desideri impellenti, così mi godo questo interludio. Faccio un giro con la Lady a comprare le sigarette del Padrone: è una bella giornata di sole, che a tratti si copre ma già prelude a una bella primavera; sorrido e assaporo questa quotidianità, questa tranquillità. Ma non dimentico di dare del lei… quasi mai.
A casa io e la Lady prepariamo il pranzo. Apparecchio la tavola per tre. Sono decisamente tranquilla, non un pensiero mi sfiora. Il Padrone arriva in cucina dallo studio, si ferma in mezzo alla stanza e dice: «Com’è che ci sono tre piatti sul tavolo?». Io trasalgo.
«Bè… volevo illuderla», spiega lei con un sorriso.
Lui mi fissa. «Ti sei illusa?», mi chiede.
Io chino il capo: «Sì Padrone».
«Bene – fa lui – ora metti il piatto per terra».
Non gli dico quanto in realtà sia più felice di mangiare per terra, ma credo che lo sappia. Più che essermi illusa, ero quasi dispiaciuta di stare a tavola… mi piace sapere qual è il mio posto, e mi piace mi sia ricordato. In ogni caso, questo scambio di battute mi dona un brivido.
Quando la pasta è pronta servo i Padroni, poi mi accoccolo sulla mia copertina, a terra accanto al tavolo; il piatto fuma e ho fame, ma non oso toccare cibo. Guardo lui: aspetto che inizi, poiché non ho il permesso di mangiare finché non ha iniziato. Il Padrone tergiversa, accende la tv e gira tra i canali, gira la pasta nel piatto e, finalmente, infilza i maccheroni con la forchetta e dà il via al pasto. Mi chino sul piatto, grata, e mangio come un cane, direttamente con la bocca.
La giornata così normale cambia qualità in modo quasi impercettibile, su queste sfumature; chiacchiere serene e tranquille, ma loro sul divano, io sul pavimento; un pranzo normale, ma loro a tavola e io a terra.
Questi dettagli mi donano una sensibilità amplificata. Mi sento bene, eccitata. Continua a leggere

Sogno

Stanchissima, mi avviluppo nella coperta nuova appena comprata e mi addormento sul divano. Un sonno ristoratore di cui ho un gran bisogno. Sogno.

Il vento mi sferza il viso, mentre cado velocissima: mi sono lanciata da una rupe col paracadute. Schizzo come un razzo verso il basso, intorno a me un paesaggio d’incanto: canyon e rocce rosse, il deserto, una piccola strada che scorre sul fondovalle; il sole splende e il cielo è azzurro. Rido, felice: è una giornata magnifica e tutto è meraviglioso.
Davanti a me volano verso il basso due ragazzi a cavallo di delle mountain bike; penso: caspita, loro sì che fanno una cosa difficile: dopo, planando, devono riuscire ad atterrare su quella stradina laggiù sulle due ruote e pedalare via!
Ad un certo punto loro aprono il paracadute, che li tira su per la collottola; mi sovviene che è il momento che lo apra anch’io. Con un po’ d’agitazione annaspo cercando la maniglia che ho sul petto, la trovo, la tiro: lo zaino si apre ma il paracadute non esce. Esce a metà, ma si incastra su se stesso, rimane piegato e non riesce a svolgersi.
Stranamente, non ho paura. Mi rendo conto di cos’è successo e mi dico: niente panico, altrimenti sono fregata; ce la posso fare, devo solo agire con calma.
In quel momento, ma solo per un attimo, comprendo che è un sogno, e che sta per diventare un incubo. Non voglio.
Mi batte il cuore nel petto. Alzo le mani e raggiungo il paracadute impaccato, lo sprimaccio, lo spiego e riesco a farlo aprire. Atterro dolcemente e senza problemi, il cuore in tumulto per l’emozione dell’esperienza. Respiro a fondo e mi tremano le gambe, ma sono al settimo cielo.
Poco dopo, nella sala d’attesa per risalire in cima alla rupe, un amico mi fa: “Ho visto che non ti si era aperto il paracadute, sei stata brava!”; accanto a lui, mia madre sbotta: “Cosa?! Non ti si era aperto il paracadute?!!”; al che io giro gli occhi al cielo e gli dico: “Ehi, grazie per averlo fatto sapere a mia madre, adesso vorrà impedirmi di farlo di nuovo perché avrà troppa paura!”; lui ride.

