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for this is what I feel

Autore: subkat

  • Disordini dei sensi nascosti

    Cosa porta le persone a fare casini inenarrabili?
    Reagire in modo sproporzionato, sottostimare, sovrastimare, creare narrazioni al punto di incasinarsi e incasinare il prossimo fino a livelli improponibili, anche quando tutte le premesse sarebbero state favorevoli; evitare, soprattutto evitare, con tutte le nostre forze: evitare discorsi, evitare emozioni, evitare verità. Omettere fino a scomparire.

    C’è un disordine dentro ognuno di noi.
    Per quanto siamo equilibrati – e lo siamo anche, abbiamo una vita regolare, il lavoro, la casa eccetera – abbiamo una confusione interna, sottile, che ci pervade. Per quanto con i nostri sensi comprendiamo il mondo in modo del tutto corretto, abbiamo dentro di noi dei sensi nascosti che si perdono, che interpretano quel mondo in modo arbitrario.
    Reagiamo in modi automatici, leggiamo motivazioni sottese laddove non ci sono, non domandiamo spiegazioni, non cerchiamo soluzioni ma scivoliamo in quelle che ci suggeriscono i nostri sensi nascosti, i nostri automatismi, i nostri schemi, i nostri meccanismi appresi.
    Saltiamo alle conclusioni, omettiamo informazioni fondamentali, evitiamo di affrontare anche la realtà più rassicurante.
    E ci incasiniamo.

    I disordini di questi sensi nascosti creano disordine nel nostro mondo, nelle relazioni, nei rapporti, nella comprensione dell’altro. Poi un giorno apriamo gli occhi e ci accorgiamo del casino, e non abbiamo idea di come abbiamo fatto ad arrivare fin lì. Come abbiamo fatto a incasinare così tanto le cose? Ma anche: come siamo sopravvissuti?!

    E’ durissima anche aprire gli occhi ed accorgersene, a volte. Succede che te ne facciano accorgere gli altri, o le conseguenze. Quindi già accorgersene è tanto. Ma la svolta è capirlo.

    Imparare ad ascoltare il disordine dei sensi nascosti.

    Riordinarli è impossibile: si sono sviluppati così, o forse ci siamo nati; ormai sono convoluti e districarli non è fattibile. Ma quello che possiamo fare è conoscerli. Capire come funzionano, quali automatismi attivano, a quali casini ci conducono. Ascoltare cosa ci dicono di noi per poter rispondere: no, non così. No, non è vero. No, invece no.
    Opporsi con gentilezza, con dolcezza: i sensi nascosti cercano di proteggerci dal male, ma si perdono nel loro disordine, creando spesso altro male. Bisogna fermarsi, fermarli, capire e dire:

    sì, sto male
    no, non è colpa mia
    sì, ho diritto di stare male
    no, non faremo male a chi vogliamo bene
    sì, posso essere responsabile (non colpevole)
    no, non merito di stare male
    sì, posso rimediare
    no, non devo espiare

     

    Dei disordini dei sensi nascosti parla Oliver Sacks nel suo libro L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello. Da neuropsichiatra, intende quei disturbi che attengono alla memoria, al riconoscimento, alla coordinazione spaziale: i sensi nascosti sono quelli che elaborano le immagini che arrivano al cervello dai sensi primari.
    Qui, è una licenza poetica.

  • Assoluto vs completo

    Per godere a fondo l’Appartenenza bisogna toccare il fondo dell’abisso inesplorato della propria Anima e lasciarsi riportare a galla dallo stesso carnefice.

    Frasi come questa mi rimescolano sempre: mi provocano una forte emozione, mi si stringono le viscere, mi sale un senso di ineluttabile destino, la sensazione che qualcosa dentro di me si completi.

    E’ il fascino dell’Assoluto.

    Ogni affermazione netta e al contempo poetica, profonda e metaforica, mi affascina. Anche il mio senso letterario ne viene solleticato. Mi piace pensare (sentire) che ciò che vivo e sento sia connaturato alla mia Anima immortale, che appartenga al mio Sé più recondito; che vivere il BDSM significhi portare a compimento un destino, un’Essenza innata.
    L’Assoluto – la convinzione che ci sia un Giusto, un Vero – affascina perché è netto, consegna una Verità in cui è necessario credere. E’ il regno delle maiuscole, dei concetti resi idee platoniche, dei macigni inamovibili.

    Ho cercato di vivere questo Assoluto e mi ha distrutta.
    Ne sono uscita sfiancata, stanca, triste. Perché io sono un essere immanente, non assoluto; vivo nella realtà materiale, non nel mondo delle idee. Nel confronto con l’Assoluto, sono rimasta per forza di cose sconfitta, e con la sensazione di essere sbagliata, di non essere stata all’altezza.

