subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • Un anno

    Un anno di dolore
    Un anno di piacere
    Un anno di esperienza

    Non sono più chi ero
    Non sono ancora chi posso essere
    appieno
    Sono sempre me stessa
    Sono sempre di più me stessa

    Un anno di sensazioni
    Un anno di paure
    Un anno di crescita
    Un anno di pensieri
    Un anno di emozioni
    Un anno di consapevolezza che aumenta

    Un anno passato
    segnato sulla carne
    scavato nel cuore
    Un anno di stomaco in gola
    di cervello che fonde
    di pelle che brucia

    Un anno che è solo un anno
    ed è volato

    Un anno di collare

  • Potere =/= Volere

    Un tema cui ho già accennato, credo.

    Se posso fare qualcosa, basta solo che lo voglia. Quando posso, spesso è solo che mi manca sufficiente volontà per raggiungere l’obiettivo desiderato.

    Se posso fare qualcosa, non è detto che lo voglia fare. Lo trovo scritto su una maglietta in uno shop online di magliette umoristiche sul poliamore: “just because I can doesn’t mean I want to”. Mi fa sorridere, perché si intende che la persona che lo dice ha libera volontà; può rimbalzare chi ha di fronte. Il senso è: sì, potrei fare sesso con te (visto che vivo liberamente la mia sessualità) ma non voglio. Tié!
    Io, invece, non ho una simile libera volontà. L’ho rimessa al mio Padrone.
    Se posso, può voler dire che devo. Se mi viene detto che posso, può essere che sia un ordine. Può essere che questo ordine mi serva a comprendere che posso fare cose che credevo di non essere in grado di fare.

    Se voglio fare qualcosa, d’altra parte, non è detto che possa. Quando voglio, devo scontrarmi con tante variabili: fattibilità, accessibilità… soprattutto, permesso. Ho il permesso di fare ciò che voglio? Non sempre, non necessariamente.
    Perché, ancora, la mia volontà non è libera ma guidata; gestita dal mio Padrone. Posso sempre chiedere il permesso di fare ciò che desidero, ma so che Lui non mi dirà sempre sì; anzi.

    In questo recinto nel quale mi muovo, talvolta mi sento in gabbia, talvolta mi sento rassicurata. La mia voglia mi porta a mal sopportare le pastoie del non potere; la mia paura mi porta a tremare alle soglie della possibilità.
    Accolgo la frusta e le briglie con gratitudine, per essere addestrata a diventare la migliore me stessa possibile.

  • Intenzioni

    Sono sempre salda nelle mie intenzioni. E’ la pratica che poi mi fallisce.
    Come canta la Alice nel Paese delle Meraviglie della Disney: io mi so dar ottimi consigli, ma poi seguirli mai non so. Talvolta mi ritrovo a canticchiare questo motivetto tra me e me. Mi calza a pennello.
    Mi stampo documentazione che poi non leggo; mi compro libri che poi prendono polvere; mi preparo cibo sano che poi non mangio. Invece, cazzeggio su internet e mi ingozzo di biscotti.
    Mi riprometto di fare delle cose, di smettere di farne altre, di non mangiare porcherie, e poi mi sorprendo a comportarmi come al solito nel mentre che lo sto facendo. Il mio cervello mi fa agire come sonnambula, non pienamente consapevole delle mie stesse azioni; si spegne, o passa in modalità automatica, e agisco in modo contrario alle mie intenzioni, che è spesso dannoso per me stessa, alla lunga. La piccola, breve soddisfazione che ottengo dal cazzeggio o dal cibo non dura nemmeno dieci minuti; subentra subito il disagio.
    Se fossi cosciente di quello che sto per fare, mi appiglierei alle mie dichiarazioni di intenti e mi comporterei in modo coerente. O almeno credo. Qualche volta ci riesco.

    So che mi è proibito fantasticare su determinate cose.
    Ma quando ho la guardia abbassata (cioè sempre, a quanto pare) la fantasia mi si scatena in automatico e parto in quarta, solo per rendermi conto della mia disobbedienza quando ormai sono esaltata e fradicia; a quel punto cerco di pentirmi e di fermarmi, ma non è molto facile.

    La mia testa prende una forza inerziale terribile ed innarrestabile, sfida il secondo principio della termodinamica; una volta che scivola giù dalla china non può che prendere velocità, scivolando sui miei stessi umori – mentali o fisici.
    Fino alla fine dei biscotti.

    Quello che vorrei sarebbe imparare a non sporgermi dal dirupo, a non scivolare su quel primo passo, là in cima. Il fosso scosceso mi chiama e mi lusinga, promettendo di essere un abisso di piacere; ed è solo un pantano fangoso di malessere e fastidio.