Mi sveglio rinfrancata e riposata. Quando il ricordo del sogno mi raggiunge la mente cosciente, resto stupita: quello che poteva essere un incubo angoscioso, è stato invece un sogno di forza e felicità. Perché l’ho voluto; non mi sono permessa di cedere al panico e ho avuto fiducia di farcela.
Sorridente, caracollo a farmi un caffè; procedo nella giornata come ancora sospesa tra le nuvole.

Danzare

Stanotte ho sognato di partecipare a un provino di danza.
Andavo senza avere preparato una coreografia, senza essermi allenata, senza sapere cosa avrei danzato. Avevo delle vaghe idee ma nulla di preciso. Sapevo che avrei danzato in una stanza vuota, ma ripresa da delle telecamere e tutti avrebbero potuto vedermi. Inoltre, era già il secondo provino, c’era già stata una prima selezione cui non avevo partecipato; quindi sapevo che in realtà non avrei certo potuto passare, venivo solo… non so, a provarci.
Davo il cd con la musica e mi mettevano su un pezzo diverso rispetto a quello che volevo, e pensavo: ho dimenticato di dirgli che volevo il brano n°3, questo è il n°1. Esitavo se gridare che era sbagliato e di mettermi su quello giusto, ma poi pensavo: ormai. Non volevo fare figuracce: avevo sbagliato, avrei dovuto pensarci prima.
Così ballavo su quel brano, senza conoscerlo, così, a sentimento. Improvvisavo una coreografia con un libro, fingevo di leggerlo e poi danzavo.
Alla fine, dove credevo il brano finisse, mi fermavo in una posizione… ma il brano non finiva, andava avanti ad libitum. A un certo punto mi tiravo su, per dire “ok ho finito”, tanto non mi veniva altro.
Uscivo con una sensazione di incompiuto, di incompletezza. Avrei dovuto prepararmi una coreografia, dire il brano giusto… come avevo potuto presentarmi così impreparata, così a caso? Però avevo anche una bella sensazione; avevo danzato, comunque ci avevo provato.
Uscendo, incontravo la regista; le dicevo che mi dispiaceva non aver fatto un granché, e lei mi rispondeva “va benissimo, ci hai provato, l’importante è aver colto questa opportunità”.
Poi scoprivo che grazie alla telecamera mi aveva vista Leonardo di Caprio (giuro! sogni!!) che era tipo uno dei giudici. Mi vergognavo per la mia performance imprecisa e speravo di non incrociarlo… ma entrando nel bagno delle donne lui era lì, seduto in una specie di sala d’attesa insieme a molte ragazze (le altre che avevano fatto il provino). Era invecchiato e ingrigito, indossava pantaloni a sigaretta attillati e si alzava per stringermi la mano. Poi mi diceva che aveva visto la mia danza nel video (io abbozzavo e sorridevo imbarazzata) e mi faceva dei complimenti per alcune idee e intuizioni che avevo avuto per la coreografia, sebbene mi facesse capire che non era il massimo perché era fatta troppo a caso. Io mi stupivo dei complimenti e ringraziavo, andando via con una sensazione di soddisfazione.

Strano sogno.
Forse il mio inconscio mi sta dicendo: vai e provaci, divertiti. Certo puoi fare meglio se ti impegni, ma già il fatto che ci provi va bene e ti può dare soddisfazione. Figurati cosa potresti ottenere in termini di gioia e autostima se ti impegnassi! Ma va bene, va bene. Vai e sii felice. Danza.

Credo che danzerò.

Fantasia prima dell’evento

Da ore ormai non capisco più niente. Ma saranno ore? O giorni? Non lo so più, ho perso anche la cognizione del tempo.

Sono bendata ormai da tempo immemorabile, mi sembra di avere dimenticato la luce del sole. Arranco a quattro zampe sotto lo stimolo del frustino o dei piedi dei miei Padroni, che mi urtano con mala grazia per farmi avanzare. Non ho una strada da seguire, non uno scopo, ma arranco ugualmente, per il loro piacere, per deliziarli e divertirli.

La Padrona è essa stessa una schiava, e anche io ho contribuito a farle male, ho aiutato il Padrone a farla soffrire, ma mai ho raggiunto il rango di Padrona io stessa. Sono sempre stata solo uno strumento. Lei invece è fiera e altera, quando domina brilla di luce propria, la volontà di dominio è forte e splende in lei come un piccolo sole abbagliante. Io non possiedo un sole, ma solo una piccola luna, un docile pianetino che obbedisce alla gravità dei pianeti più grandi, dei soli splendenti di cui solo riflette la luce.