    Adesso, invece, prediligo la Completezza.
    Certo mi resta addosso il fascino delle maiuscole, dei paroloni, della poesia; ma ora la vivo come tale, ovvero poesia: non pretendo più da me stessa di renderla reale alla lettera in ogni singolo istante. La sensazione dell’Assoluto si materializza in alcuni momenti: nell’intensità di una sessione, nella profondità del subspace; il resto del tempo, finalmente, vivo una relazione completa, umana, fatta di contatto, ascolto, comprensione, chiacchiere sul divano e musica.

    Perdonare a me stessa di non essere la schiava perfetta – la schiava assoluta, che esiste e vive e respira solo in quella ristrettissima gabbia – è la cosa più difficile che abbia mai fatto. Ma è un sollievo non sentirsi più schiacciata dal peso di un ideale inarrivabile. E’ un sollievo poter essere me stessa, tutta, completa.

  • Collare

    Collare

    Il collare è un simbolo potente, un segno tangibile di appartenenza. E’ per me una conferma, un riconoscimento, un legame.

    C’è stato un tempo, da ragazzina, che me n’ero comprato qualcuno; li mettevo alle feste tra amici, inconsapevole persino di cosa desiderassi, del perché mi attirasse un oggetto simile, del perché volessi indossarlo. Adesso non ne comprerei mai uno per conto mio (anche se talvolta ne vedo di stupendi), né ne indosserei uno a caso. Adesso per me non è solo un oggetto, ma rappresenta un sentire. Un sentire preciso, potente, speciale, legato al Padrone.

    Indossandolo mi sento invincibile. Sono io, completa: di proprietà.

    Ogni volta che ne ho ricevuto uno è stata un’emozione fortissima.
    Nella mia vita ne ho ricevuti quattro, uno da ogni Padrone cui sono appartenuta. Gli altri tre ho potuto conservarli e sono al sicuro, in un mio luogo di memoria.
    Ho ricevuto il collare una volta all’inizio dell’appartenenza come segno di legame, altre volte dopo mesi come segno di conferma. Ne ho ricevuti di comprati presso artigiani, e di comprati al negozio di animali.


    Dopo un anno (compiuto a fine giugno 2020, per la verità) ho ricevuto dal mio Padrone JoyDiv il collare. E’ bianco e nero come i suoi colori. E’ ancora un prototipo: un collare fatto a mano, appositamente, non comprato già fatto in un negozio o in un laboratorio, ma progettato, elaborato, lavorato, è un oggetto che richiede tempo.

    E’ bellissimo, ed averlo ricevuto mi ha riempita di una gioia indescrivibile, un’emozione viscerale e profonda. E’ la prima volta che ne ricevo uno non solo pensato, ma creato per me.

    Privilegio. Gratitudine. Appartenenza.

  • Umiliazione come emozione

    Viene dallo sguardo, o dalle parole.

    Succede quando sento quello sguardo su di me, uno sguardo specifico, particolare: lo sguardo che mi denuda, che mi apre, che mette in evidenza la mia vergogna. Me lo sento scorrere addosso, quello sguardo, mi ricopre di una patina umida, calda, che mi rende consapevole di ogni millimetro di pelle esposta.

    Succede quando sento certe parole, pronunciate con un certo tono: parole ed epiteti che mi inchiodano nell’imbarazzo, che sottolineano i miei desideri osceni. Quelle parole mi schiaffeggiano e mi strappano i vestiti di dosso, mi spogliano del mio aspetto rispettabile, mi gettano nel fango e mi ci fanno rotolare.

    In quei momenti l’emozione che provo è assoluta: mi getta il cuore nello stomaco, mi fa cedere le gambe e bagnare il sesso, le viscere mi si contraggono e la pelle si increspa.

    Quella emozione è l’umiliazione.

    Si può obiettare che l’umiliazione non è un’emozione; eppure per me lo è. Quell’umiliazione che mi arriva in quel modo, in quel contesto, naturalmente; un’umiliazione proiettata al corpo, alle sensazioni che provo. Essere messa in mezzo ed esposta. Diventa allora un’emozione fisica: sorge dalla carne e nella carne mi fa affondare, mi rende consapevole delle mie cavità, mi immerge nel momento presente, nel sentire materiale che si trasforma in brividi e cuore che accelera, in contrazioni interne e desiderio, in capezzoli duri e sottomissione.

  • Dove sto bene

    Per quanto duro sia il predicament, per quanto scomoda sia la legatura, per quanto difficile sia restare in equilibrio su due dita di un piede solo; per quanto sia tagliente la dragon, per quanto sia secco il cane, per quanto sia rigida la paletta; per quanto sia doloroso ogni singolo colpo, per quanto sia umiliante ogni posizione, per quanto sia intensa ogni pratica.

