subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • Service top

    In nessun modo e in nessun caso mi identifico neanche lontanamente come Dominante. Non è nelle mie corde, non lo sento, non lo erotizzo, non sono io.
    Ho scoperto però che c’è un caso in cui posso stare sopra e in effetti mi va.
    Nel tempo ho imparato a comprendere meglio le sfumature tra sub, Dom, bottom, Top, e come queste non si escludano per forza a vicenda le une con le altre, né che vadano in coppie obbligatorie. Il mio primo Padrone era masochista ed ammetto che era una cosa che mi lasciava stupefatta: pensavo che un masochista per forza di cose (ma quali?) dovesse essere sottomesso, perché nella mia ottica subiva. Da quella visione sono cresciuta, ma potrei dire di avere davvero capito adesso che l’ho provato in prima persona.

    Sapendo che Gram ama il trampling, e desiderosa di ringraziarlo per l’esperienza col fuoco, mi dico disponibile a farlo. A me non lo aveva chiesto, in realtà: lo ha chiesto ad Achatina e ad altre; a posteriori rifletto che probabilmente sono troppo leggera per i suoi gusti. In ogni caso accetta, e dopo il fire play ci spostiamo in fondo al parco del Certe Notti, vicino alle tende. Andando, parliamo di cosa andremo a fare: gli spiego che ho le ossa fragili e dice che allora non mi solleverà (e scopro che quello che fa è molto più acrobatico ed intenso di quanto pensassi); mi dice che posso camminargli addosso come mi pare, ma che se gli metterò un piede sulle labbra lo bacerà. Mi piace la franchezza e la tranquillità con cui negoziamo.

    Sono divertita e leggermente inquieta: lo faccio perché piace a lui, non perché ne tragga piacere io, e per questo in qualche modo mi sento una traditrice, una falsa, una usurpatrice del ruolo di Domme, perché faccio una cosa che dovrebbe darmi piacere e invece no. Mi sembra di rubare qualcosa, e di ingannarlo. E’ una sensazione che non capisco bene; così la esploro.

    Mi aggrappo al supporto dato dalla balaustra di uno dei bungalow mentre lui si stende a terra lì accanto e gli salgo sopra, a piedi nudi. Mi bilancio. Provo. Cammino lentamente avanti e indietro, partendo dalla pancia giù fino ai piedi e poi indietro fino sulle mani. Ho paura di fargli male ma mi incoraggia, così gli salgo sulla faccia. Lui è abbandonato a terra, le braccia dietro la testa, gli occhi chiusi e la bocca socchiusa. Lo guardo. Lo guardo per vedere dove metto i piedi e per non cadere, ma un poco alla volta inizio a guardarlo perché è bello vederlo così compreso. E’ nel suo. Forse sono leggera, ma quello che faccio gli piace, e lo sento anche sotto i piedi quando gli cammino sull’inguine. Sorrido e mi accorgo che quello che sto facendo mi piace, anche se non sono Dominante né niente del genere.

    Ed ecco che focalizzo la sensazione: non sto fingendo, non sto usurpando niente. Io resto sottomessa, e lui Dominante, anche se sono io sopra di lui a calpestarlo. In questo momento, sto facendo una delle cose che mi piacciono di più: servire. Sono perfettamente in ruolo, non sono disallineata come credevo. La sensazione di falsità svanisce. Sto servendo come top: una service top. Non traggo piacere dall’atto in sé, ma dal vedere che viene apprezzato.

    Mi godo la sensazione e l’esperienza; lo calpesto per un po’, non so bene per quanto tempo, poi scendo e ci abbracciamo e rientriamo. E’ rilassato e contento, e anche io. Ho compreso una sfaccettatura ulteriore di me e sono grata per questa scoperta.

  • Fuoco!

    E’ già notte inoltrata, la temperatura è scesa e fa persino freddo, soprattutto con la micro tutina di ecopelle che ho addosso. Ci avviciniamo al tavolo del ragazzo che fa fire play, Gram. Sembriamo degli acquirenti timorosi davanti ad una bancarella di delizie. Siamo molto incuriositi e interessati, tutti, forse per motivi diversi, forse con aspettative diverse, ma tutti e tre attratti. 

    Lei lo conosce già, così attacchiamo bottone. 

    Ci guardiamo e ci chiedi: volete provare? sì? E noi: sì! 

