subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • Percezione

    Uno spostamento d’aria, un fruscio.
    Mi arriva, impalpabile, un profumo d’incenso. Hanno acceso un incenso?
    Sento scattare un accendino: cick, cickk. Un espirare, sentore di fumo.
    Faccio girare nella mano sinistra la pallina ruvida che mi è stata data come safe-signal: se devi comunicare qualcosa, gettala a terra.
    Giro la testa a destra, a sinistra. Borbottii, suoni ovattati. Schioccare di fruste. Fruscii che mi passano addosso, ruvidi, morbidi, secchi, carezzevoli. Mani; unghie.

    Bendata, imbavagliata.
    Inspiro a fondo e lascio andare.

  • Coinvolgente vs pervasivo

    Se io sono coinvolta, porto me stessa dentro ciò che viene fatto; la mia individualità è allora un valore aggiunto riconosciuto.
    Se sono invece pervasa, è la cosa esterna che mi riempie; la mia personalità diventa qualcosa da azzerare e sostituire con altro.
    Per questo un lavoro pervasivo distrugge. Non permette di staccare la testa, arrivano telefonate ed email a tutte le ore del giorno e della notte, tutti i giorni. Viene preteso che si viva per lavorare, non viene concesso alcuno spazio individuale al di fuori dei confini tracciati da altri.
    Invece chiacchierare una domenica pomeriggio di lavoro non è pesante quando in quel lavoro l’apporto individuale è esattamente ciò che viene più riconosciuto e valorizzato. Quando il lavoro coinvolge e non travolge diventa parte della propria vita, non qualcosa che la cancella.
    Allora in fondo alla fatica resta il dolce sentimento della gratitudine.

  • Sbandierare

    Ogni tanto mi capita (come capita) di perdere tempo a scorrere i post su facebook. Discussioni serie, discussioni poco serie, palesi cavolate e varie amenità.
    Poi mi succede di imbattermi in post sperticati di slave riguardo il proprio Padrone, su quanto sia masterone, maschione, fantastico, sadicissimo, crudele ed irresistibile, eccetera eccetera.
    Quando questi post sono scritti in modo poetico ed accompagnati da una foto evocativa od erotica, ci sta; magari meglio se si tratta di una pagina a tema, piuttosto che un profilo privato. Alcune volte metto anche ‘mi piace’.
    Quando però questi post appaiono nel corso di discussioni, nella filza dei 108 commenti ad un post, magari in un gruppo, ecco, lì mi si alza il sopracciglio. E’ un riflesso automatico, non posso farci niente.
    Capisco il trasporto, l’emozione, il coinvolgimento – anzi, diciamo la parola sovrana: l’appartenenza. Capisco tutto. Però è un po’ imbarazzante.
    Io sono la schiava del mio Padrone; non la Sua lecchina.
    Lui non ha certo bisogno che io ad ogni pié sospinto ribadisca pubblicamente quanto sia Dominante, potente, invincibile, incredibile, cattivissimo ma attentissimo, che mi fa andare in deliquio con un solo cenno del capo, e via sperticandosi in complimenti sulle Sue performances di dominanza. Non ha bisogno che Lo difenda a spada tratta (si difende benissimo da solo) o che parteggi per Lui o che Gli faccia da ragazza pon-pon. Soprattutto non su facebook.
    Leggere certi voli pindarici mi fa chiedere che cosa c’è sotto. Scusate se penso male.
    Dichiarazioni pubbliche del genere rischiano di scadere nel ridicolo e di suonare false, anche se magari alle slave vengono spontanee, nello slancio di compiacere.
    Ma servire è diverso da compiacere. Compiacere è sempre falso, artefatto. Servire è dare la vera se stessa. Dalla compiacenza alla servitù c’è un percorso da compiere, e si fa in silenzio.

  • Fierezza ed umiltà

    La prima nella consapevolezza di me stessa, delle mie capacità, del mio valore; la seconda nel pormi di fronte agli altri, nel confronto con chi incontro sul mio cammino.
    L’umiltà di non credere di sapere già tutto, di essere migliore di chicchessia; l’umiltà di ascoltare, essere aperta, voler conoscere.
    La fierezza del non farmi prevaricare, dello scontro con chi non mi rispetta; la fierezza delle mie idee, del dare e quindi del poter pretendere.
    Fierezza non è presunzione; umiltà non è disistima.
    A piedi nudi, ma cammino sulle nubi.