    Qui è dove sto bene.

    Legata, bendata, appesa, costretta, battuta. Sto davvero bene.

    Vivo un’intensità incredibile, profonda, sento tutto: ogni singolo millimetro della mia pelle scotta e urla e canta un canto di gola che mi fa ansimare e mi spezza il fiato in singulti e io lo sento. Affondo dentro di me al vibrare del dolore e sono felice.

  • Sguardo rubato

    Stesa a terra, le cosce legate, una appesa al bambù, in alto, l’altra allargata sul pavimento, aperta; mi metti un piede tra le gambe, premi, e la sensazione di essere calpestata mi arriva amplificata.

    Non sono bendata, ma tengo gli occhi chiusi, o giro la testa per tenere lo sguardo basso, spostato: evito di guardarti perché, insomma, non si guarda il Padrone, no?

    Invece, ad un certo punto, oso.

    Apro gli occhi e alzo lo sguardo: cedo al desiderio, alla curiosità di vederti ora, in questo momento, mentre in piedi sopra di me tendi le corde, mi calpesti, mi apri. Per osservarti mentre mi fai male, scoprire come sei. Così oso guardare.

    Hai gli occhi aperti, attenti, così scuri e intensi; tu che li tieni sempre quasi socchiusi, una sottile fessura da cui guardi il mondo senza prenderlo troppo sul serio. Adesso sono così grandi: osservi. E’ attenzione quella che vedo? Cura, precisione, controllo, potere; ma anche piacere, soddisfazione: uno sguardo che non si lascia sfuggire nulla, attento a gestire quello che succede e a farlo succedere, ma anche che si gode ogni dettaglio della tua schiava legata che ansima e geme, il corpo segnato ed esposto. Hai un’espressione così seria, intenta, la bocca socchiusa e le pupille dilatate. Emani intensità.

    Giro di nuovo lo sguardo prima che tu veda che ti sto guardando; rubo questa immagine di te che mi emoziona per la forza che trasmetti.

  • Sound of Silence

    Mi sleghi e sento la testa che gira; sto fluttuando in un altro posto che non è qui dove c’è il mio corpo. Mi richiami ai tuoi piedi e arranco a quattro zampe fino al divano; mi accuccio lì con gli occhi socchiusi. Mi metti un piede sulla schiena e uno sotto la faccia. Lecco.

    E d’improvviso lo sento.

    Un silenzio perfetto.
    Nessun rumore, nessun suono, nulla. Non so da quanto sono lì sotto i tuoi piedi, ma il silenzio mi raggiunge come un’improvvisa consapevolezza.

    Il leggero cigolio del collare di cuoio che si piega al muoversi della mia testa mentre lecco il tuo piede, lentamente. Un tintinnio sordo dell’anello del collare che si sposta. Il suono umido della mia lingua che cola saliva. Suoni infinitesimali che sento adesso che il silenzio è perfetto.

    Mi ronzano le orecchie. Questo silenzio è reale? E’ l’effetto della profondità in cui sono immersa? Mi sento in una bolla, galleggio abbandonata in una pace perfetta dopo le corde, i colpi, gli strilli, il contrarsi dei muscoli, la tensione. Sono qui, in questo momento; chiudo gli occhi, respiro, lecco, sento il silenzio che mi abbraccia e mi culla.

    La mia realtà inizia e termina ai tuoi piedi.

  • Pensieri improvvisi

    Mi spingi a terra; prendi due corde, mi tiri in ginocchio prendendomi per i capelli e inizi a farmi girare la corda intorno al corpo. La corda ad un certo punto si ingarbuglia, o forse c’è un giro sbagliato: disfi con gesti nervosi. Mi scappa da ridere e mi schiaffeggi. Allora mi zittisco e mi concentro, in ascolto. Stringi con forza.

    Mi fai alzare e mi appendi al bambù, il corpo costretto nel tk. Tiri e sono obbligata a stare in punta di piedi. Mi leghi un’altra corda in vita, la passi tra le gambe e la leghi di nuovo in alto; mi sento tagliare in due, preme dove sono sensibile. Ti vedo chinarti davanti a me e so che mi legherai le gambe unite, rendendo ancora più difficile stare in punta di piedi, aggiungendo difficoltà al dolore e dolore alla difficoltà. Unisco già le gambe e infatti me le leghi insieme, stringi subito sopra le ginocchia. (Anche se me l’aspettavo, è dura lo stesso). Ansimo, cerco di mantenere una parvenza di equilibrio, sento la corda che tira sulle braccia, in vita, tra le gambe e ora sulle cosce.

    Avvolgi la corda restante dalla legatura alle gambe e la porti in alto, veloce me la giri ancora intorno alla pancia, sui fianchi, mi stringi la carne dove era già stretta, mi obblighi a stare piegata.