    Sì, abbiamo voglia, siamo tese, è la prima volta che ci troviamo insieme in una situazione di gioco e abbiamo paura di sbagliare, o di stare male. Abbiamo bisogno di sentire, di abbandonare i pensieri e lasciare andare. 

    Facciamo un po’ di complimenti e lei va per prima; Gram ci spiega con cura le misure di sicurezza che dovremo seguire: togliere tutti i gioielli (anche il collare!) e tutti gli indumenti, ovvero tutto ciò che possa arroventarsi o incendiarsi; avvolgeremo i capelli in un asciugamano umido per scongiurare il rischio che si infiammino; e ci bagnerà d’acqua. Il suo approccio ci piace e ci rassicura, e ci spinge verso la via più sana: non entrare in competizione, non voler strafare, pensare alla sicurezza, a provare ma senza esagerare. 

    Lei si stende, nuda, Gram la spande d’acqua e lei strilla per il freddo. E poi, scende il fuoco. 

    La carezza con la bacchetta infuocata e le fiamme si appoggiano sulla sua pelle, indugiando per un istante, prima che lui le estingua passandoci una mano. Lei strilla, ride, parla, lancia singulti. I suoi capezzoli prendono fuoco e bruciano per un lunghissimo istante ed è una vista affascinante e incredibile. Gram controlla il fuoco con attenzione, e lo amministra con compiaciuto sadismo. Tu ti avvicini a lei e le tieni la mano, ti chini sul suo viso e vi bisbigliate qualcosa e la vostra intimità è così bella, mi commuove che ti prendi cura di lei con la vicinanza e il contatto, mentre un altro le passa addosso una cosa viva e pericolosa come il fuoco. Le fiamme le lambiscono la carne ed è un movimento così veloce ed al contempo così forte che non so immaginare che sensazione dia. Ma non devo aspettare a lungo per scoprirlo, perché poi tocca a me. 

    Mi stendo a pancia in giù, in pensiero che mi vengano i crampi per il freddo: il letto (tavolo) su cui mi stendo è bagnato dell’acqua sparsa prima su di lei, ed è un bene in termini di sicurezza. Bagna anche me con l’acqua gelida, fa freddo e tremo. E poi, scende il fuoco. 

    Sento il calore avvicinarsi e intensificarsi. Poi, brucia, scotta e scivola. La pelle avvampa per un attimo che pare eterno, il calore mi avvolge, mi mangia. Sento la fiamma fermarsi sulla pelle e l’emozione che suscita è potente e non è ancora paura: è stomaco che si chiude, sobbalzo del cuore ed è singulto subito prima della paura. 

    Il calore bruciante è così forte e intenso e breve e diffuso che scendo dentro di me: la sensazione mi avvolge e mi spinge giù, nel sentire, nel piacere del dolore. Mentre il fuoco avvampa sulla mia schiena ho quasi un orgasmo. 

    Mi giro, con la testa che gira, per provare anche sul davanti. Di nuovo l’acqua, il freddo: il contrasto di temperatura mi fa tornare su e tremare ancora. E poi di nuovo il fuoco. Adesso vi vedo, anche, accanto a me, a guardarmi. Sento la tua mano che stringe la mia e vedo lo sguardo di lei che, come il mio prima sul suo, osserva affascinata la danza delle fiamme sul mio corpo, il capezzolo che brucia, la pelle che si increspa. Oltre alla percezione che sento, assaporo anche il suo sguardo, poiché so cosa sta vedendo e come sia affascinante. 

    Come esseri umani, il fuoco ci attira e ci spaventa, e non possiamo smettere di osservare le fiamme danzare anche e soprattutto quando sono così vicine. 

    Quando scendo sono elettrizzata come appena scesa da una giostra. E’ stato un gioco forte eppure leggero: abbiamo riso e parlato tutto il tempo, non è stata un’esperienza di immersione e di silenzio, anzi; eppure lo stesso la potenza della percezione è stata enorme. 

    Gli occhi di tutti e tre brillano di gioia ed emozione; abbiamo rotto il ghiaccio, anzi, lo abbiamo sciolto. 

  • Cooldown pt.4

    Rientro e sono contenta, stavolta non mi viene lo struggimento malinconico della solitudine. Sento ancora addosso la tua presenza, viaggio in una culla di endorfine e contentezza.