  • Una brava ragazza con cattive abitudini

    good girl, bad habits

    E’ proprio ciò che sono.
    Non sono cattiva (mi disegnano così).
    Solo che spesso le mie cattive abitudini sono più forti di me e prendono il sopravvento. Allora sono linguacciuta e furbastra, rubo il cibo, mangio cose sbagliate, bevo.
    Sono tutte cose che mi danneggiano, di cui mi pento nel mentre che le faccio. Un attimo dopo, vorrei non aver mangiato quella fetta di dolce, o fatto quella battuta. Ma è sempre un attimo dopo.
    Come imparare a trattenermi invece un attimo prima, ancora non lo so.
    Quando saprò farlo, diventerò forse una cattiva ragazza con buone abitudini!

  • Tornanti

    Cominciano i tornanti.
    Il Padrone alza il volume a palla: il dubstep riempie l’abitacolo come un blob denso e pulsante, annichilendo ogni pensiero. Lui accelera e prende le curve veloce, stringendo il volante. Lady Rheja si aggrappa alla maniglia sopra la portiera, Lui sogghigna e fa fischiare le ruote.
    Io mi afferro al sedile ed alla portiera; lo stomaco mi si contrae in una morsa. Apro le labbra e boccheggio, senza controllo apro le gambe, puntellandomi coi piedi. Ho paura, ma più forte della paura è l’eccitazione. Non riesco ad impedirmi di eccitarmi, in questa dimostrazione di velocità, controllo e potenza.
    Lo so, l’ho già detto: va contro tutto ciò che solitamente apprezzo; di solito un comportamento di guida “sportiva” mi spaventa e mi indispone, e basta. Altro che eccitarmi.
    Ma qui, ora, sul sedile posteriore della Sua auto, con il Padrone alla guida, è più forte di me. Mi irrigidisco sul sedile e mi bagno, ansimando, felice che Lui debba guardare la strada e non veda, nello specchietto retrovisore, lo stato in cui mi trovo: la bocca aperta, le guance rosse, gli occhi sgranati ed ogni muscolo contratto.
    Scesi dalla collina rallenta, abbassa il volume e torna ad una normale velocità di crociera sul rettilineo. Io sono ancora in subbuglio, ma cerco di calmarmi in fretta. Prendo fiato.
    E’ in quel momento che Lui si guarda attorno, si tocca la guancia destra come se qualcosa Lo infastidisse; dice: “Non capisco, mi arriva caldo”. Per un lungo istante penso: ah?, del tutto ignara. Poi Lui si gira di scatto ed esclama: “kat! Chiudi le gambe!”
    D’istinto le chiudo di scatto; un millesimo di secondo dopo mi arriva, come un pugno nello stomaco, il senso di quello che ha detto ed avvampo; chino la testa e vorrei affondare nel sedile. L’umiliazione brucia come il fuoco.
    Potevo aspettarmelo? Forse dovevo, conoscendoLo. Ma non lo vedo mai arrivare.
    Anche questo è uno di quei piccoli gesti, quelle attenzioni che so di dover assaporare: un dono del Padrone. Un dono bruciante, sadico, crudele, per me.

  • Orgoglio vs presunzione

    Leggo online uno spunto di riflessione: ma l’orgoglio non dovrebbe essere una cosa fuori luogo, per uno/a slave?
    Penso: in realtà forse si fa confusione tra orgoglio e presunzione.
    Un presuntuoso mette se stesso (ed il proprio orgoglio) davanti a tutto e a tutti, si impone, è sfacciato ed arrogante. Risponde male, non vuole sopportare imposizioni che non siano quelle che lui stesso sceglie (e che quindi smettono di essere tali); uno/a slave presuntuoso/a è in effetti una contraddizione in termini, ed una vergogna per il proprio Padrone.
    Invece, a mio parere, uno/a slave può avere uno forte orgoglio nella consapevolezza del proprio ruolo. Un orgoglio altero, silenzioso, pacato che non deve dimostrare nulla a nessuno. L’orgoglio della forza della propria sottomissione; di sapere di appartenere al proprio Padrone e di renderLo orgoglioso.
    Questo orgoglio dev’essere tenuto bene sotto controllo perché non sfugga di mano diventando arroganza.
    Non è che sia più facile ingoiarlo quando si è sottoposte ad umiliazione o ad una forte educazione, tutt’altro; ma invece di scuotersi e ribellarsi, questo sano orgoglio di slave si rafforza nell’essere tenuto sotto dalla forza del Padrone. Si alimenta della consapevolezza di essere slave, crescendo con gioia proprio nella sottomissione.
    Schiena dritta, testa alta e sguardo basso.