    Penso: ma sei stronzo.

    Il pensiero mi attraversa la mente di colpo, senza che lo abbia voluto pensare, mi sale spontaneo dal dolore e dalla scomodità di questa legatura. Fino adesso quello che mi stavi facendo me lo aspettavo; questo no. Ed è proprio una cosa stronza.

    Ti siedi ad ammirare la tua opera e mi spingi coi piedi per farmi dondolare.

    Io ansimo, gemo, la bocca aperta ad annaspare un’aria che fatica ad entrare nel mio corpo compresso, costretto. Chinata in avanti, tirata in direzioni contrapposte, mi vedo: appesa, in punta di piedi, la carne solcata dalle corde, piegata e obbligata in una posizione scomoda, dolorosa, difficile. Mi sento vibrare e so di essere bagnata.

    Sono spaventosamente consapevole di ogni centimetro teso e dolorante del mio corpo nudo e so che questo corpo lo hai disposto per te.

  • Clic

    Cambia il tono della voce.
    Cambia il tema.

    Mette lì una frase.
    Mette lì una parola.

    Un gesto. Uno sguardo.

    Qualcosa dentro di me fa clic.

    L’interruttore è sempre lì, dentro di me: aspetta solo di essere premuto. E’ un’attesa attiva, attenta: non è inerte come sembra, come credo, come talvolta vorrei.

    A volte preferirei averne maggior controllo; lo tengo al sicuro, nascosto, magari dissimulo, ma non ho realmente il potere di non farlo accendere, o di spegnerlo. Anela ad essere premuto.
    A volte invece penso che si sia guastato, che non funzioni più. Quando sono molto giù, o molto in ansia, sembra inceppato. Eppure non smette mai di funzionare. Magari ci vuole più sforzo, o più bravura, ma può accendersi comunque.

    Quel clic mi fa passare da uno stato di quiete ad un’attivazione profonda: tutto in me si smuove, si rimescola. Il sesso inizia a pulsare, ad aprirsi, agito le gambe, mi inarco, chino un poco la testa, apro la bocca e giro lo sguardo. Arrossisco, forse; sento il sangue affluire alle guance, ai capezzoli, il respiro mi si fa più profondo.

    Basta così poco. Un gesto. Uno sguardo. Quel tono di voce, basso, quella vibrazione.

    Clic.

  • unouno-uno-(venti)uno

    Lo ammetto, riprendere in mano il blog nell’anno nuovo in questa data, giocando sul fatto che ci sono tanti “uno”, è un giochetto alla Coscienza di Zeno. E’ un pretesto, alla fine. Certo, avrei dovuto pubblicare questo post alle 11.11 stamattina, ma ormai è andata.

    Cos’è successo? Cosa sta succedendo? Ma soprattutto: da quanto tempo sta succedendo? Troppo tempo. La pandemia continua, com’è ovvio, eppure questo continuare senza un termine chiaro in vista, con un protrarsi di fatica, di tensione, di restrizioni, sta tirando i nervi a tutti. Anche a me, e da un pezzo; faccio persino fatica a capire quanto i miei stati d’animo siano appesantiti da tutto questo, fatico a riconoscere gli effetti, da tanto sono persistenti.
    Non ho mai visto il mio divano e casa mia così tanto come nel 2020; ho pranzato in giardino più volte che in tutti gli anni precedenti; ho provato paura, ansia, fatica, malessere e speranza. Ho fatto il punto della mia vita – non credo di essere granché speciale, ho idea lo abbiano fatto più o meno tutti. Ho perso dieci chili, ripreso a seguire corsi, sto cercando un nuovo lavoro.

    Ho voglia di scrivere.

    Sento le sensazioni scorrermi sotto la pelle; il desiderio dell’impatto, delle corde, di trovarmi finalmente in un dolore e in una fatica che conosco, che mi rimettono insieme, che mi ricongiungono con il mio corpo, che mi fanno sentire piacere oltre il dolore. Appesa per una sottile corda, costretta in punta di piedi, le braccia dietro la schiena, le gambe unite e tu che mi giri intorno, che stringi una corda, ne allenti un’altra, mi strizzi i capezzoli, mi colpisci le carni rese sensibili dalla compressione. Tu che mi riporti a me, che mi fai scendere nel mio e mentre mi aiuti a risalire mi fermi e mi lasci indulgere ancora un poco nel dolore che mi doni.
    Ansimo sul pavimento e sono finalmente lontana dalla fatica quotidiana, abbandonata a una sofferenza che amo.

    Mi riallinei a quella parte di me che è il mio fulcro. Lo sento. Lo vivo.

    Ho voglia di raccontarlo.