    Gram è tornato alla sua postazione da fire play e gli chiedo se gli va di farmi fare un altro giro, visto che mi ha detto che la seconda volta spesso risulta percepita in un modo completamente diverso rispetto alla prima, pur facendo le stesse cose. Sono molto curiosa, ma lo avviso che poco più di mezz’ora prima ho ricevuto un bel po’ di impact play… mi guarda e mi fa: eh allora solo davanti, per forza. Non si passa la fiamma su abrasioni fresche. Apprezzo ancora il suo approccio di sicurezza e mi stendo sul suo letto freddo e bagnato d’acqua (sempre per la sicurezza). Tremo e la fiamma mi scalda, ma lui nota come io mi arrossi subito, forse perché oggi ho preso il sole (oggi? non era la settimana scorsa?!), quindi facciamo una cosa molto breve e ammetto che mi dispiace, ma va bene così, meglio non strafare. Scendo e mi “rivesto” tra virgolette con la microtutina che indosso come dress. Propongo a Gram di fare trampling su di lui come scambio: so che a lui piace, a me non dice nulla ma mi fa piacere fargli un piacere, e tu mi hai già dato il permesso di farlo. Aspetto che faccia fire play su un’altra ragazza e intanto chiacchiero col Daddy di lei, che è un amico.

    Sono molto rilassata, non sento alcuna pressione, alcuna necessità, alcun dovere che incombe. E’ una bella sensazione di confortevole vuoto. L’unico fastidio è, a tratti, l’ansia da covid che torna a mordicchiarmi le caviglie e mi fa mettere la mascherina; l’isolamento prolungato mi ha reso difficoltoso stare in luoghi con molta gente – anche se qui tutti o sono vaccinati o hanno fatto un tampone all’ingresso, quindi il livello di sicurezza è ottimale. Piuttosto di fuggire a chiudermi in camper, preferisco il compromesso: mi metto la mascherina e mi godo la compagnia.

    Dopo poco, seguo Gram in un luogo adatto e tra le chiacchiere negoziamo cosa fare come, e facciamo trampling. E’ una cosa così curiosa, un’esperienza così fuori dai miei schemi, soprattutto fatta con un animo così peculiare, che mi stimola un sacco di pensieri, e per questo meriterà anche un post a se stante. In questa sensazione di confortevole vuoto, camminargli addosso è rilassante e piacevole, assaporo la sua espressione beata e sono felice di riflesso.

    Rientriamo nella folla, beviamo una bibita, facciamo chiacchiere, incontriamo altre persone.
    Chiacchiere, chiacchiere, risate. Si fanno le due, circa, e decido che è il momento di salutare e concludere questa infinita, immensa serata. Raggiungo il camper e mi arrampico sul letto della mansarda, quello dove ieri notte (stamattina? un mese fa?!) hai dormito tu. Mi accuccio lì e scivolo serena tra le braccia di Morfeo.


    Il mattino dopo mi sveglio lentamente e ancora sorridente.
    Bevo il succo di frutta che ho lì, mi vesto e preparo il camper per partire; quando apre il locale rientro in cerca di caffè e per salutare gli amici. Tutti si aggirano ancora sonnolenti e sorridenti, molti con l’asciugamano in vita, sembrano semplici villeggianti in piscina e poi noto che almeno la metà ha una o due fruste in mano. Questa normalità aumentata è stupenda: libertà di viversi, di essere se stessi, di aprirsi, di essere capiti e accolti.

    Finito il caffè e i dolci offerti, finiti i saluti, con il sole nel cuore ingrano la marcia del camper e riparto. La lunga strada verso casa è un planare lento e necessario. I ricordi mi scuotono di brividi e sorrisi.

    Grazie.

  • Cooldown pt.3

    Quando arrivi vengo a prenderti (esci, entra, drink card…) e ceniamo in camper con gnocco fritto e prosciutto crudo che ti ha dato lei, strepitoso! Le sono grata per questo pensiero. Amo l’Emilia e tutto ciò che qui si trova.


    Rientriamo per la serata e per prima cosa vado a farmi una doccia perché mi sento ricoperta da una patina viscida di sudore, e invece voglio sentirmi bella e pulita.

    Giriamo e la gente è ancora in quella fase di trasferimento: gente con l’asciugamano in vita che cammina verso i bungalow, gente in dress nero e lucido che torna dai bungalow. Persone ancora sedute al tavolo della cena che finiscono il cibo e le chiacchiere, altre che si avvicinano alle strutture per decidere da dove iniziare. Mani che scorrono sui corpi, sguardi che corrono intorno. C’è l’aria di poco prima della festa: tutti sorridono, tutti sono emozionati, si sente l’elettricità nell’aria e qualcuno già gioca.