  • Piccola – capitolo I

    [Pubblico a puntate un racconto lungo, un “capitolo” alla settimana; ho iniziato a scriverlo diverso tempo fa, ed è ora che lo completi e che veda la luce. Non vi sono raccontati fatti realmente accaduti]

    La sera stava calando placida sulla magione, tinteggiando le mura di colori tenui dal rosa all’azzurro, che via via diveniva blu scuro e infine nero all’avanzare della notte. Le finestre rivolte al tramonto rilucevano come diamanti incastonati nei muri, lanciando riflessi come segnali a qualche sconosciuto viaggiatore che si fosse trovato a passare per quei paraggi.
    «Ma Padrone…!», la voce di lei risuonò acuta, più di quanto avrebbe voluto, e infantile.
    «Ho detto di no, Piccola», ribadì lui, serio, pacato, alzando il viso dal giornale e guardandola direttamente negli occhi. Il suo sguardo significava più di molte parole, e Piccola tacque. (altro…)

  • PWNED!!1!

    “Owned” in inglese significa “posseduto”, “di proprietà”; traslato in ambiente bdsm il concetto è chiaro.
    In gergo, però, significa anche “preso” nel senso di “beccato”, “fregato”; se lo scrivono via chat i giocatori di videogiochi online stile Unreal Tournament (sparatutto rubabandiera) quando colpiscono e uccidono uno dell’altra squadra. Owned, preso!
    Quando uno gioca ad un gioco frenetico come quello, non digita in modo granché attento; scrive in chat il suo sberleffo il più veloce possibile e torna subito ai comandi. Così è normale che scriva sgrammaticato, con un sacco di abbreviazioni, e che prema il tasto accanto a quello corretto.
    Da uno di questi errori di digitazione ha poi preso piede la moda di scrivere apposta “Pwned”, tra gli utenti di videogiochi online prima e poi in modo più ampio di internet.
    È diventato un modo di dire nerd e il mio Padrone me lo ha fatto incidere sulla medaglietta del mio collare.
    Pensandoci bene, si è rivelato incredibilmente appropriato nel suo doppio significato di “posseduta” e “fregata” – per la capacità che ha il mio Padrone di beccarmi sempre nei miei punti deboli.

  • Cabrini

    “Prendi  ad esempio Cabrini: Cabrini era un giocatore mediocre. Ma mentre gli altri calciatori si allenavano un’ora e mezza, lui si allenava sei ore al giorno. Così è arrivato in Nazionale, pur essendo un giocatore mediocre”.
    Fisso il mio capo con sguardo vacuo mentre mi dice queste cose. Il calcio non mi interessa, inoltre lui ha 15 anni più di me. Non ho idea di chi sia Cabrini (dopo lo cerco su wikipedia, penso), ma lo stesso annuisco, aspettando di vedere dove voglia andare a parare.
    “Questo dimostra che con una forte volontà si possa ottenere qualunque cosa. Io non sono un genio, sono una persona mediocre; quello che fa la differenza tra me e un vero mediocre è che io ho una volontà di ferro. Tu – e si rivolge a me con quei suoi occhi grigioverdi penetranti e spiritati – tu non sei affatto mediocre. Ma ti manca la volontà”.
    Tamburella sul tavolo; aspetto che aggiunga qualcosa, ma ha concluso. Raccolgo il notes e ci scambiamo formalità e saluti: la riunione è finita.
    Mentre torno al mio ufficio rifletto che non ha tutti i torti.
    Se voglio, posso; posso, devo solo volerlo abbastanza forte.

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  • Nuda

    Credits: Whips, Chains & Duct Tape - on facebook
    Credits: Whips, Chains & Duct Tape – on facebook

    “E’ facile togliersi i vestiti e fare sesso; la gente lo fa di continuo. Ma aprire l’anima a qualcuno, permettergli di entrare dentro il tuo spirito, i tuoi pensieri, le tue paure, il tuo futuro, le tue speranze e i tuoi sogni… quello è essere nuda”

    Quello è il modo in cui desidero essere nuda. Il modo in cui desidero essere messa a nudo. Che mi venga scoperta l’anima, che mi si rivolti il dentro di fuori.
    Per poter essere accarezzata non solo sulla superifice più esterna della pelle, ma fino dentro la mia essenza più vera.

  • Confronti

    Una raccomandazione che mi ha lasciato il mio precedente Padrone è di non fare confronti tra lui e qualunque altro Padrone avessi poi eventualmente trovato.
    Non vanno fatti confronti perché ogni rapporto fa storia a sé; ciò che ho vissuto con lui non può venire replicato né usato come metro di misura o pietra di paragone.

    Però credo sia umano farli: tutti fanno confronti.
    Forse bisogna solo fare attenzione a farli in modo costruttivo, per valutare le differenze, la crescita personale, le peculiarità – e non per dare valutazioni di merito. Quelle davvero, in relazioni con persone diverse, non dovrebbero venire mai fatte.

