Quando arrivo c’è un po’ di tensione dovuta a questioni di vita quotidiana; per la serenità necessaria decidiamo di attendere un poco prima di giocare, lasciando sbollire il nervosismo, per accogliere un mood più adatto. Io sono tranquilla, non ho urgenze né desideri impellenti, così mi godo questo interludio. Faccio un giro con la Lady a comprare le sigarette del Padrone: è una bella giornata di sole, che a tratti si copre ma già prelude a una bella primavera; sorrido e assaporo questa quotidianità, questa tranquillità. Ma non dimentico di dare del lei… quasi mai.
A casa io e la Lady prepariamo il pranzo. Apparecchio la tavola per tre. Sono decisamente tranquilla, non un pensiero mi sfiora. Il Padrone arriva in cucina dallo studio, si ferma in mezzo alla stanza e dice: «Com’è che ci sono tre piatti sul tavolo?». Io trasalgo.
«Bè… volevo illuderla», spiega lei con un sorriso.
Lui mi fissa. «Ti sei illusa?», mi chiede.
Io chino il capo: «Sì Padrone».
«Bene – fa lui – ora metti il piatto per terra».
Non gli dico quanto in realtà sia più felice di mangiare per terra, ma credo che lo sappia. Più che essermi illusa, ero quasi dispiaciuta di stare a tavola… mi piace sapere qual è il mio posto, e mi piace mi sia ricordato. In ogni caso, questo scambio di battute mi dona un brivido.
Quando la pasta è pronta servo i Padroni, poi mi accoccolo sulla mia copertina, a terra accanto al tavolo; il piatto fuma e ho fame, ma non oso toccare cibo. Guardo lui: aspetto che inizi, poiché non ho il permesso di mangiare finché non ha iniziato. Il Padrone tergiversa, accende la tv e gira tra i canali, gira la pasta nel piatto e, finalmente, infilza i maccheroni con la forchetta e dà il via al pasto. Mi chino sul piatto, grata, e mangio come un cane, direttamente con la bocca.
La giornata così normale cambia qualità in modo quasi impercettibile, su queste sfumature; chiacchiere serene e tranquille, ma loro sul divano, io sul pavimento; un pranzo normale, ma loro a tavola e io a terra.
Questi dettagli mi donano una sensibilità amplificata. Mi sento bene, eccitata. (altro…)
Autore: subkat
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Racconto: Scent
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Scegliere chi servire
Ormai da un mese lavoro gratis. Bene, mi sono rotta.
E’ nel mio carattere essere molto disponibile, propensa a soddisfare e anche compiacere gli altri, dare tutto ciò che posso al meglio che posso. Sentirmi dire “brava” è una delle cose che amo di più.
Ultimamente, però, mi sono accorta che tutto questo è splendido all’interno di un rapporto consensuale di dominazione e sottomissione, un po’ meno nella vita quotidiana e soprattutto lavorativa. Ovvero: queste caratteristiche del mio carattere mi danno gioia se le attivo in un ambito D/s, se invece me ne faccio prendere la mano nella quotidianità finisco per farmi manipolare.
Il bdsm non è solo un bel gioco, per me. Mi riempie fino al colmo della mia anima, mi innesta forza fino al midollo. Ciò che ora vivo da slave mi soddisfa nelle mie esigenze di servire, e mi dona la consapevolezza necessaria a scansare gli sfruttatori. Quindi basta lavorare gratis.
Servo solo chi SCELGO di servire. -
Festa
Stessa festa, nuova location. Lasciato un ambiente raccolto, con stanze numerose e piccole, rosa e rosse, con musica industrial ma anche commerciale, approdiamo in uno stanzone alto e nero, con catene e reti di metallo, e suoni inarticolati e distorti. L’ambiente che uno immagina per una festa bdsm, forse: cupo, crudele. In realtà, si fatica un po’ a ingranare, ad ambientarsi. C’è freddo. I video proiettati sugli schermi mostrano sessioni sadomaso estreme: ganci, aghi.
In realtà non subisco il fascino oscuro di questo ambiente; lo vedo per quello che è: uno stanzone addobbato. Non mi provoca angoscia né mi dà i brividi, per fortuna (a parte per gli spifferi). Una volta, forse, ne sarei rimasta intimorita; tutto qui è sistemato per dare l’impressione di un luogo pericoloso, o meglio di pericolosi piaceri… Ora diciamo che ne apprezzo la scenografia, la teatralità, ma senza credere *davvero* che ci sia gente pericolosa. Infatti, tutti entrano chiacchierando, tranquilli, salutando calorosamente gli amici appena incontrati; ci si libera subito del cappotto al guardaroba e poco dopo si sfoggia con orgoglio il proprio dress, quale che sia.