Questo pianeta oggi è stato conquistato e spogliato di ogni proprietà, ridotto a crateri fumanti ed eletto a suolo da calpestare.

Oggi? O non è stato ieri? Quanto tempo è passato?

Gattonando arrivo su un tappeto. I Padroni dicono “ora dormiamo”, mi schiacciano a terra coi piedi, intimando “a cuccia”, poi non avverto più la loro presenza accanto a me. Sento il fruscio delle lenzuola, i loro sospiri soddisfatti e appagati mentre si appisolano, lo schiocco di alcuni baci, poi più nulla. Solo respiri regolari. Mi accuccio meglio che posso sul tappeto ruvido, ogni centimetro della mia pelle è martoriato e urla. Mi accoccolo in posizione fetale e cerco di riposare anch’io. Mi chiedo se sia giorno o notte, ci sarà buio fuori? Ci sarà ancora un fuori? O non sto piuttosto vivendo in un luogo sospeso, separato, creato dalla volontà e dal capriccio dei miei Padroni, come in quel vecchio episodio di Ai confini della realtà?

Penso al mio nome, e mi sembra irreale.

Non riesco ad addormentarmi. Mille pensieri sconnessi turbinano nella mia mente, e le innumerevoli ferite sulla mia pelle bruciano dolorosamente, impedendomi di trovare pace. Come un’oscena tortura autoimposta, ripercorro tutto quello che è accaduto in questo tempo, da quando è arrivata a trovarci la Padrona.

I ricordi all’inizio sono lucidi. La banchina del treno, i saluti, baci e abbracci. Promesse sussurrate di successive pratiche. L’arrivo a casa, il contrasto tra il sole fuori e la penombra dentro; gli scuri chiusi per non far trapelare nulla.

Ci spogliamo, io e lei. Nude siamo più belle che vestite, sfoggiamo con orgoglio biancheria sexy. Lui ci fa piegare a novanta sul divano, una accanto all’altra, ci abbassa gli slip e comincia a toccarci. A insultarci. Ci penetra dolorosamente con le dita, senza riguardo. Lei geme più di me, è più stretta. Ci sculaccia violentemente, a braccio pieno, senza preavviso, cinque colpi a testa. A questo punto, riuscivo ancora a contarli. A questo punto, inspiro a fondo, e mi entrano in circolo le endorfine, mentre il mio culo sfoga caldo.

Prima scopiamo lei. Sesso puro. Ci lecchiamo tra noi, lecchiamo lui, lui lecca noi. Capezzoli vengono strizzati e unghie affondate nella carne, ma sopratutto scopiamo.

Prima io. Indosso lo strap-on, quello doppio. Una parte penetra me, affondo l’altra dentro di lei, nella sua figa vogliosa e stretta. Lui le tiene il cazzo in bocca, e si fa leccare le palle mentre si masturba. Allunga le mani a palparci le tette. La scopo forte, mi piace. Mi piace sentirla gemere con la bocca piena, mi piace il contraccolpo che ricevo dentro.

Poi lui si stende. Tolgo il cazzo finto e mi siedo sul suo. Gli cavalco il cazzo mentre lei gli cavalca la faccia. E’ grosso e mi fa godere, lo prendo tutto volentieri. Lei geme, godendo della lingua di lui. Io e lei ci baciamo a lungo, con la lingua, toccandoci i seni, mentre godiamo sopra di lui.

Lui se la gode, ma non gode. Sappiamo tutti e tre cosa vuole. Infine ci giriamo per dargli la soddisfazione che desidera. Lei si stende a pancia in giù, io la tengo. La tengo saldamente. Lui si lubrifica abbondantemente e glielo spinge nel culo. Lei urla, strilla e strepita, si agita violentemente sotto di me, ma la tengo ferma quanto posso. Sbava e urla insulti al suo indirizzo. Lui sorride, quel sorriso ampio e sadico che sa fare, le afferra le chiappe e le affonda di più nel culo. La chiama troia. La chiama patetica troia. Lei impazzisce, lo chiama bastardo, lurido bastardo, aguzzino, assassino. Lui ride forte e le scopa il culo.