    Ti siedi sul trono che abbiamo occhieggiato ridacchiando per tutto il giorno e mi inginocchio accanto a te, sul comodo (sul serio! è imbottito) inginocchiatoio che c’è lì di fianco. Anche io sorrido, tu fumi, siamo tranquilli. Respiro l’aria serena e fresca della sera e mi godo il momento.

    Poi iniziamo.

    Mi chiudi nella gogna e cominci con le mani. È un contatto che mi porta immediatamente nel mio mondo.
    Sento l’impatto tagliente e ampio di quello che mi sembra un gatto a nove code. Una parte della mia mente passa in rassegna l’inventario dei tuoi strumenti per capire cos’è, ma ben presto viene zittita dall’impatto stesso. È pungente e lo stesso tempo pesante; strillo, mi agito e al contempo non voglio che smetti. Vieni a controllare come sto, me ne dai ancora, poi un altro po’, poi mi liberi.
    Barcollo. La mia testa galleggia in mezzo alle nuvole e mi sento un sorriso ebete stampato in faccia.

    Non capisco se per te abbiamo finito, ma io ho ancora accesa la fiamma e desidero di più. Magari sei stanco. Magari non vuoi. Un’altra volta non avrei mai chiesto; con altri non avrei mai osato. Ma mi hai cresciuta diversa. Mi appropinquo a te e ti indico la cavallina cicciona che c’è un po’ più in là e tu sogghigni e capisci e accogli la mia sfacciataggine e mi ci porti.
    Mi colpisci ancora con la Dragon che taglia e punge e sento che mi segna. Mi inarco e mi aggrappo e mi faccio trascinare via. Mi porti all’orgasmo e godo quando di nuovo mi colpisci con le mani.

    Decidi tu quando è ora di smettere, per fortuna, perché io non smetterei più.

    Mi porti in giro appesa ad un filo, mi sento un palloncino che aleggia a mezz’aria, non un pensiero mi tocca. Andiamo a prendere da bere e offro io, finalmente usando quella drink card che ho continuato a lasciare e riprendere all’ingresso.

    Ci sediamo e sorseggiamo il mojito e capisco che è il momento dei saluti, davvero stavolta. Parliamo un po’ di cose leggere, sospiriamo e ti riaccompagno ancora una volta alla tua auto. Ti guardo andare via e sono soverchiata dalle emozioni che provo, sia belle che struggenti. Sto ancora galleggiando.
    In queste poche ore è passato un altro intero giorno, o forse un mese.


    Sono ancora troppo su di giri per lasciare finire la serata; torno ancora dentro, per scoprire quanti giorni può durare una notte.

    [continua]

  • Cooldown pt.2

    Il mattino dopo – in realtà, lo stesso mattino, solo più tardi – ci svegliamo per il caldo. Abbiamo dormito tre ore e si vede. Ci aggrappiamo alle brioche. 

    Rientriamo al locale e giriamo, col sole, a vederlo come si deve. Ci accaparriamo l’ultimo gazebo libero e questo mi fa sentire come una qualche specie di VIP, con tanto di bottiglia di prosecco. E’ quello in mezzo al passaggio, forse per questo piace poco ed era rimasto libero, ma diventerà un punto di vista privilegiato durante la giornata: per osservare il passaggio, le persone, salutare, fare la spola ed essere vicini a tutto eppure nel nostro spazio. 

    Un giorno che dura una settimana. 


    Stesi sui teli nel gazebo, ti faccio un massaggio e te lo godi, poi lo faccio anche a lei ed il contatto ci avvicina. E’ così soda! Compatta, forte. Mi piace massaggiarla come mi è piaciuto massaggiare te: è un atto di servizio e mi fa sentire a posto, serena. 

    C’è il sole, c’è caldo, tutti sono nudi. Io galleggio nella sonnolenza e nei residui delle sensazioni della notte precedente, l’eccitazione, la dolce umiliazione, il piacere, la condivisione, l’ascolto. 

    I ragazzi del Project vengono da me e mi chiedono se sono disponibile a farmi fare un TK perché un ragazzo deve mostrare al maestro di corde portoghese, Pedro Cordas, se è in grado di farlo, come prerequisito per seguire il corso nel pomeriggio. Chiedo a te e a te va bene, io sono contenta di essere utile e lusingata che me l’abbiano chiesto, e so che così avrete modo di prendervi tempo per voi due da soli senza che rischi di sentirmi esclusa. Andate in piscina e quando tornate io sono già là a farmi legare; ti avvicini con un gran sorriso, guardi, poi andate a farvi un giro e io resto lì immobilizzata e serena, a chiacchierare e sorridere in compagnia. Il ragazzo che mi lega farà il corso, il maestro sembra simpatico, Andrea Ropes ha spiegato bene. 

