Piccola – capitolo III

Il giorno dopo era sabato, il giorno della festa. Si alzò in anticipo, rendendosi conto che ormai certo non avrebbe preso sonno e che ormai il sole era sorto. Preparò la colazione e aspettò i Signori, che quando scesero furono contenti di vederla così operosa.
Il Padrone, tuttavia, la occhieggiò di sottecchi: la vedeva molto operosa, molto intenta al suo lavoro e molto attenta a compiacere. Troppo. Aggrottò la fronte: il suo comportamento era tipico di quando qualcosa non andava per il verso giusto, e lui lo sapeva bene. Lei intercettò il suo sguardo indagatore e gli fece un gran sorriso. Lui sollevò un sopracciglio e le chiese: «Che c’è, Piccola?».
Lei trasalì e il suo sorriso s’incrinò. «Eh… nulla, Padrone – mentì – Che c’è?», chiese, cercando di ostentare indifferenza.
Lui la guardò male. «Che c’è, Piccola?», ripeté.
Sua moglie lo fissò perplessa. «Bè, che vuoi che ci sia? A me sembra tutto a posto, non essere inutilmente inquisitorio», gli disse.
Lui girò lo sguardo e senza dir nulla le lanciò un’occhiata significativa, che voleva dire “certo che c’è qualcosa che non va”. Poi tornò a guardare Piccola.
Lei si era fatta seria seria. Col cuore in tumulto, sostenne lo sguardo del suo Padrone, e mentì. «Non c’è nulla che non va, Padrone».
Lui la trapassò con lo sguardo. Gli era chiarissimo ch’ella mentiva. Cosa poteva esserci di così grave da indurla a mentire tanto spudoratamente? Come se non sapesse che lui poteva leggerla come un libro aperto, per di più. Questo voleva dire che non solo mentiva, ma anche che pensava di poterla fare franca. In altre parole, aveva dimenticato che lui era il Padrone, e lei la slave. Si adombrò. Sarebbe stata una mattina perfetta, se non fosse stato per questo: il sole splendeva, il caffé era caldo, le brioches gustose, sua moglie radiosa e la sua slave dolce e servizievole. Ma lui leggeva nei gesti di Piccola un linguaggio chiarissimo, fatto di movimenti impercettibili e di esitazioni. E ciò che leggeva non gli piaceva.
Aspettò alcuni istanti, sperando che lei si rimangiasse la sua bugia e chiedesse perdono, vuotando il sacco. Invece Piccola insisteva a sostenere il suo sguardo.
«Insomma – interloquì sua moglie – se dice che va tutto bene…». Desiderava perorare la causa della ragazza, per la quale provava grande simpatia e un forte slancio d’affetto, ma lei stessa esitava davanti alla decisione del marito. Lei stessa era Mistress a sua volta, e conosceva bene quel rapporto speciale che si instaura tra Dominante e sottomesso; un rapporto che comprende una capacità di leggersi a vicenda ad un livello più sottile della semplice comunicazione verbale. Esitava dunque: lei non aveva un tale rapporto con Piccola, lui sì: poteva ben darsi che lui stesse percependo qualcosa che a lei sfuggiva.
Lui era rigido. Una fitta di dolore gli tranciava il cuore, perché aveva ormai capito che Piccola non avrebbe fatto quel passo indietro, e che dunque lui non poteva fare nulla. Avrebbe dovuto lasciarla andare, lasciarla sbagliare e attenderla quando fosse tornata. Un simile errore, quale che fosse poi nella pratica dei fatti, non lasciava altra scelta se non l’errore stesso. Lui non poteva fermarla. Era necessario che sbagliasse perché l’errore le balenasse davanti nella sua dolorosa evidenza. Anche se questo significava, per lui, sapere che avrebbe sofferto. E questo lo faceva soffrire forse più di quanto avrebbe poi sofferto lei.
Sospirò a fondo, girò lo sguardo e disse: «Bene dunque, se dici che non c’è nulla che non va, bene», e tornò a sorseggiare il caffè – che, quasi a sottolineare la piega negativa della giornata, si era ormai raffreddato. Lui fece una smorfia.
Piccola fremette: ce l’aveva fatta! Fece un piccolo inchino e iniziò a sparecchiare.
Lui la fissò mentre lei gli si affaccendava intorno, ed una feroce tristezza gli velava lo sguardo. Si sentiva una Cassandra: sapeva che Piccola sarebbe andata al disastro e avrebbe sofferto, ma non poteva fare nulla né per fermarla né per avvertirla. Avrebbe dovuto restare fermo, immobile, a guardarla cadere e a sperare che sarebbe riuscita a tornare da lui. Soprattutto, a sperare che avrebbe voluto tornare da lui.
Sospirò di nuovo, affranto. Lei non sembò accorgersi del suo stato d’animo, e questo lo ferì ulteriormente. Lui si alzò e si diresse verso la poltrona del salotto, per leggere il giornale. Sua moglie lo osservò allontanarsi; lo seguì e gli si sedette accanto, sul bracciolo, accarezzandogli lievemente un braccio. Non sapeva cosa lo rattristasse, ma cercò di fargli sentire la sua vicinanza.
Piccola sembrava del tutto inconsapevole di queste cose che le capitavano accanto. Sistemò la cucina e tornò nella sua camera, ufficialmente per riposare ma in realtà per prepararsi per la serata.
[Segue]

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