Lo spinge ritmicamente dentro e fuori, a fondo, lei urla, io vedo un rivolo di sangue e mi sento mancare. Lui mi fulmina con un’occhiata, mi ordina di tenerla ferma, ed eseguo. Lei comincia a insultare anche me. Stronza, vigliacca, mi chiama. Vorrei aiutarla, salvarla, ma non oso ribellarmi a lui, che ride di lei e continua a umiliarla.

Infine sborra, le viene nel culo grugnendo di piacere, fiero e soddisfatto. Le scivola fuori portando con sè un rivolo di sangue pastoso che le disegna un arabesco su una chiappa. Lei geme e mugola di dolore. Ad un cenno, la lascio andare. Lui la prende e l’abbraccia, la coccola, la consola. Lei lo bacia, gli dice che l’ama. Lui dice “anch’io” e le asciuga le lacrime con le labbra, baciandola teneramente.

Resto in disparte. Senza rendermi conto mi metto una mano tra le gambe, sono fradicia. Li guardo con occhi acquosi e torbidi come il mio cuore e i desideri che lo agitano.

Lei alza lo sguardo dall’abbraccio di lui e i suoi occhi scuri mi fulminano. Trasalgo.

Si libera dall’abbraccio e mi si rivolge contro: “Tu piccola troia stronza, tu l’hai aiutato a torturarmi, avresti potuto aiutarmi ma non l’hai fatto, vigliacca puttana! Ma ora te la farò pagare!” Io tremo, lui sorride e la sostiene.

Mi legano le mani e le caviglie tra loro, incrociate, dietro la schiena. Resto in ginocchio, le cosce aperte. Lei mi si avvicina con un sorriso immenso, leccandosi le labbra, gli occhi lucenti. Si vede che ha voglia di divertirsi, che sa che può farmi tutto, qualsiasi cosa. Mi accarezza piano con le sue dita gelide, le unghie lunghissime e curate, il suo tocco lieve mi passa sul viso, sul collo, sui seni, sulla pancia, dappertutto. Vibro.

Il mio respiro è breve e veloce e si spezza quando di colpo mi afferra un capezzolo e lo torce. Un singulto mi occlude la gola. Comincia una danza sulla mia pelle. Accarezza lieve e poi graffia. Mi stritola i capezzoli, li tira, li morde, sembra voglia strapparmeli. Mi lascia solchi lunghi e rossi su tutto il corpo. Io mi agito, cerco di rannicchiarmi su me stessa per sfuggire al dolore, che tuttavia agogno. Mi piace da impazzire. Lui però si mette alle mie spalle, mi afferra per i capelli e mi fa inarcare, offrendomi in sacrificio a lei.

Lei gode di questo. Guarda lui negli occhi e posso solo immaginare che lui risponda al suo sguardo infuocato con uno altrettando bollente. Lei mi accarezza il viso e mi affonda le unghie nelle guance, fino a infilarmi le dita in bocca. Le succhio devotamente.

Mi mette una mano in mezzo alle gambe e mi deride: sono bagnata, bagnatissima, lo so e mi vergogno. Mi masturba e mi insulta, umiliandomi e facendomi vergognare di più. Il piacere che provo è uno strumento che usa per farmi male.

Mi pizzica la clitoride, le labbra, gioca col mio piercing. Fa un cenno a lui, che si sposta da dietro di me lasciandomi la chioma. Lei mi spinge brutalmente all’indietro, mi fa cadere stesa sul letto, in una posizione orribilmente scomoda dato che sono legata. Lui subito ne approfitta e mi si mette a cavalcioni della faccia, le sue palle calde mi scivolano sul viso. Le lecco. Sento le sue mani sulle ginocchia, premono e mi allargano completamente le cosce. Avverto un refolo d’aria fresca sul sesso fradicio, e questo mi ritorna una consapevolezza totale di come sono nuda ed esposta.

Non vedo nulla, solo le palle e il culo di lui. Non so cosa vogliono farmi. Bisbigliano tra loro ma non capisco, li sento armeggiare.

La prima molletta fa male, ma non troppo. Mentre lui mi tiene, lei mi appende addosso quante più mollette può, sulle grandi labbra, sulle piccole, sul clitoride. Strillo e gemo quando ne attacca una lì, il dolore è lancinante. Ma non posso muovermi, gemo e basta.

Il suono delicato delle code di cuoio mi raggiunge insieme al dolore. Mi frusta l’interno delle cosce col gatto a nove code. Quello piccolo, probabilmente. Colpisce prima piano, poi più forte e più forte. Lui mi tiene le cosce larghe, mi impedisce di sottrarmi. Le mollette si scuotono ad ogni mio sobbalzo, ad ogni colpo, rinnovando il loro dolore.