  • Attendere senza aspettare

    Il non andare in panico dopo che non sento il Padrone per un po’ di tempo. Essere in Sua attesa ma senza l’ansia di aspettarLo ogni minuto che passa.
    Fino a poco tempo fa temevo di essere in ignore dopo pochissimo e andavo subito giù di testa – e talvolta capita ancora. Le vecchie (cattive) abitudini son difficili da abbandonare. E’ stato (è) difficile per me imparare a capire che Lui ha i Suoi tempi e che non sono a servizio dei miei; che risponde ai messaggi se/quando gradisce farlo; sembra banale, ma non mi entrava in testa che non posso essere io a pretendere che risponda all’istante e a sentirmi subito abbandonata. Così facendo diventa un dominare dal basso, un battere i piedi capricciosamente, fare ricatti emotivi e, infine, non essere sottomessa alla Sua volontà. Anche se fatto in modo inconsapevole.
    E’ faticoso accettare l’educazione e la disciplina ricevute, poiché ho un carattere forte. Ho sempre creduto di essere una persona remissiva e debole, però, e credendo a questa immagine di me stessa non ero nemmeno consapevole di essere invece passivo-aggressiva e feroce nel difendere le mie posizioni e le mie voglie.
    La mia fortuna è che il mio Padrone non cede di un millimetro davanti a simili situazioni. Mi educa con il Suo essere imperturbabile, che mi obbliga ad affrontare le mie mancanze e trovare nuova consapevolezza.

    Si tratta per me alla fine di avere maggiore fiducia nel Padrone.
    Fidarmi che non mi squarti mentre mi frusta è banale (anche se importante), è facile, perché è una cosa pratica, materiale, tangibile. La fiducia nel silenzio – invisibile, vuoto, terrificante – è quella difficile.
    Credere di essere importante per Lui; credere che c’è; credere in LUI, non in ciò che fa (quello consegue).
    Credere è sapere.

  • Punti di vista

    “Il segreto della gioia è la disobbedienza” – Aleister Crowley

    Leggo questa citazione e sorrido; ovviamente, considerato il soggetto che l’ha fatta, mi stupisco poco. Ma la cosa interessante è pensarla da un punto di vista bdsm. Per questo sorrido.
    La disobbedienza è un brivido, un terrore; può essere uno strappo, un rompersi di una corda troppo tesa. Ma per me difficilmente una gioia. Soprattutto non il segreto stesso della gioia…
    Per me le cose devono avere un ordine, una disciplina. Per quanto sia difficile da seguire, per quanto fastidiosa, dura, scomoda: ma deve esistere una regola. Senza, sono destabilizzata e persa.
    Infrangere la regola non mi dà senso di libertà, né di piacere. Mi aggroviglia lo stomaco, mi rovina la giornata. A volte, la tentazione è comunque forte: per stanchezza, per fatica, per autoindulgenza o per provocazione; a volte non so nemmeno io per cosa, forse anche per cercare una punizione, per punirmi di qualche colpa inesistente provocandone una vera.
    Ma non mi provoca mai gioia, né sberleffo o spregio.

  • Tris

    tris10
    In spiaggia coi Padroni; felice di starmene sulla stuoia accanto alla Sua sdraio, giocattolo coi sassi. Ne raccolgo uno sottile, appuntito: mi solletica un pensiero e lo mostro al Padrone. Lui lo saggia con un dito, poi si allunga e me lo passa sulla pancia di taglio. Mi inarco per andargli incontro. Il sasso graffia: piacevole.
    Tutto allegro il Padrone esclama: “Giochiamo a tris! Girati”
    In quel momento penso: ecco, potevo anche non farmi solleticare da quel pensiero. Comunque.
    Lady Rheja Lo raggiunge sulla sua sdraio battendo le mani mentre mi giro ed offro la schiena. Il Padrone mi affonda il sasso nella carne del culo, passandolo da sotto in su e da destra a sinistra, lasciando (immagino) degli evidenti segni rossi: due righe verticali e due orizzontali sulla chiappa destra. Sobbalzo e mi intima di stare ferma o non scrive bene. Cerco allora di restare immobile; soffoco gridolini in gola mentre mi incide col dannato sasso per disegnare la sua X nella casella. La mia Lady allora prende il sasso, incide e ricalca per fare il suo cerchietto. Ridacchiano.
    Posso sentire gli sguardi dei vicini di ombrellone: occhi sollevati dal libro rimasto aperto in mano, pupille sgranate dietro gli occhiali da sole, sorrisetti stupefatti. Mi si arrossano le guance mentre il Padrone mi arrossa il culo. Mi accorgo che la mia reazione è quasi istantanea: sono già bagnata. Affondo la faccia nelle braccia incrociate per la vergogna.
    Vince Lui, e Lady Rheja mi dà uno schiaffone sul sedere per lo smacco. Io salto.
    A sera torno a casa in treno: il bruciore mi accompagna per tutto il viaggio e, prima di andare a letto, mi guardo nello specchio i segni rossi rimasti. Sorrido.
    Non c’è niente come il relax in spiaggia per rigenerarti.