Osservo i dettagli e quello che vedo mi piace, lo trovo appropriato: tavoli, croci, strutture per legature e sospensioni; dietro il bancone il barista fa volare le bottiglie e miscela i cocktail con maestria. La musica a poco a poco cambia: si placano i suoni inarticolati da Quake e inizia una bella musica industrial, roba che non ho mai sentito ma mi piace. Ci si ambienta, ci si rilassa e si comincia a giocare. Vedo volare le prime fruste, scorrere le corde.Io chiacchiero con gli amici con cui sono venuta, conosco persone nuove, tengo occupato il divanetto. Ma, soprattutto, attendo. Non è un’attesa spasmodica; è più un’attenzione amplificata. Osservo attorno e seguo il mio Padrone con lo sguardo. Lui corre a destra e a sinistra, impegnato come membro dello staff. Non gli corro dietro, non lo intralcio, non pretendo attenzione; attendo. Sobbalzo quando lo vedo passare: la divisa da SS gli dona e mi dà i brividi. Quando avanza verso di me mi alzo di scatto e sono pronta ai suoi comandi. Quando si allontana sospiro e mi pongo nuovamente in una serena e placida attesa.
A un certo punto mi raggiunge una consapevolezza: probabilmente non giocheremo stanotte. Troppi impegni per la festa. Pazienza, non avendo aspettative non sono nemmeno delusa. Penso ad altro. Così, quando il Padrone mi fa cenno di andare da lui e mi dice di piegarmi, un brivido mi sale da dietro le ginocchia fino alle orecchie.
Tutta la teatralità dell’ambiente mi si riversa addosso; sento i suoni cupi, vedo i muri neri. Mi piego e mi appoggio a un tavolo di tortura; trasalgo quando mi alza il vestito con un gesto brusco; tremo incontrollabilmente, per il freddo e per l’attesa ora sì densa, pesante, del primo colpo. E quando arriva, volo.
I flogger spazzano l’aria sopra di me come fossero ali e mi portano in alto, in alto. Mi lascio trasportare da questo volo inatteso e quando torno a terra è già quasi ora di andare via.Lascio la serata con un grande sorriso, il cuore ancora tra le nuvole sfrangiate dalle fruste.
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Soddisfacente insoddisfazione
Sono stata così tanto insoddisfatta e così a lungo (senza quasi rendermi conto di cosa e quanto mi mancasse) che ora questa insoddisfazione fisica che provo, questa privazione che mi tiene costantemente tesa e vogliosa, mi riempie di una tale soddisfazione che correrei gridando di gioia sotto la pioggia battente in preda al mio desiderio bruciante, alla mia figa affamata e tenuta a stecchetto.
Come quando sto a dieta mi aumenta la fame, così negata dell’orgasmo me ne aumenta la voglia; questo appetito persistente aumenta la sensibilità di tutti i miei sensi, donandomi un’esistenza sessualmente amplificata, in ogni singolo minuto della mia quotidianità. Percepisco con chiarezza in ogni momento la presenza del mio sesso perennemente umido.Deprivata, desidero di più.
Desiderando di più mi concedo di desiderare, di accettare il mio essere così tanto vogliosa, finalmente.
Quindi, mi godo ferocemente il piacere fino all’ultima goccia, fino al più piccolo brivido, fino a non poterne più. Cavalco ogni minima carezza, ogni sfioramento, ogni tocco delicato o ruvido; assaporo tutto il sesso che faccio e tutte le stimolazioni che mi vengono concesse.Accolgo la me stessa troia come il figliol prodigo da tempo scappato di casa, con feste e canti di giubilo.
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Distaccata intimità
Ed ecco che, dopo tante chiacchiere, faccine, coccole, premure, inizo a sentire che il nostro rapporto sta cambiando. Non che mi passi la serenità di considerarla confidente… Ma mi viene da darle del lei. Glielo dico (perché il consensuale va mica solo dall’alto in basso; anche da sopra devono essere d’accordo su ciò che viene da sotto) e lei concorda.
Sorrido.
Un brivido mi increspa la pelle.
Ora siamo più distanti, io e Lei, ma allo stasso tempo più vicine. C’è in questa distanza che ci separa – io a terra, sul pavimento, in ginocchio, sottomessa, e Lei in alto, in piedi, in poltrona, dominante – un’unione più forte. La Sua scarpa che mi preme sulla guancia e mi fa girare il viso è una carezza più intima di qualsiasi altra. Questo muro invisibile che non posso superare, fatto di devozione, rispetto, silenzio e sottomissione, me la fa sentire più vicina che se mi stesse abbracciando. Questo accordo in cui suoniamo assieme ognuna la propria nota, per vivere ciascuna la propria pulsione che si riflette in quella dell’altra, ci unisce tanto più quanto ci mantiene separate.Fremo e mi lascio trasportare da questa nuova, distaccata intimità, attendendo con impazienza di incontrarla la prossima volta.
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Tease and denial
Un po’ di tempo fa ho compilato una lista di limiti (più di una, in effetti); è una buona pratica bdsm, per far capire a potenziali partner di gioco cosa ci si aspetta di fare, cosa si potrebbe provare e cosa è un “hard limit”, ovvero una cosa che assolutamente non si vuol fare; è utile anche per se stessi, per capirsi. Nella lista, tra i “sì”, ho messo anche il tease-and-denial, un giochino per cui si viene stimolati ma viene negato l’orgasmo. Ho messo tra i “sì” anche la castità forzata, che non necessita di ulteriori spiegazioni, credo. Tutte cose mai provate ma che nella mia fantasia suonavano molto eccitanti.