    Ci ritroviamo al gazebo e prendiamo il prosecco e la frutta. Poi io e lei andiamo a prendere il cibo del pranzo e lo portiamo lì per mangiarlo in tranquillità. C’è tanta gente e io a tratti mi sento in ansia e metto la mascherina. Un tizio mi fa storie perché la metto; mi sento giudicata e a disagio; tu e lei prendete le mie difese al grido di “ma che si faccia i cazzi suoi”. Mi girano un po’ ma non permetto che questo mi rovini la giornata, che è meravigliosa. 

    Relax: ci rotoliamo pigri nel gazebo. Salutiamo amici. Guardiamo il passaggio e ci godiamo il nostro essere piuttosto svaccati: non sentiamo di meno anche se ostentiamo di meno, anzi. Non dover sostenere un atteggiamento formale, non dover essere bravi, ci permette di immergerci di più. Dopotutto siamo in piscina, non ad una cena in alto protocollo! 

    Un ragazzo con le corde appese in cintura viene a chiedere a lei se ha voglia di farsi legare e di nuovo per te va bene; lei va e noi andiamo a guardare: è seduta a terra, con gli occhi chiusi, lui la lega e la sposta e lei è nel suo mondo e geme quei suoi gemiti di gola, quasi dei lamenti, che ho imparato a riconoscere come gemiti di abbandono e piacere. Suona come una bimba che si lamenta, che cerca di sottrarsi, ed è dolce e sexy insieme. Sorrido, felice di vederla stare bene. 

    Andiamo a farci un giro io e te, soli ma sereni di non stare escludendo nessuno. Ci infiliamo nel labirinto del privé che è quasi freddo per l’aria condizionata e io metto la mascherina perché siamo al chiuso e mi aiuta a gestire l’ansia. Ma mi lascio guidare da te a chiuderci in uno spazio privato, riservato; sentiamo i passi ovattati di chi è appena al di là della sottile parete, qualcuno tenta la maniglia, ma siamo soli e sono felice di farmi usare da te. 

    Torniamo al sole e al caldo e al gazebo. 

    Lei ti prende in giro: “Ti porti le valigie piene di roba e non hai usato niente!” Ridiamo; per “punizione” va lei a prenderle all’armadietto. Mi trattengo dall’essere brava e andare io; invece sorrido e mi godo di vivere questa confidenza, questo gioco. Quando arriva tu apri la borsa delle fruste e ci metti a quattro zampe a prenderne un po’. Il mio grande timore di una situazione così è di viverla come una competizione: ma siamo così rilassati, ne abbiamo parlato così tanto, c’è un grande senso di serenità e io sono tranquilla: te lo dico e ci frusti insieme, un po’ all’una un po’ all’altra, tutte e due che ci offriamo a te, ed è proprio bello. Ci schiaffeggi forte il culo per farci restare lo stampo della mano, funziona e ridiamo. Mi eccito e mi diverto, c’è complicità, sto proprio bene. 

    Si fa pomeriggio inoltrato e tra poco dovrete andare via: la accompagni a casa come ieri sei andato a prenderla, sei la sua carrozza delle fiabe, da e verso un luogo altro, magico, separato dalla realtà comune, quotidiana. Vi accompagno al camper a recuperare le valigie (esci, entra, drink card…) e vi saluto, so che poi andrai anche tu verso casa; resto qui solo io. Abbiamo tutti e tre un muso lungo così. 

    Quando partite attendo un poco in camper ma poi rientro per non farmi soverchiare dalla malinconia. Mi stendo nel gazebo, da sola. Poi passa Gram e si ferma a fare due parole, la sua chiacchiera mi salva dal down: ci raccontiamo a vicenda un po’ di aneddoti, da dove arriviamo, che percorso abbiamo fatto nel bdsm. 

    Trovo altri amici del Project che non vedo da un anno e mezzo che sembrano dieci; mi offrono un vodka lemon: la cosa mi commuove, come ogni gesto gentile inaspettato e inatteso. Andiamo insieme a seguire il seminario sul consenso che si tiene a bordo piscina ed è super interessante, prendo appunti sul mio taccuino. 