Lei smette per togliermi le mollette. Il male che fa è molto peggio di quando le ha messe, le toglie senza grazia alcuna, senza riguardo. Poi riprende subito la frusta e ricomincia a frustarmi più forte di prima, colpendomi anche sulla figa. Mi fa terribilmente male, comincio a  supplicare, a dire basta. Lui mi infila il cazzo in bocca e spinge, ammutolendomi.

Dopo qualche altro colpo smette. Mi fanno alzare e mi slegano, mi massaggio i muscoli indolenziti, mi accarezzo la carne dolorante. Li guardo e capisco che non è abbastanza, che hanno appena cominciato.

Mentre lei soppesa con gusto diversi strumenti – la snake, il gatto grosso, la frusta da barrell – lui mi porta al muro e mi ci appoggia. Mi lega insieme le polsiere e mi mette il morso. Mi accarezza la testa, accosta le labbra al mio viso e mi sussurra: “Ora stai qui ferma”. Annuisco, assaporando il sentore del suo respiro, il calore della sua pelle che odora di sesso.

Si allontana nuovamente da me, lo sento scambiare effusioni con lei, ridacchiano. Il suono dei tacchi di lei che si avvicinano non promette nulla di buono, incede verso di me con alterigia.

Il primo schiocco della snake mi taglia in due la schiena.

Mentre mi colpisce sulla schiena e sul culo, mentre io mi abbarbico al muro freddo per il dolore, mentre lui la accarezza e la incoraggia, mi insulta. Mi chiama troia, puttana, sgualdrina. Mi accusa di godere dello stesso cazzo che a lei provoca tanto dolore, e non è forse questa una prova che non sono che una lurida puttana sfondata? Mi chiama cosa, mi chiama buco. Mi chiama cagna.

Mi frusta ferocemente la schiena e il culo, facendo delle pause per non farmi abituare al dolore, cambiando strumento. Annichilisce la mia anima coprendomi di insulti, di offese, di minacce.

Mi mette le briglie e mi porta a spasso per la casa, frustandomi, facendomi strisciare. Mi fa leccare i suoi stivali lucidi. Obbedisco a tutto, mi umilio e mi sottometto a lei, alla sua aura, alla sua frusta.

Tempo dopo (ma quanto tempo? due ore? due giorni?) sto strisciando verso il letto, verso la mia cuccia, coperta di solchi, di segni, sanguinante, mentre ampi lividi cominciano ad affiorarmi sulla pelle, dimentica di me stessa, dello scorrere del tempo. Le ferite inferte nella mia carne bruciano, quelle inferte nella mia anima continuano a scavare senza fine, facendomi biascicare frasi sconnesse, facendomi scorrere lacrime sulle guance come mi scorre fluido tra le gambe.

I miei ricordi si sono fatti confusi.

Ricordo che a un certo punto ero legata, immobilizzata, costretta a guardare loro che scopavano, che godevano davanti a me, senza che a me fosse concesso nulla, nemmeno di masturbarmi.

Ricordo che nessuno mi ha fatta godere. Ricordo di essere stata penetrata violentemente con oggetti di gomma, di essere stata masturbata rudemente, ma non con lo scopo di farmi raggiungere il piacere. Ciò che cola dalle mie gambe non è sperma, è solo il mio miele, abbondante, a dimostrazione della mia voglia insoddisfatta, del mio essere una troia masochista. Il solo piacere che ho potuto avere l’ho dovuto subire, distillandolo dal dolore.

Sono esausta. La mia cuccia è dolorosa, il tappeto punge. A poco a poco, mi sto addormentando per sfinitezza.

Poi, una mano calda scende dal letto, mi accarezza il capo. La voce del Padrone mi dice: “Brava. Brava”. Il cuore mi si riempie di infinita gioia. Si alza anche la voce della Padrona: “Brava. Hai resistito tanto. Sono orgogliosa di te”. Il cuore ora mi pare mi scoppi nel petto per la felicità. Mi gonfio di gioia, d’orgoglio, mi sembra di volare. Caldissime, dolcissime lacrime mi scorrono dagli occhi.

“Vi amo”, mugolo. “Vi amo”.

Mi rannicchio a terra sospirando, il cuore liberato da un peso di millenni, colma d’infinito amore, sussurro “grazie” come una litania e mi addormento, pacificata.