Adesso mi è tornato alla mente quel detto che recita: “fai attenzione a ciò che desideri, potresti ottenerlo”.Da giorni cammino con il fuoco tra le gambe.
Ciò che mi sconcerta di più, a parte lo stato di costante eccitazione, è rendermi conto di quanto spesso prima mi masturbassi, e di quanto intensa sia la mia voglia. Non che mi ritenessi una santa, ma non pensavo di poter desiderare tanto e per tanto tempo continuativamente. Anzi. Un po’ pensavo che sarebbe stata una passeggiata. Bè, non lo è.
La cosa peggiore (migliore?) è che questo stato di sensibilità aumentata mi fa vergognare da morire. Mi vergogno sinceramente di scoprirmi così vogliosa. Però la vergogna che provo mi aumenta anche l’eccitazione, in un tremendo circolo vizioso. Dannata perversione, mi complica la vita.Ovviamente c’è anche quell’altro adagio: “mal che si vuole non duole”. Insomma, me lo sono andato a cercare, mica no. Eppure, non pensavo che mi avrebbe colpita con così tanta forza. Che mi avrebbe lasciata boccheggiante a fantasticare. Che mi avrebbe fatto temere persino di pulirmi e lavarmi, da tanto sono sovraeccitata.
Ho persino imbarazzo a supplicare di potermi toccare. Lo farei, sarebbe nel gioco, ma ho paura che il mio Padrone ci resti male (tanto quanto ci sono rimasta male io) a scoprirmi così porca. Ho paura che si schifi di me. Non sono sicura di sapere fino a dove posso spingermi… anche perché mi sto accorgendo di come mi possa (e voglia) spingere sempre oltre; di come desideri andare al di là di ciò che di rassicurante so di me stessa. -
Dialogo
“Scusa, non potresti cambiare questa suoneria?”
“Perché?”
“La trovo inquietante”
“Ha ha, anch’io!”
“Come, scusa?”
“Dico, la trovo inquietante anch’io”
“…Allora perché la usi?”
“E’ quella per i messaggi del mio Padrone. La trovo… appropriata. Mi dà i brividi. In molti sensi” -
In calore
Inizia per caso.
Una foto di Lui in divisa. Lei che me la mostra e mi dice: “faceva impressione, soprattutto quando non sorrideva”. Un brivido immediato in mezzo alle gambe. Lo visualizzo istantaneamente, anche se sto facendo tutt’altro. Austero, serio, glaciale. Duro. Mi bagno.
Sono in giro e non posso toccarmi. Inizio a fantasticare. Immagino situazioni, accadimenti. I brividi aumentano, vado in giro a lavorare, a fare le mie cose, con una consapevolezza aumentata del mio corpo. Mi sento il sesso aperto, voglioso. Cerco di ignorarlo ma le fantasie si ripresentano e non mi lasciano in pace.
Poi Lui mi manda dei messaggi.
Impazzisco.In un attimo, realizzo una cosa: sta succedendo davvero.
Non sono solo i miei sogni, le mie fantasie, o un libro che ho letto. Sta accadendo davvero; sta accadendo a me.
Le emozioni sorgono, vorticano; mi increspano la pelle, mi fanno rabbrividire, mi abbandono a loro. Lascio che vergogna, eccitazione, sottomissione mi riempiano; mi lascio trasportare, mi concedo di bagnarmi, di tremare, di gemere.Respiro gratitudine.
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E’ una questione di qualità
C’è una differente qualità nei colpi.
Ogni mano è diversa; come lo è ogni persona, e la mia relazione con ognuna di esse. Queste differenze sono ciò che impreziosiscono ogni singola esperienza.Quando mi trovo lì, che sia piegata, chinata o distesa, a ricevere i colpi, ascolto la mano di chi mi colpisce. Tra me e me, riconosco chi mi sta colpendo. Tra me e me, ridacchio nell’accorgermi che il colpo ricevuto è più leggero o delicato. Penso: ecco, il colpo è leggero, è spostato sul fianco invece che centrato sul culo, è dosato male; e sogghigno. Mi sento furba.
E invece. Man mano che la sessione procede, che gli schiaffi volano, che le fruste sibilano, la mia coscienza si riduce; non riconosco più i colpi, mi abbandona la presunzione di sapere chi sta facendo cosa, l’arroganza di sentirmi in controllo. Mi lascio andare. E quando mi accorgo che non so più che sta succedendo, chi mi sta colpendo né con cosa, si impossessa di me una vertigine.
Finalmente non sto più controllando niente, non devo tenere duro né dimostrare qualcosa. Mi lascio trasportare dalle sensazioni, dalla carne, dalle volontà di chi mi è intorno; con la consapevolezza di essere al sicuro.