    Mi tengo occupata e sono contenta di essere con amici a godermi questo tempo, il confronto di esperienze e di crescita, l’aria fresca e limpida della sera che avanza; ma sono molto più felice quando mi scrivi che torni. 


    [continua] 

  • Cooldown pt.1

    Finito il Kinksters, sono finita anche io. Ho messo giorni a riprendermi, a tornare alla noiosa normalità, a recuperare un ritmo sonno-veglia adatto alla quotidianità. Incredibile come mi adatti immediatamente agli orari notturni e dilatati del party: è come un jet lag ma nella direzione giusta, o forse è solo merito dell’eccitazione, della gioia, del desiderio di stare bene e rilassarsi e divertirsi e staccare finalmente da questo distacco forzato dalla pandemia. Il jet lag di ritorno non è altrettanto agevole. Ma pazienza. Ripenso a tutto e tutto fluisce di nuovo attraverso di me. 


    Quando parto il venerdì sera dopo il lavoro sono tutta tesa per partire, nervosa per il ritardo e il caldo, preoccupata di dimenticare qualcosa. E con tutta la tensione dell’aspettativa e del “dover fare bene” che sempre mi si attiva in una situazione nuova: ci sarà anche lei (l’altra). Penso che tutto inizierà quando sarò là, che adesso è solo teso intermezzo, invece no: mi chiami mentre sto guidando e parliamo, e anche il viaggio diventa (com’è giusto) parte del percorso. Mi aiuti ad elucubrare nella giusta direzione e i miei pensieri prima sconnessi si allineano; ci saranno molte emozioni in ballo ma ci promettiamo di non essere bravi, di comunicare, invece di fare finta che va tutto bene per non rovinare la festa (cosa che poi è proprio quella che rovina la festa). 

    Quando arrivo tu sei già lì; entriamo, facciamo un giro, incontriamo le prime persone, mangiamo del cibo, parliamo ancora, respiriamo il tramonto e poi usciamo perché tu vai a prendere lei. 

    In camper mi trascini a te; mi fai bagnare e mi chiudi i piercing che ho là sotto con un lucchetto, per farmi sentire l’attesa. 

    Nel tempo che passa preparo i letti nel camper: tre, uno per ciascuno di noi, per la massima equità. Poi rientro, faccio un giro, delle chiacchiere; quando è ora esco di nuovo per venirvi incontro al camper. 

    Per uscire lascio di nuovo la drink card e i ragazzi del locale iniziano a guardarmi perplessi. Diventerà una cosa comica, con me che esco e rientro mille volte in questi tre giorni, avanti e indietro, accompagno/vado a riprendere, lascia la drink card/recupera la drink card, fino a farmi chiamare “la tassista del Kinksters”, cosa che mi farà molto ridere. 

    Ci troviamo in camper e siamo tutti piuttosto tesi. Fa freddo, la pioggia dei giorni scorsi ha rinfrescato moltissimo e non me l’aspettavo, non ho niente da mettermi intorno. Lei mi offre il suo cardigan e dopo un attimo di tentennamento (devo essere brava, devo arrangiarmi) accetto con gratitudine. 

    Rientriamo. 

    E’ già l’una e mezza passata, venerdì sera, non ci sono moltissime persone ma l’aria è lo stesso magica: le luci soffuse, l’acqua, i bambù appesi, tu che ci guidi. 

    Andiamo da Gram a fare fire play ed è un’esperienza forte e insieme un momento stranissimo (che merita un post a parte). E’ bello essere lì insieme. Proviamo una cosa nuova per entrambe. Iniziamo davvero a rilassarci, ascoltando le sensazioni del corpo. Osservo le reazioni del suo ed empatizzo: mi affascina, mi calmo. Ci tieni la mano. Siamo ancora sul chi vive e valutiamo chi fa cosa (di più?), chi reagisce come (meglio? chi è più brava??), ma è come un sordo fastidioso rumorino di sottofondo che riusciamo ad ignorare. 

    Andate nella piscina calda e io vi aspetto fuori perché ho ancora i punti sulla gamba dove ho tolto un neo la settimana scorsa, non posso immergermi. Però mi piace essere a servizio: procuro i teli per asciugarvi quando uscirete. Quando torno vi vedo così vicini, così intimi: lo so ma è un tuffo al cuore. Ho paura di disturbare, di essere di troppo. Mi vedi e mi fai cenno di avvicinarmi e vengo ad accucciarmi lì. Ci tocchi, poi qualcosa per me suona una nota stonata e il cuore mi salta in gola. Non so cosa sia ma tu capisci e ci fermiamo. Vi porto gli asciugamani e andiamo a prendere una piadina al baracchino in fondo al prato. 