    Ciò che vivo con il mio Padrone riguarda solo me e Lui; voglio viverlo momento per momento, pensando al presente, immergendomi in quello che da questo rapporto nasce e si sviluppa. Non ha senso che mi àncori al passato, che mi proietti al futuro. Una volta è stato diverso? Certo. Tra un anno sarà differente? Sicuro. Con qualcun altro è stato, sarà, sarebbe completamente un’altra cosa? Non c’è dubbio. Ma perché pensarci?
    Non sono più chi ero, non sono ancora chi sarò. Sono ciò che sono ora e lo sono con Lui.
    Posso donarGli solo ciò che sono e che ho, nient’altro. E so che Lui non pretende da me nulla di diverso. Sono nelle Sue mani come sono; sia Lui ora a plasmarmi. Da me altro non si richiede che di farmi creta e molle, cedevole alla Sua volontà.

  • Lo penso ma non lo dico

    Ho un compito da eseguire, uno di molti, con una scadenza ravvicinata; un ordine del Padrone. Un compito che richiede tempo, impegno, concentrazione.
    Sono però anche molto presa col lavoro, restando in ufficio tutti i giorni oltre l’orario corretto, e sarò via tutto il weekend.
    Pensandoci, trovo un escamotage per completare il mio compito senza doverci impiegare troppo tempo. Lo so che è un trucco, e che probabilmente non è del tutto corretto rispetto all’intenzione del Padrone.
    Così, piuttosto che farla sporca e farlo e basta, chiedo il permesso al Padrone. Sperando che questa mia pretesa onestà mi ripaghi con un assenso ed un sollievo dal compito.
    E Lui mi risponde – ovviamente, prevedibilmente, conoscendolo – che vede il mio trucco e non lo considera valido. Se possibile, aggiunge carico al mio compito.

    In quel momento, mi vengono alla mente molte parole, molti titoli. Una parola con la S; una parola con la B. Parole che non superano la barriera delle mie labbra.
    In fondo, so quanto sia orgoglioso di essere tale.

    La mia rabbia in un attimo azzera tutte le belle parole, le forti intenzioni pronunciate sinora: sottomissione, accettare la Sua volontà, eccetera. Bla bla bla.
    Sono incazzata nera, anche perché so di essermi fregata da sola – perché sapevo che era un trucco, un escamotage, e sono andata a consegnarglielo di persona nelle Sue mani.
    Cosa speravo? Che facesse uno strappo? che mi concedesse di aggirare le Sue stesse disposizioni?
    Questa rabbia mi fa pestare i piedi, bambina capricciosa che strilla il suo antipatico UFFA. E’ una rabbia vuota e so che sbollirà, facendomi tornare a cuccia bastonata; ma finché dura, mille pensieri di ripicca, di offesa, di capriccio mi si accavallano in testa – senza che esca una sola parola.

    La prossima volta – forse – la farò sporca.
    Forse – perché dentro di me lo so che barare in questo modo annulla il senso profondo di tutto ciò che è importante in un rapporto come questo. Ed ogni volta che dico “solo per questa volta” spiano la strada alla volta successiva.
    Ancora fatico a chinare il capo e procedere; ma lo faccio, cercando di imparare.

  • Fenice

    Anche io, come la fenice, dentro di me desidero bruciare.
    Agogno gettarmi nel fuoco e farmene consumare, nella speranza di rinascere rinnovata, pulita, uguale a me stessa ma diversa, dalle ceneri della vecchia me stessa. Immolarmi alla pira sacrificale dei miei desideri.

    Spero, confido che il mio Padrone sia assennato e prudente; perché io, io faccio fatica ad esserlo.
    Sicuramente mi arrabbierò con Lui perché non mi permetterà di fare tutto ciò che vorrei – o che credo di volere. Farò i capricci e mi offenderò di non poter provare, subire, toccare con mano quel ferro rovente e rosso che pare ai miei occhi così invitante e caldo. Ma so che sceglierà per il mio bene, un bene che io stessa spesso non vedo o non capisco, accecata dal brillare bruciante delle mie voglie.

    Anche se ho posto dei limiti; anche se sono timorosa e vergognosa; anche se in me vi sono blocchi su blocchi su blocchi. So che uno ad uno Lui saprà smontarmeli di dosso, muro dopo muro penetrerà le mie difese – come ha anche già fatto. Mi plasmerà a Suo piacere, perché diventi come Lui vuole.
    Allora, gli lascerei fare qualsiasi cosa, lo so: qualsiasi cosa.
    Per questo mi fido e mi affido: perché so che non me le farà; non subito, non tutte, non come penso. Non mi permetterà di bruciarmi e farmi consumare in questo mio rogo.