    In quel momento, contro la me stessa che mi strilla nella testa di essere brava, non dare problemi, fai la brava, comportati bene, sii contenta, sii una brava schiava, riesco invece ad esprimerti il mio malessere e c’è un lungo senso di sospensione: come quando la musica si ferma e poi ti rendi conto che non si è realmente fermata, che i bassi stanno ancora vibrando, sotto, ma sono una vibrazione che sostiene mentre tutti gli altri strumenti prendono fiato. Ecco: prendiamo fiato. 

    Mangiamo la piadina e le patatine, poi usciamo. Siamo stanchi morti, affaticati, tiriamo una tensione invisibile ma palpabile, di cui siamo consapevoli ma cui danziamo intorno cercando di scioglierla senza trovarne il capo. 

    Una volta in camper ci stendiamo tutti e tre insieme su un letto, stretti, abbracciati, in un calore che accolgo con gratitudine dopo il freddo umido dell’esterno. Ci rigiriamo. Io e lei forse cerchiamo di toccare solo te che sei in mezzo e non toccarci tra noi perché non sappiamo come fare, cosa fare, e nemmeno se lo vogliamo fare. 

    Poi, d’improvviso, spenta la luce, quella matassa di tensione che ci girava tra le mani si scioglie da sé: un groviglio che si dipana maneggiandolo, senza capire bene come abbiamo fatto. Restano dei nodi, ma è normale. Li accettiamo. La melodia fluisce. 

    Ci addormentiamo esausti alle 6.30 del mattino. 


    [continua] 

  • L’istante eterno dell’orgasmo

    Ti chiedo il permesso di venire e mi dici di no. Continuo a toccarmi ma soffro. Gemo, contraggo i muscoli e cerco di non venire. 

    Chiedo di nuovo. Supplico. Me lo neghi. Intanto guardo, in ginocchio accanto al letto, la gelosia che mi accende e mi eccita, il senso di appartenenza, l’umiliazione, tutto vortica dentro di me e mi fa colare tra le gambe. 

    Imploro. Sono la tua cagna. Mi concedi l’orgasmo. Ringrazio. 

    Mi contraggo dentro e quello che sento è devastante: dura pochissimo, eppure dura per sempre. Sento tutto. E’ una sensazione così effimera e sfuggente, eppure mentre mi sconquassa è assoluta, non c’è nient’altro: solo il momento presente, l’appartenenza al Padrone, l’umiliazione di essere in ginocchio a guardare lui con lei, lo sputo che mi cola in faccia, le gambe larghe, l’alba che filtra dalle finestre chiuse, la voce di lei che ansima e strilla. 

    Mi tremano le gambe, le viscere ritorte, il sesso contratto fino quasi ad essere doloroso. 

    Sono felice di essere qui, a terra, a vivere questo con te, con lei. Non lo avrei creduto possibile. Ma il corpo ha la sua verità e in questo istante infinito è l’unica verità.

  • Kinksters Special III days

    Kinksters Special III days

    Stasera e per il weekend sarò qui.

    Dopo tanto tempo, dopo le chiusure, le limitazioni, il lockdown, il disagio, il distanziamento, il duemilaventi eccetera eccetera, dopo tutto questo – anzi: durante tutto questo ma con la sensazione che siamo già nel dopo, un durante che è un ancora che sa di dopo – rieccoci. A trovarci dal vivo, a ridere, scherzare, giocare.

    Sono emozionata. Agitata, persino. E’ passato così tanto tempo, molto di più di quanto non ne sia passato davvero: una anno che ne è durati cinque; così tanti cambiamenti, la mascherina che è diventata la mia seconda faccia, l’introversione diventata un poco di più asocialità.

    Eppure, come per tutte le altre mie cose, quando dico che non mi interessa, o che posso farne a meno, in realtà intendo che è ancora acerba. La socialità mi manca, mi manca il casino, i play party, gli amici, stare in compagnia, e poi gli occhi addosso, mostrarmi, essere esposta, e tutto.

    Un tutto che adesso è qui, e io sono in quel tutto.

  • Se non è assoluto non è abbastanza

    Ma quando è stato che sono stata convinta di questo? Come è successo, chi è stato, cosa è accaduto perché venissi convinta di questo? Da dove ho tratto questa profondissima, innestata convinzione che debba essere sempre o tutto o nulla, o bianco o nero, o perfetto o lo schifo? In ogni cosa, s’intende: dal bucato allo studio alla cucina al lavoro al BDSM.

    E com’è poi accaduto che, sulla base di questa convinzione e dell’assoluto terrore di sbagliare che mi incuteva, io non sia affatto divenuta una perfezionista nevrotica, ma un’evitante ansiosa? Come mi sono sviluppata con la fuga come primo istinto, tanto era il panico che mi saliva a dover sostenere una qualsivoglia performance, che fosse effettivamente tale o meno?

    Ho creduto di dover essere perfetta, ma ho anche fin da subito capito che era impossibile; così, ho spesso deciso di rinunciare in partenza, per evitare il dolore del fallimento. Oppure mi sono spesa oltre ciò che era sano per me, fuggendo e rientrando, dibattendomi tra l’angoscia di non fare abbastanza bene e la tensione a fare tutto perfetto.

    Ancora oggi se sento di non stare dando tutto mi sento cattiva, sbagliata, inadeguata, immeritevole. Poco conta che chi mi sta intorno mi rassicuri che non è affatto così, che ciò che dò non solo è abbastanza ma è molto e che soprattutto è apprezzato e accolto con gioia e gratitudine.

    Ma c’è anche un altro aspetto: quando mi lascio trascinare da questo senso di “fare tutto” e riesco in effetti a fare tanto, a volte volo in un senso di onnipotenza e invincibilità. Perché credere di stare riuscendo a dare tutto, a fare tutto, di essere perfetta, è una sensazione che dà alla testa e dà dipendenza. Per quanto abbia enormi bassi, i suoi alti mi drogano, mi esaltano e mi fanno ancora più convinta che sia giusto così, che sia come dovrebbe essere. La caduta è dietro l’angolo: non appena questa esaltazione e questa tirata di lavoro, impegno, tensione mentale diventano insostenibili – e lo diventano, perché non è uno stato sano né sostenibile sul lungo periodo. E in questa caduta mi sento ancora più sbagliata perché non riesco a sostenere questo fare tutto sempre.

    Ma poi: questo “tutto” che dovrei fare, chi decide cosa sia? Il mio giudice interiore non credo ne abbia un’idea oggettiva, in realtà. La sua definizione è: una spanna in più di quello che fai, a prescindere. Per questo non è mai abbastanza, e quel tutto rimane irraggiungibile.

    Una cosa importante che ho capito è che questo pensiero è ciò che più di ogni altra cosa mi rende difficoltoso impostare dei limiti, quei famosi boundaries che non sono solo cosa non voglio fare ma anche di cosa ho bisogno per stare bene. Perché se metto dei limiti vuol dire che non sono disposta in partenza a dare tutto: sto appunto dicendo che arrivo fino lì, che ho delle condizioni, delle necessità mie e che non sono disposta a calpestarle per le richieste altrui. Nella mia mente contorta, per quanto razionalmente sappia quanto sono importanti tali limiti, mi sento immediatamente inadeguata per il solo fatto di averli: colpevole, difettosa, pigra.

    Per questo è una lotta costante per proteggermi da me stessa e dalle mie stesse convinzioni interiorizzate, che mi rendono vulnerabile e insicura, ancora troppo pronta a cedere sul mio benessere pur di sentirmi brava, sentirmi accettata, sentirmi abbastanza.

  • Tutto quello

    Tutto quello che mi è stato dato
    tutte le cose che ho imparato
    tutto quello che porto con me 
    o che ho portato 
    non lo ho dimenticato 
    non lo ho perduto 
    Alcune cose ho capito che non facevano più parte di me e le ho lasciate 
    sono state utili quando le ho ricevute e le ho usate e mi ci sono aggrappata e talvolta mi hanno salvata 
    ma poi sono cresciuta e ho capito di poterle lasciare andare 
    a volte sono diventate limitazioni 
    a volte ho faticato a separarmene 
    ma quello che mi è stato dato 
    mi è stato dato come dono e non come fardello 

    Più di ogni altra cosa 
    tutto quello che ho ricevuto l’ho ricevuto con gratitudine 
    e con gratitudine, se anche non lo porto più con me, lo ricordo 
    e così continuo 
    con gratitudine 
    ad accogliere e portare ciò che mi viene donato in questo cammino